GRECIA E ISRAELE IN UN ERA DI AMICIZIA E COOPERAZIONE

dei Balcani e le regioni del Medio Oriente. Il movimento ebreo sionista che è stato creato nel 19 ° secolo da Theodore Herzl aveva caratteristiche molto simili al movimento irredentista greca del "grande idea." Entrambe le nazioni hanno trionfato come diaspora. Entrambi i gruppi etnici sono stati occupati dagli ottomani ma ancora riuscita a influenzare l’economia dell’Impero Ottomano. Entrambi i paesi sono democrazie di tipo occidentale, alleato degli Stati Uniti e si trova all’interno di una regione geostrategica cruciale. 

Dalla formazione dello stato di Israele nel 1948 fino al 1991, gli stabilimenti greci politico e sociale percepita Israele come un antagonista principale nella regione del Mediterraneo orientale. Atene seguita una posizione più filo-arabo che riflette la forte dipendenza Grecia aveva su di petrolio greggio dai paesi arabi. Nel 1970 questi Stati arabi ha imposto un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e l’Europa occidentale al fine di limitare la loro presa di posizione pro-israeliana. 

Relazioni diplomatiche greco-israeliane sono state stagnanti per quasi 45 anni. Pro liberazione della Palestina (OLP), primo ministro socialista Andreas Papandreou visto Israele come una pedina americana che soppresse l’autodeterminazione del popolo palestinese. Sotto il governo Papandreou l’OLP ampiamente agito sul territorio greco.Per esempio, il 7 luglio 1982, un diplomatico giordano è stato assassinato ed un altro gravemente ferito ad Atene. Il famigerato terrorista Abu Nidal e la sua organizzazione brutale trovato un rifugio sicuro. Organizzazione Nidal assassinato Attaché culturale e rappresentante del British Council Kenneth Whitty su una strada ad Atene il 28 marzo 1984. 

Il primo vento di cambiamento significativo è venuto nel 1995, a causa di diversi fattori significativi. In primo luogo, la Grecia ha cercato di aumentare il suo potere diplomatico deterrente nei confronti della Turchia. Un altro era la morte di Papandreou nel giugno 1996. Il miglioramento e l’espansione delle relazioni USA-greco sotto il primo ministro socialista Kostas Simitis ha incoraggiato uno spostamento verso Israele. Sviluppi del processo di pace in Medio Oriente – come israeliani e Olp dialogo – anche assistito riavvicinamento greco con Israele. Nel settembre 1998, l’allora ministro della Difesa israeliano Yitzhak Mordechai ha negato una richiesta dalla Turchia che Israele assistere le forze armate turche in caso di conflitto con la Grecia. Mordechai i commenti che "turco-israeliana cooperazione non è contro qualsiasi altro paese", ha incoraggiato la Grecia per migliorare le sue relazioni economiche con Israele. 

Miglioramento delle relazioni tra la Grecia e Israele, ha determinato un sostanziale aumento del commercio in tutto il 1990. Nel 2004, Israele stava importando 242 milioni dollari vale la pena di prodotti dalla Grecia, con 142 milioni dollari andando nella direzione opposta. Molti israeliani hanno scelto di visitare la Grecia per le vacanze estive. L’allora presidente israeliano Moshe Katzav ha dichiarato Grecia un importante partner economico e un gateway per i Balcani. Il miglioramento dei rapporti anche portato a Israele il riconoscimento della Zona economica esclusiva (ZEE) della Grecia e di Cipro. 

Attualmente, la marina israeliana sta sviluppando piani strategici per proteggere la propria ZEE, sede di due giacimenti di gas di grandi dimensioni. Il campo Leviatano si trova a 80 miglia al largo di Haifa e contiene 16.000 miliardi di metri cubi di gas. L’altro campo – conosciuto come Tamar – si trova a 30 miglia a nord di Leviathan e contiene otto e mezzo di miliardi di metri cubi di gas. Entrambi i campi sono situati vicino al confine della ZEE greco e cipriota. Di conseguenza, l’IDF sta espandendo il 7.000 persone marina, la più piccola delle forze armate del paese. La priorità è andato ad acquistare altri tre sottomarini classe Dolphin dalla Germania. 

Inoltre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vuole migliorare le relazioni con la Grecia al fine di controbilanciare l’espansione dell’influenza regionale della Turchia.Sul versante greco del primo ministro socialista George Papandreou si propone di aiutare la mediazione negli accordi di pace tra Israele ei suoi vicini di migliorare la sua immagine come un negoziatore assertiva pace regionale. Inoltre, Papandreou vuole attirare gli investimenti israeliani per compensare Atene ‘gravi problemi economici a partire dal 2010, entrambi primi ministri si sono scambiati le visite di stato per migliorare ulteriormente le relazioni greco-israeliano. Per la leadership israeliana buoni rapporti diplomatici con la Grecia offre una maggiore profondità strategica in materia di giacimenti di gas e di esplorazione ZEE. In qualità di membro dell’Unione europea (UE), la Grecia potrebbe anche contribuire a migliorare Israele le relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con il resto d’Europa. Su questioni militari dell’IDF avranno l’opportunità di addestrare le forze armate greche in tattiche di guerra simmetrica e asimmetrica e vari metodi di controspionaggio e di controterrorismo. 

Cooperazione militare con Israele può anche portare a benefici tangibili per l’economia greca e le industrie civili. Con l’adozione di tattiche di difesa israeliane e l’acquisto di materiale, le forze armate greche può anche migliorare il loro status all’interno della NATO. Per esempio, la Grecia avrà la possibilità di acquistare diversi sistemi missilistici e le capacità di sicurezza interna. Inoltre, l’industria della difesa israeliano possibile aggiornare e modernizzare i sistemi di difesa greca invecchiamento. 

Va anche notato che decenni di Grecia diplomaticamente freddo sulle spalle di Israele non ha sconfitto l’affinità culturale tra i greci e israeliani, un fattore chiave che è costantemente sottovalutato nelle discussioni sulle relazioni bilaterali greco-israeliano.Senza dubbio le relazioni diplomatiche greco-israeliani stanno entrando in un nuovo periodo. Fattori interni e internazionali influenzeranno la nuova era di comprensione e di amicizia tra queste due nazioni vecchie e orgoglioso. 

Vassilios Damiras e’ membro del consiglio d’Amminsrazione della Voice of the Copts.

Fermare la costruzione della Grande Moschea di Milano

Alla luce dei risultati di quest’ultima elezione amministrativa e del susseguente ballottaggio, La Voce dei Copti, Organizzazione Internazionale per i Diritti Civili e Religiosi, nell’ambito della difesa della nostra Italia da una supremazia Islamica che non accetta nessun’altra Religione;
in solidarieta’ con i Cristiani d’Egitto che sono perseguitati, oppressi e discriminati da oltre 1430 da parte dell’Islam: oggi piu’ che mai le loro Chiese sono attaccate, bruciate e distrutte e le loro Donne sequestrate e costrette a convertirsi all’Islam
CHIEDIAMO
a tutti gli Italiani, e non solo ai Cittadini Milanesi, di qualsiasi colore e fede politica Essi siano, di fermare la costruzione della Grande Moschea di Milano.
La Voce dei Copti crede nella liberta’ di ognuno di professare la propria fede religiosa ed avere il proprio Dio, ma tale Diritto deve essere uguale per tutti e rispettato da tutti ed in tutti i Paesi, anche in quelli a maggioranza Islamica.

http://www.petizionionline.it/petizione/no-alla-grande-moshea-di-milano/4199

Nessun rappresentante del regime nelle Nostre Chiese….

Colgo l’occasione per inviare la seguente missiva con l’avvicinarsi del Natale della Chiesa Copta Ortodossa il prossimo 7 gennaio, 2011 e dopo
gli attacchi sanguinosi della notte di Capodanno nella Chiesa dei Santi
in Alessandria, e a meno di un anno dal massacro di altri giovani Cristiani mentre lasciavano la loro Chiesa dopo la messa della nella notte del Natale Copto a Nagh Hammadi.

Siamo stufi e stanchi della vostra ipocrisia, e più che mai quest’anno non
accettiamo nessun rappresentanza del regime fascista che voi rappresentate in Italia e nel mondo.

Le feste Natalizie sono sacre, in esse i cristiani ricordano la nascita
di un Dio d’amore e pace che il vostro regime rifiuta. Un regime che crede solo nell’odio e nella violenza. Siamo stanchi di tutto questo sangue versato, persone innocenti morte senza alcuna ragione.

Noi Copti seguiamo l’insegnamento insegnatoci dal Nostro Dio di amare e benedire anche chi ci odia ed uccide i nostri cari. Quest’anno però e’ diverso, vogliamo pregare in pace ricordando i nostri cari.

E’ per questo motivo, che chiedo a tutti i diplomatici e politici egiziani di
annullare questa visita annuale di "facciata", perché non siete graditi.

Per anni, infatti, il regime Egiziano ha utilizzato questo Santo giorno per
dimostrare all’Occidente di voler promuovere il pluralismo religioso ma soprattutto ha voluto dimostrare che l’Egitto è un paese democratico, dove il rispetto religioso e’ garantito.

La verità è una e sola. Il regime del Cairo e’ il leader nell’esportare terrorismo e violenza in tutto il mondo, basta leggere i nomi dei capi di varie organizzazioni terroristiche nel mondo, oppure chi conduce azione di morte.

I copti sono e saranno in Egitto perché l’Egitto e la loro terra da sempre, le parole del Presidente Mubarak, udite  varie volte, che egli è il presidente
dei Cristiani e dei Musulmani non ci incantano più. La propaganda del regime che sottolinea come la popolazione Copta goda di diritti e che non esistono problemi settari in Egitto sono risultati del tutto pantomima.

Negli ultimi dieci anni i massacri dei Copti colmano decine di
pagine. Ultimante, nel cortile di una Chiesa in costruzione, la polizia
nazista del regime ha sparato sulla folla uccidendo tre persone e ferendo
decine di persone, colpevoli solamente di voler costruire una chiesa!

Fa scalpore l’ultima dichiarazione dell’Azhar, la massima autorità religiosa nel Cairo, che afferma come la legge autorizza più facilmente la costruzione delle Chiese, ed è invece più severa nei riguardi della costruzione delle Moschee!!!! Od anche l’ultima dichiarazione che sottolinea come i Musulmani non godano dei diritti nei paesi occidentali!

Tale dichiarazione in primo luogo e’ priva di ogni fondamento, allo stesso
modo i Musulmani in occidente sono immigranti quanto i Copti vivono nella loro terra Natale da sempre e devono avere il diritto di costruire le loro Chiese, senza correre il rischio di essere arrestati perché pregano dentro le loro case senza autorizzazione come accade spesso.

Credo sia giunta l’ora che il mondo occidentale metta da parte l’interesse
politico economico verso l’Egitto, un paese fascista, e si impegni a
salvaguardare oltre 15 milioni di vite umane da un futuro genocidio.

Inoltre chiediamo alla comunità internazionale di intervenire giuridicamente
per portare a giudizio non solo chi ha eseguito la strage della
vigilia del nuovo anno ma anche i loro mandanti. Chiediamo poi di non dimenticare ma soprattutto di continuare ad investigare sul massacro del Natale Copto dell’anno scorso che il regime di Mubarak sta insabbiando.

L’Egitto e’ diventato un paese pericoloso per tutti i cittadini occidentali,
come anche per coloro che hanno deciso di investire capitali e risorse.

Chiediamo una condanna forte contro il regime accompagnata da sanzioni se necessario.

VERNETTI, DIFENDERE OVUNQUE LA LIBERTÀ RELIGIOSA

"Il terribile attentato di questa notte di fronte alla Chiesa Copta di Alessandria d’Egitto rappresenta l’ennesimo tentativo del terrorismo integralista e fondamentalista di impedire la sopravvivenza delle comunità cristiane nell’intero Medio Oriente"

Ha dichiarato l’on.Gianni Vernetti, deputato di Alleanza per l’Italia e già Sottosegretario agli Affari Esteri.

"Non passa giorno che le comunità cristiane vengano minacciate ed attaccate in molti paesi musulmani: dalla Nigeria all’Iraq, dall’Indonesia all’Egitto, spesso nel silenzio della comunità internazionale".

"La libertà religiosa-ha proseguito l’on.Vernetti- e’ una componente fondamentale dello stato di diritto ed e’ compito di ogni Governo fare in modo che venga pienamente garantita".

"Anche dopo l’odioso attentato di Alessandria d’Egitto e’ fondamentale che l’Unione Europea e gli stati membri facciano sentire con più forza la propria voce, esigendo dai Governi dei paesi nei quali la vita delle comunità cristiane e’quotidianamente minacciata azioni più forti e maggiormente incisive"

"In tal senso chiedo al Governo italiano – ha concluso l’on.Vernetti- di esercitare tutte le pressione possibili nei confronti del governo egiziano di Mubarak affinché vengano puniti i colpevoli del terribile attentato e venga garantita in quel paese la possibilità per la minoranza cristiana copta di vivere in pace"

Ora gesti concreti

Dopo che nella notte un’autobomba davanti a una chiesa di Alessandria d’Egitto ha causato almeno 21 morti, stamane papa Benedetto XVI ha rivolto un appello alle Nazioni Unite perché difendano i cristiani. Lo ha detto nell’omelia della Messa di Capodanno, giorno dedicato dalla Chiesa alla Pace. Subito dopo, all’Angelus, ha annunciato che nel 25° anniversario del primo incontro interreligioso per la pace indetto da papa Wojtyla, Benedetto XVI ne convocherà uno, sempre ad Assisi, a ottobre, perchè cristiani di diverse confessioni e fedeli di diverse religioni possano «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio alla causa della pace».

All’Angelus ha anche detto che laicismo e fondamentalismo religioso sono forze opposte, ma in realtà convergenti: nel mondo di oggi «assistiamo a due tendenze opposte, due estremi entrambi negativi: da una parte il laicismo, che emargina la religione per confinarla nella sfera privata; dall’altra il fondamentalismo, che invece vorrebbe imporla a tutti con la forza». Lo ha detto nel breve saluto rivolto agli oltre 60 mila fedeli presenti in piazza San Pietro per l’Angelus, dove ha aggiounto che «La pace – non si raggiunge con le armi, né con il potere economico, politico, culturale e mediatico. La pace è opera di coscienze che si aprono alla verità e all’amore».

Nell’omelia della Messa di Capodanno, Benedetto XVI ha parlato delle persecuzuzioni e dei sempre più numerosi attentati ai cristiani: «Di fronte alle «minacciose tensioni del momento, di fronte specialmente alle discriminazioni, ai soprusi e alle intolleranze religiose, che oggi colpiscono in modo particolare i cristiani, ancora una volta rivolgo un pressante invito a non cedere allo sconforto e alla rassegnazione. Si tratta di un difficile compito per il quale non bastano le parole: occorre l’impegno concreto e costante dei responsabili delle Nazioni». Papa Benedetto XVI lo ha detto nella messa di Capodanno, che ha celebrato davanti a circa diecimila fedeli in San Pietro insieme con il segretario di Stato Tarcisio Bertone e il presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la pace card. Peter Kodwo Turkson.

Nella omelia il Papa ha riproposto alcune frasi del messaggio per la 44.ma Giornata mondiale per la pace, che la Chiesa vive oggi, intitolata quest’anno alla libertà religiosa. Il Papa in particolare ha citato dal messaggio le frasi sulla «libertà religiosa elemento imprescindibile di uno Stato di diritto» e quelle sul mondo che ha «bisogno di Dio, ha bisogno di valori etici e spirituali, universali e condivisi, e la religione può offrire un contributo prezioso nella loro ricerca, per la costruzione…» di pace e ordine sociale giusto. «L’umanità – ha detto – non può mostrarsi rassegnata alla forza negativa dell’egoismo e della violenza; non deve fare l’abitudine a conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli».

«E’ necessario soprattutto che ogni persona sia animata dall’autentico spirito di pace, da implorare sempre nuovamente nella preghiera e da vivere nelle relazioni quotidiane, in ogni ambiente». Il Papa invita a raccogliere «il grido di tanti uomini, donne, bambini e anziani vittime della guerra, che è il volto più orrendo della storia». E esorta i cristiani, «specialmente con la preghiera» ad «aiutare ogni uomo e ogni popolo, in particolare quanti hanno responsabilità di governo, a camminare in modo sempre più deciso sulla via della pace».

Dal 1968 il primo dell’anno per la Chiesa cattolica è dedicato alla Giornata mondiale della pace, che Benedetto XVI ha intitolato quest’anno alla «Libertà religiosa, via per la pace». La Chiesa, ha detto papa Ratzinger, «chiede al Signore di benedire il nuovo anno appena iniziato, nella consapevolezza che, dinanzi ai tragici eventi che segnano la storia, dinanzi alle logiche di guerra che purtroppo non sono ancora del tutto superate, solo Dio può toccare l’animo umano nel profondo e assicurare speranza e pace all’umanità. È ormai consolidata tradizione, infatti, – ha aggiunto – che il primo giorno dell’anno la Chiesa, sparsa in tutto il mondo, elevi una corale preghiera per invocare la pace. È bene iniziare un nuovo tratto di cammino ponendosi con decisione sulla via della pace. Noi oggi preghiamo affinché la pace, che gli angeli hanno annunciato ai pastori la notte di Natale, possa giungere ovunque».

Egitto, strage davanti alla chiesa cristiana

Nella notte di Capodanno, cristiani ancora nel mirino. È di 21 morti il bilancio ufficiale per l’esplosione di un’autobomba dinanzi a una chiesa copta ad Alessandria d’Egitto. L’attentato è stato compiuto dinanzi la Chiesa dei Santi (Al-Qiddissine), nel quartiere alessandrino di Sidi Bishr, quindici minuti dopo la mezzanotte, quando dentro la chiesa c’erano un migliaio di fedeli per la tradizionale cerimonia per il nuovo anno. Secondo le prime ricostruzioni l’automobile imbottita di esplosivo, una Skoda verde, è stata parcheggiata davanti alla chiesa dieci minuti prima dello scoppio.

FORSE UN KAMIKAZE - Il ministro dell’Interno egiziano ha detto che l’attentato è stato probabilmente compiuto da un attentatore suicida. Un testimone ha invece riferito alla tv di aver visto alcune persone scendere dal veicolo. Lo scoppio, fortissimo, è avvenuto quando i fedeli uscivano dalla chiesa e si è immediatamente propagato alle automobili vicine, che sono esplose moltiplicando l’effetto devastante. L’esplosione ha danneggiato anche una moschea vicino alla chiesa, causando il ferimento di 8 musulmani.

I TAFFERUGLI - Dopo l’esplosione, centinaia di cristiani furenti si sono scontrati con la polizia e i musulmani locali, lanciando pietre e scagliandosi contro la vicina moschea. Manifestanti hanno fatto irruzione nel luogo sacro, gettando i libri in strada; sul posto è accorsa la polizia che ha dovuto disperdere la folla con i gas lacrimogeni. La situazione è quindi tornata sotto controllo, ma la situazione è ancora molto tesa.

L’APPELLO DI MUBARAK - Qualche ora dopo l’attentato, il presidente Hosni Mubarak ha fatto un appello all’unità rivolto a cristiani e musulmani. Per ora non c’è stato alcuna rivendicazione, ma Al Qaeda ha da tempo minacciato i cristiani e fatto un appello a punire la comunità copta che – sostiene la rete terroristica – trattiene contro la loro volontà due mogli di sacerdoti che si sarebbero convertite all’Islam. In un Paese che soffre di crescenti divisioni settarie, Mubarak ha invitato «i figli dell’Egitto, copti e musulmani» a serrare le fila «contro il terrorismo». Refaa-al-Tahtawi, portavoce di Al-Azhar, la principale istituzione di studio dell’Islam sunnita con sede al Cairo, ha denunciato l’attacco sostenendo che mira «all’unità nazionale egiziana». L’attentato è il più grave compiuto in Egitto negli ultimi anni, il più sanguinoso contro la comunità cristiana in Egitto, che rappresenta il 10 per cento della popolazione.

Osama Bin Laden vive indisturbato

Osama Bin Laden vive indisturbato nel nord-ovest del Pakistan, non lontano dal suo vice Ayman al-Zawahiri. Lo ha detto alla Cnn una fonte della Nato. Lo sceicco saudita ricercato per gli attentati dell’11 settembre è protetto dalla popolazione locale e da «alcuni membri dei servizi segreti pakistani».

Osam bin Laden vive in una casa abbastanza confortevole, ma non insieme al medico egiziano che è il suo vice: «Nessuno in al Qaeda vive in una grotta», ha spiegato la fonte, che non ha voluto essere citato. Il funzionario Nato ha anche confermato la tesi statunitense che «il Mullah Omar, il leader dei talebani, si è spostato tra le città di Quetta e Karachi negli ultimi mesi» Osama Bin Laden e il suo vice, Ayman al-Zawahiri si nascondono attualmente in due case vicine, ma non insieme, nel nord-ovest del Pakistan.

La leadership di Al Qaida si nasconde dunque in relativa comodità, protetta dagli abitanti locali e da alcuni membri dei servizi segreti pachistani. La regione in cui si sarebbe mosso Bin Laden in questi ultimi anni è quella compresa tra il confine cinese e la Kurram Valley, vicino alla città afgana di Tora Bora, roccaforte dei talebani durante l’invasione Usa del 2001. La fonte anonima della Nato ha confermato anche che il leader dei talebani, il Mullah Omar si è trasferito più volte negli ultimi mesi fra le città di Quetta e Karachi, in Pakistan

Il premier pachistano, Rehman Malik ha dichiarato oggi che informazioni analoghe a questa diffuse in passato in merito al luogo in cui si rifugiano Bin Laden ed il Mullah Omar si sono rivelate false. Malik ha negato che i due uomini si trovino in territorio pachistano ed ha dichiarato che ogni informazione che veda in direzione diversa da questa dovrebbe essere comunicata alle autorità pachistane in modo da consentire loro di adottare «azioni immediate», riferisce la stessa Cnn.

Dai vescovi solidarietà ai palestinesi

«Pur condannando la violenza da dovunque provenga, e invocando una soluzione giusta e durevole del conflitto israelo-palestinese, esprimiamo la nostra solidarietà con il popolo palestinese, la cui situazione attuale favorisce il fondamentalismo». Contiene questa forte presa di distanza dall’occupazione israeliana uno dei passaggi della ‘Relatio post disceptationem’ del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, letta stamane, alla presenza di Benedetto XVI, dal relatore generale del Sinodo, l’arcivescovo egiziano Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti.

CRISTIANI A RISCHIO - «Le situazioni politico-sociali dei nostri Paesi hanno una ripercussione diretta sui cristiani, che risentono più fortemente delle conseguenze negative», si legge ancora nel documento. «Chiediamo ala politica mondiale – dicono ancora i padri sinodali – di tener sufficientemente conto della drammatica situazione dei cristiani in Iraq, che sono le vittime principali della guerra e delle sue conseguenze». In ogni caso, «in base alle possibilità presenti in ogni Paese, i cristiani devono favorire la democrazia, la giustizia e la pace, e la laicità positiva nella distinzione fra religione e Stato e il rispetto di ogni religione».

i cristiani del Medio Oriente non sono soli

Joseph Soueif, arcivescovo di Cipro dei Maroniti, hanno presentato la "Relazione dopo la discussione" in cui sono stati riassunti gli argomenti principali trattati finora dal Sinodo, in base ai quali si elaboreranno le Proposizioni finali. In tarda mattinata, inoltre, una delegazione di Padri Sinodali ha incontrato il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, alla presenza dell’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Antonio Zanardi Landi. Nel pomeriggio, i lavori del Sinodo proseguiranno a porte chiuse, con i Circoli minori. Il servizio di

"Nous ne sommes pas seuls…"
Sono tanti i temi trattati dalla relazione del Patriarca Naguib, ma unica è la certezza: i cristiani del Medio Oriente non sono soli. Si parte dall’importanza della Parola di Dio, dal fatto che essere cristiani significa essere missionari e che l’annuncio religioso pacifico non è proselitismo, poiché Gesù chiede ai cristiani non di convincere, ma di testimoniare con gioia il Vangelo. Ribadite quindi la libertà religiosa e di coscienza, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, l’importanza dei mass media, strumento potente e prezioso nel diffondere il messaggio evangelico. Largo alle scuole e alle università cattoliche, luogo privilegiato della coesistenza pacifica, che vanno sostenute.

Per la pagina politica, si condanna la violenza da qualunque parte provenga, si esprime solidarietà ai palestinesi, la cui situazione attuale – si legge nella Relazione – favorisce il fondamentalismo, e si chiede alla comunità internazionale di tener conto della drammatica situazione dei cristiani in Iraq.

Centrale anche il tema dell’emigrazione: è un diritto naturale, dice il Sinodo, ma non va incoraggiata come scelta preferibile, bisogna piuttosto favorire la pace e lo sviluppo perché i cristiani restino in Medio Oriente. Lo sguardo dell’Aula si allarga anche alla diaspora perché le Chiese d’Oriente mantengano i contatti con i fedeli anche al di fuori del Paese d’origine. E la questione della migrazione riguarda anche coloro che immigrano nella regione, come gli africani e gli asiatici, che spesso vengono sfruttati in ambito lavorativo, mentre vanno accolti e sostenuti. Attenzione anche ai giovani e alle donne, forza del presente e speranza del futuro, così come ai laici e alle nuove realtà ecclesiali, al valore della vita monastica e contemplativa che vanno riscoperta. Suggerita quindi una sorta di "banca dei sacerdoti" ed una sua omologa per i laici, in modo da avere sempre "persone pronte a raggiungere i fedeli nelle zone in difficoltà".

Quanto al dialogo ecumenico, i Padri sinodali ribadiscono, sulla scia di Benedetto XVI, che senza comunione non c’è testimonianza e che la divisione è uno scandalo. Bisogna fare uno sforzo sincero per superare i pregiudizi, dice l’Aula. Proposto poi l’ingresso dei Patriarchi in Conclave ed il pensare ad una forma nuova dell’esercizio del primato che non danneggi la missione del Vescovo di Roma e che si ispiri alle forme ecclesiali del Primo millennio. Un tema delicato, dice il Sinodo, che potrebbe essere studiato da una commissione pluridisciplinare apposita, incaricata dal Papa. Ulteriori auspici riguardano la creazione di mass media ecumenici e l’istituzioni di commissioni locali che approfondiscano l’ecumenismo.

E ancora: spazio alla famiglia, minata dalla visione relativista dell’Occidente, e alla catechesi, che promuove valori morali e sociali e aiuta a contrastare le sètte, e sì ad un accordo su un testo arabo unico per la preghiera domenicale, così come all’idea di unificare le feste di Natale e Pasqua.

Nei rapporti con gli ebrei, si auspica la soluzione "due popoli-due Stati" per il conflitto israelo-palestinese, si invoca il dialogo a tutti i livelli, si rifiuta l’antisemitismo e l’antiebraismo, così come l’interpretazione tendenziosa di alcuni versetti della Bibbia che giustifica la violenza. Con i musulmani, dice il Sinodo, si guardi a ciò che unisce, come la santità di vita, e si eviti ogni azione provocatoria "Auspicheremmo – si legge nella Relazione – che il principio coranico ‘Nessuna costrizione nella religione’ fosse realmente messo in pratica", poiché la libertà religiosa è alla base di rapporti sani tra cristiani e musulmani. Tutti, quindi, devono trasformare la propria mentalità per superare lo spirito del confessionalismo, affrontando le problematiche socio-politiche non come diritti da reclamare per i cristiani, ma come diritti universali.
"Nous devons travailler tous ensemble…"
Infine, si lavori tutti uniti per il bene comune della società, per una città di comunione, e per un’alba nuova del Medio Oriente. La relazione si conclude con 23 quesiti: toccherà ai Circoli minori rispondere, per preparare le Proposizioni finali del Sinodo.

Alla fine della mattinata a colloquio con i giornalisti nella Sala Stampa della Santa Sede padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, ha risposto così ad una domanda sui risultati concreti del Sinodo, in particolare sul ruolo dei laici:

"Il Sinodo non può portare immediati risultati concreti operativi. Il Sinodo potrà dare un documento ispiratore che poi nelle diverse realtà specifiche concrete dovrà essere attuatato e implementato. Questo dipenderà dalla capacità delle singole Chiese di saper accogliere e assorbire quelle che saranno poi le linee finali del documento. Questo anche per quanto riguarda il ruolo dei laici di cui si è discusso molto in questa settimana, di cui si ha coscienza sempre di più. Da un lato a causa della crisi delle vocazioni, da un altro anche perchè c’è sempre maggiore coscienza che il laico sta assumendo un ruolo sempre più importante e determinante nella vita delle Chiese e questo avrà il suo effetto. Il tempo della Chiesa non è il tempo dei giornalisti".

L'OMAGGIO DI NASRALLAH AD AHMADINEJAD, UN FUCILE ISRAELIANO

con i quali ha analizzato i risultati della sua "storica visita" in Libano. Lo ha reso noto l’organizzazione sciita libanese. Nel comunicato, Hezbollah aggiunge che Nasrallah ha omaggiato il presidente iraniano con "un fucile che la resistenza catturo’ ai sionisti (gli israeliani) durante la guerra del luglio del 2006". Al termine dell’incontro con Nasrallah, il presidente iraniano ha concluso la sua visita ufficiale di due giorni in Libano, la prima da quando ha assunto il potere nel 2005, ed e’ rientrato in patria. La stampa libanese pubblica una lettera aperta, firmata da 27 giornalisti iraniani, che accusano il presidente, di "voler innalzare la tensione nel Libano per sviare l’attenzione dai problemi interni" in Iran. I giornalisti, vicini all’opposizione, sostengono che Ahmadinejad "non ha saputo garantire la tranquillita’, la pace e la prosperita’ in Iran e non vuole che la pace regni neppure in Libano". "Il suo appoggio a una sola fazione in Libano contro le altre parti provoca un conflitto interno e toglie il velo sul suo atteggiamento, che ha fatto ampliare le sanzioni all’Iran e sollevato lo spettro di una guerra".