Azerbaigian, strage all'università: 17 morti

BAKU (Azerbaigian)Strage in Azerbaigian: un uomo, probabilmente georgiano, ha sparato all’impazzata nell’università dell’industria petrolifera di Baku, capitale della repubblica caucasica. I morti sono 17, tra insegnanti e studenti. Tre delle vittime sono straniere: un siriano e due sudanesi. I feriti sono una decina.

GEORGIANO DI 28 ANNI - L’autore della strage, secondo i documenti che gli hanno trovato addosso le forze dell’ordine, si chiama Ferdi Gadirov, 28 anni, ed è un cittadino georgiano di origine azera. Lo ha detto il ministero dell’Interno. Chiarita meglio la dinamica dell’attacco, che resta però senza una spiegazione, dato che le autorità hanno escluso la matrice politica. Alle 9.30 ora locale (le 6.30 in Italia) lo sconosciuto armato di una pistola di fabbricazione russa, una Makarov, ha fatto irruzione nell’edificio dell’università sparando all’impazzata e uccidendo 16 persone. Circondato dai poliziotti, si è suicidato sparandosi. Oltre all’arma e al documento di identità, addosso aveva tre caricatori. Il presidente azero Ilham Aliev, esprimendo le condoglianze ai famigliari delle vittime, si è impegnato a seguire in prima persona le indagini. Non è ancora chiaro se il killer sia uno studente dell’ateneo di Baku: questa versione è sottoscritta da diverse emittenti russe, che parlano di una rissa scoppiata tra gli studenti subito prima della strage. Queste notizie non sono però confermate dal ministero dell’Interno.

Turchia, kamikaze cerca di uccidere l'ex ministro della Giustizia

ISTANBUL - Momenti di grande tensione mercoledì mattina in Turchia. Un kamikaze la cui identità è rimasta ignota ha cercato di uccidere, facendosi esplodere, l’ex ministro della giustizia Hikmet Sami Turk. L’attacco è avvenuto nei corridoi dell’Università Bilkent di Ankara, uno degli atenei più importanti della capitale.

LA DINAMICA - Stando a quanto rivela l’emittente Ntv, l’ex ministro stava camminando in corridoio per recarsi a lezione, quando la sicurezza ha bloccato l’attentatore, che si è fatto esplodere per fortuna al momento senza conseguenze per nessun altro. Ora l’università è stata evacuata e la polizia sta facendo tutti i rilievi del caso. L’attentatore è stato arrestato. I dirigenti della Bilkent hanno detto che verrà diramato un comunicato ufficiale. Hikmet Sami Turk non ha voluto commentare l’attacco.

Arabia: chiudono le palestre femminili, e le donne protestano

Ma sì, "lasciamole ingrassare". Un gruppo di donne saudite ha lanciato su internet una campagna di protesta con questo slogan, per opporsi alla decisione delle autorità di chiudere le palestre femminili private in Arabia. La rigida interpretazione dell’Islam in vigore nel Regno saudita impone la totale segregazione tra i sessi: uomini e donne sono separati a scuola, al lavoro – e anche in palestra. Esistono «centri di benessere» solo per donne legati a ospedali governativi e cliniche, ma specialmente le più giovani dicono che sono troppo costosi.

Le prime palestre private solo per donne sono nate sei anni fa e sono oggi molto popolari, come luoghi di relax e per combattere l’obesità o i chili di troppo (un problema per il 66% delle saudite, secondo la stampa locale). Ma mentre il dipartimento dello sport e della gioventù concede licenze alle palestre private maschili, non le dà a quelle femminili. Né esiste alcun dipartimento governativo che lo faccia. «Perché ai maschi è permesso frequentare le palestre indipendenti, che non sono certificate e non hanno supervisione medica, mentre alle donne è proibito?», ha protestato Sara Abdulla. «Noi abbiamo le stesse esigenze». La ragione, dice al quotidiano Arab News l’avvocato Abdulaziz Al Qasim, è che nessuno nel governo vuole essere attaccato dalle autorità religiose, che hanno definito le palestre femminili "una vergogna" e una tentazione che porta le donne ad allontanarsi da casa trascurando così marito e figli (una settimana fa è stata emanata pure una fatwa che le definisce "immorali").

In Arabia Saudita lo sport è vietato anche nelle scuole statali femminili, non c’è alcuna federazione che organizzi attività sportive per le ragazze, pochi stadi sono aperti a loro e non possono partecipare alle Olimpiadi (l’attivista Wajeha Al Huwaider, che si batte anche per il diritto delle donne alla guida, ha criticato questo divieto con un video diffuso su YouTube in occasione dei Giochi del 2008. «Aisha, moglie del profeta Maometto, praticava ogni genere di sport ai suoi tempi – afferma nel video -. Sapeva andare a cavallo e combattere»). Nonostante i divieti, squadre femminili di calcio, basket e pallavolo nascono e giocano semi-clandestinamente. Ed esistono decine di palestre indipendenti – illegali – a Gedda, Medina, Riad: spesso vengono chiamate "centri di bellezza". Ma il ministero degli Affari municipali e rurali ha dichiarato di voler porre fine alla loro esistenza, secondo i giornali sauditi. D’altra parte, proprio il viceministro per gli Affari municipali e rurali, il principe Mansour bin Muteb, ha suggerito giorni fa che, per la prima volta, le donne saudite potrebbero essere autorizzate a votare quest’anno nelle amministrative (solo gli uomini hanno votato in quelle del 2005, le prime elezioni nazionali dalla crezione dello stato nel 1932). Una prova dei progressi lenti e contraddittori sulla strada delle riforme promesse dal re Abdullah.

Terrore in Iraq: altri 3 cristiani assassinati dagli estremisti

Ancora sangue e violenza contro la già martoriata minoranza cristiana in Iraq. Tre cristiani sono stati uccisi domenica sera in diversi attacchi a Kirkuk, città nel nord del Paese: azioni che la polizia locale non esita a definire «atti terroristici». Ma dalla sparuta presenza cristiana nell’ex feudo di Saddam ( oggi l’ 1,5% della popolazione, fino al 2003 si era al 3%) arrivano anche notizie di speranza: da oggi si riunisce il Sinodo della Chiesa Caldea e venerdì si terrà l’ordinazione sacerdotale di tre nuovi preti di questa antica comunità cattolica.

Proprio alla condizione dei cristiani in Iraq sarà dedicato il prossimo sinodo caldeo che si tiene nel seminario di Ankawa a Erbil: qui, fino a fine mese, si riuniranno 15 vescovi del Paese. A dare la notizia del triplice assassinio è stato monsignor Shlemon Warduni che all’agenzia Sir ha parlato di «due donne caldee e di un siro-ortodosso » caduti in diverse azioni terroristiche, in cui ci sono stati anche «diversi feriti». Il primo ad essere assassinato dai terroristi è stato Youssef Chaba, un siro-ortodosso dipendente della Compagnia petrolifera del Nord, assalito in casa propria a Kirkuk. Gli assalitori hanno ucciso l’uomo e ferito i suoi due figli, Bassel e Samer, che – riferisce AsiaNews – non versano in condizioni preoccupanti. Pochi mi- nuti dopo – ha precisato il comandante della polizia locale Adnane Abdallah – in un’altra azione sono state ammazzate Nouna Latif Daoud e Susan Latif, sua nuora, pure loro aggredite nella propria abitazione.

Qui i terroristi hanno sparato e poi infierito sulla vittima a colpi di pugnale, uccidendo questa madre, sua nuora e ferendo la figlia di Nouna. A presiedere i funerali delle vittime del nuovo gesto anticristiano è stato l’arcivescovo caldeo di Kirkuk, Louis Sako. «Si tratta di vigliacchi crimini terroristici » ha dichiarato il presule, che ha poi proseguito: «Persone innocenti che non hanno alcun legame con la politica e non hanno mai offeso nessuno sono state uccise dai terroristi nelle loro case solo perchè cristiane». Al tempo stesso monsignor Sako ha avuto parole dure nei confronti dei politici iracheni: «Sembra che la violenza sia ritornata tra noi, hanno perso la loro chance » ha aggiunto il presule, parlando davanti a oltre 600 persone di diverse comunità (caldei, caldei, turkmeni, arabi e musulmani), riunitisi per onorare queste nuove vittime del terrorismo di matrice islamica.

Il dolore dei parenti delle tre vittime cristiane durante il funerale che è stato celebrato nella città di Kirkuk dall’arcivescovo Louis Sako (Epa» Le autorità pubbliche di Kirkuk, infatti, e alcuni leader cristiani hanno manifestato notevoli sospetti sul fatto che il triplice omicidio sia opera dei ribelli sunniti legati ad al- Qaeda. « Siamo davanti ad attacchi commessi dai fondamentalisti di al- Qaeda che non rubano soldi o gioielli, ma uccidono solo in nome della religione» ha commentato Yashor Benyamin, un attivista cristiano di Kirkuk. Secondo un funzionario della polizia della città, Anwar Qadir, tali fatti sembrano il tentativo di al-Qaeda di voler rinfocolare scontri interetnici e interreligiosi. Nei giorni scorsi l’Iraq ha visto una nuova impennata di violenza (150 vittime in soli due giorni), in coincidenza con l’arresto (confermato domenica anche dal premier al-Maliki) di Abu Omar al-Baghdadi, leader di un’alleanza terrorista con a capo al-Qaeda.

Benedetto XVI tra le macerie:«Ora case e chiese solide»

L’AQUILA - Gli abruzzesi, anche in nome delle persone morte sotto le macerie, «attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare a ornarsi di case e di chiese, belle e solide». È un discorso non convenzionale quello di Benedetto XVI, in visita nella tendopoli di Onna, il paese raso al suolo dal terremoto del 6 aprile. Ha espresso la sua «cordiale vicinanza» agli sfollati, che ha voluto idealmente «abbracciare con affetto uno ad uno», elogiando la forza d’animo che stanno dimostrando: «Ora, come in passato, non vi siete arresi, non vi siete persi d’animo. C’è in voi una forza d’animo che suscita speranza». Sfollati che stanno facendo duramente i conti con il maltempo e con lo sciame sismico che non dà tregua (anche durante la visita del Papa, alle 10.10, c’è stata una scossa di magnitudo 2.7 con epicentro vicino a L’Aquila).

«QUESTA TERRA RISORGA» - Durante la visita, di mezz’ora, il Papa ha salutato e stretto le mani a molti terremotati e soccorritori e ha accarezzato alcuni bambini. «Sono venuto di persona in questa vostra terra splendida e ferita, che sta vivendo giorni di grande dolore e precarietà – ha detto -, vi sono stato accanto fin dal primo momento, ho seguito con apprensione le notizie condividendo il vostro sgomento e le vostre lacrime, vorrei abbracciarvi con affetto uno a uno». Poi ha parlato della solidarietà, del «grido preoccupato di tante famiglie che hanno perso tutto: case, risparmi, lavoro e a volte anche vite umane». Una risposta concreta, ha detto, «passa attraverso la nostra solidarietà che non può limitarsi all’emergenza iniziale, ma deve diventare un progetto stabile e concreto nel tempo». Per questo ha incoraggiato «istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano». Il Papa ha incontrato brevemente il vice caporedattore del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse, che sotto il terremoto, proprio a Onna, ha perso il padre e due figli.A

COLLEMAGGIO - Prima delle 11 Benedetto XVI, accompagnato dall’arcivescovo de L’Aquila Giuseppe Molinari, da Guido Bertolaso e da Gianni Letta, ha lasciato Onna diretto a L’Aquila in auto. Ha raggiunto la basilica trecentesca di Collemaggio, gravemente danneggiata dal sisma, dove per l’occasione sono state esposte nell’ingresso le spoglie di Celestino V. Entrato dalla Porta Santa, che era stata chiusa dopo il terremoto, il Papa ha deposto il suo pallio sull’urna con le reliquie donandolo quindi alla basilica. Si tratta di un a stola di lana bianca che Benedetto XVI ha indossato il giorno dell’inizio del suo pontificato, quattro anni fa: simboleggia il legame tra il successore di Pietro e la Chiesa universale. Davanti alla basilica il Papa si è rivolto ai vigili del fuoco: «Grazie per il lavoro che avete fatto» ha detto al direttore centrale per l’emergenza Sergio Basti e al comandante dei pompieri dell’Aquila Roberto Lupica.

CASA DELLO STUDENTE - Dopo una decina di minuti è uscito per raggiungere la Casa dello studente, dove ha incontrato dodici giovani, stringendo loro a lungo le mani. Gli studenti hanno consegnato al Pontefice una lettera. «Ho voluto ringraziare il Santo Padre dicendogli che la fede ci sta aiutando a superare questo drammatico momento – spiega una ragazza -; abbiamo perso molti amici che siamo sicuri siano già risorti». Ha detto di non aver chiesto nulla al Papa, ma di aver sottolineato che la sua visita è stata un grande dono e una grande gioia. Assente Carmela Tomassetti, la studentessa di fede protestante che per prima aveva denunciato la presenza di crepe ai responsabili della struttura.

«SOLUZIONI EFFICACI PER SFOLLATI» - Tappa finale, la scuola della Guardia di finanza di Coppito, dove Benedetto XVI ha salutato diverse autorità istituzionali e religiose. Ad attenderlo c’erano il sindaco Massimo Cialente, il presidente della Regione Gianni Chiodi, amministratori degli altri comuni terremotati, militari e soccorritori. «A ciascuno vorrei far giungere una speciale parola di apprezzamento – ha detto il Papa -. Grazie di ciò che avete fatto e soprattutto dell’amore con cui l’avete fatto. Andate avanti uniti e ben coordinati, così che si possano attuare quanto prima soluzioni efficaci per chi oggi vive nelle tendopoli. Lo auguro di cuore e prego per questo». Una frase a lungo applaudita. Benedetto XVI, che ha detto di avere nel cuore tutte le vittime della catastrofe, ha definito «assai toccante pregare davanti alla Casa dello studente, dove non poche giovani vite sono state stroncate dalla violenza del sisma». E sulla visita a Collemaggio: «Venerare le spoglie del santo papa Celestino V mi ha dato modo di toccare con mano il cuore ferito di questa città».

ESAME DI COSCIENZA - Dopo quanto accaduto in Abruzzo, ha concluso, la comunità civile deve fare «un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità mai venga meno. A questa condizione L’Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare». Un caloroso applauso ha accolto queste parole. Terminata la visita, Benedetto XVI torna in Vaticano in auto. Non è stato possibile utilizzare l’elicottero a causa del maltempo. Per la stessa ragione il Papa non ha potuto sorvolare le zone terremotate, come avrebbe desiderato.

I servizi pachistani : «Osama è morto»

WASHINGTON – Per i servizi segreti pachistani Osama Bin Laden potrebbe essere morto. In un’intervista tv il presidente Asif Alì Zardari ha avanzato questa ipotesi ed ha aggiunto che la sorte del fondatore di Al Qaeda resta un mistero. Lo stesso capo dello Stato ha aggiunto che neppure gli americani hanno informazioni maggiori.

SEGNALAZIONI DIRADATE - Negli ultimi mesi le segnalazioni si sono diradate e alcune fonti avevano sostenuto che potesse nascondersi nella regione di Chitral, in Pakistan. Vale la pena poi ricordare che anche l’ex premier Benazir Bhutto, poi assassinata dai terroristi, aveva sostenuto che Bin Laden fosse deceduto.

IPOTESI E SCENARIO - Le parole di Zardari permettono di sottolineare alcuni punti e formulare delle ipotesi. Primo. Il Pakistan, accusato di ospitare Bin Laden e noto per gli stretti legami tra una parte della sua intelligence e l’estremismo, vuol allontanare i sospetti. Secondo. Osama è davvero morto; lo pensano non solo i pachistani ma anche diversi analisti occidentali. Inoltre non compare più da tempo con un video attendibile. Terzo. Il suo eventuale decesso non ha cambiato la situazione sul terreno. I militanti islamisti sono all’offensiva nello scacchiere asiatico e soprattutto in Pakistan. I timori di attacchi anche in Occidente non si sono attenuati. Quarto. Se Osama è vivo la sua presenza appare ininfluente. Oggi gli attori e i processi politici sono altri.

Nave spagnola cattura nove pirati

MADRID - Operazione della marina militare spagnola nelle acque dei pirati somali. La fregata "Numancia", che incrociava al largo della costa, ha «intercettato un’imbarcazione con nove persone a bordo che potrebbero essere collegate al tentativo di abbordaggio della nave da crociera italiana». Lo si legge in un comunicato diffuso dal Ministero della Difesa spagnolo. La "Melody" – con a bordo circa 1.500 persone, di cui 536 membri dell’equipaggio – era stata attaccata sabato ma il servizio di sicurezza della nave era riuscita

I servizi segreti israeliani al Papa: «A Nazareth incolumità a rischio»

TEL AVIV - Nella prossima visita a Nazareth (Galilea), papa Benedetto XVI sarà forse costretto a rinunciare alla «Papamobile» perché secondo i servizi segreti israeliani in quella città la sua incolumità sarà a rischio.

IL QUOTIDIANO - Lo sostiene il quotidiano Haaretz secondo cui i servizi segreti hanno raccolto informazioni preoccupanti: a Nazareth estremisti islamici potrebbero organizzare manifestazioni di protesta, o anche attaccare il Pontefice. Il Papa sarà in Israele e nei Territori palestinesi fra l’11 e il 15 maggio. Haaretz rileva che un ulteriore motivo di preoccupazione per i servizi segreti deriva dal fatto che il 14 maggio i palestinesi ricorderanno la Naqba (la «catastrofe» ovvero ai loro occhi la fondazione di Israele, nel 1948) e in passato in quella data si sono talvolta verificati disordini.

Pakistan, bomba in un giocattolo – Dodici bambini rimasti uccisi

LA DINAMICA - La tragedia è avvenuta sabato in un remoto villaggio del Pakistan nord-occidentale, Luqman Banda, in una zona montagnosa di difficile accesso, nella valle dello Swat. «Sette bambini appartenevano alla stessa famiglia – ha detto Said Zaman, funzionario di polizia del distretto di Low Dir, che ha raggiunto il luogo dove è avvenuta la strage -. Tra le dodici piccole vittime, cinque erano bambine». Il poliziotto ha spiegato che l’ordigno sembrava un pallone e i bambini l’avevano trovato vicino alla loro scuola, sembra una scuola elementare femminile, mentre stavano tornando a casa: «Quando hanno cominciato a giocare, è esploso».

LA SHARIA - Secondo Zaman, non è chiaro se si sia trattato di un «atto di terrorismo deliberato» o di un incidente. Nella zona è infatti in vigore la Sharia, la legge islamica, imposta dai talebani in seguito ad un accordo con il governo di Islamabad. Scuole femminili sono già state oggetto di attacchi, in quanto gli integralisti ritengono che l’educazione delle donne sia contraria all’Islam. Ma la regione è anche piena di ordigni inesplosi, abbandonati dai combattenti mujaheddin negli anni Ottanta, durante la guerra contro i sovietici nel vicino Afghanistan. Il primo ministro pachistano Yusuf Raza Gilani, in un comunicato ufficiale ha parlato di «lutto e dolore». «Coloro che giocano con vite innocenti – ha aggiunto – non sfuggiranno alla collera di Allah nè alla legge».

«Bus separati per uomini e donne» All'attacco i rabbini di Gerusalemme

GERUSALEMME Separati in bus. Pensiline col divisorio. Niente calche immonde. E nessun bisogno di cedere il posto alle signore. Perché le signore devono viaggiare su mezzi propri, con linee a parte, salendo e scendendo ad apposite fermate. L’ultima battaglia dei rabbini estremi è la chiacchiera preferita, sugli autobus di Gerusalemme, e gli animi si scaldano: al sindaco della città, Nir Barkat, è arrivata l’ennesima petizione degli ultraortodossi che considerano immondo, nella città sacra, vedere questi carichi di persone mischiate fra loro all’ora di punta, uomini e donne che si schiacciano (e quindi si toccano) senza pudore.

Mai più: i rabbini vogliono altre carrozze kosher, maschi di qua e femmine di là, anzi vogliono solo pullman timorati di Dio, come già ne hanno ottenuti l’anno scorso quando la compagnia municipalizzata Egged provvide alle loro esigenze e si dotò di mezzi secondo morale.
Le intenzioni sono serie e l’hanno dimostrato giovedì sera, dopo un sit-in di duemila persone all’ingresso di Meah Sharim, il quartiere dei turboreligiosi: «Traveling the right way», viaggiare nel modo giusto e sulla retta via, hanno scandito sotto un palco. Al corteo hanno partecipato anche autisti della Egged, che appoggiano l’idea dei bus separati. Per le gerarchie religiose di Gerusalemme, i trasporti pubblici sono un’ossessione. Durante l’ultima campagna elettorale, hanno chiesto e ottenuto che le pubblicità sulle fiancate dei mezzi non mostrassero foto di candidate donne: la stessa Tzipi Livni s’è dovuta accontentare di scritte acchiappavoti.

L’anno scorso, un gruppo di rabbini s’è scagliato contro gl’infernali lavori della metropolitana scoperta che, da mesi e almeno fino al 2011, stanno paralizzando il traffico cittadino. La loro preoccupazione non è l’effetto devastante del trenino, che in barba a ogni vincolo e nell’assordante silenzio dell’Unesco passerà perfino sotto le antiche mura di Suleimano il Magnifico: no, gli ortodossi temono la «contaminazione« che la nuova linea provocherà, costringendoli a entrare in quartieri che di solito evitano. Pure qui, la protesta monta e la compagnia tranviaria è dovuta ricorrere all’acquisto di carrozze speciali, blindate, a prova di sassaiole: non solo per le eventuali reazioni dei religiosi, ma soprattutto perché il trenino elettrico finirà per sfiorare anche zone calde palestinesi.

Tanto attivismo comincia a stancare e a suscitare reazioni, in una città dove ormai i religiosi sono più del 30 per cento della popolazione. Alla manifestazione dell’altro giorno, se n’è opposta un’altra (più piccola) di giovani israeliani con cartelli che dicevano «non vogliamo diventare un altro Iran», «no all’apartheid dei trasporti», «no alla segregazione sugli autobus»… Ferma anche la risposta di Rachel Azaria, responsabile del comune di Gerusalemme: «Il trasporto è un diritto di libertà – dice -. Io non obbligo nessuno a sedersi vicino a me. E chiunque può decidere, da solo, se sedersi o no vicino a qualcun altro. Non possiamo accettare, però, che qualcuno venga a dirci come dobbiamo sederci e viaggiare sui nostri autobus. Non fosse così, non lo chiameremmo trasporto pubblico».