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Intervista

Attenti alla cristofobia: la laicità non si puo imporre

"Sulla rimozione del crocefisso dalle scuole, se la Grande Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo respingesse il ricorso dello Stato italiano, temo che saremo di fronte non soltanto ad un gesto di cristofobia più o meno larvata e di inciviltà, ma anche a una manifestazione di fondamentalismo laicista".
In Vaticano c’è molta attesa sulla decisione dei giudici di Strasburgo. A parlare, dopo la riunione della Corte (il verdetto
sarà reso pubblico 1 solo fra sei mesi), è Julián Herranz Casado, Presidente emerito sia del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, sia della Pontificia Commissione disciplinare della Curia Romana. Herranz Casado, spagnolo, ha vissuto per più di 30 anni con Josemaria Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei.

Eminenza, quali sono le sue impressioni sulla sentenza della Corte di Strasburgo riguardante la rimozione del crocefisso dalle aule scolastiche?
"Mi sembra che i giudici siano partiti da due principi certamente condivisibili, come sono la laicità dello Stato e il diritto alla libertà religiosa. Ma tali principi sono stati interpretati e applicati con leggerezza, forse anche con un atteggiamento ideologico pregiudiziale. Sono perciò arrivati ad una sentenza – la soppressione del crocefisso nelle scuole, e specificamente nelle scuole italiane – che mi pare debba essere inquadrata tra le manifestazioni del fondamentalismo laicista".

Perché pensa che sia stato interpretato male il principio della laicità dello Stato?
"Perché la laicità rappresenta, sì, un principio costitutivo negli stati democratici, ma sono gli Stati a determinarne nei singoli casi i modi specifici di attuazione, alla luce delle varie circostanze e culture locali. Si tratta di rispettare, come ha ricordato il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, nel suo recente e brillante intervento in merito, il principio di sussidiarietà nel rapporto tra gli Stati nazionali e le Istituzioni comunitarie. La laicità non può essere concepita come una ideologia o filosofia statale o comunitaria da imporre alle società nazionali violentando le tradizioni, i sentimenti e le credenze religiose dei cittadini".

Ma la sentenza della Corte europea di Strasburgo viene a ricordare che lo Stato ha anche il dovere di tutelare la neutralità religiosa delle sue istituzioni. Non le sembra giusto?
"Il concetto di neutralità religiosa, cui si richiama questa sentenza, è interpretato e applicato nel senso del fondamentalismo laicista o agnostico. Infatti, la neutralità religiosa o aconfessionalità dello Stato significa unicamente che nessuna religione avrà carattere statale, ma non che lo Stato debba essere anticonfessionale, cioè che debba sopprimere in modo autoritario la presenza nelle istituzioni pubbliche di qualsiasi segno o simbolo religioso. Tale atteggiamento di rifiuto della religione in quanto tale farebbe dell’ateismo una specie di etica o religione di Stato e, nel caso nostro, del Consiglio di Europa e dell’Unione europea".

Lei adopera l’espressione fondamentalismo laicista. Che cosa intende?
"E’ una ideologia totalitaria che, allontanandosi dal retto concetto di laicità, vorrebbe relegare la fede cristiana e in genere il fatto religioso al solo ambito privato della coscienza personale, abolendo ogni segno, simbolo o manifestazione esterna della fede nei luoghi pubblici e nelle istituzioni civili (scuole, ospedali, statue o monumenti, ecc). Tutto ciò scartando a priori che il cristianesimo, o in genere la religione, possa avere qualche dimensione culturale, storica o sociale che lo Stato debba riconoscere e tanto meno rispettare e tutelare".

Ma perché secondo lei la Corte di Strasburgo non avrebbe applicato rettamente il principio della libertà religiosa?
"La sentenza si richiama senza un vero motivo (poiché la semplice esposizione del crocefisso non ha alcun carattere impositivo o discriminatorio) al diritto alla libertà religiosa degli alunni non cristiani. Mentre non rispetta, per quanto riguarda gli alunni cristiani (la stragrande maggioranza nelle scuole italiane) e la patria potestà dei loro genitori, l’articolo 18 della "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" dell’ONU, che garantisce "la libertà di manifestare, individualmente o in comune, sia in pubblico che in privato la propria religione".
Quanto alla integrazione sociale, l’esperienza ha dimostrato cha la proibizione di ogni segno religioso nelle scuole (ciò avvenne in Francia nel 2004 prima del concetto di "laicità positiva") non la favorisce. Di fatto, come dimostra un documentato studio dell’International Herald Tribune del 2008, un numero crescente di famiglie musulmane francesi invece di una scuola "senza Dio" ha preferito trasferire i loro figli nelle scuole cattoliche".

Lei ha detto che estromettere la croce dalle scuole italiane o di altre nazioni di profonde radici cristiane sarebbe anche un segno di "cristofobia più o meno larvata e di inciviltà". Perché?
"Lo dicono in molti, anche non cristiani, come fece la famosa scrittrice Natalia Ginzburg, di origine ebrea, anni fa. La croce non è soltanto un simbolo religioso per i credenti, ma anche per tutti un segno di civiltà. In tanti ambiti della società (basti pensare a insegne come quella della "Croce Rossa", a determinate bandiere nazionali e istituzioni di diritto internazionale, perfino alle farmacie, cliniche e ospedali, ecc.) la croce è considerata da secoli un segno di alto valore civico e culturale, dell’amore che accoglie e aiuta fraternamente, di uguaglianza di tutti gli uomini nella dignità personale e nella comprensione delle loro sofferenze, ma anche un segno di pace, di concordia, di perdono.

Se la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo respingesse il ricorso dello Stato italiano appoggiato da altri undici Stati, e confermasse così la prima sentenza, temo che saremo di fronte non soltanto ad un gesto di cristofobia più o meno larvata e di inciviltà, ma anche a un’altra manifestazione di fondamentalismo laicista, dalla quale deriverebbe un danno per il concetto stesso di democrazia e di legalità democratica".

Mi hanno sequestrato il Nobel

NEW YORK – «Ho invitato il segretario generale dell’Onu a visitare l’Iran per vedere coi propri occhi il tragico deterioramento delle libertà nel mio Paese». Alla vigilia della risoluzione contro le violazioni dei diritti umani in Iran che l’Assemblea generale Onu si appresta a votare in settimana, Shirin Ebadi abbandona i toni soft per attaccare il regime «che uccide i minorenni, perseguita donne e minoranze religiose e mette all’indice la libertà di parola».

Lei manca dal suo Paese dalle contestatissime elezioni dello scorso giugno.
«Vivo in uno stato di esilio effettivo», spiega l’attivista 62enne, premio Nobel per la Pace nel 2003, in un incontro col Corriere all’Hotel Tudor, a due passi dall’Onu. «Mi hanno confiscato l’appartamento, la pensione che ricevo dal ministero della Giustizia e il conto in banca mio e dei miei famigliari, ormai sotto costante minaccia. E se non bastasse mi hanno sequestrato tutti i premi, incluso il Nobel e la Legion d’Onore».

Ha paura di tornare in Iran?
«Nulla mi spaventa più, anche se minacciano di arrestarmi per evasione fiscale al mio rientro. Sostengono che debbo al governo 410 mila dollari in tasse arretrate per il Nobel: una fandonia visto che la legge fiscale iraniana stabilisce che i premi siano esentasse. Se trattano così una persona ad alto profilo come me, mi chiedo come si comportano di nascosto con uno studente o cittadino qualunque».

Quando ha intenzione di rimpatriare?
«Tornerò, forse accompagnata da Ban Ki-moon, quando avrò finito il mio lavoro all’estero e sarò più utile nel mio Paese. Sono stati i miei colleghi di Teheran a chiedermi di restare: ‘Adesso ci sei più utile fuori’, hanno detto. Uno dei miei compiti è perorare la risoluzione Onu che i partner commerciali iraniani vorrebbero bloccare in quanto ‘politicizzata’. Un’accusa falsa come dimostra l’ultimo rapporto di Ban Ki-moon: un uomo che non si può certo accusare di parzialità».

A cosa serve una risoluzione puramente simbolica?
«A mettere in guardia il governo di Teheran e a dare al popolo che soffre la conferma che l’Onu è con lui. Bisogna riportare la calma nel Paese e io sento il dovere di intervenire per fermare l’escalation di violenza».

Teme che i media internazionali abbassino la guardia?
«Sì. Migliaia di prigionieri languono in carcere, torturati e stuprati. Nessuno conosce il vero numero delle vittime».

La commissione Onu per i diritti umani a Ginevra fa la sua parte?
«Cerca di farla ma la composizione del consiglio è tale da legargli le mani. Vorrei spingerlo a fare di più perché, lo ripeto, la violazione dei diritti umani nel mio Paese è diventata sistematica e diffusissima. Se la Comunità internazionale tace, il popolo sarà dimenticato ed è proprio ciò che vuole il governo».

L’amministrazione Obama sta facendo abbastanza?
«Non ho ancora incontrato il presidente Obama né i membri della sua amministrazione ma la mia posizione è ben chiara: nel dialogo con l’Iran non si può parlare solo di nucleare, ignorando la questione ben più pressante dei diritti umani. Le due sono interdipendenti».

È ottimista sulla ripresa del dialogo tra Washington e Teheran?
«Obama ha inaugurato un nuovo corso rispetto all’ostile sbarramento di Bush, ma bisogna aspettare per vedere quali decisioni in concreto verranno prese».

È ancora in contatto con i suoi famigliari in Iran?
«Parlo tutti i giorni con mio marito e con i miei colleghi del Centro per la difesa dei diritti umani. No, non sono in contatto con gli esuli iraniani in America e nel resto del mondo: non sono un leader politico né un leader del movimento d’opposizione né loro mi riconoscono come tale. Sono solo un difensore dei diritti umani, un semplice avvocato che difende pro bono i perseguitati politici».

Quando tornerà in Iran avrà molto da fare.
«Ne sono certa e mi preparo già ad accettare tutti i casi che mi capiteranno, coadiuvata da una ventina di illustri colleghi, la maggior parte delle quali donne»

È vero che la rivoluzione estiva è stata guidata dalle donne?
«Basta andare su Youtube per capirlo. Non a caso Neda ne è diventata il simbolo. Tantissime donne sono dietro le sbarre mentre ogni sabato sera il comitato delle Madri in Lutto dell’Iran si riunisce in un parco. Protestano in silenzio, vestite di nero e con le foto dei figli imprigionati o uccisi. Molte città, tra cui Firenze e Venezia, hanno creato comitati di solidarietà analoghi e io mi appello a tutte le donne del mondo perché facciano lo stesso».

Turista tedesco ucciso in centro

ISTANBUL – Un turista tedesco è stato accoltellato a morte nel centro di Istanbul. Il terribile fatto è avvenuto nel pomeriggio di lunedì. Nel frattempo sono stati diffusi i fotogrammi dell’agghiacciante sequenza dell’aggressione ripresi da una telecamera di sorveglianza.

LA VICENDA – Il turista, Gregor Kerkeling, 45 anni, stava passeggiando con la sua fidanzata turca nella centralissima via commerciale Istiklal Caddesi, la via dell’Indipendenza, quando improvvisamente è stato avvicinato da uno sconosciuto che l’ha accoltellato al cuore. Trasportato d’urgenza è deceduto poco dopo all’ospedale. L’assassino, Ibrahim Akyol, ha cercato di fuggire, ma è stato fermato da alcuni passanti, che lo hanno consegnato alla polizia. Secondo quanto riportato dai media turchi il turista si sarebbe rifiutato di dare del denaro all’uomo – appena 1 lira turca, l’equivalente di 47 centesimi di euro. La Cnn turca riporta inoltre che i soccorsi sono giunti sul posto dopo oltre mezz’ora dall’accaduto, nonostante l’ospedale più vicino si trovi ad appena 2 minuti di distanza.

Obama: con il Papa per aiutare il mondo

All’Italia, in particolare, il presidente americano chiederà invece di fare di più per sostenere lo sviluppo economico dell’Afghanistan. E con papa Benedetto XVI, che incontrerà al termine del G8, il leader Usa è ansioso di discutere il modo di far ripartire il processo di pace in Medio Oriente.
Durante una lunga intervista nella West Wing della Casa Bianca con un ristrettissimo gruppo di giornali, fra i quali Avvenire era l’unico quotidiano italiano, Obama ha illustrato le sue aspettative per il viaggio che mercoledì prossimo lo porterà in Italia e in Vaticano.
Presentatosi nell’intima Roosevelt Room esattamente alle 10 e mezzo della mattina di ieri, come previsto, Barack Obama ha risposto per più di un’ora a una dozzina di domande poste dalla manciata di cronisti (domande che non erano state anticipate alla Casa Bianca) senza mai rifiutarsi di commentare gli argomenti che gli venivano presentati. Nelle sue risposte si è sempre sforzato di sottolineare gli elementi positivi di tutte le posizioni, soprattutto sui temi più controversi. Quella che segue è un’amplissima sintesi della conversazione.

Signor presidente, quale impegno spera emerga dal G8 dell’Aquila nei confronti dei Paesi più poveri?

Dal G8 vorrei poter ottenere la convinzione che eravamo seri quando ci siamo incontrati a Londra e abbiamo specificamente parlato della necessità non solo di stabilizzare l’economia, ma anche di far sì che gli effetti immediati della crisi non siano subiti in modo sproporzionato dai Paesi più vulnerabili. Come risultato dell’incontro di Londra, abbiamo cercato i modi per contribuire a rendere l’impatto della crisi meno duro. Per questo ho fatto approvare dal Congresso uno stanziamento di 100 miliardi di dollari in crediti per il Fondo monetario internazionale, da usare come strumento di sostegno ai Paesi in via di sviluppo. Come Stati Uniti, inoltre, abbiamo già in programma di raddoppiare gli aiuti alle nazioni povere, non solo per interventi immediati, ma anche per il futuro. La priorità dell’America al prossimo G8 è proprio di indurre gli altri Paesi a fare altrettanto.

Il Papa, durante il suo recente viaggio in Terra Santa, ha invocato una «pace giusta e duratura». I negoziati di pace in Medio Oriente sono tuttavia giunti a uno stallo, in parte a causa delle resistenze di Israele a fermare la crescita degli insediamenti in Cisgiordania. Come pensa di convincere lo Stato ebraico a superare queste resistenze e come intende far ripartire un negoziato basato sul principio di due popoli, due Stati?

Con gli israeliani siamo stati molto chiari nell’affermare che gli insediamenti devono essere fermati. Ma sappiamo che non sarà facile per Israele, perché gli insediamenti continuano da molti anni. Il primo ministro Netanyahu inoltre deve fare i conti con una serie di difficili condizioni politiche in patria. Ciò detto, i colloqui che stiamo avendo con gli israeliani sono molto costruttivi. D’altra parte, non è solo colpa di Israele. I palestinesi hanno la responsabilità di fermare la violenza e i Paesi arabi della regione devono capire che, se Israele è chiamato a prendere decisioni politiche assai difficili, loro devono riconoscere che lo Stato ebraico ha bisogno di sicurezza, come ogni altro Paese. Ciò che gli Stati Uniti possono fare, senza imporre la soluzione, è mettere uno specchio di fronte a entrambe le parti per mostrare loro le conseguenze delle proprie azioni. Questo è un tema sul quale sono ansioso di discutere con il Santo Padre, che credo condivida il mio approccio.

Quali altri temi intende affrontare con Benedetto XVI?

Ho avuto una meravigliosa conversazione telefonica con il Papa subito dopo le elezioni. E sebbene politicamente veda l’incontro come un colloquio con un capo di governo straniero, mi rendo conto che, naturalmente, è molto di più. Capisco bene quale influenza il Papa abbia, ben oltre i confini della Chiesa cattolica. Il Pontefice gode del mio massimo rispetto personale, come figura che unisce una grande cultura a una grande sensibilità. L’opera che ha svolto per il dialogo fra le fedi è notevole. E immagino abbia già sperimentato il rischio che deriva dal mettere insieme, a confronto, gruppi di posizioni opposte, come si è visto in Israele. Ma bisogna essere convinti del fatto che avviare il processo, far partire il dialogo, può portare a maggiore comprensione fra chi è stato su fronti diversi. Spero che con il Santo Padre saremo in grado di trovare temi sui quali avere una duratura collaborazione: dalla pace in Medio Oriente alla lotta alla povertà, dai cambiamenti climatici all’immigrazione. Tutti ambiti nei quali il Papa ha assunto una leadership straordinaria.

In molti altri ambiti, in particolare sul rispetto della vita e del matrimonio, la Chiesa cattolica, e i vescovi cattolici americani, hanno però espresso critiche e preoccupazioni nei confronti delle sue posizioni. Come pensa di affrontare tali critiche? O ritiene che finirà con l’ignorarle?

Non ci sarà mai un momento in cui deciderò di ignorare le critiche dei vescovi cattolici, perché sono il presidente di tutti gli americani e non solo di quelli che, per caso, sono d’accordo con me. Prendo molto seriamente le opinioni delle altre persone e i vescovi americani hanno una profonda influenza sulla Chiesa e anche sulla comunità nazionale. Vari vescovi sono stati generosi nelle loro opinioni e incoraggianti nei miei confronti, benché rimangano differenze su alcune questioni. Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi, anche con toni appassionati. E sarei felice di ospitarli qui alla Casa Bianca a parlare dei temi che ci uniscono e di quelli che ci dividono, in una serie di tavole rotonde. Ci saranno tuttavia sempre ambiti nei quali non sarà possibile trovare pieno accordo.

Lei ha nominato un gruppo di lavoro, composto da rappresentanti dei movimenti che difendono la vita e di associazioni che sostengono il diritto all’aborto, con lo scopo di trovare posizioni comuni. Quali sono le sue attese realistiche sul risultato dei lavori?

Quel gruppo dovrà fornirmi un rapporto finale entro l’estate e non ho l’illusione che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scomparire le differenze. So che ci sono punti in cui il conflitto non è conciliabile. La cosa migliore che possiamo fare è ribadire che esistono persone di buona volontà su entrambe i fronti e che si possono trovare elementi sui quali lavorare insieme. Fra questi, la necessità di aiutare i giovani a prendere decisioni intelligenti in modo che evitino gravidanze non desiderate, l’importanza di rafforzare l’accesso all’adozione come alternativa all’aborto e il dovere di prendersi cura delle donne incinte e di aiutarle a crescere i loro bambini. Ci sono elementi, come la contraccezione, sui quali le differenze sono profonde. La mia posizione personalmente è che si debba coniugare una solida educazione morale e sessuale alla disponibilità di contraccettivi. Riconosco che ciò va in conflitto con la dottrina della Chiesa cattolica. Ma sarei sorpreso se i sostenitori del diritto all’aborto non fossero d’accordo che bisogna ridurre le circostanze in cui una donna decide di interrompere la gravidanza.

Alcuni cattolici lodano il suo contributo alla promozione di temi di giustizia sociale, altri la criticano per la sua posizione sui temi della vita, dall’aborto alla ricerca sulle cellule staminali. La vede come una contraddizione?

Questa tensione del mondo cattolico esisteva ben prima del mio arrivo alla Casa Bianca. Quando ho cominciato a interessarmi di giustizia sociale, a Chicago, i vescovi cattolici parlavano di immigrazione, nucleare, poveri, politica estera. Poi, a un certo punto, l’attenzione della Chiesa cattolica si è spostata verso l’aborto e ciò ha avuto il potere di spostare l’opinione del Congresso e del Paese nella stessa direzione. Sono temi cui penso molto, ma non sta a me risolvere queste tensioni. Ho visto tuttavia come si possa tentare una conciliazione. Il cardinal Joseph Bernardin, che ho conosciuto a Chicago, parlava chiaramente ed esplicitamente della difesa della vita. E vi includeva anche la lotta alla povertà, il benessere dell’infanzia, la pena di morte. Questa parte della tradizione cattolica mi ispira continuamente e ha avuto un forte impatto su mia moglie. A volte penso che sia stata seppellita sotto il dibattito sull’aborto. Desidero invece che resti in primo piano nel dibattito nazionale.

Signor presidente, ha già scelto una chiesa da frequentare con la sua famiglia?

Io e Michelle abbiamo deciso di prendere tempo prima di scegliere la nostra prossima parrocchia perché, onestamente, siamo rimasti profondamente colpiti, turbati e delusi da quanto è successo a Trinity Church con il reverendo Wright (il pastore nero che ha fatto da padre spirituale ad Obama per 20 anni e che, durante la campagna elettorale, fece scalpore per la sua "maledizione" all’America, ndr). Sappiamo anche che la chiesa che frequentiamo può essere vista come la nostra "portavoce". E sappiamo che la nostra presenza rende la vita difficile agli altri fedeli. Potremmo decidere di spostarci fra diverse di parrocchie, anche se questo ci toglierebbe l’esperienza di appartenere a una comunità e di partecipare alla vita della chiesa. Mi aiuta però avere un gruppo di pastori di diverse denominazioni che vengono a pregare con noi. Inoltre, Joshua (Joseph DuBois, dell’ufficio della Casa Bianca per le iniziative fondate sulla fede, ndr) mi manda una riflessione devozionale ogni mattina sul mio Blackberry. Ha cominciato a farlo durante un momento difficile della campagna elettorale ed è un’abitudine che mi offre uno spunto su cui riflettere ogni giorno e che apprezzo moltissimo.

Molte persone, non solo medici, che offrono la propria opera in istituzioni e organizzazioni non governative sono molto preoccupate di non poter esercitare obiezione di coscienza in campi eticamente sensibili. La posizione della sua Amministrazione in merito non è del tutto chiara…

Sono fermamente convinto della necessità di avere una forte obiezioni di coscienza nel nostro Paese. L’ho difesa nel Parlamento dell’Illinois, ne ho discusso con il cardinale Francis George qui nello Studio Ovale e l’ho ripetuto durante il mio intervento all’università di Notre Dame. Capisco che c’è qualcuno che si aspetta sempre il peggio da me su certi temi, ma è più un preconcetto che una posizione motivata da una "linea dura" che staremmo cercando di imporre. La confusione può essere derivata dal fatto che abbiamo cancellato una misura sull’obiezione di coscienza approvata negli ultimissimi giorni di governo del mio predecessore solo perché non era stata formulata chiaramente. Ma stiamo rivedendo la questione e abbiamo richiesto pareri in merito alla gente, ricevendone centinaia di migliaia. Presto renderemo note linee guida più dettagliate e vi assicuro che conterranno una precisa difesa dell’obiezione di coscienza. Non più debole di quella che esisteva durante l’amministrazione Bush.

Come concilia la sua fede con le promesse fatte durante la campagna elettorale agli omosessuali?

Quanto alla comunità gay e lesbica di questo Paese, penso che venga ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e dalla dottrina cristiana in generale. Come cristiano, combatto continuamente fra la mia fede e i miei doveri e le mie preoccupazioni nei confronti di gay e lesbiche. E spesso scopro che c’è molto ardore su entrambi i fronti del dibattito, anche fra chi considero essere ottime persone. D’altra parte, rimango fermo a quanto ho espresso al Cairo: ogni posizione che liquidi in modo automatico le convinzioni religiose e il credo altrui come intolleranti non capisce il potere della fede e il bene che compie nel mondo. In ogni caso, come persone di fede dobbiamo esaminare le nostre convinzioni e chiederci se a volte non stiamo causando sofferenza agli altri. Penso che tutti noi, di qualsiasi fede, dovremmo riconoscere che ci sono state volte in cui la religione non è stata messa al servizio del bene. E sta a noi, penso, compiere una profonda riflessione ed essere disposti a chiederci se stiamo agendo in modo coerente non solo con gli insegnamenti della Chiesa, ma anche con quanto Gesù Cristo, Nostro Signore, ci ha chiamati a fare: trattare gli altri come noi vorremmo essere trattati.

Presidente, per concludere, si aspetta che l’Italia faccia di più per la sicurezza in Afghanistan in vista delle elezioni presidenziali di fine estate? E in che ambito precisamente?

L’Italia ci ha già aiutati molto in Afghanistan con il suo impegno militare. Quello di cui continuiamo ad avere bisogno è collaborazione nell’addestramento delle forze locali, che dovranno, prima o poi, assumersi la responsabilità della difesa del loro Paese. La comunità internazionale deve anche aumentare i propri sforzi tesi ad accelerare e facilitare lo sviluppo economico afghano, a creare infrastrutture, occupazione, scambi commerciali, a espandere l’istruzione, in modo da offrire alla popolazione un’alternativa alla coltivazione dell’oppio. Di questo parlerò esplicitamente con il premier Berlusconi durante il G8 dell’Aquila.

Ho incontrato il patriarca copto

Le Figaro ha definito il suo saggio «un libro che farà storia». Grazie a lui anche l’Onu, tramite l’Alleanza delle civiltà, sta iniziando ad interessarsi della questione dei cristiani perseguitati nel mondo: 200 milioni di persone, secondo le stime di International christian concern, una ong americana tra le più impegnate nella difesa della libertà religiosa dei cristiani.
In Francia René Guitton è una vera e propria autorità in ambito culturale. Per anni è stato corrispondente della televisione France 2 dal Marocco, poi produttore delegato al Grand Prix Eurovision, quindi ha assunto la carica di direttore generale delle edizioni Hachette. Attualmente è direttore della prestigiosa casa editrice Calmann-Levy e dal 1996 è pure membro della giuria del premio Prix François Chalais al Festival di Cannes. A settembre uscirà il suo primo libro in italiano, Il principe di Dio, in cui Guitton prova a tracciare la via di un possibile dialogo interreligioso tra le tre grandi religioni monoteistiche a partire dalla figura del grande patriarca Abramo. Nelle ultime settimane in Francia ha suscitato scalpore il suo ultimo lavoro, definito «il libro nero della cristianofobia»: Ces chrétiens qu’on assassine, edito da una delle case editrici più in vista a Parigi, Flammarion, titolo che letteralmente sta per «questi cristiani che vengono uccisi». Si tratta di un viaggio in diverse tappe nell’Internazionale anticristiana: Maghreb, Medio Oriente, India, Cina ed Estremo oriente. Nel libro Guitton denuncia l’indifferenza che circonda i cristiani perseguitati: «Il silenzio che sperimentiamo ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e provocherà forse, nell’arco di due o tre decenni, gli stessi imbarazzati appelli al pentimento e lo stesso rammarico di non aver voluto far risaltare la verità quando questa doveva essere conosciuta da tutti». Nel saggio – ben documentato – lo scrittore e giornalista francese punta il dito contro l’indifferenza laicista dell’Europa verso i pogrom dei cristiani: «Le persecuzioni anticristiane non rientrano nell’ambito abituale della denuncia degli attentati contro i diritti dell’uomo. Per una semplice ragione: i cristiani, almeno in Occidente, faticano ad associare l’idea di cristianità e di minoranza. In Occidente prendere le difese dei cristiani vorrebbe dire prendere la difesa della maggioranza. L’Occidente, sempre più scristianizzato, non riesce ad immaginare che i cristiani possano essere perseguitati perché cristiani, in quanto cristiani».
Monsieur Guitton, il suo "viaggio" nelle persecuzioni contro i cristiani l’ha condotto in diversi paesi del mondo. Dov’è che i cristiani vengono maggiormente osteggiati? In quali paesi il governo è più ostile al cristianesimo?
Si tratta di due dimensioni diverse. Oggi il paese dove avvengono più massacri di cristiani è l’India, in particolare lo Stato dell’Orissa. Lì si sono verificati omicidi di massa, distruzione di chiese e di beni che appartenevano ai cristiani da parte di integralisti indù: scuole, dispensari, centri di accoglienza, case delle suore di Madre Teresa di Calcutta, con le religiose fuggite nella foresta. In tutto questo le autorità pubbliche non sono intervenute se non quando tutto è stato distrutto. C’era una compromissione tra autori di questi attacchi e la polizia. Le stesse cose succedono in Nigeria e nel Sudan meridionale. Un fatto è da sottolineare: quando nel dicembre dello scorso anno ci sono stati gli attentati terroristi che hanno colpito Mumbai, in India, non si è trattato di un attacco di tipo religioso ma contro uno Stato. Invece, negli stessi giorni, in Nigeria, c’è stata la carneficina di oltre 300 cristiani da parte di musulmani, con persone bruciate vive nelle chiese. E la stampa occidentale, almeno qui in Francia, vi ha dedicato solo qualche riga. Evidentemente ci sono due pesi e due misure nel trattare queste notizie. Anche in Sudan ci sono stragi di massa contro i cristiani, motivate anche in chiave politica perché gli arabi del Nord perseguitano i neri del sud, che prevalentemente aderiscono al cristianesimo, oltre a voler mettere le mani sul petrolio del Sud Sudan.
In quali altri paesi vede una situazione difficile per i cristiani?
L’Egitto. I turisti occidentali che vi si recano dimenticano o non conoscono le azioni contro i cristiani: ultimamente qui l’islamismo si è rafforzato. A febbraio mi trovavo proprio al Cairo quando ci sono stati alcuni attentati contro i cristiani locali, presenti nel paese da centinaia di anni prima dell’avvento dell’islam. In Egitto la carta d’identità deve indicare la religione di appartenenza, praticamente non si possono costruire nuove chiese sebbene ve ne sia la necessità, tanto che nelle celebrazioni dei copti la gente è costretta a stare sui sagrati. Ho incontrato il patriarca copto Shenouda e ho sentito da lui una situazione terribile: le donne cristiane sono obbligate ad indossare il velo, ci sono rapimenti di ragazze costrette a sposare uomini musulmani e a convertirsi all’islam. Anche la recente pandemia suina ha colpito la minoranza cristiana in Egitto (10 per cento della popolazione): il governo ha imposto la soppressione di tutti i suini, sebbene sia stato appurato che l’influenza non si trasmette dal suino all’uomo. Ma questa misura ha colpito e danneggiato economicamente i cristiani visto che sono solo loro ad allevare i maiali.
Cosa può fare la comunità internazionale, ad esempio l’Unione Europea, di fronte a questa situazione?
Ci sono diverse azioni possibili. Basta guardare cosa è successo con Gaza: l’Ue, dopo la breve guerra di fine 2008, ha deciso di far arrivare aiuti umanitari nella Striscia a condizione, però, che si arrivi ad un accordo tra Hamas e Fatah e che vi sia un interlocutore unico. Se queste condizioni non si raggiungono, non verranno inviati aiuti. Dunque si può operare una pressione economica in tali situazioni, chiedendo il rispetto dei diritti umani tra cui la libertà religiosa.
Nel suo libro lei descrive una situazione di "cristianofobia" diffusa anche in Israele…
La Terra Santa non è un paradiso per i cristiani: anche in Israele ci sono diverse azioni anticristiane, non sono incoraggiate dal governo ma i problemi che lo Stato ha ancora con la Chiesa creano una situazione di confusione per cui a livello sociale non si fa distinzione tra le diverse presenze cristiane. È paradossale, ma il terreno su cui sorge la Knesset, il parlamento israeliano, è di proprietà della chiesa ortodossa. Anche l’area dove si trova la Grande Sinagoga di Gerusalemme appartiene agli ortodossi. Da parte degli israeliani i cristiani vengono trattati come i musulmani: quando ci sono le elezioni, la minoranza cristiana araba non ha spazio.
Dopo la sua lunga e corposa indagine riesce a darsi una spiegazione del perché i cristiani siano così contrastati e violentati nel mondo?
La chiave di volta per capire tutto è l’11 settembre. Il mondo non occidentale, nella sua maggioranza, ha considerato l’attacco alle Torri gemelle come una vittoria. Anche i buddisti e gli induisti radicali, oltre naturalmente ai musulmani estremisti, hanno gioito per quel fatto. Ora si assiste ad una recrudescenza anticristiana perché i vari estremismi si sentono più forti di prima. Tutto quello che si può fare contro l’Occidente viene considerato lecito. E qui rientrano anche gli attacchi verso i cristiani. Il cristianesimo e l’ebraismo vengono presi di mira insieme dal mondo non occidentale. Così il piano diventa quello di cacciare i cristiani dall’Oriente in base all’assioma "ognuno a casa propria" e che non vi deve essere nessun mescolamento di popolazioni. Basta guardare in Palestina: i musulmani cercano di comprare case e terreni dei cristiani per ridurli in povertà e costringerli ad emigrare. Anche in Libano i cristiani stanno sempre più lasciando il paese. In Turchia, a causa della questione cipriota, migliaia di cristiani sono partiti, senza parlare dell’Iraq dove, per colpa della guerra, c’è un amalgama tra cristiani e americani che porta all’uccisione dei primi considerati "alleati" dei secondi. I paesi europei, ed occidentali in genere, non devono accordare visti di ingresso in gran quantità ai cristiani iracheni perché questi fuggano dal loro paese. Se capita questo, è come se l’Europa lanciasse un messaggio di "favoreggiamento" dell’azione dei terroristi e degli estremisti che operano in Iraq, i quali vogliono sradicare la presenza cristiana da quel paese. Serve invece una pressione politica per permettere ai cristiani iracheni di restare a vivere nel loro paese in condizioni di sicurezza.
Esistono ormai, almeno in Italia, diversi libri, giornali, riviste e agenzie che documentano la "cristianofobia" di cui lei parla. Tuttavia non si assiste ad una mobilitazione popolare su questo fronte. Perché?
In Francia la "laicità" è diventata qualcosa di così estremo che si è tramutata nel "laicismo". Io sono il primo a manifestare in piazza quando è attaccato un ebreo oppure se vengono sfregiate una sinagoga o una moschea. Quando succede qualcosa di simile, tutti in Francia alzano la voce. Se però la stessa cosa coinvolge i cristiani, nessuno parla: ogni anno da noi ci sono decine di tombe cristiane profanate, ma non c’è una riga sulla stampa. Penso che, rispetto alla persecuzione anticristiana nel mondo, i cristiani occidentali ritengano che non si tratti di un loro problema. C’è una sorta di razzismo strisciante per cui si pensa che i cristiani nei paesi islamici, in zone lontane del mondo, siano "altro". Il cristiano cinese, arabo, nero è visto come una questione che non ci riguarda.
È cosa nota che la condizione dei cristiani nei paesi islamici è molto difficile. Esiste uno Stato musulmano che può essere considerato "un modello" per il rispetto della libertà religiosa dei cristiani?
Posso citare il caso della Giordania, della Siria, o di alcuni stati del Golfo dove di recente – penso al Qatar – è stata costruita una chiesa cattolica. In questi Stati si verifica un paradosso: si tratta di paesi che mai finora avevano conosciuto il fenomeno migratorio e ora ricevono in massa cristiani che vengono dall’India, dalla Malaysia, da alcune zone delle Filippine, dall’Indonesia, dove la loro condizione non è facile. E così si ritrovano in paesi islamici a pregare nelle case e a non avere grandi disponibilità di chiese. Ma le autorità pubbliche islamiche stanno capendo che è nel loro interesse controllare questi cristiani in luoghi pubblici piuttosto che lasciarli pregare nelle case. E così ad Abu Dhabi, nel 2008, è stata eretta una chiesa dedicata a Nostra Signora del Rosario.
C’è in atto un cambiamento dell’agenda politica internazionale rispetto alla realtà della "cristianofobia"? Non assistiamo ancora a iniziative concrete degli organismi internazionali come l’Onu in favore dei cristiani perseguitati. Che speranze ci sono?
Posso attestare che qualcosa sta cambiando. Ho appena concluso un rapporto per l’Alleanza delle civiltà, un’agenzia delle Nazioni Unite, sulla persecuzione anticristiana nel mondo e i massacri che colpiscono le minoranze cristiane: l’ho appena consegnato al presidente dell’Alleanza Jorge Sampaio, ex presidente del Portogallo, che si è interessato alla questione. Stiamo cercando il modo di agire concretamente su questo fronte. La situazione dei cristiani non è ancora un argomento di discussione politica a livello internazionale ma lo sta pian piano diventando. Il mio libro in Francia ha avuto una certa eco, giornali laici e televisioni ne hanno parlato; il sindacato delle grandi imprese, Medef, e il suo presidente Laurence Parisot, mi ha chiamato per tenere una conferenza sul tema della "cristianofobia". Sono convinto che si sta pian piano costruendo la percezione pubblica di questo dramma.