Category Archives: Opinioni

Opinioni

GRECIA E ISRAELE IN UN ERA DI AMICIZIA E COOPERAZIONE

dei Balcani e le regioni del Medio Oriente. Il movimento ebreo sionista che è stato creato nel 19 ° secolo da Theodore Herzl aveva caratteristiche molto simili al movimento irredentista greca del "grande idea." Entrambe le nazioni hanno trionfato come diaspora. Entrambi i gruppi etnici sono stati occupati dagli ottomani ma ancora riuscita a influenzare l’economia dell’Impero Ottomano. Entrambi i paesi sono democrazie di tipo occidentale, alleato degli Stati Uniti e si trova all’interno di una regione geostrategica cruciale. 

Dalla formazione dello stato di Israele nel 1948 fino al 1991, gli stabilimenti greci politico e sociale percepita Israele come un antagonista principale nella regione del Mediterraneo orientale. Atene seguita una posizione più filo-arabo che riflette la forte dipendenza Grecia aveva su di petrolio greggio dai paesi arabi. Nel 1970 questi Stati arabi ha imposto un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e l’Europa occidentale al fine di limitare la loro presa di posizione pro-israeliana. 

Relazioni diplomatiche greco-israeliane sono state stagnanti per quasi 45 anni. Pro liberazione della Palestina (OLP), primo ministro socialista Andreas Papandreou visto Israele come una pedina americana che soppresse l’autodeterminazione del popolo palestinese. Sotto il governo Papandreou l’OLP ampiamente agito sul territorio greco.Per esempio, il 7 luglio 1982, un diplomatico giordano è stato assassinato ed un altro gravemente ferito ad Atene. Il famigerato terrorista Abu Nidal e la sua organizzazione brutale trovato un rifugio sicuro. Organizzazione Nidal assassinato Attaché culturale e rappresentante del British Council Kenneth Whitty su una strada ad Atene il 28 marzo 1984. 

Il primo vento di cambiamento significativo è venuto nel 1995, a causa di diversi fattori significativi. In primo luogo, la Grecia ha cercato di aumentare il suo potere diplomatico deterrente nei confronti della Turchia. Un altro era la morte di Papandreou nel giugno 1996. Il miglioramento e l’espansione delle relazioni USA-greco sotto il primo ministro socialista Kostas Simitis ha incoraggiato uno spostamento verso Israele. Sviluppi del processo di pace in Medio Oriente – come israeliani e Olp dialogo – anche assistito riavvicinamento greco con Israele. Nel settembre 1998, l’allora ministro della Difesa israeliano Yitzhak Mordechai ha negato una richiesta dalla Turchia che Israele assistere le forze armate turche in caso di conflitto con la Grecia. Mordechai i commenti che "turco-israeliana cooperazione non è contro qualsiasi altro paese", ha incoraggiato la Grecia per migliorare le sue relazioni economiche con Israele. 

Miglioramento delle relazioni tra la Grecia e Israele, ha determinato un sostanziale aumento del commercio in tutto il 1990. Nel 2004, Israele stava importando 242 milioni dollari vale la pena di prodotti dalla Grecia, con 142 milioni dollari andando nella direzione opposta. Molti israeliani hanno scelto di visitare la Grecia per le vacanze estive. L’allora presidente israeliano Moshe Katzav ha dichiarato Grecia un importante partner economico e un gateway per i Balcani. Il miglioramento dei rapporti anche portato a Israele il riconoscimento della Zona economica esclusiva (ZEE) della Grecia e di Cipro. 

Attualmente, la marina israeliana sta sviluppando piani strategici per proteggere la propria ZEE, sede di due giacimenti di gas di grandi dimensioni. Il campo Leviatano si trova a 80 miglia al largo di Haifa e contiene 16.000 miliardi di metri cubi di gas. L’altro campo – conosciuto come Tamar – si trova a 30 miglia a nord di Leviathan e contiene otto e mezzo di miliardi di metri cubi di gas. Entrambi i campi sono situati vicino al confine della ZEE greco e cipriota. Di conseguenza, l’IDF sta espandendo il 7.000 persone marina, la più piccola delle forze armate del paese. La priorità è andato ad acquistare altri tre sottomarini classe Dolphin dalla Germania. 

Inoltre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu vuole migliorare le relazioni con la Grecia al fine di controbilanciare l’espansione dell’influenza regionale della Turchia.Sul versante greco del primo ministro socialista George Papandreou si propone di aiutare la mediazione negli accordi di pace tra Israele ei suoi vicini di migliorare la sua immagine come un negoziatore assertiva pace regionale. Inoltre, Papandreou vuole attirare gli investimenti israeliani per compensare Atene ‘gravi problemi economici a partire dal 2010, entrambi primi ministri si sono scambiati le visite di stato per migliorare ulteriormente le relazioni greco-israeliano. Per la leadership israeliana buoni rapporti diplomatici con la Grecia offre una maggiore profondità strategica in materia di giacimenti di gas e di esplorazione ZEE. In qualità di membro dell’Unione europea (UE), la Grecia potrebbe anche contribuire a migliorare Israele le relazioni diplomatiche, economiche e commerciali con il resto d’Europa. Su questioni militari dell’IDF avranno l’opportunità di addestrare le forze armate greche in tattiche di guerra simmetrica e asimmetrica e vari metodi di controspionaggio e di controterrorismo. 

Cooperazione militare con Israele può anche portare a benefici tangibili per l’economia greca e le industrie civili. Con l’adozione di tattiche di difesa israeliane e l’acquisto di materiale, le forze armate greche può anche migliorare il loro status all’interno della NATO. Per esempio, la Grecia avrà la possibilità di acquistare diversi sistemi missilistici e le capacità di sicurezza interna. Inoltre, l’industria della difesa israeliano possibile aggiornare e modernizzare i sistemi di difesa greca invecchiamento. 

Va anche notato che decenni di Grecia diplomaticamente freddo sulle spalle di Israele non ha sconfitto l’affinità culturale tra i greci e israeliani, un fattore chiave che è costantemente sottovalutato nelle discussioni sulle relazioni bilaterali greco-israeliano.Senza dubbio le relazioni diplomatiche greco-israeliani stanno entrando in un nuovo periodo. Fattori interni e internazionali influenzeranno la nuova era di comprensione e di amicizia tra queste due nazioni vecchie e orgoglioso. 

Vassilios Damiras e’ membro del consiglio d’Amminsrazione della Voice of the Copts.

Nessun rappresentante del regime nelle Nostre Chiese….

Colgo l’occasione per inviare la seguente missiva con l’avvicinarsi del Natale della Chiesa Copta Ortodossa il prossimo 7 gennaio, 2011 e dopo
gli attacchi sanguinosi della notte di Capodanno nella Chiesa dei Santi
in Alessandria, e a meno di un anno dal massacro di altri giovani Cristiani mentre lasciavano la loro Chiesa dopo la messa della nella notte del Natale Copto a Nagh Hammadi.

Siamo stufi e stanchi della vostra ipocrisia, e più che mai quest’anno non
accettiamo nessun rappresentanza del regime fascista che voi rappresentate in Italia e nel mondo.

Le feste Natalizie sono sacre, in esse i cristiani ricordano la nascita
di un Dio d’amore e pace che il vostro regime rifiuta. Un regime che crede solo nell’odio e nella violenza. Siamo stanchi di tutto questo sangue versato, persone innocenti morte senza alcuna ragione.

Noi Copti seguiamo l’insegnamento insegnatoci dal Nostro Dio di amare e benedire anche chi ci odia ed uccide i nostri cari. Quest’anno però e’ diverso, vogliamo pregare in pace ricordando i nostri cari.

E’ per questo motivo, che chiedo a tutti i diplomatici e politici egiziani di
annullare questa visita annuale di "facciata", perché non siete graditi.

Per anni, infatti, il regime Egiziano ha utilizzato questo Santo giorno per
dimostrare all’Occidente di voler promuovere il pluralismo religioso ma soprattutto ha voluto dimostrare che l’Egitto è un paese democratico, dove il rispetto religioso e’ garantito.

La verità è una e sola. Il regime del Cairo e’ il leader nell’esportare terrorismo e violenza in tutto il mondo, basta leggere i nomi dei capi di varie organizzazioni terroristiche nel mondo, oppure chi conduce azione di morte.

I copti sono e saranno in Egitto perché l’Egitto e la loro terra da sempre, le parole del Presidente Mubarak, udite  varie volte, che egli è il presidente
dei Cristiani e dei Musulmani non ci incantano più. La propaganda del regime che sottolinea come la popolazione Copta goda di diritti e che non esistono problemi settari in Egitto sono risultati del tutto pantomima.

Negli ultimi dieci anni i massacri dei Copti colmano decine di
pagine. Ultimante, nel cortile di una Chiesa in costruzione, la polizia
nazista del regime ha sparato sulla folla uccidendo tre persone e ferendo
decine di persone, colpevoli solamente di voler costruire una chiesa!

Fa scalpore l’ultima dichiarazione dell’Azhar, la massima autorità religiosa nel Cairo, che afferma come la legge autorizza più facilmente la costruzione delle Chiese, ed è invece più severa nei riguardi della costruzione delle Moschee!!!! Od anche l’ultima dichiarazione che sottolinea come i Musulmani non godano dei diritti nei paesi occidentali!

Tale dichiarazione in primo luogo e’ priva di ogni fondamento, allo stesso
modo i Musulmani in occidente sono immigranti quanto i Copti vivono nella loro terra Natale da sempre e devono avere il diritto di costruire le loro Chiese, senza correre il rischio di essere arrestati perché pregano dentro le loro case senza autorizzazione come accade spesso.

Credo sia giunta l’ora che il mondo occidentale metta da parte l’interesse
politico economico verso l’Egitto, un paese fascista, e si impegni a
salvaguardare oltre 15 milioni di vite umane da un futuro genocidio.

Inoltre chiediamo alla comunità internazionale di intervenire giuridicamente
per portare a giudizio non solo chi ha eseguito la strage della
vigilia del nuovo anno ma anche i loro mandanti. Chiediamo poi di non dimenticare ma soprattutto di continuare ad investigare sul massacro del Natale Copto dell’anno scorso che il regime di Mubarak sta insabbiando.

L’Egitto e’ diventato un paese pericoloso per tutti i cittadini occidentali,
come anche per coloro che hanno deciso di investire capitali e risorse.

Chiediamo una condanna forte contro il regime accompagnata da sanzioni se necessario.

Ma sul futuro il Colonnello ha ragione

Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione.

Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.

La popolazione africana «nera» cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani «neri» ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani – che sono quindi il 30 per cento del totale – e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni.

Questi sono i dati difficili da digerire – specie se vengono raccontati con semplici allusioni da parte di qualcuno che usa un tono che comunque a noi sembra stravagante o addirittura sprezzante, se l’oratore è offensivo con le donne e arrogante con la nostra religione – ma vanno digeriti. In confronto a noi gli africani «neri» sono mediamente poverissimi, vivono in una realtà in cui spesso è presente la guerra, sono assillati dall’Aids, in buona parte soffrono la fame, hanno un reddito per abitante (per quello che può valere questa misura) stimato attorno agli 800 – 1500 dollari contro i 30-40 mila dollari degli europei. Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso.

L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle «invasioni barbariche» che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo.

Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa.

L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto.

La strage dei copti la notte di Natale

I copti egiziani hanno digiunato per quaranta giorni sino a oggi. Ieri, 6 gennaio 2010, si sono recati in chiesa per la preghiera che conclude il periodo di digiuno e avvia i festeggiamenti del Natale copto. Quegli egiziani, nostri compatrioti, si sono recati a pregare nella chiesa di Naga Hammadi, un villaggio a circa 700 chilometri a sud del Cairo. Dopo la preghiera si apprestavano a lasciare la chiesa per rientrare nelle loro case per consumare per la prima volta dopo sei settimane un pasto contenente della carne. Ma invece di trovare dei fratelli musulmani ad augurare loro buon Natale, hanno trovato altri egiziani come loro ad aprire il fuoco contro di loro ed uccidere otto loro connazionali! Invece di fare gli auguri, hanno ucciso! Invece di raggiungere le loro case per consumare il primo pasto dopo il digiuno sono stati spediti all’altro mondo cosparsi di sangue … solo perché "cristiani". La verità è che né l’uccisore né gli uccisori sono i soli ad avere premuto il grilletto delle armi che hanno ucciso otto nostri fratelli copti. Di fatto hanno partecipato a questo delitto ripugnante e atroce tutti quei religiosi islamici che hanno predicato, diffuso o scritto sui copti che i copti sono dei dhimmi, appartenenti a una categoria inferiore rispetto ai musulmani della loro stessa patria. Ma perché mai uso il termine "patria" (watan) quando quelle persone non conoscono il significato del termine patria?! Costoro parlano solo di un’entità gelatinosa e immaginaria che si chiama umma! Tra costoro c’è il membro del Consiglio superiore per gli affari islamici che settimane fa ha pubblicato un libro pieno di veleno e discriminazione da potere generare migliaia di persone disposte a uccidere i copti. Ciononostante il nostro stato continua a dargli ampio spazio sui principali giornali egiziani di modo che il suo veleno possa raggiungere il maggior numero possibile di egiziani. Ha partecipato alla strage della notte di Natale a Naga Hammadi ogni persona che in seno al nostro debole stato ha consentito ai religiosi di influenzare l’opinione pubblica in ogni discorso che pronunciano in luoghi che non hanno alcun rapporto con la religione. Se solo quelle voci venissero messe a tacere e fossero costrette a lasciare le questioni che non riguardano la religione agli esperti, ai medici, agli ingegneri, agli studiosi, ai professori di diritto, di psicologia e sociologia … i nostri fratelli che sono stati uccisi la notte scorsa sarebbero ancora vivi perché la mente di chi li ha uccisi non sarebbe stata ricolma di veleno né le loro anime sarebbero state deviate da discorsi degni degli uomini del Medioevo, discorsi che non hanno alcuna attinenza con il sapere, con la rinascita intellettuale che abbiamo vissuto agli inizi del Novecento. Ha partecipato a quell’atroce delitto anche chi ha permesso che nella nostra società si perpetuasse per decenni la farsa dei tribunali che condannano di apostasia facendoci ritornare al medioevo. Ha partecipato al delitto di ieri anche chi non si è mostrato determinato a porre fine a questioni di poca importanza come la legge sugli interessi bancari, la donazione degli organi e il richiamo unico alla preghiera … poiché gli esperti di scienze dell’amministrazione conoscono bene gli effetti disastrosi della diffusione di certi sentimenti in qualsiasi ordinamento, associazione, società che è governata da persone tutt’altro che serie, tutt’altro che determinate. Ha partecipato all’atroce delitto della notte di Natale quella guida della massima istituzione religiosa egiziana quando ha dibattuto della virtù del bere l’orina del Profeta, quando un suo collega ha parlato della liceità di sposare una bambina di nove anni, quando un altro suo collega ha parlato dell’allattamento di un adulto da parte di una donna affinché possano condividere lo stesso ufficio. Ha partecipato alla strage chi ha deciso di pubblicare relazioni redatte da quei ciarlatani e che meritavano di essere messe a tacere. Se ci fosse stata una sola persona che avesse detto che alle istituzioni religiose non spetta decidere degli interessi bancari, della donazione degli organi e che ai religiosi spetta di deliberare solo sulle questioni religiose allora non saremmo arrivati a questo punto! Ha partecipato alla strage chi è rimasto indifferente al rapporto del dottor Gamal al-‘Utayfi, pubblicato 35 anni fa, sull’attacco ai copti di Damietta.

Ha partecipato al delitto ogni scrittore, ogni giornalista che ha minimizzato l’atrocità, la viltà di decine di eventi simili a quello di Naga Hammadi, descrivendoli semplicemente come "casi isolati". Ha partecipato a questo delitto chi ha costretto i copti in decine di occasioni come quella della notte di Natale a una pace formale e a mentire spudoratamente davanti alle telecamere. I fatti di Naga Hammadi sono il risultato naturale di una pessima gestione che fa che sì che questa strage non sarà l’ultima del genere poiché tutto ciò potrà essere fermato solo con misure ferme nei confronti dei nemici dei nostri fratelli e compatrioti egiziani. Sì, perché loro non sono certo nostri prigionieri a partire dalla conquista islamica dell’Egitto! Bisogna agire, bisogna sanare la situazione e l’amministrazione deve mostrarsi determinata e mettersi al servizio di quel che tutti noi chiamiamo Egitto.

I mille volti di Gheddafi: tutto in nome degli affari

La prima fu, quando, erano i primi anni Settanta, un gruppo di mercenari britannici assoldati dal Principe Nero el Senussi (membro della deposta famiglia reale libica), fu intercettato e bloccato grazie a noi mentre stava per sbarcare in Libia e sorprendere il colonnello Muhammar al Qaddafi (per noi italiani: Gheddafi). La seconda, è noto, fu quando, era il giugno 1980, lo avvisammo dell’agguato aereo che avrebbe provocato poi la tragedia del Dc9 di Ustica.

Oddio, già allora la Libia ci forniva petrolio e altri combustibili, ma era pur vero che Gheddafi, appena salito al potere, aveva cacciato, e derubato fino all’ultimo soldo, i nostri coloni in Libia ed era vero che i killer libici, molti con il passaporto diplomatico, colpivano anche a Roma i rivali politici del colonnello. Colonnello indicato come terrorista dopo gli attentati di Berlino e di Lockerbie. Ma ormai perdonato è tornato nel gotha dei Capi di Stato rispettabili.

Dimenticate le unioni infruttuose con altri Paesi arabi (Egitto, Tunisia…) per dar vita a fantomatiche federazioni. Dimenticati gli appoggi ai guerriglieri del Ciad. Dimenticato persino che il famoso risarcimento per il nostro colonialismo noi lo avevamo già pagato sotto forma di un ospedale.

Prima che il nostro governo gliene riconoscesse un altro sotto forma di un’autostrada da tre miliardi di euro che dovrà percorrere la via che va dal confine tunisino a quello egiziano, via che fu chiamata Balbia, dal nome di chi la fece costruire, Italo Balbo.

Oggi Muhammar Gheddafi è grande amico del nostro Silvio Berlusconi, è suo potente socio in affari (dopo esserlo già stato anche di Giovanni Agnelli). Come socio di Unicredit, Eni e persino ancora della Juventus. Del nostro ospite sappiamo che ama soggiornare sotto una tenda extralusso che ricorda solo nella forma le tende beduine, che è protetto da un corpo di amazzoni guardie del corpo. Che ama farsi circondare da belle ragazze italiane assunte l’anno scorso e, pare, anche quest’anno, a decine.

Nessuno di quelli che lo incontreranno, invece, gli chiederà che fine facciano i profughi di mezzo mondo africano che noi respingiamo e lui sistema in lager nel deserto. Lui, il grande leader arabo-africano, l’uomo nuovo dell’Unione Africana, che condanna alla fame, alla sete, alla galera tanti poveri africani provenienti dal suo stesso continente.

Del resto la stessa Inghilterra non si è accontentata di un risarcimento (miliardario peraltro, di Lockerbie?). Pecunia non olet, diceva l’imperatore Vespasiano.

Di lui i giornali sottolineano la stravaganza del vestire, molto meno il fatto che la Libia viva sul petrolio e gas naturale senza sostanzialmente pensare al futuro. La Grande Jamahiria Popolare (è parte del nome ufficiale della Libia), vive sul lavoro di oltre un milione e mezzo di immigrati. La sua struttura statale è, a ben guardare, una struttura fragile e parassitaria. Chissà, il giorno che il colonnello, nato nel 1942, non ci sarà più come se la caverà il suo erede designato che dovrebbe essere il figlio Sajf al Islam (spada dell’Islam)? Ma al momento il lunapark italiano accende le sue luci.

Il colonnello dittatore è pronto per ricevere la sua apoteosi, i baciamani magari di qualcuno. I suoi cavalli galopperanno con quelli dei carabinieri. Cosa si fa in nome dell’ospitalità, degli affari, del petrolio.

Il regno del faraone al tramonto, così sarà l’Egitto dopo Mubarak

Fine della pace con Israele? Probabilmente nulla di tutto questo per almeno sei ragioni.
1.Hosni Mubarak, 83enne, provato dalla malattia, dall’età e dal lungo uso del potere non è ancora fuori gioco. L’incontro, domenica scorsa, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Cairo lo dimostra. Il caso di Fidel Castro prova del resto che le previsioni sulla longevità dei politici possono rivelarsi sbagliate.
2.Il potere in Egitto, tranne la parentesi vagamente democratica britannica, si è sempre mostrato stabile. Domina un popolo infinitamente paziente e da secoli abituato a obbedire a un’autorità statale piramidale in cui il «Faraone» è il simbolo, custode ma non il responsabile della sua legittimità.
3.L’Egitto, al contrario di tutti gli altri Paesi ex impero ottomano, è il solo a non avere problemi di identità e di minoranze con aspirazioni politiche. Non è un Paese arabo anche se arabe sono la sua lingua e la sua cultura. Basta parlare con un tassista che trasporta sauditi o siriani per rendersi conto di cosa il popolo pensi degli arabi, palestinesi inclusi.
4.L’islam egiziano è sunnita, non sciita. Teme la potenza emergente degli sciiti sotto la guida rivoluzionaria e espansionista dell’Iran. Quanto la preoccupazione dell’Iran sia reale lo ha recentemente dimostrato Mubarak stesso in una delle rare interviste concesse alla televisione israeliana. «Mai (mi accoderò) con l’Iran perché vuole cambiare l’Egitto dal di dentro».
5.L’Egitto è sempre stato sottoposto al controllo di militari delegati dal potere ottomano. Sfruttando lontananza e gli intrighi politici di Costantinopoli essi si sono resi indipendenti dalla Sublime Porta. Come i mammelucchi sconfitti da Napoleone o i khedive (vicerè) discendenti dal generale albanese Mohammed Ali, modernizzatore dell’Egitto nel XIX secolo. Uno degli aspetti significativi della rivolta degli «Ufficiali liberi» nel 1952 fu l’aver creato il regime militare indigeno nasseriano, nazionalista tutt’ora al potere.
6.Sarà la dirigenza di questo regime a determinare la successione di Mubarak come determinò quella di Gamal Abdel Nasser nel 1969 con Anwar El Sadat e quella di Sadat con Mubarak nel 1983. È un regime autoritario che non domina soltanto con la forza. Estende il suo controllo su tutti i settori dell’economia nazionalizzata e su una classe imprenditoriale (in parte costituita da ex militari), legata da reti di interessi e matrimoni, che alla stabilità del regime, alla continuazione della pace fredda con Israele e agli aiuti americani, collegati a essa, tiene molto.
La successione a Mubarak sia essa avvenga attraverso le elezioni previste per il prossimo anno (alle quali Mubarak ha rinunciato a presentare per la nona volta la sua candidatura), sia essa avvenga in anticipo per incapacità del presidente, sarà decisa all’interno del Palazzo, non fuori di esso. A emergere come nuovo Faraone potrebbe essere un militare (il generale Omar Suleiman 74 anni non molto in salute) o un civile (si specula sul figlio del presidente, il quarantenne Gamal Mubarak (nella foto piccola tonda) oppure una combinazione di personalità appartenenti ai due settori.

Improbabile appare la scelta di un candidato «esterno» all’establishment, come Mohammed El Baradei, ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche se la sua Aiea ha vinto il premio Nobel, e lui è popolare fra gli studenti e gli intellettuali, non è un militare; l’appoggio dei Fratelli musulmani potrebbe essergli di intralcio più che di aiuto.
Sospetto agli americani, inviso a Israele, compromesso con l’Iran, il bisogno dell’establishment di neutralizzarlo potrebbe tuttavia favorire l’emergere di un sconosciuto candidato. Fu il caso di Sadat, considerato da tutti il più innocuo, temporaneo, fra i possibili successori di Nasser. Fu lui, invece, a rompere l’alleanza militare e la dipendenza dalla Russia sovietica in favore di quella americana; a lanciare la prima guerra che piegò Israele e fare una pace con lui mettendo fine alla politica panaraba dell’Egitto, salvando l’economia del Paese dalla bancarotta e mutando il corso degli eventi in medio oriente.

Non solo taleban, l'altro Islam dei Sufi

L’impressione che i lettori occidentali si fanno dai resoconti dei media sulla regione fissata nell’acronimo Af-Pak, Afghanistan e Pakistan, è di una terra abitata da feroci estremisti islamici. Invece la regione dell’Asia centro-meridionale è la culla del sufismo, il misticismo islamico. Dal leggendario Jalal ad Din Rumi a Khawaja Moinuddin Chishti Ajmeri molti sufi provengono dall’antico Khorasan, che comprendeva parte dell’attuale Afghanistan, dell’Iran e del Pakistan. Il sostegno dei sufi è stato spesso cruciale per il dominio musulmano. Ancora in tempi recenti, la famiglia Gillani, (emigrata da Baghdad) è stata in Afghanistan la colonna del potere dell’ex re Zair Shah. La famiglia Gillani, insieme con Sibgatullah Mujadedi (discendente dei sufi indiani Mujadid aft-e-Thani) è stata il motore principale della rivolta dei mujaheddin contro i sovietici.

Entrambe le famiglie sufi sono oggi tra i principali sostenitori del governo Karzai. L’affermazione di Al Qaeda e dei taleban ha tuttavia cambiato l’intero equilibrio della regione. Il Sud e il Nord Waziristan, che erano stati la terra di celebri santi sufi, come il leggendario avversario dei colonialisti britannici, Faqir Ipi, che apparteneva alla scuola Qadri, sono diventati le roccaforti da dove l’Islam salafita ordina la distruzione dei santuari, proibisce la musica e la danza che invece sono parte integrante della tradizione sufi. Guerriglieri sono inviati dal Nord Waziristan nella valle dello Swat e in altre zone tribali per distruggere i santuari e uccidere i sufi. Esattamente come è accaduto in Iraq. Non vengono risparmiati nemmeno i santuari che la devozione popolare attribuisce ai discendenti del Profeta.

Da almeno mille anni i musulmani combattono contro vari conquistatori stranieri ma il tipo di resistenza opposto dai talebani e Al Qaeda è per molti aspetti una novità lontana dalla tradizione. Giovedì scorso un doppio attentato al santuario di Syed Ali Hajaveri (Noto come Data Ganjbakhsh, "colui che distribuisce i tesori"), a Lahore, ha ucciso 42 persone e ne ha ferite 70. Nato alla fine del X secolo a Ghazni, nell’odierno Afghanistan, Hajaveri è rispettato anche da chi non segue il sentiero dei sufi. Quando un altro celebre sufi, Seyed Moinuddin Chisthi Ajmeri visitò il suo santuario, disse una frase ancora oggi familiare a tutti i pakistani: «Ganjbakhsh è per il popolo la manifestazione della Luce di Dio. Una guida perfetta per gli imperfetti e una guida per i perfetti». Muhammad Umar, portavoce dei taleban ha condannato l’attacco e ha negato che il suo gruppo sia coinvolto nell’attacco.

In Pakistan Mustafa Ansari è un nome celebre, sia nel mondo degli affari sia in quello della spiritualità sufi. È il nipote del famoso studioso musulmano Maulana Alim Siddiqui e il figlio di Fazulur Rahman Ansari. Mustafa Ansari continua oggi la tradizione sufi di suo padre e di suo nonno. È affiliato a quattro scuole sufi: Qadri, Naqshbandi, Suhrawardi e Chisti. È segretario generale della Federazione mondiale delle missioni islamiche e tiene regolari lezioni di sufismo all’Alimia Institute di Studi islamici a Karachi. Sessantenne, lavora come manager: è stato direttore del marketing delle linee aeree internazionali pakistane e direttore della KLM Pakistan. Anche ora che è in pensione, Ansari sembra un businessman, vestito completamente all’occidentale. Porta i mustacchi venati di grigio ma non la barba e passa ormai la maggior parte del suo tempo in ritiri spirituali.

Gli chiediamo perché la linea culturale-religiosa di Al Qaeda e dei taleban abbia oggi così tanto risalto tra Pakistan e Afghanistan. «Cercherò di spiegare questo fenomeno – dice – citando il Corano (sura 62, versetto 5). Si riferisce a chi studia la Torah o la Sharia ma non è in grado di assimilarla personalmente. Una persona del genere è come un asino che porta in groppa un carico di libri: la sua conoscenza non ne è accresciuta in alcun modo». Prosegue Ansari: «Nella storia il problema si manifesta quando la capitale del mondo islamico passa dalla penisola arabica a Damasco. La ricchezza e il potere corruppero la purezza dell’Islam originario. Il vero Islam rimase celato dietro la ricchezza e il potere e il volto superficiale della fede emerse sotto la forma di rituale come la vera rappresentazione.

In quelle circostanze emersero i seguaci del "Tasawwuf" (il sufismo) ricordando come l’essenza dell’Islam fosse la purificazione dell’anima. Sfortunatamente Al Qaeda e i taleban seguono il salafismo che è un discendente del ritualismo. Non comprendono l’anima e le sue potenze, non ne comprendono la purezza. È per questo che dalle loro azioni non discende che il caos». Certo, Ansari crede che l’occupazione dell’Afghanistan da parte di truppe straniere sia ingiustificata. Per lui resistere è una cosa legittima ma il modo in cui la resistenza è attualmente condotta è «come caricare il peso dei libri sugli asini». «Come dicevo – aggiunge Ansari – senza purezza e virtù divine i valori non possono esistere. Il risultato è la condizione attuale, caotica e fuori controllo. Il sistema di valori è corrotto e incompreso, in totale contraddizione con i precetti dell’Islam. Ecco perché assistiamo a questi attacchi suicidi che sono l’esatto contrario della norma islamica: chi li compie si assicura un biglietto per l’inferno».

FESTA DELLA MAMMA

 

Only recently dubbed "Mother’s Day," the highly traditional practice of honoring of Motherhood is rooted in antiquity, and past rites typically had strong symbolic and spiritual overtones; societies tended to celebrate Goddesses and symbols rather than actual Mothers. Solo recentemente soprannominata "Festa della mamma", la tradizionale pratica altamente di onorare della maternità è radicata nell’antichità, e il passato riti tipicamente aveva forti connotazioni simboliche e spirituali; società tendeva a celebrare dee e dei simboli, piuttosto che le madri reali. In fact, the personal, human touch to Mother’s Day is a relatively new phenomenon. In realtà, il tocco personale, umana di festa della mamma è un fenomeno relativamente nuovo. The maternal objects of adoration ranged from mythological female deities to the Christian Church itself. Gli oggetti materna di adorazione variava da mitologica divinità femminili alla Chiesa cristiana. Only in the past few centuries did celebrations of Motherhood develop a decidedly human focus. Solo negli ultimi secoli ha fatto festa della Maternità di sviluppare un focus decisamente umano.

Goddess Isis – Early Egyptian Roots Dea Isis – Roots egiziano precoce

One of the earliest historical records of a society celebrating a Mother deity can be found among the ancient Egyptians, who held an annual festival to honor

Uno dei primi documenti storici di una società celebrare una divinità madre si possono trovare tra gli antichi egizi, che ha tenuto un festival annuale in onore della dea Iside , che era comunemente considerato come la Madre dei faraoni. Her stern, yet handsome head is typically crowned by a pair of bull horns enclosing a fiery sun orb. La sua poppa, la testa ancora bello viene in genere coronata da un paio di corna toro che racchiude un globo di fuoco Dom She is most often depicted sitting on a throne. Lei è spesso raffigurato seduto su un trono.

So the story goes, after Isis’ brother-husband Osiris was slain and dismembered in 13 pieces by their jealous brother Seth, Isis re-assembled Osiris’ body and used it to impregnate herself. Così va la storia, dopo Osiride Iside ‘fratello-marito è stato ucciso e smembrato in 13 pezzi dal fratello Seth geloso, Iside ri-assemblati corpo Osiris’ e lo ha utilizzato per l’impregnazione se stessa. She then gave birth to Horus, whom she was forced to hide amongst the reeds lest he be slaughtered by Seth. Ha poi dato alla luce Horus, che è stata costretta a nascondersi tra le canne per non essere abbattuti da Seth. Horus grew up and defeated Seth, and then became the first ruler of a unified Egypt. Horus è cresciuto e sconfitto Seth, e poi divenne il primo sovrano di un Egitto unificato. Thus Isis earned her stature as the Mother of the pharaohs. Così Iside ha guadagnato statura come Madre dei faraoni.

It is interesting to note that the Mother and Son imagery of Isis and Horus—in which Isis cradles and suckles her son—is strikingly similar to that of the Virgin Mary and baby Jesus. E ‘interessante notare che la Madre e figlio immagini di Iside e Horus-in cui Iside culle e allatta suo figlio, è sorprendentemente simile a quella della Vergine Maria e Gesù bambino.

Cibele – Celebrazione romana

The festival of Isis was also celebrated by the Romans who used the event to commemorate an important battle and mark the beginning of Winter. Il festival di Iside è stato celebrato anche dai romani che hanno utilizzato l’evento per commemorare una battaglia importante ed segnano l’inizio di inverno. Despite being an imported deity, Isis held a place at the Roman temple, and her festival—which lasted for three days—was regaled by mostly-female dancers, musicians and singers. Nonostante sia una divinità importate, Iside ha tenuto un posto al tempio romano, e il suo festival, che è durato per tre giorni, era deliziato da ballerini-per lo più femminili, musicisti e cantanti.

Yet the Roman root of Mother’s Day is perhaps more precisely found in the celebration of the

Eppure la radice romana di’s Day Madre è forse più precisamente trovato nella celebrazione della dea Cibele frigia , o Magna Mater (Grande Madre).

Cybele stems from the Greek Goddess Rhea, who was the Mother of most of the major deities including Zeus. Cibele deriva dal greco dea Rea, che era la Madre della maggior parte delle divinità più importanti tra cui Zeus. Rhea was therefore celebrated as a mother goddess, and the festival took place around the time of the Vernal Equinox. Rea è stato quindi celebrato come una dea madre, e la festa ha avuto luogo nel periodo dell’equinozio di primavera.

Greek Celebration of Rhea, the Mother of the Gods Celebrazione

greca di Rhea, la Madre degli Dei

In Rome and Asia Minor, Cybele was the major Mother deity most similar to

A Roma e in Asia Minore, Cibele era la Madre divinità principali e più simili a Rea , madre degli dei greci. Other societies worshipped similar deities including Gaia the Earth Goddess and Meter oreie the Mountain Mother. Altre società adoravano divinità affini, comprese Gaia la Dea Terra e Meter oreie la Madre Montagna. In many aspects, this Mother goddess was represented and celebrated similarly across cultures. Per molti aspetti, questa dea Madre era rappresentata e celebrata allo stesso modo attraverso le culture.

The Anatolian mother goddess festivals, however, were said to be so wild that they were eventually discouraged or banned. Il festival Anatolian dea madre, però, si diceva essere così selvaggi che erano alla fine scoraggiato o vietato. But more conservative celebrations of Cybele and her equivalents included eating honey cakes and sharing flowers in the morning. Ma le celebrazioni più conservatore di Cibele e del suo controvalore compreso mangiare dolci al miele e fiori di condivisione del mattino. This was practiced throughout Asia Minor—and eventually in Rome. Questo è stato praticato in tutta l’Asia Minore e infine a Roma.

The Roman celebration of Magna Mater fell between March 15 and March 22, just around the same time as the Greek festival in honor of Rhea. La celebrazione romana della Magna Mater è sceso tra il 15 marzo e 22 marzo, proprio intorno allo stesso tempo come la festa greca in onore di Rea. Referred to as Hilaria, games were held in honor of the Mother of the gods. Descritta come Hilaria, i giochi si sono svolte in onore della Madre degli dei. Also customary was a procession through the streets with a statue of the goddess carried at the head, followed by a display of elaborate arts and crafts. Anche consueto è stato un corteo per le strade con la statua della dea portato in testa, seguita da una dimostrazione di arti e mestieri elaborati.

LA FESTA DELLA MAMMA NEL CRISTIANESIMO

Questa festa pagana, con il diffondersi del cristianesimo, venne acquisita dalla Chiesa, divenendo il giorno in cui si celebrava Maria, la Mamma per eccellenza, Madre di Gesù e della Chiesa, forza spirituale della vita e protezione dal male.
La sostituzione del culto di Cibele con il culto della Madonna sembra sia avvenuto fin dalla nascita della Chiesa cristiana e, ancora oggi, il mese dedicato a Maria è proprio il mese di maggio.

INGHILTERRA 1600

In Inghilterra, nel 1600, la quarta domenica di Quaresima veniva celebrato il Mothering Sunday (domenica della mamma).

A quell’epoca molti appartenenti alle classi più povere lavoravano come servitori per le famiglie ricche e nobili e vivevano nelle case dei loro padroni.
Nel giorno del Mothering Sunday avevano un giorno libero per tornare a casa, passare un po’ di tempo con i loro genitori, onorare la propria madre e offrirle il tradizionale dolce Mothering Cake (torta per la mamma).
Questa festività, che cade sempre in marzo, si è tramandata nel tempo ed è arrivata fino ai giorni nostri.

STATI UNITI 1914

In realtà la festa della mamma, che quasi tutto il mondo festeggia la seconda domenica di maggio, ha origine negli Stati Uniti.

Nel 1907, una donna di Philadelphia, Ana Jarvis, in moemoria della morte di sua madre, voleva che venisse celebrata una festa nazionale dedicata alle madri, in modo che tutti i figli potessero dimostrare attenzione e affetto alla propria mamma mentre questa era ancora viva.
I sostenitori della Jarvis iniziarono quindi a scrivere a ministri e uomini d’affari per proporre la festa come giorno nazionale e, già dal 1911, l‘usanza si era diffusa in quasi tutti gli Stati americani.
Sul finire del 1914, il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson ufficializzò la festa come festività nazionale, da tenersi ogni anno nella seconda domenica di maggio.
Anna Jarvis scelse come simbolo di questa festa il garofano, fiore preferito dalla madre: rosso per le mamme in vita, bianco per le mamme scomparse.

LA FESTA DELLA MAMMA NEL MONDO

Oltre agli Stati Uniti, anche la Danimarca, la Finlandia, la Turchia, l’Australia e il Belgio celebrano la Festa della Mamma la seconda domenica di maggio.
In Norvegia viene celebrata la seconda domenica di febbraio, in Argentina la seconda di ottobre; in Francia la festa della mamma cade l’ultima domenica di maggio, quando si festeggia il compleanno della famiglia.

In Italia la Festa della Mamma si festeggia la seconda domenica di maggio, come negli Stati Uniti.- Gli italiani celebrare La Festa della Mamma con una grande festa e una torta a forma di un cuore. Typically Italian schoolchildren will make something to bring home to their Mothers, and the family will take care of the chores for the day. In genere gli scolari italiani faranno qualcosa per portare a casa dalle loro madri, e la famiglia si occuperà delle faccende della giornata.

Anche se non tutti paesi festeggiano la seconda domenica di maggio, l’usanza di regalare rose rosa alle mamme e di portare rose bianche sulle tombe delle mamme morte è quasi mondialmente diffusa.
Oltre ai fiori, anche i cioccolatini e i profumi sono un regalo classico per la Festa della mamma!
In Olanda, ad esempio, si regalano i tulipani, in Francia i mughetti; in Austria cani, gatti e cavalli vengono ornati con i narcisi.

In Occidente cristiani sotto attacco

Dall’inizio del nuovo millennio in varie parti del mondo (Europa compresa: un caso è accaduto a Bruxelles) sono stati uccisi 263 fra vescovi, preti, suore, seminaristi, catechisti. Nel solo 2009 sono stati 37 gli omicidi causati dall’odio anticristiano, quasi il doppio delle uccisioni del 2008. E il 2010 si è aperto con l’assassinio di sei cristiani copti nel villaggio egiziano di Nag Hammadi il giorno del Natale ortodosso, mentre nei giorni successivi la comunità islamica locale ha bruciato proprietà dei cristiani e danneggiato edifici. Nello stesso periodo, in Malesia sono state assalite chiese e luoghi di culto cristiani: un tipo di discriminazione di cui le minoranze cristiane sono frequentemente oggetto in numerosi Paesi ma che raramente diventano di pubblico dominio in quanto non ci sono vittime.
Questa è l’altra faccia dei limiti alla libertà religiosa dei cristiani nel mondo: ci sono le persecuzioni (gli omicidi, i ferimenti, la caccia ai cristiani) e ci sono le discriminazioni, cioè l’intolleranza, l’intimidazione, l’ostilità di natura ideologica e religiosa diffusa non soltanto in Asia o Africa, ma anche nell’Occidente. Le minoranze cristiane vivono «tra l’incudine dell’indifferenza per il fattore religioso, propria del laicismo occidentale, e il martello del fondamentalismo islamico e delle dittature comuniste. Il fattore cristiano è fonte di irritazione tanto là dove è minoranza quanto nell’ambiente politico e culturale europeo». È l’argomento di fondo del libro «Guerra ai cristiani» (Lindau) scritto da Mario Mauro, eurodeputato e capo della delegazione Pdl nel gruppo dei Popolari europei a Bruxelles. Il volume viene presentato questa sera a Verona in un dibattito con i vescovi missionari Cesare Mazzolari (Sudan) e Camillo Ballin (Kuwait) e con lo scrittore francese René Guitton, autore del recente «Cristianofobia», edito sempre da Lindau e già diventato un caso editoriale.
Mauro dal 2009 è rappresentante personale del presidente Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e le discriminazioni. Da questo osservatorio è testimone di una recrudescenza delle persecuzioni anticristiane nel mondo. I cristiani sono sotto attacco in India, dove i fondamentalisti indù hanno mietuto decine di vittime; sono discriminati in nazioni islamiche come Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Sudan, Somalia, Maldive. Vengono osteggiati in Paesi a guida comunista come Corea del Nord (che secondo l’organizzazione non profit americana Open Doors è lo Stato dove le persecuzioni sono più massicce), Cina, Vietnam, Laos, Birmania. Ma sono presi di mira anche in contesti cattolici, come nei Paesi latinoamericani dominati dal narcotraffico come Colombia e Messico a causa dell’opposizione al commercio della droga.
Le persecuzioni più cruente vengono perpetrate a «est di Vienna» (così si intitola uno dei capitoli del libro), in particolare nei Paesi a maggioranza musulmana e nei regimi comunisti. Per Open Doors, 35 delle 50 nazioni più spietate con i cristiani sono islamiche. Comprendono le stragi in Egitto, le crocifissioni in Sudan, le decapitazioni in Indonesia, i massacri in Irak dove dal 2003 a oggi sono stati uccisi 825 cristiani, tra cui il vescovo caldeo monsignor Rahho. Ma c’è anche il caso della «laica» Turchia, dove nel 2006 fu assassinato don Andrea Santoro. La Costituzione turca garantisce libertà di culto, ma lo scontro sempre più acceso tra le fazioni dei nazionalisti e dei fondamentalisti islamici nasconde crescenti sentimenti anticristiani, la cui presenza è antichissima e articolata in un’infinità di riti, lingue e tradizioni, ma in questo contesto diventano il terzo incomodo nella strategia della tensione tra i due grandi gruppi rivali.

Ma i cristiani non vengono combattuti soltanto con le armi. Discriminazioni e intolleranza sono presenti anche nell’Occidente. Crescono le restrizioni al diritto di professare liberamente la fede. Mauro racconta dello «zapaterismo» e dei recenti provvedimenti del governo canadese che limitano l’obiezione di coscienza, l’insegnamento della religione, la ridicolizzazione dei simboli religiosi, che alimentano pregiudizi e intolleranza. Secondo l’Osce, questa propaganda genera in molti casi fenomeni di violenza conosciuti come hate crimes, crimini basati sull’odio religioso. Certamente l’Occidente non va messo sullo stesso piano dei regimi di Pechino, Pyongyang o Teheran. «Tuttavia la tentazione di una discriminazione a livello legislativo nei confronti dei cristiani è reale».

Egitto, Il Paese senza pace e democrazia

Il libro incriminato ha per titolo "El Baradei e il sogno della Rvoluzione verde", ed è stato scritto da Kamal Gobrial .

La notizia dell’arresto dell’editore è pervenuta alla stampa internazionale ovviamente tramite una ONG ossia "Rete araba per l’informazione sui diritti umani"((ANHRI).

Arresto, quello di Ahmed Mahanna ,per altro pretestuoso e fatto solo a scopo intimidatorio in quanto il libro era già, da qualche settimana ,presente nelle librerie cittadine.

Il problema è che Mohamed El Baradei è un possibile candidato alle presidenziali del 2011,personaggio assolutamente non gradito al regime vigente.

El Baradei, senza peli sulla lingua, ha sempre detto e dice a chiare lettere che in Egitto manca la democrazia da quando Mubarak è al potere, e cioé dal 1981. E, sopratutto, da quando Mubarak non nasconde le intenzioni di fare del suo potere assoluto lo strumento per la creazione di una vera e propria dinastia.

Attualmente, e da pochissime ore comunque ,l’editore arrestato è stato rimesso in libertà.

Mentre nelle piazze principali e lungo le vie del Cairo folle massicce di manifestanti urlano al grido di "abbasso Mubarak, il tiranno".

Si tratta in particolare del movimento di opposizione "Giovani del 6 aprile" ma la polizia ha ,già e subito, provveduto all’arresto di una settantina di persone.

Ai giornalisti e agli operatori della tv Al-Jazira pare siano state anche sequestrate le telecamere.

Insomma sembra proprio non ci sia molta differenza, al momento, tra ciò che accade al Cairo in queste ore e ciò che abbiamo avuto modo di vedere nelle piazze e nelle strade di Teheran qualche tempo fa.

I tiranni si assomigliano tutti.