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Cultura

Pasdaran, temuti e fedeli guardiani della Rivoluzione di Ali Khamenei

Il corpo dei Pasdaran (Guardiani della rivoluzione) è la guardia d’elite della Repubblica islamica, nata con la rivoluzione del 1979. Conta oggi dai 120.000 ai 300.000 uomini (il numero esatto non è noto), molto temuti e molto motivati ideologicamente, posti direttamente sotto il comando della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, come le altre forze di sicurezza iraniane.

I Pasdaran dispongono di forze di terra – tra cui unità anti-sommossa -, aeree e navali. Dai Guardiani della rivoluzione dipendono i «basiji», un corpo di volontari istituito dall’ayatollah Khomeini all’inizio della guerra Iran-Iraq, nel 1980, per organizzare la resistenza popolare contro il nemico. Attualmente tale milizia conta dai cinque agli 11 milioni di persone, tra cui centinaia di migliaia di donne, e costituisce una forza di intervento popolare rapida.

Negli anni recenti i pasdaran sono diventati una potenza economico-militare, attiva nei settori del petrolio e del gas, delle telecomunicazioni e dell’agricoltura, e hanno costituito una rete di potere politico ed economico che si estende su tutta la società iraniana.

L’attuale presidente Mahmud Ahmadinejad ha fatto parte dei volontari Basiji durante la guerra con l’Iraq nei primi anni Ottanta. Sotto il suo governo, i pasdaran hanno aumentato considerevolmente la loro influenza sul paese e sono stati protagonisti della repressione delle manifestazioni di protesta dopo le elezioni presidenziali dell’estate scorsa.

Scoperto il «Colosseo» nel Porto di Traiano a Ostia

ROMA – Ricorda il Colosseo, l’anfiteatro lungo 42 metri e largo 38 scoperto a Ostia nel Porto di Traiano. Di dimensioni inferiori all’Anfiteatro Flavio, icona della città di Roma in tutto il mondo, il nuovo Colosseo per ora ha mostrato solo le fondamenta. L’ipotesi ricostruttiva è che l’alzata delle pareti perimetrali che sostenevano le tribune fosse almeno di dieci metri.

GLI SCAVI – La scoperta è frutto di una campagna di scavo durata tre anni condotta in collaborazione con la British School at Rome, l’Università di Southampton e l’Università di Cambridge, e diretta dal professor Simon Keay. «L’unicità della scoperta – dice Keay – sta nel fatto che è la prima volta che viene rinvenuto un anfiteatro nel cuore di una zona portuale. Altra particolarità e che questo emiciclo spicca nel centro del Palazzo Imperiale di Traiano, anche se l’edificio appena scoperto è databile all’inizio del III secolo d.C. La nostra sfida è capire perchè ci fosse una struttura simile dentro il palazzo imperiale». E continua: «Il nostro lavoro è iniziato nel ’98 con una serie di indagini, e nel 2007 abbiamo avviato la campagna di scavo concentrandoci sul Palazzo Imperiale, un complesso molto importante che si estende tra i due bacini, quello di Claudio e di Traiano, e che rivela tracce dal I secolo all’epoca bizantina, in base alle trasformazioni del porto».

UN ANFITEATRO PRIVATO – «Altro aspetto importante è che l’anfiteatro può essere identificato con il teatro indicato da Rodolfo Lanciani durante gli scavi del 1868. Questo anfiteatro in scala ridotta rispetto al Colosseo e grande più o meno come il Pantheon, era chiuso nel palazzo, quindi non visibile dall’esterno, molto probabilmente un luogo privato per un godimento esclusivo dell’ufficiale pretore che gestiva il posto». La campagna di scavo si chiuderà il 9 ottobre, poi seguiranno le pubblicazioni. «Ma vogliamo intanto realizzare un sito internet per la ricostruzione virtuale del porto di Roma all’indomani delle nuove scoperte – dice Keay – Quello per il Porto di Traiano è uno scavo archeologico modello perchè qui stiamo sperimentando tutte le metodologie di indagine, dalla geofisica al carotaggio alla realtà virtuale». Fruibile l’area? «Sarebbe importante aprirlo al pubblico, nel futuro spero che con i nostri lavori la gente conosca le potenzialità del sito. La speranza è che si apra al pubblico».

“Non siamo soli nell'universo”: parola di astronauta

Edgar Mitchell aveva 17 anni nel 1947, quando Roswell, la cittadina del New Mexico in cui era nato, divenne testimone di un fatto che ne avrebbe cambiato la vita per sempre: il presunto schianto di un Ufo, mai effettivemante confermato ma entrato nella leggenda.
Forse proprio quell’evento ispirò a Mitchell il desiderio di arrivare là da dove si pensava che gli alieni fossero scesi: lo spazio.

Oggi l’astronauta Mitchell, a oltre sessant’anni dallo "schianto" di Roswell e a 38 anni dalla sua passeggiata sulla Luna – era imbarcato sull’Apollo 14 – , è più convinto che mai della sua intuizione di tanto tempo fa: non siamo soli nell’universo. E, aggiunge Edgar, è venuto il tempo che le prove dell’esistenza degli extraterrestri vengano finalmente mostrate al mondo. "Il nostro destino, secondo me, è diventare parte di una comunità planetaria e dovremmo cominciare ad occuparci di questa possibilità al più presto", ha dichiarato Mitchell di fronte agli entusiasti partecipanti al National Press Club, raduno di ufologi organizzato dal Paradigm Research Club: il primo passo verso questa possibilità è convincere il governo americano e la Nasa a togliere il segreto di Stato sulle informazioni relative agli sbarchi alieni, sulla cui realtà l’anziano astronauta non ha alcun dubbio.

Mitchell stesso afferma di avere raccolto negli anni numerose testimonianze di concittadini che, invitati dal governo a non fare parola di quanto avevano visto in quella notte del 1947, prima o poi decidevano di liberarsi del peso di quel segreto e sceglievano di farlo con un astronauta, apparentemente il più adatto e ricettivo per parlare di "questioni di spazio". Le ricerche condotte da Mitchell sugli eventi di Roswell portavano direttamente alla Nasa e al Pentagono, ma nessuno dei due ha voluto rivelare di più: l’ente spaziale americano, anzi, ribadisce di non avere il compito di occuparsi della questione, sebbene uno dei più vivaci sostenitori dell’ipotesi Ufo sia proprio un ufficiale di questi enti.

Non è la prima volta che Mitchell lancia un "allarme alieni": già ai tempi della missione sulla Luna, aveva consultato alcuni esperti di percezioni extra-sensoriali, per prepararsi ad entrare in contatto con creature diverse

EGITTO: TALATAT AMARNIANE “RICICLATE” IN CHIESA COPTA

La campagna del gennaio-febbraio 2009 ha riportato alla luce alcune talatat amarniane ritrovate nella locale chiesa cristiana-copta risalente al 5° secolo d.C.
Il termine talatat venne coniato dagli operai impiegati negli scavi di Tell el-Amarna per indicare un particolare mattone, con rifermento al numero tre. La necessità di costruire in fretta questa città, fondata da Amenhotep IV/Akhenaton (diciottesima dinastia) aveva infatti portato all’invenzione di blocchi di circa tre spanne (cm. 50 x 25 x 22), quindi più leggeri e facilmente trasportabili. Questi materiali edilizi, su cui vennero incisi rilievi di particolare bellezza, vennero poi riutilizzati da altri faraoni, tra cui Ramses II, per il riempimento di alcuni piloni del tempio di Karnak.
In seguito, si constatò che il loro riutilizzo fu assai diffuso anche nel periodo copto, e ciò è dimostrato anche da questa recentissima scoperta. Alcuni blocchi, ritrovati nelle fondazioni della parte occidentale della chiesa vescovile di Antinoe, rivelano le trasformazioni che hanno subito per essere adattati ai culti successivi a quello di Aton (introdotto appunto da Akhenaton) o al ritorno a quello di Amon-Ra. Tra le varie talatat, ne spicca una raffigurante il volto di una regina: rivolta a sinistra, presenta un’acconciatura a spoglia di avvoltoio sulla capigliatura nerissima; il colore giallo della pelle si è conservato solo a tratti su collo e guancia, ma è ben visibile, con un tratto nero che sembra segnare una piega. La fronte è adornata con l’urèo, mentre a sinistra ci sono alcuni geroglifici. Lo stile non è però amarniano, anzi, è decisamente "classico", e il profilo, specialmente le fattezze del naso, richiama subito quello di Nefertari, moglie di Ramses II. Dato che nel tempio sono stati ritrovati altri due blocchi recanti parti del suo cartiglio, si può quindi facilmente dedurre che le talatat fossero state riutilizzate proprio da questo faraone e in seguito dai costruttori copti.
Grazie a questo "riciclaggio", circa 600 mila talatat si sono conservate in buono stato fino ad oggi.

Il segreto di McEwan: «Così nascosi Rushdie nei giorni della fatwa»

È stato l’amico Ian McEwan a rivelare i particolari. Rushdie si nascose con lui, nel suo cottage sulle colline Cotswold, sud est dell’Inghilterra, nei giorni immediatamente dopo la condanna. «Non lo dimenticherò mai — ha detto McEwan —. La mattina dopo ci alzammo presto. Lui doveva riprendersi, andare avanti, ma il momento era terribile. Eravamo al tavolo della cucina, preparavamo toast e caffè mentre ascoltavamo il notiziario delle 8 della Bbc. Lui era di fianco a me, ed era la prima notizia del radiogiornale. Mi veniva da piangere, ma non volevo che se ne accorgesse». Il San Valentino del 1989 segnò anche la data del primo approccio all’«islamismo» di Ian McEwan. Anche questo lo ha rivelato a Daniel Zalewski, autore di un lunghissimo profilo dello scrittore che uscirà sul nuovo numero del New Yorker e che ritrae McEwan nelle sue passioni (la montagna prima di tutto, poi il flauto), nei rapporti con la moglie, i figli (con il più giovane suonano insieme canzoni degli Oasis), il fratello dato in adozione e ritrovato, gli amici più cari come Salman Rushdie appunto, ma anche Martin Amis, Julian Barnes, Christopher Hitchens, Timothy Garton Ash.

Con loro McEwan (che, secondo Zalewski, la stampa inglese tampina con «un’avidità degna di Amy Winehouse») si confronta quotidianamente anche rispetto alla scrittura, ma non è certo Amis il primo a cui fa leggere il suo lavoro («Non voglio un altro narratore, grazie tante»), prediligendo, a questo scopo, lo storico Garton Ash (che gli ha consigliato, tra l’altro, di togliere l’articolo al titolo Espiazione), il filosofo Galen Strawson, il poeta Craig Raine le cui critiche però non sempre vengono apprezzate (McEwan non gli rivolse la parola per due anni quando, a proposito di Cortesie per gli ospiti, gli disse: «Senti tesoro, questa è una schifezza, mettila in un cassetto e dimenticala»). Invece dopo la pubblicazione dei romanzi, secondo Garton Ash, le cose nel circolo di McEwan vanno così: «Il romanziere A chiama il romanziere B. Per tre minuti B parla delle ultime atrocità politiche, del calcio, del bere. Alla fine A dice: perché non ti è piaciuto il mio libro? ».

L’articolo del New Yorker ricostruisce soprattutto il crescente interesse di McEwan per la scienza e la razionalità, alla base del suo attuale rifiuto di ogni irrazionalismo religioso («La fede è moralmente neutra nel migliore dei casi e nel peggiore è una vile distorsione mentale. Dall’11 settembre, i poteri della ragione hanno un’attrazione molto maggiore dei richiami della fede e io non li metto più sullo stesso piano», sono le sue più recenti conclusioni in materia). Il racconto di Zalewski è costruito attraverso numerosi incontri con l’autore, tra cui una cena all’Étoile, un bistrot vicino alla casa di McEwan di Fitzroy Square a Londra dove lo scrittore è un habitué. I due mangiano sotto la fotografia che ritrae McEwan assieme a Martin Amis e Christopher Hitchens sulla costa uruguayana nei pressi di José Ignacio dove attraccò il Beagle, la nave di Darwin («un luogo che Ian ci teneva moltissimo a vedere» dice Hitchens), proprio nel periodo in cui i tre venivano duramente criticati dalla stampa per le loro posizioni sull’estremismo islamico (un commentatore dell’Independent li definì la «brigata letteraria dello scontro di civiltà»).

All’origine di tutto c’erano le accuse di razzismo rivolte da gran parte del mondo culturale a Martin Amis per aver detto che «la comunità musulmana dovrà soffrire ancora molto se non fa pulizia nella sua casa». Difendendolo, McEwan aveva rincarato la dose dichiarando, proprio al Corriere: «Martin non è razzista. E io stesso disprezzo l’islamismo perché vuole creare una società che detesto, basata su credenze religiose, mancanza di libertà per le donne, intolleranza verso l’omosessualità e così via». Eppure fino all’89 McEwan era considerato dagli amici (e «preso in giro» per questo) come il più incline a una visionemistica del mondo, tanto che, secondo Hitchens, la sua ostilità al pensiero irrazionale ha qualcosa dello «zelo del convertito ». «Ian ha vissuto gli anni Sessanta cedendo alla fascinazione verso tutto ciò che di alternativo quell’epoca proponeva—dice Garton Ash —.

Il suo percorso personale l’ha condotto dov’è ora». Nel 1972 assieme a due amici McEwan affittò un microbus e viaggiò da Monaco al Khyber Pass, in Afghanistan, lungo una rotta cara ai fricchettoni del tempo. «Ian era molto più hippy di me —ha raccontato a Zalewski Martin Amis —. Io ero un hippy un po’ opportunista, più del genere giacche di velluto e camicie a fiori. Lui invece era della serie caftani e perline». E se McEwan smentisce la faccenda dei caftani, una sua annotazione del 1976 rivela: «Mangiamo funghi allucinogeni, nuotiamo nudi nell’acqua fredda, facciamo saune, beviamo vino e parliamo di Jimmy Carter e Ezra Pound». Con Zalewski ammette: «Ho esplorato il misticismo più che potevo ma per me non quadrava mai». L’interesse di McEwan per la scienza è alla base anche del libro che sta scrivendo ora, nato dopo una magnifica esplorazione lungo un fiordo ghiacciato norvegese al seguito di una organizzazione che si occupa di riscaldamento globale. Protagonista è uno scienziato premio Nobel che McEwan definisce: «Ladro intellettuale, predatore sessuale, bulimico compulsivo, competitivo, avido, ambizioso, maneggione, ma che, in fondo in fondo nasconde anche qualcosa di buono».

Galileo, scienza secondo fede

La grandezza e il limite dell’uomo sta proprio qui: non gli è dato un sapere assoluto in forza di una evidenza cogente, che ne annullerebbe la libertà e farebbe scomparire ogni separazione tra fede e scienza. Dio e la sua verità non ci si impone per evidenza indiscutibile, ma si avvicina a noi nella incertezza dei segni poveri dell’umanità di Gesù e lascia campo alla ricerca dell’uomo in tutto ciò che concerne la costituzione e le vicende del mondo. In tale prospettiva, fede e scienza non si oppongono tra loro, ma scaturiscono ambedue da una volontà divina che rispetta l’uomo nella sua libertà in ordine alla fede e nella sua ragione in ordine alla conoscenza del mondo. Non ci meraviglia pertanto che l’impulso più forte dato alla ripresa delle scienze nel mondo occidentale sia maturato nel contesto di quei luoghi della ricerca di Dio che sono stati i monasteri medievali.

Ce lo ha ribadito il Santo Padre al Collegio dei Bernardini a Parigi: «Il desiderio di Dio, le désir de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola. Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola » . E quanto il Papa afferma a riguardo delle scienze della letteratura e quindi delle scienze umane vale anche, e tutta la storia sta a dimostrarlo, per le scienze della natura, anch’esse nate in forte simbiosi con la ricerca del Dio creatore.

Quanto lontane da questa visione sono le pretestuose parole di quanti, da una parte e dall’altra, vorrebbero scavare un abisso tra fede e ragione, tra esperienza religiosa e itinerario di conoscenza mediante le scienze! Non è questa la posizione autentica della Chiesa, che nella radice della fede trova le motivazioni del rispetto della ragione e delle sue vie. In questa prospettiva ci è dato di cogliere anche nella pagina tratta dal libro della Genesi un prezioso insegnamento. Abele e Caino costituiscono il simbolo dell’emergere della cultura nella storia umana, quando, dalla condizione di predatori, gli uomini passano a farsi allevatori di bestiame e coltivatori del suolo. il primo passo della civiltà, non privo però di insidie, come l’uccisione di Abele per mano di Caino vuole insegnare. Le due forme di civiltà si oppongono infatti tra loro e invece di arricchirsi reciprocamente nella diversità si tramutano in occasione di contrasto e di morte. Dominare il progresso senza ridursi schiavi dei suoi meccanismi perversi, accettare l’altro come una ricchezza per me e non come un pericoloso concorrente, sono prospettive di drammatica attualità in questo inquietante scenario di un’umanità che rischia di perdere la misura di se stessa di fronte alla novità tecnologica e rischia il conflitto delle civiltà nel mondo fattosi sempre più piccolo.

La narrazione della nota pagina genesiaca ci dice ancora altro, nel momento in cui evidenzia come la morte entri per la prima volta nell’umanità quando l’uomo smette di sentirsi responsabile dell’altro, del prendersi cura di lui, come suo custode. La società pacifica non può scaturire dal semplice disporsi l’una accanto all’altra di storie non condivise, anzi volutamente estranee in nome di un’assoluta autonomia. Occorre che si rifaccia strada, nel nostro pensiero anzitutto e poi nei nostri comportamenti, quel farsi carico dell’altro che fonda condivisione di intenti, convergenza di giudizi, corrispondenza di speranze. Anche qui risulta evidente la giustezza di quell’orientamento tipicamente cristiano che unisce verità e carità in una medesima prospettiva, che sconfigge il nichilismo e la dispersione, e cioè la condizione raminga e fuggiasca dell’omicida Caino nella Genesi. Svolta finale della narrazione è quando il colpevole Caino diventa il protetto di Dio, che ne salvaguarda la vita dalla vendetta di sangue, ponendo su di lui il suo segno; non c’è soltanto infatti il versante negativo. C’ è anche il messaggio positivo, per cui non c’è condizione umana che possa comportare un venir meno della sua identità e dignità più profonda, che altre pagine del testo biblico avevano definito essere creato a ‘ immagine’ di Dio, secondo la sua ‘ somiglianza’.

Su questa alterità dell’uomo rispetto al resto del creato, su questo suo connaturale legame con il Creatore si è edificata nei secoli una La statua di Galileo scolpita da Aristodemo Costoli (1803-1871) e incisa da Spagnoli. A sinistra, Giuseppe Betori sapienza umana e cristiana, che nel riconoscere la centralità dell’uomo non lo ha mai opposto al mondo e a Dio, ma lo ha riconosciuto in una dignità personale che lo qualifica in ordine agli itinerari della conoscenza e della libertà. Rispettare i fondamenti di questo umanesimo è garanzia di futuro per l’umanità e via maestra dell’incontro tra fede e ragione, per quanti vogliono essere coerentemente cultori e dell’una e dell’altra, senza opposizioni e senza confusioni. Non era forse questa la grande intuizione di Galileo Galilei, che celebriamo quest’anno nel centenario delle sue scoperte astronomiche, lui che affermava non potersi dare contraddizione tra il libro delle fede e il libro della natura, che avevano il medesimo autore? A dimostrare quanto poco vicino a Galileo sia chi vorrebbe opporlo alla fede, è infatti sufficiente ricordare questa sua parola: « Procedono di pari dal Verbo divino la Sacra Scrittura e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio» .

In questo orizzonte il Concilio Vaticano II invita a collocare l’esercizio della ricerca umana: «La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo I Dio » ( Gaudium et spes. È una frase che nel testo conciliare precede immediatamente il riconoscimento dell’errore compiuto nei riguardi di Galilei: « A questo punto, ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e controversie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro » . Possiamo perciò concludere, ancora con le parole del Concilio: «La cultura, scaturendo dalla natura ragionevole e sociale dell’uomo, ha un incessante bisogno della giusta libertà per svilupparsi e le si deve riconoscere la legittima possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi. A ragione dunque essa esige rispetto e gode di una certa inviolabilità, salvi evidentemente i diritti della persona e della comunità, sia particolare sia universale, entro i limiti del bene comune » .