Manila, ultimatum dei rapitori di Vagni

MANILA - Ultimatum del gruppo estremista di Abu Sayyaf che il 15 gennaio scorso sull’isola di Jolo ha rapito i tre volontari della Croce Rossa internazionale (l’italiano Eugenio Vagni, lo svizzero Andreas Notter e la filippina Mary Jean Lacaba): se entro le 14 di martedì (le 8 in Italia) le truppe di Manila non si saranno ritirate dall’isola, uno degli ostaggi verrà decapitato.

«CONDIZIONI INACCETTABILI» – Il ministro dell’Interno delle Filippine, Ronaldo Puno, ha fatto sapere che il gruppo separatista islamico vicino ad al Qaeda insiste per il ritiro di tutti i militari da 15 città dell’isola. Manila tuttavia considera inaccettabili le condizioni poste per l’ultimatum e ha riferito che reagirà con la forza se ad alcuno degli ostaggi sarà fatto del male. Il governo aveva già accettato di ritirarsi dalla parte meridionale di Jolo per allentare la pressione sui terroristi e per consentire l’apertura di un corridoio umanitario da cui gli estremisti islamici potessero liberare uno dei tre volontari. Ma questa mossa non è bastata ai terroristi. Nel 2001 Abu Sayyaf decapitò un ostaggio americano, Guillermo Sobero.

Pakistan: strage alla scuola di polizia

LAHORE – Solo dopo ore di battaglia le forze di sicurezza sono riuscite a riprende il controllo dell’accademia di polizia di Manawaan, nei sobborghi di Lahore (Pakistan), assalita verso le 7,30 (le 4,30 in Italia) da un gruppo di terroristi che avevano preso in ostaggio oltre trenta persone.

ASSALTO – Gli assalitori sono entrati lanciando almeno una decina di bombe a mano prima di aprire il fuoco all’impazzata. Al momento dell’assalto, nella caserma erano presenti oltre 800 tra allievi e ufficiali. La maggior parte delle vittime si è registrata nei pressi dell’ingresso della scuola. Gli assalitori (alcuni in divisa da poliziotto, altri in abiti civili e mascherati) si erano poi asserragliati all’interno della struttura dove è nata una sparatoria con gli agenti. La zona intorno alla scuola di polizia era stata circondata e isolata da forze speciali della polizia e dell’esercito pachistano. La città era stata messa in stato di allerta ed era stata dichiarata l’emergenza in tutti gli ospedali.

VITTIME – Dopo circa sei ore dall’assalto, si è udita una forte esplosione all’interno della struttura seguita da colpi di armi da fuoco, segno dell’assalto delle forze di sicurezza. Un portavoce ha poi annunciato che era stato ripreso il controllo dell’accademia di polizia. Ancora incerto il bilancio delle vittime: undici morti e una novantina di feriti secondo fonti ufficiali, ma altre fonti parlano di un bilancio più pesante, circa 20-25 morti. Il portavoce ha detto che tutti gli ostaggi sono stati liberati e tre terroristi catturati mentre altri quattro sono stati uccisi.

Affondano tre barconi: «300 dispersi»

TRIPOLI (Libia) – Sono centinaia i dispersi in mare, al largo delle coste libiche, vittime dell’ultima tragedia dell’immigrazione. Tripoli parla di 21 vittime accertate, mentre solo 20 persone sono state tratte in salvo da tre barconi naufragati lunedì a poca distanza dalla terraferma. Due trasportavano rispettivamente 253 e 365 persone. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni, citando finti libiche, ha quantificato i dispersi in trecento. Sembra che i tre barconi, sovraccarichi di persone (tra cui molti egiziani) e privi di salvagenti a bordo, siano colati a picco per il forte vento. «Non erano a una distanza dalla costa che consentisse di raggiungerla a nuoto» ha detto il portavoce dell’Oim Jean-Philippe Chauzy. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Antonio Guterres ha espresso profonda tristezza: «Sempre più persone si muovono, ma ci sono sempre più barriere al loro movimento e molti passano le frontiere in modo irregolare. L’incidente sottolinea il bisogno di accrescere la cooperazione internazionale per i salvataggi in mare».

RIMORCHIATORE ITALIANO – Una quarta imbarcazione in difficoltà, con a bordo 350 migranti, è stata rimorchiata e portata in salvo dal rimorchiatore italiano Asso 22 al largo delle coste libiche. L’allarme è scattato la sera di sabato e l’intervento di soccorso, condotto insieme alle autorità libiche, si è concluso domenica pomeriggio, quando il barcone è stato rimorchiato fino al porto di Tripoli. Salvi tutti gli occupanti. L’Asso 22, iscritto a Napoli, normalmente assiste tre piattaforme petrolifere al largo della Libia. Proprio da una di queste piattaforme, ricostruisce la Guardia costiera, sabato intorno alle 23 sono state trasmesse le coordinate di un barcone carico di migranti che navigava in condizioni precarie. L’unità ha raggiunto il posto, dove si è unita ad una motovedetta della Guardia costiera libica, che ha coordinato le operazioni di salvataggio dato che la barca era in acque affidate alla giurisdizione di Tripoli. Tre militari libici sono saliti sul mezzo italiano che a mezzanotte e mezzo ha agganciato il barcone e cominciato il rimorchio.SBARCHI IN SICILIA - L’ennesima tragedia in mare non ha fermato i viaggi della disperazione verso l’Italia: oltre 400 extracomunitari sono approdati nelle ultime ore sulle coste orientali dell’isola, dopo i 222 arrivati lunedì a Lampedusa. Sbarchi che, ha assicurato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, «termineranno il 15 maggio, quando entrerà in vigore l’accordo siglato dal governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste». Il primo barcone si è arenato lunedì sera sulla spiaggia di Scoglitti, una frazione di Vittoria in provincia di Ragusa. A bordo c’erano 153 immigrati, tra cui 29 donne, che dopo le procedure di identificazione sono stati portati nella palestra comunale di Pozzallo. Una carretta di circa 20 metri con a bordo 249 persone, tra cui 31 donne (tre incinte) e otto minori, è approdata invece all’alba a Portopalo di Capo Passero, nel Siracusano. Gli extracomunitari, in gran parte somali ed eritrei, sono stati scortati in porto dall’unità navale delle Fiamme gialle e da una motovedetta della Guardia costiera. Un giovane somalo di 24 anni, il presunto scafista, è stato arrestato dalla Guardia di finanza.CAOS A LAMPEDUSA – Intanto a Lampedusa c’è stata una nuova fuga dal Centro di identificazione ed espulsione: una ventina di migranti sono riusciti ad allontanarsi dall’edificio, prima di essere bloccati qualche ora dopo dai carabinieri. Due di loro, sorpresi a rubare dentro villette disabitate, sono stati arrestati; altri cinque denunciati per violazione di domicilio. Sull’isola si trovano complessivamente 720 extracomunitari distribuiti tra il Cie di contrada Imbriacola e l’ex base Loran di Capo Ponente. Il sindaco Dino De Rubeis ha lamentato la mancanza di assistenza medica adeguata per i 222 migranti sbarcati nel pomeriggio. Affermazioni seccamente smentite dal responsabile del Dipartimento immigrazione del Viminale, Mario Morcone.

Arabia, l'intimo della discordia le donne vogliono le commesse

"PASIONARIE" dell’intimo in rivolta in Arabia Saudita. Boicotteranno i negozi di biancheria del paese fino a quando non verrà applicata una legge, già approvata nel 2006 e mai seguita, che stabilisce che nei negozi con articoli femminili lavorino solo donne.

Fino ad oggi sono stati gli uomini a servire le clienti in cerca di slip, bustier e baby doll. E lo hanno fatto in base alla legislazione locale che impone che i commessi siano esclusivamente di sesso maschile così da controllare le clienti – che comunque per fare acquisti devono essere accompagnate da un uomo – impedire loro di avere rapporti con gli altri clienti, ed evitare che commesse donne debbano lavorare a stretto contatto con uomini.

Tra le "ribelli" c’è la 26enne Huda Batterje. Per lei andare in un negozio di intimo in Arabia Saudita – dove la legge islamica è interpretata in modo intransigente – rappresentava una esperienza umiliante. "Quando compri la biancheria – racconta – può capitare che il commesso ti dica ‘questa non è la tua taglia’, squadrandoti dall’alto in basso. Perché mi guarda in questo modo?, mi chiedo allora". La giovane saudita, che ora vive negli Stati Uniti, ha deciso quindi di muoversi fino a Dubai per acquistare la biancheria per il suo matrimonio.

Anche l’imprenditrice Heba Al-Akki sostiene questa iniziativa e spiega: "Quando vado a fare compere entro in un negozio, prendo quello che mi serve e vado via velocemente".

Ma non sono solo le clienti donne a lamentarsi. Anche alcuni commessi uomini sono infatti a favore del boicottaggio: "Anche negli Stati Uniti e in Europa gli uomini non vendono indumenti intimi alle donne", spiega il 27enne Husam Al Mutayim, manager di un negozio di Riad. "Non permetterei a una mia parente di comprare biancheria intima da uomo. Sarebbe troppo imbarazzante".

Le donne saudite chiedono quindi che sia applicata una legge, approvata nel 2006 e mai applicata a causa dell’opposizione delle autorità religiose più conservatrici del paese, e perché si teme l’aumento della disoccupazione tra gli uomini, che ha già superato il dieci per cento.

Quello dell’intimo femminile è d’altronde un mercato molto mortificato, sebbene estremamente popolare, nella società saudita: basti pensare che i manichini esposti nelle vetrine, che indossano prevalentemente lunghi pigiami, sono decapitati per evitare che ci sia un’eccessiva identificazione con il corpo femminile. All’interno però, accanto alla biancheri di tutti i giorni, non mancano pezzi di intimo molto sexy che le clienti sono costrette a scegliere, ed acquistare, su consiglio di un uomo.

Il boicottaggio è stato lanciato da circa una settimana con un’azione combinata da cinquanta esponenti del gruppo Resource and Women’s Awareness Center, tra le quali anche la Dar al-Hikma che spiega: "Stiamo lentamente prendendo coscienza e chiediamo l’ampliamento della vecchia legge".

E per rimanere al passo con i tempi, e spargere il più possibile la voce, il gruppo ha diffuso su Facebook una petizione che ha già raggiunto le due mila firme.

Gheddafi difende il presidente Bashir: "La Cpi nuova forma di terrorismo"

ADDIS ABEBA – Gheddafi dalla parte di Bashir e contro il Tribunale penale internazionale. La corte penale dell’Aja, che ha emesso un mandato d’arresto contro il presidente sudanese per i crimini in Darfur, secondo il leader libico rappresenta una "nuova forma di terrorismo mondiale". Il colonnello, presidente di turno dell’Unione Africana, ha usato parole molto pesanti contro il tribunale: "Sappiamo che tutti i paesi del terzo mondo si oppongono a questa sedicente corte penale internazionale. Fino a quando tutti non saranno trattati allo stesso modo, non funzionerà", ha detto il colonnello libico durante una riunione con i responsabili dell’Ua ad Addis Abeba.

"Questa corte penale internazionale è contro i paesi che sono stati colonizzati nel passato e che gli occidentali vogliono ricolonizzare. Si tratta di un nuovo terrorismo mondiale", ha aggiunto Gheddafi. "Non è giusto che un presidente venga arrestato", ha sottolineato riferendosi al mandato d’arresto emesso il 4 marzo scorso dal Cpi contro il presidente sudanese Omar Al-Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Darfur.

"Se permettiamo una cosa simile, che un presidente sia arrestato e giudicato, come il presidente Bashir, noi dovremo anche giudicare coloro che hanno ucciso centinaia, milioni di bambini in Iraq e a Gaza", ha concluso.

Se tornano i Taliban per noi è la fine

KABUL – Dietro la sciarpa nera che le nasconde il viso, la voce di Wahida suona dolce e tranquilla. "Il mio lavoro è occuparmi della sicurezza. Vigilo che tutti indossino casco e scarpe, perché nessuno si faccia male in cantiere". Mentre parla, intorno a lei si muovono decine di operai. Tutti uomini. Qualcuno le passa accanto e lancia sguardi di fuoco: lei finge di non vedere.

Wahida è un nome falso. La giovane madre venticinquenne che parla nascosta dalla sciarpa è una delle due donne sugli 850 operai che stanno costruendo, con fondi americani, la nuova centrale elettrica di Kabul. Ogni giorno viene al lavoro insieme a suo marito, Sahid. Ogni giorno riceve minacce di morte. "Sono le persone con cui lavoro. Sono anche Taliban certo, ma qualcuno qui dentro li aiuta", dice. Mentre parla arriva un sms, Wahida lo apre e poi mostra il telefono: "Vede? Anche ora. Dicono che mi uccideranno se continuo a lavorare. Ma io non mi fermo. Il nuovo Afghanistan ha bisogno delle sue donne. E i politici che parlano di dialogo con i Taliban dovrebbero ricordarselo".

La forza e il coraggio di donne come Wahida sono una delle prime cose che colpiscono quando si arriva in Afghanistan: dimenticati i proclami del 2002, quando si diceva che avessero buttato via i burqa e fossero pronte a prendere in mano il paese, la maggior parte delle donne qui vive ancora in una condizione di inferiorità. Poche fuori da Kabul osano andare in giro a viso scoperto. Poche vanno a scuola, meno ancora lavorano.

Poi ci sono le eccezioni, come Wahida e la sua collega. O come le poliziotte Malika e Dilbar. O le studentesse Roobina, Parveen e Lida. Ragazze forti, che studiano, lavorano e sperano nel futuro. Donne che oggi hanno un motivo in più per avere paura. Messo alle strette dall’approssimarsi della scadenza elettorale – il voto è previsto ad agosto – e dal calo di popolarità, il presidente Hamid Karzai è tornato a proporre nelle settimane scorse un accordo ai Taliban moderati. Finora la proposta è stata rifiutata, ma molte qui in Afghanistan temono che prima o poi le trattative si apriranno, e che gli ex studenti di religione possano tornare sulla scena. I diritti delle donne, a quel punto, potrebbero diventare merce di scambio della partita politica, proprio come è accaduto nella valle pachistana dello Swat. E i pochi passi in avanti verrebbero cancellati.

"Non lo accetteremo, mai. Non torneremo indietro" dice Roobina. Gli occhi a mandorla tipici della popolazione hazara, il velo celeste, la ragazza, 18 anni, studia inglese e informatica al Kabul vocational center, probabilmente la scuola migliore della città. Essere ammessa è stata dura, ma lei, come le sue amiche, spera che sia una carta in più per il futuro: "Voglio diventare maestra – racconta – e insegnare alle ragazzine. Come hanno fatto con me quando non potevo andare a scuola a causa dei Taliban. Quel periodo per noi ragazze è stato orribile e non permetteremo che qualcuno ci porti di nuovo indietro. Neanche il presidente". Parveen e Lida annuiscono.

Ma a Kabul parlare è più semplice. La capitale è sempre stata il luogo più tollerante dell’Afghanistan e anche ora che le cose non sembrano volgere al meglio resta, per le donne, il posto più semplice dove vivere. Kunduz, nel nord, è un’altra storia: in quella che fu una delle ultime roccaforti Taliban a cedere nel 2001, solo uscire di casa a volto scoperto è una sfida.

Arruolarsi nella polizia poi, è un disonore e una follia che si può pagare con la vita. Malika, 25 anni, e Dilbar, 20, lo sanno bene: fra gli 840 allievi del centro di formazione per poliziotti sono le uniche donne. E anche se gli istruttori – afgani, tedeschi e americani – non fanno differenza fra loro e i maschi, appena si allontanano gli insulti e le minacce dai colleghi sono la regola. "Dicono che una donna non dovrebbe fare questo – racconta Malika – ma cosa dovrebbe allora fare una che ha 5 figli e un marito che l’ha abbandonata?".

Malika ha scelto di sfidare i luoghi comuni in nome dei 100 dollari al mese del salario di poliziotta: sa che lavorare sarà difficile e sa che se, come si dice in giro, quelli che stavano con i Taliban torneranno al potere a Kunduz, per lei, che ha osato infrangere due barriere – schierandosi con la legge e mischiandosi con gli uomini – la vita diventerà un incubo. "Confido nel governo – dice timida – accetterò quello che faranno. Ma non posso credere che ci sacrificheranno, non di nuovo", aggiunge prima di andare via.

A Malika è meglio non dirlo, ma le sue parole non sono troppo diverse da quelle che le ragazze della valle dello Swat affidavano alla stampa internazionale qualche settimana fa. Poi il governo di Zardari ha deciso di cedere ai Taliban e di permettere che nell’area fosse introdotta la sharia in cambio di una tregua. E le donne hanno perso la voce.

Freedom Tower cambia nome

NEW YORK – Sette anni e mezzo dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’enfasi patriottica che ha accompagnato il faticoso avvio dei piani di ricostruzione viene accantonata per lasciare spazio a un po’ di pragmatismo commerciale: un paio di giorni fa i newyorchesi hanno scoperto che il nuovo grattacielo di 541 metri (1776 piedi, per ricordare l’anno dell’indipendenza americana) che sta finalmente sorgendo dalla voragine di Ground Zero, non si chiamerà più Freedom Tower, Torre della libertà. Le esigenze del mercantilismo e il timore che un nome patriottico renda, ancora di più, l’edificio un bersaglio per i terroristi, ha suggerito il ritorno al vecchio nome: «1 World Trade Center». I capi della Port Authority – l’agenzia pubblica proprietaria dell’area che deve trovare inquilini a sufficienza per riempire i 102 piani della torre – minimizzano, spiegando che Freedom Tower è un nome affettivo e simbolico che resterà nel linguaggio popolare, ma che, giunto il momento di commercializzare l’immobile (il suo completamento è previsto per il 2013), era logico tornare al suo legale.Che in molti casi i nomi affettivi prevalgano su quelli «contrattuali», è sicuramente vero. A New York la gente continua a chiamare Pan Am Building il grattacielo che chiude il segmento nord di Park Avenue, anche se la Pan American non esiste più da vent’anni (l’edificio è stato da tempo ribattezzato MetLife Building). Ma il sito delle Torri Gemelle non è un posto come un altro. La Port Authority lo sapeva bene e per questo, nell’ultimo anno, ha cercato di gestire con gradualità l’abbandono del nome «patriottico». Ma il caso gli è ugualmente scoppiato tra le mani quando, due giorni fa, il nuovo nome commerciale è spuntato fuori alla firma del contratto con una società cinese, la Vantone Industrial, che ha affittato sei piani dell’edificio per 23 anni. Il New York Times non aveva dato troppo risalto alla notizia, presentandola come un semplice accorgimento di marketing: il ricorso al nome di «trade center » per riproporre l’edificio come porta commerciale d’America. Un cambio di rotta imposto anche dal fatto che, fino a due giorni fa, gli unici spazi prenotati nella torre erano quelli destinati a uffici pubblici statali e federali.Ma i quotidiani popolari – il Post e il Daily News- hanno accusato la Port Authority di opportunismo, innescando la protesta dei familiari delle vittime dell’11 settembre («il loro sacrificio è stato inutile: li stanno dimenticando»). Sono scesi in campo anche i conservatori con accuse a raffica: «Non possiamo rinunciare, per una questione di affitti, a un nome nel quale c’è tutto il nostro orgoglio di Paese libero», ha protestato l’ex governatore repubblicano, George Pataki: fu lui, nel 2003, a scegliere il nome di Freedom Tower. La nuova amministrazione democratica dello Stato di New York, però, non sente la necessità di un’ostentazione immobiliare di patriottismo e anche il sindaco Bloomberg – ex repubblicano, ora indipendente – ha dato una mano: «Personalmente preferisco Freedom Tower, ma capisco le ragioni di chi ha scelto diversamente. Se con un altro nome riescono a riempire l’edificio, facciano pure». Bloomberg alle polemiche è abituato: da anni sulla ricostruzione dell’area di Ground Zero si azzuffano autorità, costruttori, agenzie per la sicurezza e parenti delle vittime. Si litiga su tutto: dalla forma del museo della memoria alle protezioni antibomba della nuova torre. Gli stop sono stati innumerevoli e la crisi economica degli ultimi due anni ha reso ancor più incerta la sorte dell’intero progetto.Comprensibile che chi deve rendere economico l’enorme investimento (la costruzione della torre costerà più di tre miliardi di dollari) tenti tutte le strade. Ma il fatto che la questione del cambio di nome sia venuta fuori con la firma del contratto con una società cinese legata al governo di Pechino, ha lasciato l’amaro in bocca a molti. Certo sono proprio i cinesi, che useranno i piani che hanno affittato come luogo d’incontro tra le loro imprese che operano negli Usa e quelle americane interessate al grande mercato asiatico, ad aver riaperto la possibilità di rendere la torre una grande centro di scambi commerciali. E per un luogo simile, nota il capo della Port Authority, Anthony Coscia, World Trade Center è il nome più adatto. Ha ragione. Ma ne ha qualcuna di meno quando liquida l’altro nome, quello patriottico, come una mera manifestazione di sentimenti popolari. «Sorry Mr president – l’ha smentito ieri il New York Post – quello è un nome impresso nell’acciaio», non scritto sulla sabbia. E ha tirato fuori dall’archivio la foto della prima trave del grattacielo impiantata nel terreno nel 2006: sulla quale compare, gigantesca, la scritta Freedom Tower.

Obama: «Al Qaeda prepara un attacco»

WASHINGTON – Al Qaeda è ancora attiva e dai santuari in Pakistan «sta preparando un attacco» contro il territorio americano. Barack Obama, annunciando la nuova strategia anti-terrorismo degli Usa, lancia l’allarme. «L’obiettivo primario – ribadisce il presidente – è quello di smantellare» la rete terroristica di Osama bin Laden. Ma per raggiungere questo scopo sarà cruciale il ruolo di Islamabad. «Il confine tra Afghanistan e Pakistan – spiega – è la zona più pericolosa del mondo per gli americani».

AFGHANISTAN – «Secondo numerose analisi dell’intelligence Al Qaeda sta progettando attivamente degli attacchi contro gli Stati Uniti dal suo rifugio in Pakistan» spiega Obama. E anche in Afghanistan la situazione sta diventando sempre più pericolosa: «Il 2008 è stato l’anno con più caduti americani nella guerra». Per questo serve maggiore impegno: saranno inviati 4mila soldati come addestratori delle forze di sicurezza locali e ci sarà un maggiore impegno civile. Accelereremo il nostro sforzo per creare un esercito afghano con 134mila unità e una forza di polizia con almeno 82mila unità in modo da affidare sempre più la responsabilità della sicurezza alle forze locali». Obama ha ordinato l’invio di altri 17mila soldati in Afghanistan, chiesti mesi fa dal generale McKiernan: «Questi soldati e marines aggiuntivi porteranno la lotta contro i talebani nel sud e nell’est e ci daranno una più ampia possibilità di agire in partnership con le forze di sicurezza dell’Afghanistan e dare la caccia agli insorti lungo il confine. Questo incremento di truppe servirà anche a dare più sicurezza in vista delle importanti elezioni presidenziali del prossimo agosto». Gli Stati Uniti non chiuderanno gli occhi sulla corruzione in seno al governo di Kabul soprattutto ora che l’Afghanistan potrà beneficiare di un maggiore aiuto.

PAKISTAN – Ma il destino dell’Afghanistan, ripete Obama, è legato a quello del Pakistan. Da una parte Islamabad deve dimostrate il suo impegno contro i terroristi, dall’altra gli Usa si impegnano a fornire al Pakistan un miliardo e mezzo di dollari all’anno per cinque anni. «Serviranno a costruire scuole, strade e ospedali e a rafforzare la democrazia pakistana».

IL PIANO – Nel presentare il suo «piano complessivo» per l’Afghanistan e il Pakistan, Obama riconosce che in questa situazione di incertezza molti americani si domandano «perché siamo ancora lì, perché i nostri uomini e le nostre donne vengono uccisi». Il presidente afferma che in quei due Paesi è in gioco la sicurezza degli Stati Uniti e del resto della comunità internazionale: «È una sfida alla sicurezza internazionale al più alto livello – spiega – la sicurezza delle persone di tutto il mondo è in gioco». Per questo, gli Stati Uniti devono «scardinare, sconfiggere e smantellare» la rete terroristica in questi paesi. E per farlo è importante che gli americani capiscano che non solo l’Afghanistan, ma anche il Pakistan «ha bisogno del nostro aiuto». Mentre a Kabul bisogna fare di tutto perché il governo non cada sotto i talebani e riesca a bloccare al Qaeda, altrimenti il paese «sarà la base di terroristi che ci vogliono uccidere».

GRUPPO DI CONTATTO – Obama annuncia poi che, assieme alle Nazioni Unite, gli Usa daranno vita a un nuovo Gruppo di Contatto per l’Afghanistan e il Pakistan che metta assieme tutte le nazioni che hanno una parte nella sicurezza della regione: gli alleati della Nato e altri alleati, ma anche gli Stati dell’Asia Centrale, le nazioni del Golfo e l’Iran, la Russia, l’India e la Cina. «Il mondo non può permettersi di pagare il prezzo se l’Afghanistan torna a sprofondare nel caos – ripete Obama. – Abbiamo una responsabilità comune all’azione perché da questo dipende la nostra pace e la nostra sicurezza».

ISLAMABAD E KABUL – Il Pakistan saluta come «molto positivo» il programma. «Credo che l’impostazione della nuova amministrazione Obama sia molto positivo. Guarda a un approccio regionale per risolvere la situazione – ha detto il ministro degli Esteri Shah Mahmud Qureshi -. Il Pakistan intende giocare un ruolo attivo, costruttivo in questo frangente perché riteniamo che la nostra pace e la nostra sicurezza siano legate all’Afghanistan». Plauso anche dall’Afghanistan: secondo il presidente Karzai la nuova strategia aumenta le possibilità di successo contro la minaccia del terrorismo e della guerriglia e sarà di beneficio sia al popolo afghano che all’intera regione. In particolare, Karzai ha accolto con favore l’invio di altri 4mila militari americani.

ITALIA E FRANCIA - Per l’Italia il ministro degli Esteri Frattini dice che «la Ue è davvero unita nel considerare la svolta degli Stati Uniti in Afghanistan importante e condivisibile» e il governo francese ha espresso soddisfazione per la nuova strategia Usa, nel quadro di un ruolo rafforzato delle Nazioni Unite. Il portavoce del ministero degli Esteri Eric Chevalier ha ricordato come la nuova strategia si basi su quattro assi: «Una dinamica politica rivolta alla riconciliazione nazionale; un aiuto civile rafforzato e meglio coordinato; una presenza internazionale di sicurezza rivolta verso uno sviluppo notevole della capacità militari e di polizia afgane; una dinamica regionale di stabilizzazione». Chevalier si è anche espresso favorevolmente riguardo a un possibile coinvolgimento dell’Iran negli sforzi di stabilizzazione della regione.

Attentato in Pakistan: 48 morti

ISLAMABAD – È di almeno 48 morti e 70 feriti il bilancio provvisorio di un attentato suicida contro una moschea di Jamrud, in una zona tribale al confine con il nord-ovest dell’Afghanistan. L’attacco è avvenuto durante la preghiera del venerdì. Jamrud si trova nella regione pachistana di Khyber, dove gli estremisti islamici hanno intensificato i loro attacchi sui convogli che trasportano i rifornimenti alle forze Usa e della Nato impegnate in Afghanistan.

UN FUNZIONARIO: «CROLLATA LA STRUTTURA» – Un alto funzionario governativo, Bakhtiar Khan, ha detto che l’esplosione ha provocato il crollo della moschea. I soccorritori stanno cercando tra le macerie eventuali superstiti. Secondo il governatore della regione, Tariq Hayat, il numero dei morti potrebbe salire fino a 70. Testimoni hanno riferito di aver visto portare diverse persone all’esterno della moschea dai soccorritori, anche se non hanno saputo specificare la loro condizione.

Afghanistan, attacco agli italiani

KABUL – Un’autobomba è esplosa poco fa al passaggio di un convoglio di soldati italiani nell’ovest dell’Afghanistan. Danneggiati i mezzi, ma nessun ferito. Lo riferisce l’Ansa.

LA RICOSTRUZIONE – L’attentato, riferiscono al comando del contingente italiano, è avvenuto alle 14 locali, le 10.30 in Italia, nell’area di Shindand (provincia di Herat). L’autobomba è esplosa al passaggio di una pattuglia di mezzi italiani degli Omlt (Operational Mentoring Liason Team), squadre di militari che addestrano l’esercito afghano. Nessun militare italiano è rimasto ferito; danneggiato il veicolo blindato Lince sul quale viaggiavano. I militari italiani stavano effettuando