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Il vero nemico è il peccato, anche nella Chiesa

CITTA’ DEL VATICANO"Grazie per la vostra solidarietà". Così Benedetto XVI si è rivolto ai circa mila fedeli arrivati in piazza San Pietro da tutta Italia per testimoniargli la loro vicinanza dopo gli attacchi per i casi di pedofilia nella Chiesa. "Il vero nemico da temere e da combattere – ha detto il Papa – è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa". "Noi cristiani non abbiamo paura del mondo – ha proseguito il Pontefice – anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio". Questo, ha aggiunto il Pontefice, "è quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E’ quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo". Benedetto XVI ha poi esortato a proseguire "insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza". E ha ribadito l’appello pronunciato nella sua Lettera di indizione dell’Anno Sacerdotale: "Rinnovo il mio particolare invito ai fratelli nel Sacerdozio, affinché ‘nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica’".

"Non abbiate paura, Gesù ha vinto il male". "E’ nella comunione della Chiesa che incontriamo Gesù". Queste due frasi di papa Ratzinger – insieme a tanti altri slogan tipo "Insieme col papa", "Santità non sei solo, tutta la Chiesa è con te" – campeggiavano questa mattina in piazza San Pietro su due mega striscioni elevati dal Cnal, la Consulta nazionale delle aggregazioni laicali, l’organismo della Cei che ha indetto il grande raduno di solidarietà con Benedetto XVI. Un’iniziativa che malgrado il maltempo ha portato nell’emiciclo berniniano, e lungo via della Conciliazione, decine di migliaia di cattolici provenienti da tutta Italia, arrivati a Roma con centinaia di pulman, treni speciali, auto private e qualcuno persino in autostop. A questa folla si è rivolto il cardinale Angelo Bagnasco dicendo che la Chiesa, "fedele alla sua missione", deve essere "purificata dal peccato dei suoi figli". Il presidente della Cei ha guidato una preghiera collettiva fatta di letture e meditazioni su brani biblici. Nella preghiera si chiede "misericordia e perdono per i nostri peccati, purificazione e forza per tutta la Chiesa". E ancora: "Mediante il ministero dei sacerdoti dona loro di essere perseveranti nel servire la tua volontà. Ascolta il grido di coloro che sono nel dolore perché trovino giustizia e conforto, così che, partecipando alla vita della tua Chiesa, purificata dalla penitenza, possano riscoprire l’infinito amore di Cristo". Quindi si invoca aiuto nel "cammino di conversione in questi tempi di apprensione e di speranza". Nel corso della preghiera viene letta anche parte dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI nella messa per l’inizio del suo ministero petrino (24 aprile 2005), nella quale il papa parlava dello "svuotamento delle anime", dei "deserti interiori diventati così ampi", della mancanza di "coscienza della dignità e del cammino dell’uomo". "Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi", diceva Ratzinger in quell’omelia, riletta stamane in Piazza San Pietro.

Al meeting – indetto poco meno di un mese fa da Paola Dal Toso, segretaria generale del Cnal, nel pieno della bufera degli scandali degli abusi sessuali su minori da parti di sacerdoti – hanno risposto le circa 70 associazioni laicali cattoliche aderenti al Cnal, a partire da Azione cattolica Italiana, Acli, Rinnovamento della Spirito, Focolarini, Comunione e liberazione. Ma anche delegazioni di tutte le diocesi italiane e pellegrini arrivati in rappresentanza delle comunità parrocchiali. Presente anche una folta rappresentanza di politici e parlamentari di differenti partiti, guidati dal presidente del Senato Renato Schifani e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E oltre 15 mila lavoratori aderenti alla Coldiretti. Per l’occasione, il quotidiano dei vescovi Avvenire è in edicola con un’edizione speciale quasi tutta dedicata alla giornata di solidarietà con il Papa.

A fare simbolicamente gli onori di casa sul sagrato di piazza san Pietro – in attesa della domenicale preghiera del Regina Coeli recitata dal Papa dal balcone del suo appartamento privato – il vertice della Cei al gran completo, col cardinale Bagnasco, affiancato dal segretario generale, l’arcivescovo Mariano Crociata.

"Siamo giunti da tutta Italia, ma in tanti provengono anche dall’estero, per esprimere al Santo Padre tutto il nostro affetto di figli in un momento tanto difficile per lui e per tutta la Chiesa", dice l’organizzatrice Paola Dal Toso, la quale tiene a precisare che "accanto alla solidarietà per il Papa noi oggi preghiamo anche per le vittime degli abusi sessuali, alle quali non faremo mai mancare la nostra fraterna e costante sollecitudine".

"Siamo qui per esprimere la nostra solidarietà al Papa spinta da tre buone ragioni – commenta Franco Miano, presidente dell’Azione cattolica italiana – In primo luogo, con la preghiera, manifestiamo tutto il nostro affetto al Santo Padre e verso tutti i sacerdoti. Poi, essere qui, tutti insieme, è un inequivocabile segno di autentica comunione ecclesiale che non viene meno anche in un momento tanto delicato". Infine, aggiunge il presidente dell’Azione cattolica, "vogliamo anche esprimere la nostra incondizionata fedeltà al Vangelo" per "riconoscere, isolare e condannare il male presente anche nella vita della Chiesa".

Per gli aderenti a Comunione e Liberazione "l’odierna preghiera con e per il Papa è il gesto più semplice e più vero che possiamo compiere per esprimere la vicinanza al Santo Padre, alla Chiesa e a chi ha tanto sofferto per il male subito".

Sono presenti in piazza San Pietro anche molti organismi educativi, associazioni scolastiche e realtà impegnate in attività formative e per il tempo libero come l’Agesci. L’Associazione genitori delle scuole cattoliche ricorda in particolare "il costante impegno e i continui suggerimenti in materia di formazione che instancabilmente ci arrivano dal papa Benedetto XVI". Mentre il Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale) sottolinea la "fermezza con cui il Pontefice conduce la lotta contro tutti quei comportamenti che infangano il volto della Chiesa".

Insidiata dal peccato, la Chiesa ha bisogno di purificarsi

CITTÀ DEL VATICANO - «La Chiesa ha continuamente bisogno di purificarsi, perchè il peccato insidia tutti i suoi membri». Lo ha affermato Benedetto XVI all’Angelus, ricordando che dopo domani è la festa dell’Immacolata Concezione. «Il fiore più bello germogliato dalla parola di Dio – ha detto – è la Vergine Maria. Lei è la primizia della Chiesa, giardino di Dio sulla terra. Ma, mentre Maria è l’Immacolata, nella Chiesa – ha spiegato – è sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perchè produca frutti abbondanti di santità. Preghiamo dunque la Madre del Signore – ha concluso – affinchè ci aiuti, in questo tempo di Avvento, a raddrizzare le nostre vie, lasciandoci guidare dalla parola di Dio».  

GLI SCANDALI - Di recente, fra l’altro, la Chiesa è stata colpita dallo scandalo degli abusi sessuali sui minori nelle scuole cattoliche irlandesi dove i vescovi hanno fatto pubblico mea culpa e ammesso le loro responsabilità. Ancora è in dirittura d’arrivo l’indagine apostolica sulla congregazione dei Legionari di Cristo, il movimento scosso dagli scandali che hanno travolto il fondatore, oggi scomparso, padre Marcial Maciel. Le accuse in questo caso erano ancora di abusi sui minori mentre è stato poi accertato che Maciel ha avuto dei figli. Ancora il Vaticano sta accertando tutti gli aspetti relativi al patrimonio economico dei Legionari di Cristo.

FAMIGLIE NUMEROSE - Durante l’Angelus Benedetto XVI ha rivolto anche un incoraggiamento a 500 famiglie dell’«Associazione Famiglie Numerose» presenti in piazza San Pietro. «Cari amici, prego per voi, perchè la Provvidenza vi accompagni sempre in mezzo alle gioie e alle difficoltà, ed auspico – ha detto il Papa – che si sviluppino dovunque efficaci politiche di sostegno alle famiglie, specialmente a quelle con più figli». Negli ultimi cinque in Italia le famiglie numerose con più di cinque componenti si sono ridotte dell’11 per cento e oggi sono solo un milione e trecentomila, il 5,6 per cento del totale. Secondo cifre fornite dalla Coldiretti su dati Istat in Italia dove più di una famiglia numerosa su quattro (26 per cento) si trova in una condizione di povertà.

Quando la Sindone «sale» in cattedra

Una competizione intitolata «L’uomo della Sindone: il volto e il corpo di Cristo» ideata dall’Associazione Sant’Anselmo nell’ambito del Progetto culturale della Cei, in collaborazione con l’Ufficio scuola della diocesi di Torino, la Commissione diocesana per la Sindone, il Comitato per l’Ostensione, le associazioni Diesse, Uciim, Aimc del Piemonte, che coinvolgerà le scuole di ogni ordine e grado della regione: dalle elementari alle superiori.

A presentare l’iniziativa monsignor Timothy Verdon, direttore dell’Ufficio diocesano per la catechesi attraverso l’arte dell’arcidiocesi di Firenze, Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente della Commissione diocesana per la Sindone. Relatori che hanno offerto un’analisi «a tutto campo» sulla figura di Gesù e stimolanti riflessioni per appassionare gli allievi ad approfondire – ha sottolineato Andrea Gianni presidente dell’Associazione Sant’Anselmo – uno dei più affascinanti temi della nostra cultura occidentale e a conoscere meglio la storia della Sindone. «Quel Telo – ha sottolineato monsignor Ghiberti – che può essere considerato un "documento anomalo" che stabilisce un rapporto immediato e unico con la vicenda di Gesù. Ciò che è accaduto a quel crocifisso infatti corrisponde in modo "totale" a quanto è accaduto a Gesù al termine della sua vita: dalle percosse sul volto agli aculei inflitti sul capo».

Se il concorso intende favorire nel tempo che prepara l’Ostensione della Sindone che si aprirà il prossimo 10 aprile, una maggiore conoscenza del Telo e della figura storica di Gesù Cristo, ecco che un ruolo importante è rappresentato dalle sue raffigurazioni artistiche. «In un momento – ha evidenziato monsignor Verdon – in cui emerge una certa ostilità nei confronti dei segni della fede è importante aiutare i giovani a scoprire quella grande ricchezza di documenti che la creatività degli uomini ha prodotto. Individuare le tantissime angolature attraverso le quali l’arte ha rappresentato la figura di Cristo significa infatti avviare un percorso che porta alle radici della nostra tradizione».
Dieci opere artistiche (tra gli autori Antonello da Messina, Piero della Francesca, Rembrandt) corredate da un’articolata presentazione curata dallo stesso Verdon, attraverso il sito
www.imagoveritatis.it, aiuteranno ragazzi ed insegnanti ad affrontare stimolanti percorsi di riflessione e favoriranno così la realizzazione degli elaborati per il concorso. «Si tratta – ha spiegato Lucetta Scaraffia – di scritti, disegni o video che esprimano problematiche storiche e scientifiche che riguardano la Sindone e la figura di Cristo».

«È importante – ha concluso – soprattutto in questo momento far capire ai ragazzi che Gesù è storico sia perché è realmente esistito sia perché ha cambiato la storia. Ed è la conoscenza della storia che può contrastare un pericolo diffuso oggi: quel clima di multiculturalismo relativista per il quale tutte le religioni sono ugualmente valide e si tende a identificare Gesù come uno dei tanti personaggi mitologici». Gli elaborati dovranno essere presentati all’Ufficio scolastico regionale entro febbraio. Ai vincitori una lavagna multimediale.

L'Europa riscopra e difenda le radici cristiane

Con questo appello il Papa a concluso la catechesi generale dell’udienza di oggi, interamente dedicata al "contributo importante e prezioso" apportato dalla riforma cluniacense al "processo di formazione dell’identità europea", che mille anni fa era in pieno svolgimento. Quando l’Ordine di Cluny era in "piena espansione", ha ricordato infatti Benedetto XVI, tale riforma nel processo di "lunga gestazione" dell’identità del nostro Continente "ha portato a riconoscere in modo sempre più chiaro due elementi fondamentali per la costruzione della società: il valore della persona umana e il bene primario della pace". "Mille anni fa – le parole del Pontefice – mentre era in pieno svolgimento il processo di formazione dell’identità europea, la riforma di Cluny ha dato un contributo importante e prezioso: ha richiamato il primato dei beni dello Spirito, ha tenuto desta l’attenzione verso il primato di Dio, ha favorito nelle istituzioni la promozione dei valori umani, ha educato ad uno spirito di pace".

"La riforma cluniacense – ha detto Benedetto XVI ai 9 mila fedeli riuniti nell’Aula Paolo VI – ha avuto effetti positivi non solo per la purificazione e il risveglio della vita monastica, ma della vita della Chiesa universale". In particolare, il movimento partito dall’abbazia di Cluny – che nel XII secolo, "momento della sua massima espansione", contava quasi 1.200 monasteri – rappresentò "uno stimolo a combattere due grandi mali", tipici della Chiesa dell’epoca: "la simonia, cioè l’acquisizione di cariche pastorali dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare". "Con la loro autorevolezza morale", ha sottolineato il Papa, gli abati di Cluny sono stati "protagonisti di un imponente azione di rinnovamento spirituale"; in particolare, "il celibato sacerdotale tornò ad essere stimato e furono introdotte procedure più trasparenti" nell’attribuzione delle cariche ecclesiastiche. Molti, inoltre, i "benefici" portati da tale movimento monastico "alla società", soprattutto con due istituzioni tipicamente medioevali: le "tregue di Dio" e la "pace di Dio". "In un’epoca dominata dalla violenza e dallo spirito di vendetta – ha ricordato il Papa – le tregue di Dio assicuravano lunghi periodi di non belligeranza, e con l pace di Dio si chiedeva, pena la sanzione canonica, di rispettare le persone inermi e i luoghi santi".

Grazie al "grande movimento monastico" di Cluny – è in sintesi l’analisi del Papa – si formò "un’Europa dello Spirito" nelle varie regioni del nostro continente, come in Francia, Italia, Germania, Spagna e Ungheria. "Un successo assicurato – ha precisato Benedetto XVI – dalla spiritualità elevata, ma anche da alcune condizioni che ne garantirono lo sviluppo". Tra queste, il Pontefice ha citato il fatto che i monasteri che facevano capo a Cluny erano "esenti dalla giurisdizione del vescovo e sottoposti direttamente a quella del Pontefice". Proprio grazie a questo "legame speciale con la sede di Pietro" l’Ordine di Cluny poté mantenere e diffondere il suo "ideale di purezza e di fedeltà" evangelica, "senza alcuna ingerenza delle autorità civili". Fra le caratteristiche della riforma cluniacense che hanno portato ad un "profondo rinnovamento della vita monastica", il Papa ha menzionato la "tanta importanza" riservata alla liturgia. "Per custodire e alimentare il clima di preghiera", ha aggiunto il Pontefice, l’Ordine di Cluny "accentuò l’importanza del silenzio, a cui i monaci si sottoponevano volentieri, convinti che la purezza delle virtù a cui aspiravano richiedessero un intimo e costante raccoglimento". I monaci cluniacensi arricchirono, infine, il calendario liturgico, inserendovi ad esempio la festività dei Defunti.

Don Carlo Gnocchi sugli altari

MILANO - «Prima dicevo "ciao don Carlo", oggi dico "ciao San Carlo"». Con queste parole un mutilatino porse l’ultimo saluto a don Gnocchi nel giorno dei suoi funerali, più di cinquant’anni fa. E con le stesse parole il cardinale Dionigi Tettamanzi ha voluto concludere la sua omelia per la beatificazione di don Carlo Gnocchi, facendo suo l’auspicio. Cinquantamila persone, in un’assolata piazza Duomo, hanno partecipato domenica mattina alla cerimonia di beatificazione del «papà dei mutilatini» (1902-1956). Con lo scoprimento dell’urna contenente il corpo e deposta sul sagrato del Duomo di Milano, il sacerdote originario di San Colombano al Lambro è stato proclamato beato. In piazza, tra le autorità, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Accanto a lui il vicepresidente della Camera dei Deputati Maurizio Lupi, il presidente della Regione Formigoni, il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio, il sottosegretario ai Trasporti Mario Mantovani, il sindaco Moratti, il presidente della Provincia Podestà.

LA CERIMONIA - Letta la formula di beatificazione, firmata dal Papa, è stata scoperta l’urna con il corpo di Don Gnocchi ed è stato spiegato lo stendardo con l’immagine del sacerdote, appeso sopra il portale del Duomo. Circa 50 mila fedeli, tra i quali 15 mila alpini in rappresentanza delle 81 sezioni italiane, hanno partecipato alla solenne liturgia. La Celebrazione Eucaristica con il Rito di Beatificazione è stata presieduta dall’Arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, alla presenza del Legato Pontificio monsignor Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi (diretta sul sito www.chiesadimilano.it). La funzione è stata preceduta da un corteo, partito da piazza Santo Stefano, che ha accompagnato l’urna contenente il corpo di don Gnocchi. L’urna di cristallo, del peso di 500 chili, è stata portata a spalla dagli alpini.

IL SALUTO DEL PAPADopo la preghiera dell’Angelus nella Basilica di San Pietro a Roma, Benedetto XVI ha rivolto – in diretta televisiva – «uno speciale saluto alle migliaia di fedeli radunati a Milano, in piazza del Duomo, dove stamani è stata celebrata la liturgia di beatificazione del sacerdote Don Carlo Gnocchi». Questo sacerdote ambrosiano, ha ricordato, «fu dapprima valido educatore di ragazzi e giovani. Nella seconda guerra mondiale divenne cappellano degli Alpini, con i quali fece la tragica ritirata di Russia, scampando alla morte per miracolo. Fu allora che progettò di dedicarsi interamente ad un’opera di carità. Così, nella Milano in ricostruzione, Don Gnocchi lavorò per "restaurare la persona umana" raccogliendo i ragazzi orfani e mutilati e offrendo loro assistenza e formazione. Diede tutto se stesso fino alla fine, e morendo donò le cornee a due ragazzi ciechi». «La sua opera – ha osservato il Papa – ha continuato a svilupparsi ed oggi la Fondazione Don Gnocchi è all’avanguardia nella cura di persone di ogni età che necessitano di terapie riabilitative. Mentre saluto il Cardinale Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, e mi rallegro con l’intera Chiesa ambrosiana, faccio mio il motto di questa beatificazione: "Accanto alla vita, sempre"». Piazza Duomo ha accolto con un lungo applauso il collegamento con piazza San Pietro.

I NUMERI - Alla celebrazione erano presenti 18 vescovi, oltre all’arcivescovo Tettamanzi e al Prefetto della Congregazione delle cause dei santi; 211 i sacerdoti concelebranti, tre i cori per un totale di 210 cantori (coro della cappella musicale del Duomo, coro del seminario arcivescovile di Milano, coro Alpini Ana Milano) diretti dal maestro don Claudio Burgio, venti sindaci, venti combattenti reduci della Campagna di Russia, 250 volontari in servizio. In piazza Duomo sono state posizionati due chilometri di transenne; 40 mila i fedeli in piazza con il pass, e 10 mila ai bordi della piazza.

LA VITA - Nato nel 1902 a San Colombano al Lambro e ordinato sacerdote nel 1925, don Gnocchi fu prima assistente di oratorio a Cernusco sul Naviglio, poi nella parrocchia di san Pietro in Sala a Milano e nel 1936 venne nominato direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga dei «Fratelli delle Scuole Cristiane». Nel 1940, con l’ingresso dell’Italia in guerra, don Carlo decise di seguire i suoi ragazzi come cappellano volontario: intruppato nella Julia, affrontò le montagne dell’Albania e della Grecia e poi la steppa russa con gli alpini della Tridentina. Proprio in guerra don Gnocchi maturò la volontà di dedicarsi per sempre ad un’opera di carità, come si legge in una delle sue lettere dal fronte. Opera che si concretizzerà nella sua Fondazione Pro Juventute. Nell’immediato dopoguerra, dopo il «pellegrinaggio» tra le valli alpine alla ricerca dei familiari dei commilitoni caduti in Russia e l’attività clandestina al fianco di partigiani e perseguitati politici – cosa che gli costò la prigionia a San Vittore – don Gnocchi assunse la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio, dove accolse i primi orfani di guerra. Lì, una sera, una giovane donna gli affidò il proprio figlio, mutilato a una gamba: un’esperienza che spinse don Carlo a dare vita alla sua Opera al fianco dei bambini mutilati, da cui il nome di «papà dei mutilatini». Ben presto l’opera Don Gnocchi vide moltiplicare i suoi collegi in ogni parte d’Italia: non semplici ricoveri, ma luoghi di crescita intellettuale e occupazionale degli assistiti. Dopo gli orfani e i mutilatini, l’opera del sacerdote milanese si estese ai poliomielitici e ad altri bambini sofferenti: l’ultima grande impresa di don Gnocchi fu il Centro Pilota per poliomielitici di Milano. Morì nel febbraio del 1956, donando le cornee a due giovani privi della vista. A trent’anni dalla morte, il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini istituì il Processo sulla vita, virtù e fama di santità.

In Egitto per ricordare un solerino illustre

Per l’anniversario dei 150 anni trascorsi dalla morte del solerino Monsignor Perpetuo Guasco, oggi una trentina di suoi concittadini, guidati da Don Mario, si recheranno in pellegrinaggio Egitto per le solenni celebrazioni che proseguiranno fino al 26 ottobre.

Solero infatti nel 1803 ha dato i natali a questo frate che decise di spostarsi in Terra Santa per promuovere iniziative benefiche e di solidarietà, lì venne nominato custode di tutti i santuari presenti sul territorio, oltre che Vescovo e rappresentante del Papa in Egitto.

Nel corso del pellegrinaggio i solerini potranno recarsi sulla tomba di Perpetuo Guasco, incontrare i frati che oggi vivono ancora nel suo convento, e soprattutto dare vita a un importante gemellaggio tra queste due località così distanti tra loro ma unite grazie alla figura di questo frate.

"Questa iniziativa ci permetterà di avviare altri importanti progetti -afferma Don Mario- come le adozioni a distanza e l’approfondimento della cultura islamica. Inoltre in questo viaggio parteciperà anche una figura significativa come Don Maurilio Guasco pronipote di Monsignor Perpetuo."

Il Papa apre le porte agli anglicani

CITTÀ DEL VATICANO - Benedetto XVI apre le porte agli anglicani. Il Pontefice è pronto ad accogliere nella Chiesa cattolica intere comunità che intendano rientrare in una «piena e visibile» comunione con Roma e, a questo scopo, ha varato una apposita «Costituzione apostolica». Le norme ad hoc prevedono tra le altre cose l’istituzione di «Ordinariati personali». Ciò significa che le comunità anglicane che vogliono rientrare farebbero riferimento al loro vescovo e non a quello diocesano. Attualmente un simile privilegio viene riconosciuto dalla Chiesa cattolica solo all’Opus Dei, che ha una propria prelatura. Illustrando i contenuti della Costituzione apostolica messa a punto dal Santo Padre per favorire il rientro in «piena comunione» con Roma degli anglicani che lo desiderino, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, card.William Levada ha anche spiegato che i chierici anglicani sposati che intendano riunirsi alla Chiesa di Roma potranno, secondo il testo creato da Ratzinger, essere ordinati sacerdoti cattolici.

LA REAZIONE DEI VERTICI ANGLICANI - In un comunicato congiunto dell’Arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e dell’Arcivescovo di Westminster della Chiesa cattolica, Vincent Nichols, diffuso a Londra, i vertici della Chiesa Anglicana scrivono che l’annuncio delle norme ad hoc messe a punto dal Pontefice «mette fine ad un periodo di incertezza per quei gruppi che hanno nutrito speranze in nuovi modi di perseguire l’unità con la Chiesa cattolica. Sta adesso a coloro che hanno avanzato richieste in questo senso rispondere alla Costituzione apostolica».LE RICHIESTE DEI

TRADIZIONALISTI - All’inizio del 2009 un gruppo di fedeli anglicani tradizionalisti, riuniti nella «Traditional Anglican Communion», avevano chiesto al Vaticano di entrare in blocco in piena comunione con la Chiesa cattolica. Alla base di una divisione tra anglicani ci sarebbe, secondo il vaticanista Marco Tosatti «l’atteggiamento dell’ala ‘liberal’ nei confronti dell’ordinazione di donne e omosessuali».

«RISPOSATA A UN FENOMENO GLOBALE» – L’imminente pubblicazione della «Costituzione apostolica», un fatto eccezionale per la Chiesa cattolica e che potrebbe teoricamente costituire un modello per il rientro di altre comunità scismatiche, come i lefebvriani, è stata annunciata martedì mattina nel corso di un incontro con il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. William Jospeh Levada, e il segretario della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, Joseph Augustine Di Noia. «La Costituzione Apostolica che sarà presto pubblicata – spiega una nota delll,a sala stampa vaticana – rappresenta una risposta ragionevole e perfino necessaria ad un fenomeno globale, offrendo un unico modello canonico per la Chiesa universale adattabile a diverse situazioni locali e, nella sua applicazione universale, equo per i già anglicani».

Il Papa al sinodo: «L'Africa, immenso polmone spirituale»

È questo il monito che Benedetto XVI ha lanciato rivolgendo a braccio un saluto ai 244 vescovi riuniti in Vaticano per il Sinodo Africano. "Solo vedendo alla luce di Dio le colpe nostre, l’insufficienza della nostra relazione con Lui, andiamo alla verità", ha spiegato. "Se non si arriva al punto, anche tutto il resto – ha scandito – non è correggibile perchè da questo nascono tutti i vizi. Tutte le realtà dipendono dalla nostra relazione con il Creatore, dobbiamo andare alla verità che salva".

Ma, ha aggiunto il Papa teologo, "Dio non ci ha lasciato soli con i nostri peccati, con la nostra relazione disturbata con la sua Maesta. Dio non è lontano, non servono viaggi spaziali nel cielo e cose conplicate per raggiungerlo: abita nel nostro cuore, le cose della scienza e della tecnica sono costose e difficili, ma per raggiungere Dio non c’è bisogno di grandi doti: è nel cuore con la fede, sulle labbra con la confessione che ci fa evangelizzare e rinnovare il mondo". Infatti, "la fede si trasforma in carità, c’è unità di ragione e carità: Dio è da una parte ragione ma non è una ragione matematica, è fuoco, è carità".

"Nello sviluppo del mondo – ha detto ancora il Pontefice – abbiamo questa ‘scalà che non è ancora finita, l’uomo dovrebbe divinizzarsi. Lo sviluppo è arrivare a questa ultima meta dove Dio, che è con noi, vuole aiutarci ad arrivare". Un percorso aperto a tutti, ha ricordato citando la parabola evangelica del Buon Samaritano che, "straniero in tutti i sensi, è per noi prossimo, supera i limiti che dividono l’umanità". Dobbiamo, è la conclusione di Papa Ratzinger alla prime sessione del Sinodo Africano, "aprire questi confini tra le tribù e le religioni. Credere diventa amore ed azione. Abbiamo il coraggio di questo Sinodo, perchè Dio non è lontano".

L’omelia alla messa di apertura di ieri. Due "pericolose patologie" stanno intaccando l’Africa: il materialismo dell’Occidente, colpevole di un "colonialismo mai del tutto terminato", e il fondamentalismo religioso. Benedetto XVI ha inaugurato con queste parole, nella Basilica di San Pietro, il Secondo sinodo speciale dei vescovi del continente africano in programma in Vaticano fino al 25 ottobre, facendo subito capire che i mali che affliggono l’Africa chiamano in causa tutto il Pianeta.

Una parte della Chiesa africana, i 244 vescovi che partecipano al Sinodo e un gran numero di religiosi e religiose che li accompagnano, ha riempito oggi la Basilica di San Pietro. Una platea di cattolici giovani, pieni di fervore, che hanno riempito le immense navate di musica, lingue, colori, accenni di danza. Una vitalità che, lo si è visto anche durante il viaggio in Camerun e Angola nel marzo scorso, strappa gioiosi sorrisi al pontefice, e dimostra, senza alcun dubbio, che l’Africa è la speranza della Chiesa, una Chiesa che vorrebbe diventare a sua volta una speranza per l’Africa, e da lì restituire futuro anche ad un Occidente spiritualmente "malato".

Ratzinger comincia la sua omelia dall’inizio di tutto, parlando della Creazione, perchè – dice – "in Africa ci sono molteplici e diverse culture, ma sembrano tutte concordare su questo punto". Dio creò la vita, un uomo e una donna in grado di generare figli: una "legge divina, scritta nella natura" e pertanto "più forte e preminente rispetto a ogni legge umana". Una prospettiva al di là della stessa morale, spiega il Papa, perchè "essa, prima del dovere, riguarda l’essere, l’ordine inscritto nella creazione". E prova, fra l’altro, che Gesù e gli uomini "provengono tutti da una stessa origine": stessa dignità, stessi diritti, a prescindere dall’etnia, dalla provenienza e dal colore della pelle.

Poi, parla dei tesori dell’Africa ma, più che alle razzie compiute dalle multinazionali occidentali denunciate nell’Instrumentum laboris del Sinodo, si riferisce al suo patrimonio spirituale e culturale, immenso "polmone" oggi intaccato dai morsi di un "colonialismo finito sul piano politico" ma, in
realtà "mai del tutto terminato", e che si esprime nel "materialismo pratico combinato con il pensiero relativista e nichilista", "tossici rifiuti spirituali che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane". Nella "stessa prospettiva", quasi fosse l’altra faccia di una stessa medaglia, Benedetto XVI mette in guardia contro il secondo "virus" che potrebbe colpire anche l’Africa: il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici". Moniti pesanti, anche se il Papa chiarisce poco dopo, all’Angelus, che il Sinodo non fornirà ricette ma "indicazioni pastorali", come l’invito ad un maggiore sforzo di riconciliazione tra le etnie e alla tutela dell’infanzia.

Folla oceanica per il Papa a Brno

PRAGA - Folla oceanica per Benedetto XVI nella seconda giornata della sua visita in Repubblica ceca. Alla messa del Papa all’aeroporto di Brno hanno assistito, secondo fonti della Chiesa ceca, 150 mila fedeli, provenienti dalle diverse diocesi del Paese e dalle nazioni vicini. Si tratta del primo grande raduno di cattolici dopo l’ultima visita di Papa Wojtyla, nel 1997.

In un Paese come la Repubblica Ceca, sottolinea il Pontefice nella sua omelia, "nei secoli passati tanti hanno sofferto per mantenersi fedeli al Vangelo e non hanno perso la speranza; tanti si sono sacrificati per ridare dignità all’uomo e libertà ai popoli, trovando nell’adesione generosa a Cristo la forza per costruire una nuova umanità". Ma questa eredità, dice il Papa, rischia di andare perduta: "Nell’attuale società – infatti – tante forme di povertà nascono dall’isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da un’originaria tragica chiusura dell’uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero". "In questo nostro mondo che è alienato quando si affida a progetti solo umani, solo Cristo – dice il Papa dall’atare – può essere la nostra certa speranza".

Padre Pio continua a parlarci

«Se c’è una cosa che padre Pio non amava era ostentare. Tutti sanno che, ad esempio, a lui non piaceva affatto mostrare le stimmate». Fra’ Aldo Broccato è ministro provinciale dei Cappuccini della Provincia «Sant’Angelo e Padre Pio». Spiega che 17 mesi di esposizione ai fedeli sono stati «un tempo di grazia che ci ha lasciato molti segni, ma nello stile francescano abbiamo deciso di custodire le spoglie in un sarcofago chiuso».

C’è chi avrebbe voluto padre Pio sempre visibile, come altri santi. Perché la vostra decisione?
«Dopo aver meditato, abbiamo scelto di ispirarci alla nostra tradizione francescana. Le spoglie di san Francesco e quelle di sant’Antonio non sono esposte. E se ad Assisi e Padova è così, anche a San Giovanni Rotondo non può essere diversamente».

Pensa che celando padre Pio alla vista, la devozione possa affievolirsi?
«No, ricordiamoci di cosa dice Gesù all’apostolo Tommaso. Se il nostro istinto di uomini è vedere, toccare, percepire con i sensi, nel Vangelo si legge: "Beati coloro che pur non avendo visto crederanno"».

Avete incontrato milioni di persone. Chi sono davvero i devoti di padre Pio?
«Lui attrae grandi folle, e in queste masse ci sono certo anche curiosi, e perfino taluni fanatici, ma la grande maggioranza è fatta di credenti che vivono una fede umile, semplice. Se si vuole comprendere padre Pio bisogna passare attraverso il Vangelo. Nei mosaici di Marco Rupnik, realizzati nella nuova chiesa, possiamo osservare momenti di vita di san Pio e di sant’Antonio. Ma poi, entrati nella magnifica cripta, c’è un solo protagonista: Gesù. Ecco: padre Pio aiuta ad arrivare a Cristo».

Quali sono stati i momenti più forti di questi mesi?
«Ricordo l’esumazione. Eravamo pur sempre davanti a un cadavere, solo dopo alcuni minuti noi frati ci siamo domandati: com’è che dopo quarant’anni non si sente cattivo odore? E poi la visita di Benedetto XVI, il Papa teologo, che si è fatto umile pellegrino e si è accostato a san Pio: una testimonianza che ci riempie di gratitudine e che ci dona un grande esempio».

Cosa resterà dell’ostensione?
«I frutti spirituali li stiamo già raccogliendo. E con la chiusura del sarcofago abbiamo sentito più forte la consapevolezza di un evento che non passerà solo alla storia della Chiesa».

N. C.