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Egittologia

scoperta la statua del nonno di Tutankhamon

La statua del nonno di Tutankhamon e’ stata scoperta vicino al tempio di Luxor , da un team di archeologi egiziani, secondo quanto dichiara il ministro della Cultura egiziano, Zahi Hawass. L’opera alta quattro metri, risalente a 3.400 anni fa, ritrae il faraone Amenhotep III, che indossa una doppia corona, decorata con un ureo. Il faraone, secondo gli studiosi sarebbe il nonno del giovane re Tutankhamon, che governo’ l’Egitto nel XIV secolo.

Cleopatra uccisa da un cocktail di droghe

Cleopatra non si suicidò lasciandosi mordere da un’aspide, ma scelse un metodo molto più rapido. E soprattutto indolore: un cocktail di droghe a base di oppio e piante velenose. La tesi è dello storico tedesco Christoph Schaefer, professore all’Università Trier. Cleopatra si suicidò nel 30 avanti Cristo e finora si era sempre detto che avesse scelto il morso di una vipera aspis per farla finita. Ora però Schaefer propone una nuova lettura dei fatti: la morte sarebbe stata provocata da un mix di oppio e piante velenose. Cleopatra avrebbe utilizzato questo sistema per la più banale delle ragioni: la donna, bellissima, voleva mantenere intatta la sua avvenenza anche dopo la morte. Il morso della vipera avrebbe portato invece a una morte lenta e straziante, con segni su tutto il corpo e il volto sfigurato.

Ritrovate 57 antiche tombe

Dodici tombe invece appartengono alla 18esima dinastia che governò l’Egitto durante il secondo millennio aC. Queste ultime mummie sono coperte da lino decorato con testi religiosi del Libro dei morti e con scene di antiche divinità egizie.

Abdel Rahman El-Aydi, capo della missione archeologica che ha fatto la scoperta, ha detto che alcune tombe sono decorate con i testi religiosi antichi perché si credeva che questo aiutasse i defunti ad attraversare il mondo dell’aldilà.

Una delle più antiche tombe è quasi completamente intatta, con tutto il suo corredo funerario e un sarcofago di legno contenente una mummia avvolta in lino.

In 31 tombe, databili intorno al 2030-1840 aC, gli archeologi hanno scoperto scene di antiche divinità egiziane.

Le mummie sono state scoperte a Lahoun, nel Fayoum, a circa 100 chilometri a sud del Cairo.

L’anno scorso, circa 53 altre tombe in pietra, risalenti a vari periodi antichi, erano state ritrovate nella zona.  

Board member Paul Sipos told the New York Post he thought the project was "insensitive," pointing out that "If the Japanese decided to open a cultural center across from Pearl Harbor, that would be insensitive. If the Germans opened a Bach choral society across from Auschwitz even after all these years, that would be an insensitive setting.

"I have absolutely nothing against Islam," he added. "I just think: why there?"

Geller’s group noted that Islamic clerics often make a point of building mosques upon the ruins of other religious sites in order to proclaim its dominance. The Al Aqsa Mosque on the Temple Mount in Jerusalem was one of several examples she cited.

Geller, as well as columnist Rabbi Shmuely Boteach, suggested that the group instead build a Muslim center devoted to "expunging the Koran and all Islamic teachings of the violent jihad that they prescribe, as well as all hateful texts and incitement to violence."

Scoperta una statua tolemaica durante la ricerca della tomba di Cleopatra

Secondo Zahi Hawass, celebre archeologo del Supreme Council of Antiquities, la statua è uno dei più pregiati esempi del periodo tolemaico e, sebbene priva della testa, è attribuibile a Tolomeo IV. Il faraone regnò dal 222 al 205 a.C. ed è raffigurato con lo "shendyt", il tradizionale gonnellino egizio.

La scoperta è stata fatta da una missione internazionale guidata dalla studiosa dominicana Kathleen Martinez, che da cinque anni è alla ricerca della tomba di Cleopatra e Marco Antonio nei pressi di Alessandria. Gli archeologi sono convinti che questa deve trovarsi nell’area del tempio tolemaico di Taposiris Magna, eretto in onore della dea Iside ed ancora in fase di scavo.

Argentina, su una mummia scoperto cancro

Un ospedale argentino è riuscito ad ottenere immagini tridimensionali di tre mummie egiziane dell’età di 3 mila anni, con una tecnica che permette di vedere all’interno dei corpi con immagini tridimensionali. E in uno di questi è stato scoperto un cancro al midollo. «Siamo riusciti – precisa Fernando Abramon dell’ospedale Luis Abete di Buenos Aires – a vedere cosa c’è all’interno dei sarcofagi, gli abiti e le fasce delle mummie, in quale posizione si trovano i corpi, se avevano malattie, fratture, tagli, quali oggetti usavano». In particolare, una delle tre mummie, Tadimentet, la donna, sarebbe morta per un mieloma multiplo, un tipo di cancro al midollo osseo. Si tratta di un dato molto importante perché indica che questa malattia, che uccide 10 mila persone l’anno solo negli Stati Uniti, era presente da almeno tremila anni. Le tre mummie sono esibite nei loro rispettivi sarcofagi dal 1888 nel Museo di scienze naturali di La Plata, dove furono portate dal’Egitto.

Gli scarabei dell'Antico Egitto 'trovano casa' a Parma

infatti, saranno esposti al Museo Archeologico Nazionale della citta’ emiliana grazie all’acquisizione da parte della Fondazione Cariparma. Acquisita la Collezione, gli scarabei sono stati affidati all’Istituzione pubblica parmense in comodato ventennale, tacitamente rinnovabile. Affidando al Museo la Collezione, la Fondazione si e’ impegnata anche a garantirne la migliore fruibilita’ da parte del pubblico, specializzato e non.

I reperti sono stati inseriti nel percorso egizio del Museo parmense. Per accogliere al meglio in nuovi ‘ospiti’ lo spazio espositivo e’ stato completato con l’installazione di un totem con navigazione digitale a touchscreen. Qui la documentazione grafica e fotografica e un ampio apparato didascalico consentono di usufruire di diverse chiavi di lettura degli scarabei e dell’intera sezione egizia. Sono stati inseriti diversi percorsi con differenti livelli di approfondimento: uno molto tecnico che riporta integralmente il testo del catalogo della collezione Magnarini, uno piu’ divulgativo che offre diverse chiavi di lettura della collezione di scarabei e della sezione egizia ed uno decisamente didattico studiato appositamente per le classi elementari che frequentano assiduamente la Sezione Egizia.

Archeologo in Egitto

Un mese sotto un sole battente, alle temperature più alte del pianeta. Destinazione Aswan: niente spiaggia né mare, solo deserto, sabbia e rocce. Una tortura? Tutt’altro, un’esperienza unica: perché su quei lastroni millenari, che
emergono dalla polvere come in un’eruzione di pietra, è stato possibile studiare le incisioni del IV-II millennio prima dell’anno Zero.

A vestire i panni dell’archeologo uno studente ravennate, Alberto Urcia, 28 anni, iscritto alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, di ritorno dalla missione di scavo in Egitto guidata dal professore Alberto Curci. Trentuno giorni per sperimentare una strumentazione tecnologica recentemente acquistata dall’ateneo bolognese e mai utilizzata prima nello studio dell’arte rupestre. Questo il compito affidato a Urcia, studente al corso magistrale del polo ravennate: "Non è stato un semplice viaggio didattico – racconta rivivendo l’esperienza conclusa martedì scorso – ma un lavoro da professionisti".

Tanto che, a far compagnia al neo archeologo ravennate, si sono aggiunte anche prestigiose università e istituzioni internazionali, come Yale, Mainz, l’Oriental Institute di Chicago, il Trinity College di Dublino e il British Museum. Da tutto il mondo, con il patrocinio dell’Unesco, per affrontare il mestiere "sul campo" ed addentrarsi fra i resti della necropoli in cui si suppone siano costoditi indizi nevralgici sul rapporto tra antichi egizi e nubiani. Una missione non proprio insidiosa come quella stile "predatori dell’arca perduta", ma condizionata da severi controlli.

"Abbiamo operato in un cosiddetto ‘scavo d’emergenza’ – precisa Urcia – non potevamo fare un passo senza scorta ed eravamo costantemente monitorati da un ispettore della soprintendenza". Poi i ritmi rigorosi, quasi marziali: "Sveglia alle 5 di mattina, per essere sugli scavi alle 6". Inevitabili le pause: "Dopo diverse ore sotto il sole dovevamo staccare per via del caldo. Poi si riprendeva e, in alcuni casi, andavamo avanti fino a tarda serata".

Tra le rocce della regione di Aswan, nello scavo di Nag El-Qarmila, Urcia ha sfruttato le potenzialità dell’ultimo gioiellino voluto dall’università di Bologna, l’Image Station: una stazione laser motorizzata in grado di rilevare, con una raffinatissima
ricostruzione tridimensionale, sia le immagini delle incisioni rupestri, sia il contesto, ovvero le montagne che si trovano nella zona. Tecnologia al servizio del lavoro fisico di scavo, nel quale erano impegnati altri due studenti di Bologna e i numerosi colleghi provenienti delle altre università internazionali.

Stessi studi, stessa professione, ma paesi diversi: inevitabile il confronto. "In fatto di preparazione, spiega Urcia, non abbiamo rivali". Ma è sul versante dei finanziamenti che l’Italia ha il fiato corto: "All’estero c’è interesse a investire sui giovani, e chi viene reclutato per questi progetti è quasi sempre retribuito". Poi la mazzata occupazione e le difficoltà di chi si laurea nel settore dei beni culturali: "E’ molto difficile smarcarsi dal limbo dell’università – ammette –. Ma non ho dubbi, la mia intenzione è rimanere in questo settore e lavorare per università, ministero o strutture private". Un consiglio su tutti: "Rimboccarsi le maniche e crederci, i successi non piovono dal cielo".

Antico Egitto, scoperta colossale statua del dio Thot

Nelle vicinanze del tempio funerario di Amenhotep III e’ tornata alla luce, durante una missione di scavo, una grande statua di Thot in forma di babbuino, spezzata in quattro parti. L’annuncio del ritrovamento e’ stato dato dal Consiglio superiore delle antichita’ egiziane. Il colosso di Thot era alto oltre 4metri. Nello stesso sito funerario gli archeologi hanno scoperto una statua del faraone Amenhotep III in granito rosso, spezzata in due parti. Secondo i primi studi, le due statue furono realizzate 3.400 anni fa e per gli archeologi la raffigurazione di Thot fu fatta erigere dallo stesso faraone. Thot e’ la divinita’ egizia della luna, sapienza, scrittura, magia, misura del tempo, matematica e geometria.

I bulldozer sul Viale delle 1.350 Sfingi

GERUSALEMME — Una mattina, racconta la gente del posto, si son svegliati e han trovato l’invasor. Il bulldozer. «Ve ne dovete andare». Le 800 famiglie di El Nozha e di tutte le stradine che vanno verso l’aeroporto di Luxor hanno provato a dire no. «Abitiamo qui da una vita». Il bulldozer non ha sentito ragioni. E ha cominciato a demolire. E se qualcuno aveva da ridire, arrivava una squadra d’avvocati del governatore: «Quanto volete per la vostra casa?». E se qualcuno diceva «niente», arrivava il taglio dell’acqua. E se nemmeno quello bastava, arrivava il taglio della luce. Alla fine, e ci sono voluti tre anni, le case sono state spianate. Le famiglie, trasferite in nuove abitazioni. Sono arrivate sei squadre di trenta archeologi ciascuna. E negli ultimi mesi della presidenza Mubarak è cominciata una delle più grandi, ambiziose, discusse campagne di scavi mai vista in Egitto: l’operazione Viale delle Sfingi.

È il Faraone che regna al Cairo da quasi trent’anni, ormai sul viale del tramonto, a volere questo Viale. A tutti i costi. È lungo quasi tre chilometri, largo quasi 80 metri. Un forziere nascosto. Era l’avenue delle processioni sacerdotali, la più imponente mai lasciata da una civiltà sepolta, e collegava i templi di Karnak e dell’antica Tebe: una parata di 1.350 sfingi, scolpite tremila anni fa, e che almeno una volta l’anno veniva percorsa per i riti sacrificali. S’è sempre saputo che il Viale ci fosse, sotterrato da millenni di fango del Nilo, di tempeste del deserto, di battaglie, di case e di strade. Ora, eccolo qui: con tempi che nemmeno Indiana Jones si sognava, 650 sfingi sono state già dissepolte e in parte restaurate. Tra qualche mese, verranno mostrate al pubblico e «ridaranno dignità e gloria a Luxor — promette Zahi Awass, capo del Consiglio supremo delle antichità —: diventeranno una delle grandi attrazioni d’Egitto». Non c’è sfinge senza enigma, però. E i mugugni locali, per quei bulldozer così rapidi a sfrattare e a spianare, sono diventati i dubbi della comunità archeologica mondiale.

Che ora accusa Awass — grande protetto della famiglia Mubarak, signore e padrone d’ogni scavo egizio — d’esserci andato un po’ troppo pesante: «Tutta l’intera faccenda è una disgrazia — confida al londinese Times uno studioso americano, dichiaratamente anonimo per paura di giocarsi l’amicizia di Awass e ogni futura ricerca —. I lavori sono stati condotti in gran fretta, per soddisfare gl’interessi del turismo. Pur di scavare, sono stati distrutti molti antichi fabbricati di grande interesse storico. Hanno ucciso l’anima di quei luoghi». Nel mirino c’è pure Farouk Hosni, il ministro della Cultura, ex candidato alla direzione dell’Unesco e bruciato qualche mese fa per le sue sortite antisemitiche. Proprio l’Unesco ha da ridire: «È inconcepibile — recita un comunicato — che un’area così enormemente estesa sia stata scavata in modo tanto estremo e campionata in un periodo di tempo tanto breve. È chiaro che sono stati usati mezzi molto pesanti, come rivelano il livellamento del suolo e i segni su alcuni blocchi di pietra». Scavi & ricavi. Le pietre fanno cassa e a Luxor non nascondono di volerle far fruttare, con la nascita d’un Parco dei Faraoni e di nuovi villaggi turistici. A Giza sta sorgendo il grande museo delle piramidi e in ballo ci sono trasferimenti d’opere dal valore incalcolabile. La si butta in politica: non è un caso, osservano fonti diplomatiche del Cairo, che il professor Awass venga attaccato proprio ora dalle superpotenze archeologiche e dall’Onu, poiché è l’uomo che da qualche anno ha scatenato la guerra a grandi musei come il British, per riavere opere come la Stele di Rosetta («È l’icona della nostra identità, però il 95 per cento degli egiziani non l’ha mai vista…»). Nella sostanza, si replica alle accuse: ogni ritrovamento è stato rispettato e studiato con attenzione, compresi i resti d’una bottega d’epoca romana e l’iscrizione su una tavoletta, «Cleopatra», che addirittura proverebbe una visita della regina (e del suo bell’Antonio) al Viale delle Sfingi. A proposito di nasi: «Sarà una nuova meraviglia del mondo — fiuta l’affare Awass —: la rivincita di un Paese che sta scavando le sue radici».