Romena sequestrata due volte e stuprata: invoca aiuto ma nessuno interviene

Due settimane di violenze. Il primo a compiere gli abusi è stato Said Echi Chercki, 36 anni, che, dopo aver sequestrato la donna mentre aspettava l’autobus, l’ha portata sotto la minaccia di un coltello in un capannone, dove l’ha tenuta segregata per circa dieci giorni. Dopo le violenze l’uomo ha riportato la donna alla stazione degli autobus. Qui Marin Tanase, 34 anni, con la scusa di aiutarla, ha minacciato il marocchino e rassicurato la sventurata, ma a sua volta l’ha portata in un altro capannone dove per altri cinque giorni l’ha sottoposta a violenze ed abusi sessuali. La donna è riuscita alla fine a liberarsi approfittando di un momento in cui Tanase si era allontanato e ha denunciato le violenze subite ai carabinieri, che grazie alle indicazioni molto precise hanno identificato ed arrestato i due responsabili delle violenze.

La romena lavora come badante per una famiglia di San Benedetto Ullano (Cosenza), alle porte della città. Il marocchino ed il romeno sono entrambi disoccupati e hanno precedenti penali non specifici. La donna è stata portata in ospedale, ma dopo le cure prestatele è stata dimessa ed affidata ad un istituto di accoglienza.

Nessuno ha voluto aiutarla. L’elemento più agghiacciante della vicenda, nell’orrore di due settimane di segregazione e violenze, è che in entrambe le occasioni in cui è stata sequestrata la donna ha chiesto aiuto ai passanti, ma nessuno ha voluto aiutarla. I due sequestri, raccontano i carabinieri, sono infatti avvenuti alla stessa stazione degli autobus, davanti a decine di persone. In entrambe le occasioni la donna, quando è stata prelevata con la forza e trascinata via, ha gridato, chiedendo aiuto ai passanti, che sono rimasti indifferenti.

Islamabad, brucia l'hotel Marriott

ISLAMABAD – C’è paura a Islamabad, per un incendio che ha coinvolto uno degli alberghi più lussosi della città, già colpito da attentati terroristici in passato.
Due piani dell’Hotel Marriott di Islamabad sono infatti avvolti dalle fiamme per un incendio. Non è ancora chiara la causa del rogo, che arriva a cinque mesi da un attaco kamikaze contro l’allbergo in cui morirono 60 persone. L’hotel aveva riaperto a dicembre dopo la ristrutturazione per riparare i danni causati dall’attacco terroristico. L’albergo era stato colpito anche un’altra volta, in precedenza, nel 2007, quando un kamikaze si fece saltare di fronte all’ingresso.

Omicidio Treviso, fermato il marocchino

TREVISO – È stato arrestato ed è nelle mani della polizia slovena Fahd Bouichou, il marocchino 26enne ricercato per l’omicidio della ex compagna Elisabetta Leder e della loro figlia Arianna di due anni a Castagnole di Paese, in provincia di Treviso. È stato fermato vicino al confine ma in territorio sloveno e sono in corso i controlli per accertarne l’identità.

TELEFONINO – Secondo il quotidiano Il Piccolo, gli investigatori hanno intercettato i segnali del suo telefonino nell’area triestina. Controlli a tappeto sono stati predisposti in città e lungo le direttrici che portano in Slovenia. «Stiamo verificando la reale identità del soggetto fermato dai colleghi sloveni, con i quali eravamo in contatto» spiega Riccardo Tumminia, capo della Squadra mobile di Treviso che sta seguendo le indagini, sottolineando che «ci sono però ottime possibilità che si tratti del ricercato».

BATTESIMO - Il battesimo della piccola Arianna potrebbe essere, secondo il parroco di Castagnole Gino Busato, un movente «religioso» per il duplice omicidio. Sul sito internet de Il Gazzettino, don Busato racconta di aver battezzato qualche mese fa la bambina, ma che alla cerimonia «non ha partecipato il padre della piccola», così come i parenti dello straniero. Il parroco si chiede ora se il battesimo sia stato fatto all’insaputa del padre musulmano. «Ho battezzato la bambina in chiesa e il papà non c’era, era in Marocco – spiega don Busato -. Mi domando: lui voleva o forse non voleva il battesimo? I genitori erano d’accordo o non lo erano?».

Il segreto di McEwan: «Così nascosi Rushdie nei giorni della fatwa»

È stato l’amico Ian McEwan a rivelare i particolari. Rushdie si nascose con lui, nel suo cottage sulle colline Cotswold, sud est dell’Inghilterra, nei giorni immediatamente dopo la condanna. «Non lo dimenticherò mai — ha detto McEwan —. La mattina dopo ci alzammo presto. Lui doveva riprendersi, andare avanti, ma il momento era terribile. Eravamo al tavolo della cucina, preparavamo toast e caffè mentre ascoltavamo il notiziario delle 8 della Bbc. Lui era di fianco a me, ed era la prima notizia del radiogiornale. Mi veniva da piangere, ma non volevo che se ne accorgesse». Il San Valentino del 1989 segnò anche la data del primo approccio all’«islamismo» di Ian McEwan. Anche questo lo ha rivelato a Daniel Zalewski, autore di un lunghissimo profilo dello scrittore che uscirà sul nuovo numero del New Yorker e che ritrae McEwan nelle sue passioni (la montagna prima di tutto, poi il flauto), nei rapporti con la moglie, i figli (con il più giovane suonano insieme canzoni degli Oasis), il fratello dato in adozione e ritrovato, gli amici più cari come Salman Rushdie appunto, ma anche Martin Amis, Julian Barnes, Christopher Hitchens, Timothy Garton Ash.

Con loro McEwan (che, secondo Zalewski, la stampa inglese tampina con «un’avidità degna di Amy Winehouse») si confronta quotidianamente anche rispetto alla scrittura, ma non è certo Amis il primo a cui fa leggere il suo lavoro («Non voglio un altro narratore, grazie tante»), prediligendo, a questo scopo, lo storico Garton Ash (che gli ha consigliato, tra l’altro, di togliere l’articolo al titolo Espiazione), il filosofo Galen Strawson, il poeta Craig Raine le cui critiche però non sempre vengono apprezzate (McEwan non gli rivolse la parola per due anni quando, a proposito di Cortesie per gli ospiti, gli disse: «Senti tesoro, questa è una schifezza, mettila in un cassetto e dimenticala»). Invece dopo la pubblicazione dei romanzi, secondo Garton Ash, le cose nel circolo di McEwan vanno così: «Il romanziere A chiama il romanziere B. Per tre minuti B parla delle ultime atrocità politiche, del calcio, del bere. Alla fine A dice: perché non ti è piaciuto il mio libro? ».

L’articolo del New Yorker ricostruisce soprattutto il crescente interesse di McEwan per la scienza e la razionalità, alla base del suo attuale rifiuto di ogni irrazionalismo religioso («La fede è moralmente neutra nel migliore dei casi e nel peggiore è una vile distorsione mentale. Dall’11 settembre, i poteri della ragione hanno un’attrazione molto maggiore dei richiami della fede e io non li metto più sullo stesso piano», sono le sue più recenti conclusioni in materia). Il racconto di Zalewski è costruito attraverso numerosi incontri con l’autore, tra cui una cena all’Étoile, un bistrot vicino alla casa di McEwan di Fitzroy Square a Londra dove lo scrittore è un habitué. I due mangiano sotto la fotografia che ritrae McEwan assieme a Martin Amis e Christopher Hitchens sulla costa uruguayana nei pressi di José Ignacio dove attraccò il Beagle, la nave di Darwin («un luogo che Ian ci teneva moltissimo a vedere» dice Hitchens), proprio nel periodo in cui i tre venivano duramente criticati dalla stampa per le loro posizioni sull’estremismo islamico (un commentatore dell’Independent li definì la «brigata letteraria dello scontro di civiltà»).

All’origine di tutto c’erano le accuse di razzismo rivolte da gran parte del mondo culturale a Martin Amis per aver detto che «la comunità musulmana dovrà soffrire ancora molto se non fa pulizia nella sua casa». Difendendolo, McEwan aveva rincarato la dose dichiarando, proprio al Corriere: «Martin non è razzista. E io stesso disprezzo l’islamismo perché vuole creare una società che detesto, basata su credenze religiose, mancanza di libertà per le donne, intolleranza verso l’omosessualità e così via». Eppure fino all’89 McEwan era considerato dagli amici (e «preso in giro» per questo) come il più incline a una visionemistica del mondo, tanto che, secondo Hitchens, la sua ostilità al pensiero irrazionale ha qualcosa dello «zelo del convertito ». «Ian ha vissuto gli anni Sessanta cedendo alla fascinazione verso tutto ciò che di alternativo quell’epoca proponeva—dice Garton Ash —.

Il suo percorso personale l’ha condotto dov’è ora». Nel 1972 assieme a due amici McEwan affittò un microbus e viaggiò da Monaco al Khyber Pass, in Afghanistan, lungo una rotta cara ai fricchettoni del tempo. «Ian era molto più hippy di me —ha raccontato a Zalewski Martin Amis —. Io ero un hippy un po’ opportunista, più del genere giacche di velluto e camicie a fiori. Lui invece era della serie caftani e perline». E se McEwan smentisce la faccenda dei caftani, una sua annotazione del 1976 rivela: «Mangiamo funghi allucinogeni, nuotiamo nudi nell’acqua fredda, facciamo saune, beviamo vino e parliamo di Jimmy Carter e Ezra Pound». Con Zalewski ammette: «Ho esplorato il misticismo più che potevo ma per me non quadrava mai». L’interesse di McEwan per la scienza è alla base anche del libro che sta scrivendo ora, nato dopo una magnifica esplorazione lungo un fiordo ghiacciato norvegese al seguito di una organizzazione che si occupa di riscaldamento globale. Protagonista è uno scienziato premio Nobel che McEwan definisce: «Ladro intellettuale, predatore sessuale, bulimico compulsivo, competitivo, avido, ambizioso, maneggione, ma che, in fondo in fondo nasconde anche qualcosa di buono».

Programma tv «blasfemo», Olmert chiede scusa al Vaticano

Protagonista delle critiche del Vaticano le parole del comico televisivo Lior Schlein che su Canale 10 si era espresso in reazione alla vicenda del vescovo lefebvriano Richard Williamson e alle sue dichiarazioni negazioniste sulla Shoah.

«Io non desidero – ha aggiunto Olmert – che il governo israeliano intraprenda una critica dei diversi programmi televisivi. Ma penso che se in un altro Paese fossero state dette cose analoghe contro la religione ebraica, di certo la comunità ebraica avrebbe reagito con un grido di allarme». Nell’elogiare la «coesistenza della comunità cristiana con il nostro popolo» ha assicurato di non avere alcuna intenzione di limitare il diritto di espressione in Israele: «Eppure è certo giustificato pretendere ragionevolezza e responsabilità, anche un po’ di autocontrollo, anche nei programmi satirici».

Netanyahu: no a diktat su governo unità nazionale. Benyamin Netanyahu, premier incaricato, intanto ha fatto sapere che non si farà costringere a dare vita a un governo di unità nazionale. «L’unità può essere raggiunta attraverso il dialogo – ha detto il leader del Likud, subito dopo aver incontrato la leader di Kadima, Tzipi Livni – e non attraverso diktat e forzature». «Non ho alcun dubbio – ha aggiunto Netanyahu – che chiunque abbia davanti il migliore interesse per lo Stato porrà come obiettivo centrale l’unità. Bisogna fare un tentativo vero di raggiungere una posizione comune, sulla base del reciproco rispetto e di una discussione reale». La Livni ha finora rifiutato l’ipotesi di entrare a far parte di un governo guidato dal leader del Likud.

Da Gaza intanto continuano i lanci di razzi verso il territorio israeliano. Stamane un razzo Qassam sparato da miliziani palestinesi è esploso nella zona agricola israeliana di Eshkol, a ridosso della striscia di Gaza, senza provocare vittime.

Il presidente egiziano Mubarak ha annullato l'incontro con Fini

I feriti. Solo un’altra ragazza del gruppo francese è in gravi condizioni, operata ai polmoni. Il gruppo partito stamani, una trentina proveniente da Levallois, altri 24 dai dintorni di Parigi, è stato accompagnato in aeroporto dall’ambasciatore francese al Cairo, Jean Felix Paganon. Solo due studenti tra quelli partiti sono feriti, un ragazzo alle mani e una ragazza ai piedi. Al Cairo arriverà un gruppo di medici francesi per assitere gli altri francesi feriti. Si tratta di cinque giovani, una delle quali molto grave. Sono tutti allievi di scuole medie ed erano al Cairo da ieri mattina, con sette accompagnatori. In mattinata avevano visitato le Piramidi, facendo anche una passeggiata sul cammello sulla piana di Giza e dopo avevano visitato il Museo Egizio.

Gli arresti. Altri tre giovani uomini sono stati arrestati perché sospettati di essere coinvolti nell’attentato. A loro si è arrivati dopo gli interrogatori delle tre persone fermate ieri (due donne con veli integrali sul viso e un uomo) e di centinaia di altri testimoni interrogati dopo l’attentato.

Incerte circostanze attentato. La polizia non ha ancora stabilito con certezza le circostanze dell’attentato. Ahmad Al Tayyeb, rettore dell’università di Al Azhar del Cairo ha detto che «queste esplosioni non sono un fenomeno diffuso, e sono condannate da tutto il mondo islamico, perché coloro che compiono questi atti non possono considerarsi veri musulmani».

Salta incontro Fini Mubarak. Il presidente della Camera Gianfranco Fini è al Cairo in visita ufficiale ma, a causa dell’attentato, non vedrà il presidente Hosni Mubarak, che ha annullato tutti gli impegni ufficiali. Confermati, invece, gli altri incontri istituzionali con Tantawi, imam della più grande moschea del Cairo.

«Il terrorismo colpisce chi lavora per la pace» ha detto Fini a proposito dell’attentato durante una conferenza stampa con il presidente dell’assemblea del popolo egiziano, Ahmed Fathy Sorour. «Ieri il terrorismo – ha proseguito Fini – ha colpito a Il Cairo un gruppo di cittadini europei. Esprimiamo dolore per le vittime. Ma ieri il terrorismo ha colpito anche le Autorità egiziane ed è stata lanciata una bomba per colpire i turisti ma anche per indebolire il governo egiziano che è impegnato contro il terrorismo e per la pace».

Algeria, assalto al cantiere italiano

Secondo il quotidiano algerino El Watan, almeno 9 agenti di sicurezza della società Spas, impiegata da Sonelgaz (ente algerino per l’elettricità e il gas), sarebbero morti e 2 sarebbero rimasti feriti nell’attentato compiuto ieri sera a Ziama Mansouriah, nell’est dell’Algeria, a 500 mt da un cantiere italiano di Astaldi. Il campo dove vivono gli agenti, continua il quotidiano nella sua versione online, sarebbe stato prima attaccato con colpi di mortaio e poi preso d’assalto da un gruppo, numeroso, di terroristi. «Nessun lavoratore di Astaldi nè italiano nè algerino è rimasto coinvolto nell’attacco», ha detto il responsabile del gruppo in Algeria, il Dott. Bettega.

«Il cantiere non ha subito nessun danno», ha aggiunto sottolineando che «l’attacco non era diretto al cantiere e dovrebbe aver colpito una stazione di Sonelgaz». «Per precauzione i lavoratori di Astaldi sono stati trasferiti nella vicina cittadina di Jijel (360 km ad est di Algeri)». L’attacco non è ancora stato confermato dalle autorità algerine.

Il Cairo: bomba al suk di Khan el Khalili, Morta una turista francese e 24 feriti

IL CAIRO (EGITTO) – E’ morta in ospedale la turista francese rimasta coinvolta nell’attentato con bomba domenica al Cairo nei pressi di un caffè nel bazar di Khan el-Khalili, quartiere turistico dove si trova la grande Moschea Hussein. Altre 24 persone sono rimaste ferite, tra cui 18 turisti francesi, 5 egiziani (tra i quali un bambino ed un poliziotto) e un tedesco. Si tratterebbe, dicono le autorità egiziane (ma il loro bilancio riferisce di soli 10 francesi, di quattro tedeschi, tre sauditi e 4 egiziani) per la maggior parte di feriti leggeri, già in gran parte dimessi, ad eccezione di una turista francese, molto grave e che verrebbe operata in queste ore. Ma altre fonti inizialmente parlavano addirittura di 4 morti di cui due stranieri.

GLI ARRESTI – Poche ore dopo l’esplosione il ministero dell’Interno egiziano attraverso un comunicato rende noto che sono stati arrestati tre presunti responsabili che avrebbero preso parte all’attentato. Si tratta di un uomo e due donne che indossavano il «niqab», il velo che copre il volto completamente, lasciando scoperti solo gli occhi.

FARNESINA – Dopo gli accertamenti effettuati dall’ambasciata d’Italia al Cairo sia presso gli ospedali cittadini sia presso il ministero della Sanità egiziano, fonti della Farnesina riferiscono che «al momento non risultano connazionali coinvolti». Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha espresso il suo «profondo dolore» per l’attentato e – in un comunicato – ha fatto le sue condoglianze alla famiglia della vittima, inviando un messaggio di solidarietà ai feriti e ai loro parenti.

LA DINAMICA - Un giornalista dell’agenzia egiziana Mena ha detto alla tv che l’ordigno è stato lanciato dall’alto, presumibilmente da un balcone dell’albergo Al Hussein, che affaccia sulla grande piazza omonima. Secondo un dirigente della polizia, citato dalla France Presse, l’attacco è stato condotto con una granata, mentre altre fonti delle forze di sicurezza, citando testimoni, hanno riferito che l’attacco è stato condotto con due ordigni, uno dei quali sarebbe stato lanciato da una motocicletta. Le stesse fonti affermano che uno dei due ordigni non è esploso. Le forze di sicurezza hanno circondato l’area dove è intervenuta anche una squadra di artificieri.

GLI AUTORI - Stando alla polizia dietro all’attentato ci sarebbe il gruppo islamico Al-Tawid wal Jihad. Il bazar di Khan el-Khalili – costruito oltre 650 anni fa – è già stato teatro di un attentato suicida nell’aprile 2005 costato la vita a due turisti francesi e a un americano. Nel 2006 la stazione balneare di Dahab, nella penisola del Sinai, venne colpito in un triplo attentato in cui morirono 20 persone. Nel 2004 e 2005 altri due attacchi insanguinarono la costa egiziana lungo il Mar Rosso, a Taba e Sharm El Sheik, uccidendo oltre 100 persone. Negli anni ’90 l’Egitto fu teatro di un lungo conflitto con militanti islamici che culminò con il massacro di turisti a Luxor nel 1997.

Benedetto, la preghiera e l'obbedienza

Nella sua breve catechesi, Benedetto XVI ha armonizzato i temi della domenica e della festa della cattedra con quelli dell’imminente quaresima che, come da tradizione, il vescovo di Roma aprirà con la cerimonia delle ceneri a Santa Sabina mercoledì prossimo. Nel cristianesimo, la quaresima permette al cristiano di disporsi, attraverso un cammino di conversione e di purificazione, a vivere in pienezza il mistero della risurrezione di Cristo nella Pasqua. In tale spirito, prima della preghiera domenicale, Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli un’esortazione molto cara all’ascesi cristiana, soprattutto durante i tempi forti dell’anno liturgico: «Questa festa mi offre l’occasione per chiedervi di accompagnarmi con le vostre preghiere».

Un cristiano che invita a pregare per lui, non è un vile. Se poi fa il papa è un battezzato da annoverare tra i miti e gli umili di cuore. Tutti ricordiamo la domanda con la quale Hannah Arendt si chiese, ai tempi di Giovanni XXIII, come fosse possibile che un conclave scegliesse come papa un cristiano. Se ricordassimo la sua risposta, sapremmo anche come e perché l’evento si sia ripetuto a ogni sede vacante. Paolo VI, il mercoledì delle ceneri del 1978, sempre a Santa Sabina, interruppe la sua omelia e improvvisando disse: «Ve lo chiedo per favore, vogliate bene al papa, pregate per lui». L’episodio viene ricordato solo da chi vuole vederlo come quel papa-Amleto che Montini invece non fu. Allora, se contestualizzati nel loro humus socio-religioso, i tentennamenti che in questi giorni vengono attribuiti a Benedetto XVI riguardano solo casi irrisolti, vecchi di decenni, sui quali il pontefice tenta di ottenere obbedienza con paziente educazione.

Le nomine vescovili del Nord-Europa, soprattutto quelle in Svizzera, Germania e Austria, sono state rette per secoli da norme dettate da antichi concordati, tutti rivisti alla luce del codice di diritto canonico in vigore ormai da 26 anni. Non è certo un problema del Papa se i governi ne hanno già preso atto mentre i capitoli delle cattedrali di lingua tedesca e francese non riescono ad abbandonare quel complesso antiromano che innervosiva persino un teologo progressista come Yves Congar. La visita canonica che Benedetto XVI ha fatto espletare nei seminari americani, per problemi che alla stampa cattolica anglosassone di questi giorni non piace ricordare, esistevano da decenni e a questo papa si deve la responsabilità di aver voltato una pagina che in tanti, e a lungo, non hanno neanche voluto toccare.

Nella discrezione più assoluta di simili fatti, per chi osserva bene, la Chiesa di oggi ne ha compiuti tanti. ll Papa a maggio andrà in Israele, un paese dove per giovani israeliani in vena di youtubizzare, lo sputo in faccia all’ecclesiastico di ogni rito è uno dei passatempi preferiti. «La visita del Papa è un atto di coraggio», si è limitato a commentare, da Gerusalemme, il nunzio apostolico dopo che il premier Olmert ne aveva dato l’annuncio ufficiale. Anche a Istanbul e a New York, a Sidney e a Parigi, erano in molti a pensare che un papa dialogante fosse necessariamente un papa debole. E così, invece, non è stato. Sabato scorso, Benedetto XVI ha improvvisato un altro discorso nella cappella del seminario romano. Commentava la lettera di Paolo ai Galati, il passo dove l’apostolo «accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori degli altri». Forse anche in Italia, per togliere tra i fedeli e i loro pastori, Papa e vescovi compresi, l’inutile intralcio degli intellettualismi che affligge coloro che soffrono e che stentano a ritrovare l’abbraccio della Chiesa, basterebbe qualcuno che avesse il coraggio di dire loro: «Fratelli, la ricreazione è finita».

Il Cairo, bomba a Khan el Khalili Quattro morti, due sono stranieri

Quattro morti, tra cui una francese e un altro stranierio, e oltre sedici feriti. E’ il bilancio della bomba esplosa vicino a un caffè del suk turistico di Khan el- Khalili , nel quartiere di Al Azhar. Tra i feriti francesi e tedeschi. Tra i feriti tedeschi e francesi. L’ordigno sarebbe stato lanciato dall’alto, probabilmente da un balcone dell’albergo Al Hussein, che affaccia sulla grande piazza omonima. Sul posto ambulanze e anche l’esercito. L’esplosione sarebbe stata molto violenta.