Iran, confermati i risultati del voto

Mahmud Ahmadinejad è ufficialmente il presidente dell’Iran. Il Consiglio dei Guardiani ha approvato oggi l’esito del voto rigettando le proteste dei candidati sconfitti, che hanno portato a manifestazioni di piazza e disordini senza precedenti nei 30 anni della Repubblica islamica. Dopo il riconteggio del 10 per cento delle schede effettuato oggi, il capo del Consiglio, l’ayatollah Ahmad Jannati, ha informato il ministero dell’Interno che non sono state riscontrate irregolarità di rilievo.
Alla revisione, secondo quanto è stato possibile sapere, non hanno partecipato i rappresentanti dei due candidati che avevano chiesto l’annullamento del voto denunciando gravi brogli: il moderato Mir Hossein Mussavi e il riformista Mehdi Karrubi. Il portavoce del Consiglio dei Guardiani, Abbas Ali Katkhodai, aveva detto stamane che Mussavi aveva avuto ieri sera un incontro con l’organismo di vigilanza e che aveva posto come condizione per cooperare alle operazioni l’accettazione di alcuni suoi «suggerimenti». Oggi un suo rappresentante è tornato a discuterne con i membri del Consiglio, ma dal colloquio, ha sottolineato il portavoce, «non sono usciti risultati chiari». Nelle ore che hanno preceduto l’annuncio ufficiale dei risultati le forze di sicurezza sono tornate a presidiare diverse aree della città dove per gli otto giorni seguiti alle elezioni si erano avute manifestazioni di oppositori, stroncate il 20 giugno dalla polizia e dai miliziani islamici Basiji dopo che la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, aveva ordinato di cessare i raduni. Almeno 17 persone, secondo un bilancio ufficiale, sono rimaste uccise negli incidenti.

Anche oggi, secondo quanto riferiscono diversi blog, molti sostenitori di Mussavi avrebbero cercato di formare una catena umana lungo il viale Vali Asr, ma le forze di sicurezza lo avrebbero loro impedito. Le stesse fonti, che non trovano conferme ufficiali, dicono che non vi sono stati scontri. Nel frattempo rimane alta la tensione con l’Occidente, in particolare con la Gran Bretagna, dopo gli arresti avvenuti venerdì di nove dipendenti iraniani dell’ambasciata britannica a Teheran, accusati di avere avuto un «ruolo» nel fomentare i disordini. Cinque di loro, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Hassan Qashqavi, sono stati rilasciati, mentre gli altri quattro sono ancora sotto interrogatorio. Il portavoce ha assicurato che il governo della Repubblica islamica «non ha in programma la chiusura di alcuna ambasciata europea a Teheran» nè «la riduzione del livello delle relazioni diplomatiche», nemmeno con Londra. Tuttavia il primo ministro britannico Gordon Brown ha condannato oggi l’arresto dei dipendenti iraniani definendolo «un’azione inaccettabile, ingiustificata e senza fondamento».

Esplosione in stazione, morti e feriti

VIAREGGIOUn treno merci carico di gpl deraglia e causa un’esplosione nei pressi della stazione di Viareggio. Il bilancio è tragico: almeno 15 morti, 4 dispersi e 30 feriti di cui 16 in gravi condizioni. Altri due cadaveri sarebbero stati localizzati, ma sarebbe al momento impossibile per i vigili del fuoco recuperare i corpi. La zona non è ancora tornata in sicurezza e i soccorritori devono agire con cautela.

LA TRAGEDIA – È successo tutto intorno alla mezzanotte di lunedì. La deflagrazione ha investito le case vicine, provocando il crollo di alcune palazzine. A causare l’incidente, sostiene una nota di Ferrovie, sarebbe stato il cedimento di un carrello di uno dei primi carri cisterna. Tra le vittime ci sono due bambini, i cui corpi sono stati già recuperati, alcune persone che si trovavano a passare per la strada che costeggia la ferrovia e alcuni abitanti di due palazzine crollate. Danni sono visibili anche su altri edifici limitrofi. Mille persone sono state evacuate dalle loro case. Testimoni e soccorritori hanno descritto la scena che si sono trovati di fronte come «un’altra Pompei».

SI SCAVA - Il bilancio è ancora provvisorio e si teme che fra i resti delle due palazzine distrutte dall’esplosione del gas e dal successivo incendio ci possano essere altre vittime: per questo si continua a scavare tra le macerie. Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dopo un sopralluogo ha chiarito che al momento i dispersi sono 4 o 5 (e non 30 come riferito in precedenza da altre fonti). Nel frattempo due persone sono state estratte vive dalle macerie: si tratta di marito e moglie. Contemporaneamente proseguono le operazioni per la messa in sicurezza delle altre cisterne del treno che ancora sono piene di Gpl. Solo una ha infatti avuto la perdita di gas che ha causato il disastro. Le altre tredici che componevano il convoglio sono sui binari della linea ferroviaria La Spezia-Pisa, proprio poche centinaia di metri oltre la stazione di Viareggio, e i tecnici dei vigili del fuoco hanno provveduto a svuotarne il contenuto e trasportarlo altrove senza pericoli. La circolazione dei treni ha subito ovviamente cancellazioni e ritardi.

L’OSPEDALE - Per ore c’è stato un pellegrinaggio ininterrotto di amici, parenti e conoscenti al pronto soccorso dell’Ospedale Versilia, dove si è concentrata l’emergenza sanitaria. Tra i feriti c’è anche un bambino piccolo, ricoverato all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze con ustioni in gran parte del corpo. Un’altra bimba che era in condizioni gravissime è stata trasportata al Bambin Gesù di Roma dove poi è morta. I feriti, tra cui molti ustionati, sono stati distribuiti tra gli ospedali di Pisa, Massa Carrara, Firenze, Milano, Parma, Roma e Genova.

EVACUATI - Le persone evacuate dalle loro abitazioni in seguito all’esplosione «sono un migliaio». Lo ha detto il sindaco, Luca Lunardini, spiegando che 200 di queste sono state accolte in un centro di prima assistenza allestito nel municipio. «Nella piazza davanti al Comune – ha spiegato il sindaco – sono state installate cinque tende da campo che ospitano un centinaio di persone. Altrettante hanno passato la notte all’interno del municipio». Bertolaso ha parlato di circa 300 sfollati. Il sindaco ha quindi spiegato che gli edifici crollati sono due mentre «altri 4 o 5 sono stati interessati dallo scoppio anche se non sono interamente crollati. Le altre persone sono state evacuate per una questione di sicurezza. Cercheremo di trovare accordi con gli albergatori in Versilia per ospitarle».

INCHIESTA - Sull’incidente la procura di Lucca ha aperto un’inchiesta. Tre le ipotesi di reato: disastro ferroviario, omicidio colposo plurimo e incendio colposo. Parlando con i giornalisti, il questore Maurizio Manzo e il prefetto Carmelo Aronica hanno spiegato che i magistrati stanno acquisendo le varie relazioni dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine.

BERLUSCONI – Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stato costantemente informato del disastro ferroviario dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, e dal responsabile della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Il premier è atteso a Viareggio nel pomeriggio: «Sarò sul luogo dell’incidente per prendere la situazione in mano. – ha dichiarato – Ho parlato fino ad adesso con Bertolaso, è una situazione grave, anzi sconvolgente per come si è appalesata».

MARONI – A Viareggio è arrivato anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. «Se scopriremo che le norme per la sicurezza nel trasporto dei materiali pericolosi non sono adeguate – ha affermato il responsabile del Viminale – le cambieremo. Anche in Europa». Dal canto suo, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, ha nominato una Commissione di inchiesta. Intanto è stato reso noto che il governo riferirà mercoledì alla Camera sull’accaduto.

NAPOLITANO – Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «profondamente colpito dal catastrofico incidente», in una telefonata al sindaco ha espresso i suoi sentimenti di «partecipazione al dolore delle tante famiglie colpite e di vicinanza all’intera cittadinanza». Ne dà notizia il Quirinale.

IL PAPA – Appresa la notizia dell’incidente, anche Benedetto XVI ha espresso «profonda partecipazione» al «dolore che colpisce l’intera città».

Iran, è una lotta fra ayatollah

LA PROTESTA è stata dispersa, frantumata, almeno per ora, dalle milizie islamiche, e adesso, con le piazze deserte, il regime basato su un voto inquinato cerca di squalificare quella protesta di massa. Non era una spontanea collera popolare, esplosa all’interno della società, ma un complotto ordito dai nemici storici dell’Iran. Questo dicono, in coro, la Guida suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad, e con loro tutti gli artefici dell’elezione contestata. La trionfante comitiva dei repressori tenta di darsi una legittimità denunciando la mano straniera alle spalle dei milioni di manifestanti che hanno fatto barcollare la Repubblica islamica. E, frugando più nel passato che nel presente, sceglie come bersaglio principale delle invettive la vecchia Inghilterra. La riesumazione dell’ex potenza coloniale, ormai più presente nei testi di storia che nelle memorie, equivale a un colpo di scena.

Sembra un trucco teatrale ad uso non soltanto interno. È un’idea geniale mettere sotto accusa l’ex impero britannico, un tempo tanto presente nella regione, e in particolare coautore, con la Cia, nel 1953, del colpo di Stato contro Mohammed Mossadegh, colpevole di avere nazionalizzato il petrolio e di avere cacciato (temporaneamente) lo shah e la moglie Soraya.

La storia alimenta così il sempre vivo orgoglio della patria persiana. Khamenei e Ahmadinejad agitano polverosi fantasmi capaci di accendere l’immaginazione popolare: espellono (la settimana scorsa) due diplomatici britannici provocando la risposta di Londra, che espelle a sua volta due diplomatici iraniani. È un conflitto incruento destinato ad avvalorare la tesi della mano straniera dietro la protesta di piazza.

Seguendo lo stesso copione, viene messo alla porta il corrispondente della Bbc, voce della perfida Albione che diffonde in lingua farsi notizie ignorate o truccate dalle emittenti iraniane. Ulteriore colpo di teatro, nelle ultime ore: l’arresto di impiegati iraniani dell’ambasciata di Gran Bretagna, accusati di essere tra gli ammiratori del complotto contro la Repubblica islamica.

Questa è una prima lettura, direi classica. Il regime squalifica gli oppositori, denunciando interessi stranieri alle loro spalle, e rilancia lo scontro con l’Occidente. È una tattica elementare. Ma perché indicare come principale nemico la vecchia potenza coloniale, e non il "grande satana", ossia gli Stati Uniti? Anche a loro sono indirizzate le accuse di Teheran.

Barack Obama non è risparmiato. Viene descritto come una brutta copia di Bush Jr. E la Cia non è trascurata. Sarebbe difficile ignorarla.

La stessa stampa americana ha più volte dato notizia dei milioni di dollari destinati da Washington, ai tempi di Bush Jr., alla "destabilizzazione" della Repubblica islamica, sospettata di preparare armi nucleari.
Tuttavia l’America non è il bersaglio principale. Non è risparmiata, è investita frontalmente, ma l’Inghilterra fa da schermo. Pur ricorrendo agli stereotipi dei momenti di crisi, ad uso interno, l’ayatollah Khamenei e il presidente Ahmadinejad esitano a sbattere la porta in faccia a Barack Obama.

Con lui dovranno affrontare un giorno la questione nucleare, la quale resta all’ordine del giorno, chiunque sia ufficialmente al potere a Teheran.
Attaccare l’Inghilterra costa poco. La vecchia potenza coloniale è, appunto, uno schermo ideale.

Il bersaglio inglese rivela anche l’incerta situazione interna al gruppo dirigente che, secondo Mir Hussein Moussavi, il leader dell’opposizione repressa, ha preparato e compiuto il "colpo elettorale". L’Inghilterra è un bersaglio provvisorio, nell’attesa che si chiariscano gli equilibri tra le varie correnti. I comandanti della Guardia rivoluzionaria, espressione dell’estrema destra e della seconda generazione dall’avvento della Repubblica islamica, sarebbero i veri autori del colpo elettorale. Avevano vent’anni nel ’78-’79, quando l’ayatollah Khomeini arrivò al potere, e hanno vissuto tutte le successive prove: la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein; la repressione interna avvenuta a conclusione di quel conflitto; la precedente eliminazione dei Mujahiddin Khalq, gli islamici di sinistra decimati ed esiliati; la morte di Khomeini e la nomina di Khamenei al suo posto, come guida suprema, ossia vero capo dello Stato. Nel corso degli anni si è formata la forte corrente di estrema destra che ha via via preso il controllo della Guardia rivoluzionaria.

I nomi più noti sono quelli oggi alla sua testa: i generali Jafari e Javani, che hanno accusato Moussavi di promuovere una "rivoluzione di velluto". Ex della Guardia rivoluzionaria hanno invece fatto carriera nella burocrazia: il ministro degli Interni Sadegh Mahsouli, il suo vice Kamran Daneshjou, supervisore delle elezioni, e lo stesso presidente Ahmadinejad. Il loro ispiratore è l’ayatollah Mohammed Taghi Mesbah Yazdi, il più conservatore dei grandi capi religiosi. Molti si sono formati nel suo seminario "la scuola Haghani" a Qom. L’ayatollah Mesbah, così è chiamato in Iran, è noto per le sue sentenze. Ne viene spesso citata una: "Non ha importanza quel che pensa la gente. La gente è ignorante come una capra". Gli attuali capi dell’intelligence, come non pochi responsabili delle milizie Bassiji, formazioni paramilitari controllate dalla Guardia rivoluzionaria, sono discepoli dell’ayatollah Mesbah. Il quale, prima delle elezioni, avrebbe lanciato una fatwa che autorizzava l’uso di qualsiasi mezzo al fine di far rieleggere Ahmadinejad.

L’ayatollah Mesbah e lo stesso Ahmadinejad citano di rado la Repubblica islamica, preferiscono parlare di governo islamico. L’espressione "repubblica" non va a genio né a l’uno né all’altro, implica un coinvolgimento popolare e quindi elezioni che essi tendono a rifiutare. Il potere discende direttamente dalla volontà di dio, e loro ne sono gli interpreti. Per questo attendono che l’ayatollah Khamenei, malandato di salute e non del tutto allineato sulle loro posizioni, tolga il disturbo. Per designare il successore. Ma la lotta tra le varie correnti non si è ancora conclusa.

Nella tomba "Ci sono i resti dell'Apostolo"

ROMA - La prima ricognizione della storia sulla tomba di San Paolo, che si trova sotto l’omonima Basilica a Roma. E’ stato il Papa stesso ad annunciarla, durante la liturgia a chiusura dell’Anno Paolino: sono stati trovati frammenti di ossa umane risalenti al primo-secondo secolo, grani d’incenso rossi e tessuti di lino. "Ciò – ha dichiarato Benedetto XVI – sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo".

"Il sarcofago, conservato sotto l’altare papale della Basilica dedicata all’Apostolo delle Genti, è stato fatto recentemente oggetto di un’attenta analisi scientifica: Non è stato mai aperto in tanti secoli: è stata praticata una piccolissima perforazione per introdurre una speciale sonda, mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino".

La notizia dell’analisi – circolata l’anno scorso – era stata ripetutamente smentita dall’arciprete della basilica di San Paolo, cardinale Andrea Lanza di Montezemolo.

"Siamo qui raccolti presso la tomba dell’apostolo" ha detto il Papa. "Nel sarcofago – ha spiegato il pontefice – c’erano anche piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza: sono risultati appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo". "Cio ‘ sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutti questo riempie il nostro animo di profonda emozione". Ed è di ieri la notizia dell’Osservatore Romano: durante gli scavi nelle catacombe di Santa Tecla, è stata trovata l’icona più antica di San Paolo.

Papa: è la santità l'eredità di Padre Pio

Un ospedale che da sogno di un umile frate è diventato un centro di livello europeo, coniugando la "scienza nel curare il malato" con la "fiducia verso Dio". E la nuova chiesa che porta la firma di uno degli architetti più famosi del nostro tempo. Eccola "l’eredità" del santo cappuccino amato in tutto il mondo. Un’eredità della quale, nella domenica trascorsa a San Giovanni Rotondo, Benedetto XVI fa quasi l’inventario, fino a condensarla in una parola sola: "La santità". Padre Pio, dice, infatti, il Papa, restò "sempre unito a Gesù" e lottò "contro lo spirito del male", cioè contro il diavolo, servendosi dell’ "armatura di Dio, lo scudo della fede e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio". Lottò anche contro "i rischi dell’attivismo e della secolarizzazione", aggiunge il Pontefice, dai quali, oggi, non sono immuni anche alcuni suoi "eredi".

Perciò l’eredità del piccolo grande cappuccino, a 40 anni dalla sua morte e a 90 dalla stimmatizzazione, rifulge più che mai in questo giorno in cui un Papa, per la prima volta dopo la canonizzazione, viene nell’epicentro della sua vicenda umana. "Padre Pio – dice infatti il Pontefice davanti alla folla dei fedeli – attirava sulla via della santità con la sua stessa testimonianza, indicando con l’esempio il binario che ad essa conduce: la preghiera e la carità".

Sono del resto gli stessi binari sui quali scorre il programma della visita. Preghiera: fin da quando arriva, Benedetto XVI (che è accompagnato dall’arcivescovo, Domenico Umberto D’Ambrosio) scandisce i diversi momenti con il raccoglimento e l’orazione. Prima davanti al Santissimo nella chiesa di Santa Maria delle Grazie; poi nella cella numero 1, quella appartenuta a San Pio e dove il frate è morto il 23 settembre 1968; infine inginocchiandosi davanti alle sue spoglie mortali esposte nella cripta e celebrando davanti a 50mila fedeli la Messa sul capiente sagrato della chiesa nuova, che però nell’occasione si rivela ampiamente insufficiente.

Carità: la visita all’ospedale, l’incontro con il personale medico e gli ammalati, la commozione con cui ascolta il saluto di una di loro, Anna Daniele, per tanto tempo infermiera nel reparto di oncologia, prima di ammalarsi lei stessa di cancro, sono solo alcuni degli aspetti di quella carità del Papa, che è poi la stesso amore del quale era pieno il cuore di Padre Pio. Benedetto XVI vi fa più volte riferimento nei suoi discorsi. E proprio citando il santo frate, il Papa invita "i membri della grande famiglia di Casa Sollievo della sofferenza> ad essere <riserve di amore" per gli altri. Una carità che troverà modo di esprimersi anche nell’incontro conclusivo della vista, quello nella Chiesa di San Pio con i sacerdoti, i religiosi e le religiose e i giovani. A questi ultimi Papa Ratzinger, dopo aver ricordato "il dramma della disoccupazione, che interessa in maniera drammatica" i ragazzi del sud, dice: "La Chiesa non vi abbandona. Voi non abbandonate la Chiesa. C’è bisogno del vostro apporto per costruire comunità cristiane vive". A tutti i fedeli, infine, ricorda l’importanza del sacramento della confessione, che sull’esempio di San Pio "va valorizzato". E i sacerdoti, aggiunge, <non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali.

In totale Benedetto XVI resta nella cittadina garganica poco più di otto ore. Ma pur con alcuni cambiamenti di programma, soprattutto a causa del maltempo che lo costringe a rinunciare all’elicottero (atterra a Foggia in aereo e poi prosegue in auto per San Giovanni Rotondo), porta a termine tutti gli appuntamenti in programma. Nella memoria restano le immagini della affollatissima celebrazione eucaristica del mattino durante la quale il Papa invita i cappuccini, i fedeli e tutti coloro che amano Padre Pio a non lasciarsi inghiottire dall’attivismo e dal secolarismo. "Molti di voi – dice infatti – siete talmente presi dalle mille incombenze richieste dal servizio ai pellegrini, oppure ai malati nell’ospedale, da correre il rischio di trascurare la cosa veramente necessaria: ascoltare Cristo per compiere la volontà di Dio. Quando vi accorgete che siete vicini a correre questo rischio guardate all’esempio di Padre Pio".

Ma restano anche alcuni gesti simbolo, come la preghiera nella cripta, l’accensione delle due lampade che ricordano questa visita e quella del 1987 di Giovanni Paolo II e la benedizione del reliquiario che contiene il cuore del Santo di Pietrelcina e della cripta della chiesa nuova, dove potrebbe essere sepolto definitivamente. Venerdì scorso, in Vaticano, il Papa aveva pregato davanti al cuore del Curato d’Ars, aprendo così l’Anno dei sacerdoti. Qui a San Giovanni Rotondo ne affida <in modo speciale> il suo svolgimento a Padre Pio. Perché l’eredità dei santi in fondo è unica. E il suo inventario non conosce confini.

Roma, scoperta l'immagine più antica di S. Paolo

All’eccezionale ritrovamento l’Osservatore Romano dedica oggi, vigilia della conclusione dell’Anno Paolino, un servizio speciale di due pagine.

«Alcuni giorni fa – racconta la curatrice degli scavi Barba Mazzei in un articolo sul quotidiano della Santa Sede -, sotto una spessa concrezione calcarea che nascondeva la decorazione della volta del cubicolo della catacomba di Santa Tecla, si è rivelato il volto emaciato dell’apostolo Paolo. La caratteristica fisionomia assegnata all’apostolo delle genti dall’arte paleocristiana, che gli ha attribuito le fattezze ideali del pensatore, con grandi occhi dallo sguardo lontano perso nel vuoto, guance scavate, incipiente calvizie e lunga barba incolta terminante a punta, non lasciava alcun dubbio sull’identificazione. La sua presenza ha suscitato profonda emozione, entusiasmando i restauratori e imponendo una repentina accelerazione al restauro».

«Il volto – scrive Fabrizio Bisconti -, circondato da uno sfavillante clipeo giallo oro su rosso vivo, emoziona per il suo graffiante espressionismo e appare come un’icona forte ed eloquente dell’Apostolo delle genti, un volto d’epoca, che ci accompagna verso quella missione che la Chiesa di Roma, tra il iv e il v secolo, affida alla figura di Paolo nella conversione al cristianesimo degli ultimi pagani». «Il tondo di Paolo – prosegue l’articolo -, infatti, si colloca nella volta del cubicolo, dove attorno al clipeo campito del Cristo Buon Pastore sono sistemati quattro altri tondi che accolgono, a loro volta, i busti di quattro personaggi. Tra questi sono ben riconoscibili quelli relativi a Paolo, appena scoperto, e a Pietro, riapparso proprio in queste ultime ore, mentre gli altri due, pur caratterizzati nell’età e nella fisionomia, potrebbero riferirsi ad altrettanti apostoli, ovvero a due santi intercessori o, infine, a due defunti. Il volto più espressivo ed emozionante è sicuramente quello di Paolo, situato nel tondo posto a sinistra, rispetto all’ingresso.

Dal momento che l’imago clipeata rappresenta una raffigurazione devozionale scelta dalla famiglia dei defunti per proteggere il loro cubicolo, il busto di Paolo può essere considerato la più antica icona dell’apostolo finora rinvenuta, nel senso che dal livello evocativo si passa a quello del culto». Si tratta, commenta mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, di «un evento straordinario che suggella in modo inatteso e sorprendente le iniziative che hanno cadenzato questo denso anno giubilare».

L’importanza della scoperta non può essere sottovalutata: anche se «altre immagini di san Paolo erano note nelle catacombe e nei sarcofagi romani -spiega infatti l’Osservatore – il busto appena scoperto meraviglia per la sua suggestiva espressione e ha lasciato senza fiato i restauratori, che hanno interrotto subito il loro lavoro, come intimiditi da quello sguardo antichissimo, da quella fisionomia che spuntando dall’oscurità della catacomba emoziona e folgora chi la contempla». «Il giorno della scoperta – prosegue il racconto -, nonostante l’avvicinarsi del fine settimana, i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sono accorsi immediatamente presso il sito archeologico e hanno potuto verificare la straordinaria importanza della scoperta. Per questo, anche se il restauro è in corso, hanno deciso di anticipare la notizia del rinvenimento».

«In questi giorni – si legge ancora – i restauratori hanno continuato il loro lavoro e hanno meglio evidenziato i tratti del busto dell’apostolo, ma hanno anche effettuato altre importantissime scoperte. E altre se ne prevedono per le prossime ore e per i mesi a venire».

Ahmadinejad contro Obama "La smetta di interferire"

ROMA – Mahmoud Ahmadinejad torna a criticare Barack Obama. E mostra di non gradire nemmeno le critiche che sono arrivate dal G8 di Trieste. Il presidente iraniano ha accusato il leader Usa di interferire negli affari interni iraniani. "Ha parlato di riforme e di cambiamento, perché allora interviene e fa commenti contrari alle norme e alla politica?", ha dichiarato il leader di Teheran.

Ieri Obama si era detto "indignato" dalla repressione delle manifestazioni a Teheran contro l’esito delle presidenziali del 12 giugno. Il presidente Usa ha informato l’Iran che le violenze nei confronti dei manifestanti potrebbero minacciare il dialogo diretto auspicato da Washington.

Ahmadinejad ha anche denunciato "le opinioni offensive di alcuni responsabili occidentali" nei confronti dell’Iran, affermando che intende approfittare della sua presenza "in tutte le istituzioni internazionali per fare il processo" a questi dirigenti. Un riferimento al G8 di Trieste dove i capi della diplomazia hanno chiesto la fine delle violenze in Iran ed invitato il potere iraniano a rispettare in particolare "il diritto di espressione".

Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Hassan Qashqavi – lo stesso che nei giorni aveva accusato l’Italia di non aver rispettato presunti accordi per la partecipazione dell’ Iran alla riunione di Trieste – si è invece "rammaricato" della posizione assunta dai ministri degli Esteri del G8: "La consultazione si è svolta in un’atmosfera di libera e corretta competizione, elezioni di questo tipo non si trovano nelle società occidentali, che affermano di essere democratiche".

In Iran però la repressione continua. La polizia ha sequestrato documenti e computer dalla sede del partito dei servitori della costruzione, la formazione moderata vicina all’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani che alle presidenziali aveva sostenuto Mir Hossein Moussavi. E proprio un collaboratore di Moussavi si è visto negare l’espatrio mentre stava per imbarcarsi su un volo per Londra.

Intanto il leader dell’opposizione iraniana Moussavi continua a sfidare i vertici della Repubblica Islamica. L’ex premier non intende partecipare alla commissione speciale istituita per verificare il riconteggio del 10% delle schede, concesso dal Consiglio dei Guardiani, e insiste nel chiedere l’annullamento delle presidenziali del 12 giugno che hanno visto la riconferma di Mahmoud Ahmadinejad.

Ho incontrato il patriarca copto

Le Figaro ha definito il suo saggio «un libro che farà storia». Grazie a lui anche l’Onu, tramite l’Alleanza delle civiltà, sta iniziando ad interessarsi della questione dei cristiani perseguitati nel mondo: 200 milioni di persone, secondo le stime di International christian concern, una ong americana tra le più impegnate nella difesa della libertà religiosa dei cristiani.
In Francia René Guitton è una vera e propria autorità in ambito culturale. Per anni è stato corrispondente della televisione France 2 dal Marocco, poi produttore delegato al Grand Prix Eurovision, quindi ha assunto la carica di direttore generale delle edizioni Hachette. Attualmente è direttore della prestigiosa casa editrice Calmann-Levy e dal 1996 è pure membro della giuria del premio Prix François Chalais al Festival di Cannes. A settembre uscirà il suo primo libro in italiano, Il principe di Dio, in cui Guitton prova a tracciare la via di un possibile dialogo interreligioso tra le tre grandi religioni monoteistiche a partire dalla figura del grande patriarca Abramo. Nelle ultime settimane in Francia ha suscitato scalpore il suo ultimo lavoro, definito «il libro nero della cristianofobia»: Ces chrétiens qu’on assassine, edito da una delle case editrici più in vista a Parigi, Flammarion, titolo che letteralmente sta per «questi cristiani che vengono uccisi». Si tratta di un viaggio in diverse tappe nell’Internazionale anticristiana: Maghreb, Medio Oriente, India, Cina ed Estremo oriente. Nel libro Guitton denuncia l’indifferenza che circonda i cristiani perseguitati: «Il silenzio che sperimentiamo ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e provocherà forse, nell’arco di due o tre decenni, gli stessi imbarazzati appelli al pentimento e lo stesso rammarico di non aver voluto far risaltare la verità quando questa doveva essere conosciuta da tutti». Nel saggio – ben documentato – lo scrittore e giornalista francese punta il dito contro l’indifferenza laicista dell’Europa verso i pogrom dei cristiani: «Le persecuzioni anticristiane non rientrano nell’ambito abituale della denuncia degli attentati contro i diritti dell’uomo. Per una semplice ragione: i cristiani, almeno in Occidente, faticano ad associare l’idea di cristianità e di minoranza. In Occidente prendere le difese dei cristiani vorrebbe dire prendere la difesa della maggioranza. L’Occidente, sempre più scristianizzato, non riesce ad immaginare che i cristiani possano essere perseguitati perché cristiani, in quanto cristiani».
Monsieur Guitton, il suo "viaggio" nelle persecuzioni contro i cristiani l’ha condotto in diversi paesi del mondo. Dov’è che i cristiani vengono maggiormente osteggiati? In quali paesi il governo è più ostile al cristianesimo?
Si tratta di due dimensioni diverse. Oggi il paese dove avvengono più massacri di cristiani è l’India, in particolare lo Stato dell’Orissa. Lì si sono verificati omicidi di massa, distruzione di chiese e di beni che appartenevano ai cristiani da parte di integralisti indù: scuole, dispensari, centri di accoglienza, case delle suore di Madre Teresa di Calcutta, con le religiose fuggite nella foresta. In tutto questo le autorità pubbliche non sono intervenute se non quando tutto è stato distrutto. C’era una compromissione tra autori di questi attacchi e la polizia. Le stesse cose succedono in Nigeria e nel Sudan meridionale. Un fatto è da sottolineare: quando nel dicembre dello scorso anno ci sono stati gli attentati terroristi che hanno colpito Mumbai, in India, non si è trattato di un attacco di tipo religioso ma contro uno Stato. Invece, negli stessi giorni, in Nigeria, c’è stata la carneficina di oltre 300 cristiani da parte di musulmani, con persone bruciate vive nelle chiese. E la stampa occidentale, almeno qui in Francia, vi ha dedicato solo qualche riga. Evidentemente ci sono due pesi e due misure nel trattare queste notizie. Anche in Sudan ci sono stragi di massa contro i cristiani, motivate anche in chiave politica perché gli arabi del Nord perseguitano i neri del sud, che prevalentemente aderiscono al cristianesimo, oltre a voler mettere le mani sul petrolio del Sud Sudan.
In quali altri paesi vede una situazione difficile per i cristiani?
L’Egitto. I turisti occidentali che vi si recano dimenticano o non conoscono le azioni contro i cristiani: ultimamente qui l’islamismo si è rafforzato. A febbraio mi trovavo proprio al Cairo quando ci sono stati alcuni attentati contro i cristiani locali, presenti nel paese da centinaia di anni prima dell’avvento dell’islam. In Egitto la carta d’identità deve indicare la religione di appartenenza, praticamente non si possono costruire nuove chiese sebbene ve ne sia la necessità, tanto che nelle celebrazioni dei copti la gente è costretta a stare sui sagrati. Ho incontrato il patriarca copto Shenouda e ho sentito da lui una situazione terribile: le donne cristiane sono obbligate ad indossare il velo, ci sono rapimenti di ragazze costrette a sposare uomini musulmani e a convertirsi all’islam. Anche la recente pandemia suina ha colpito la minoranza cristiana in Egitto (10 per cento della popolazione): il governo ha imposto la soppressione di tutti i suini, sebbene sia stato appurato che l’influenza non si trasmette dal suino all’uomo. Ma questa misura ha colpito e danneggiato economicamente i cristiani visto che sono solo loro ad allevare i maiali.
Cosa può fare la comunità internazionale, ad esempio l’Unione Europea, di fronte a questa situazione?
Ci sono diverse azioni possibili. Basta guardare cosa è successo con Gaza: l’Ue, dopo la breve guerra di fine 2008, ha deciso di far arrivare aiuti umanitari nella Striscia a condizione, però, che si arrivi ad un accordo tra Hamas e Fatah e che vi sia un interlocutore unico. Se queste condizioni non si raggiungono, non verranno inviati aiuti. Dunque si può operare una pressione economica in tali situazioni, chiedendo il rispetto dei diritti umani tra cui la libertà religiosa.
Nel suo libro lei descrive una situazione di "cristianofobia" diffusa anche in Israele…
La Terra Santa non è un paradiso per i cristiani: anche in Israele ci sono diverse azioni anticristiane, non sono incoraggiate dal governo ma i problemi che lo Stato ha ancora con la Chiesa creano una situazione di confusione per cui a livello sociale non si fa distinzione tra le diverse presenze cristiane. È paradossale, ma il terreno su cui sorge la Knesset, il parlamento israeliano, è di proprietà della chiesa ortodossa. Anche l’area dove si trova la Grande Sinagoga di Gerusalemme appartiene agli ortodossi. Da parte degli israeliani i cristiani vengono trattati come i musulmani: quando ci sono le elezioni, la minoranza cristiana araba non ha spazio.
Dopo la sua lunga e corposa indagine riesce a darsi una spiegazione del perché i cristiani siano così contrastati e violentati nel mondo?
La chiave di volta per capire tutto è l’11 settembre. Il mondo non occidentale, nella sua maggioranza, ha considerato l’attacco alle Torri gemelle come una vittoria. Anche i buddisti e gli induisti radicali, oltre naturalmente ai musulmani estremisti, hanno gioito per quel fatto. Ora si assiste ad una recrudescenza anticristiana perché i vari estremismi si sentono più forti di prima. Tutto quello che si può fare contro l’Occidente viene considerato lecito. E qui rientrano anche gli attacchi verso i cristiani. Il cristianesimo e l’ebraismo vengono presi di mira insieme dal mondo non occidentale. Così il piano diventa quello di cacciare i cristiani dall’Oriente in base all’assioma "ognuno a casa propria" e che non vi deve essere nessun mescolamento di popolazioni. Basta guardare in Palestina: i musulmani cercano di comprare case e terreni dei cristiani per ridurli in povertà e costringerli ad emigrare. Anche in Libano i cristiani stanno sempre più lasciando il paese. In Turchia, a causa della questione cipriota, migliaia di cristiani sono partiti, senza parlare dell’Iraq dove, per colpa della guerra, c’è un amalgama tra cristiani e americani che porta all’uccisione dei primi considerati "alleati" dei secondi. I paesi europei, ed occidentali in genere, non devono accordare visti di ingresso in gran quantità ai cristiani iracheni perché questi fuggano dal loro paese. Se capita questo, è come se l’Europa lanciasse un messaggio di "favoreggiamento" dell’azione dei terroristi e degli estremisti che operano in Iraq, i quali vogliono sradicare la presenza cristiana da quel paese. Serve invece una pressione politica per permettere ai cristiani iracheni di restare a vivere nel loro paese in condizioni di sicurezza.
Esistono ormai, almeno in Italia, diversi libri, giornali, riviste e agenzie che documentano la "cristianofobia" di cui lei parla. Tuttavia non si assiste ad una mobilitazione popolare su questo fronte. Perché?
In Francia la "laicità" è diventata qualcosa di così estremo che si è tramutata nel "laicismo". Io sono il primo a manifestare in piazza quando è attaccato un ebreo oppure se vengono sfregiate una sinagoga o una moschea. Quando succede qualcosa di simile, tutti in Francia alzano la voce. Se però la stessa cosa coinvolge i cristiani, nessuno parla: ogni anno da noi ci sono decine di tombe cristiane profanate, ma non c’è una riga sulla stampa. Penso che, rispetto alla persecuzione anticristiana nel mondo, i cristiani occidentali ritengano che non si tratti di un loro problema. C’è una sorta di razzismo strisciante per cui si pensa che i cristiani nei paesi islamici, in zone lontane del mondo, siano "altro". Il cristiano cinese, arabo, nero è visto come una questione che non ci riguarda.
È cosa nota che la condizione dei cristiani nei paesi islamici è molto difficile. Esiste uno Stato musulmano che può essere considerato "un modello" per il rispetto della libertà religiosa dei cristiani?
Posso citare il caso della Giordania, della Siria, o di alcuni stati del Golfo dove di recente – penso al Qatar – è stata costruita una chiesa cattolica. In questi Stati si verifica un paradosso: si tratta di paesi che mai finora avevano conosciuto il fenomeno migratorio e ora ricevono in massa cristiani che vengono dall’India, dalla Malaysia, da alcune zone delle Filippine, dall’Indonesia, dove la loro condizione non è facile. E così si ritrovano in paesi islamici a pregare nelle case e a non avere grandi disponibilità di chiese. Ma le autorità pubbliche islamiche stanno capendo che è nel loro interesse controllare questi cristiani in luoghi pubblici piuttosto che lasciarli pregare nelle case. E così ad Abu Dhabi, nel 2008, è stata eretta una chiesa dedicata a Nostra Signora del Rosario.
C’è in atto un cambiamento dell’agenda politica internazionale rispetto alla realtà della "cristianofobia"? Non assistiamo ancora a iniziative concrete degli organismi internazionali come l’Onu in favore dei cristiani perseguitati. Che speranze ci sono?
Posso attestare che qualcosa sta cambiando. Ho appena concluso un rapporto per l’Alleanza delle civiltà, un’agenzia delle Nazioni Unite, sulla persecuzione anticristiana nel mondo e i massacri che colpiscono le minoranze cristiane: l’ho appena consegnato al presidente dell’Alleanza Jorge Sampaio, ex presidente del Portogallo, che si è interessato alla questione. Stiamo cercando il modo di agire concretamente su questo fronte. La situazione dei cristiani non è ancora un argomento di discussione politica a livello internazionale ma lo sta pian piano diventando. Il mio libro in Francia ha avuto una certa eco, giornali laici e televisioni ne hanno parlato; il sindacato delle grandi imprese, Medef, e il suo presidente Laurence Parisot, mi ha chiamato per tenere una conferenza sul tema della "cristianofobia". Sono convinto che si sta pian piano costruendo la percezione pubblica di questo dramma.

I dimenticati: marinai oltre due mesi in mano ai pirati

ROMA - Era ancora fresca l’aria nel Golfo di Aden quando i pirati abbordarono il rimorchiatore italiano Buccaneer. Adesso nella stiva ci sono 50 gradi, scarseggia l’acqua potabile e le medicine mancano. Da quando il barchino con i pirati affiancò la motonave con dieci italiani, sono trascorsi 73 giorni, un paio di ultimatum, venti telefonate e una dichiarazione del ministro degli Esteri Frattini che assicura di lavorare sodo per liberare l’equipaggio.

La telefonata dei pirati. A 7000 chilometri da casa, alla fonda davanti a Puntland, si muore di caldo e paura. Uno dei ribelli parla uno stentato italiano ma si fa capire: "Ascolta bene Napoli. Se vuoi rivedere i ragazzi vivi, dovete trattare con noi che siamo sul Buccaneer, non con quelli che stanno a terra". Non erano neppure le nove del mattino quando è squillato il telefono nella casa a Torre del Greco di Pasquale Vollaro, padre di uno dei marinai sequestrati dai pirati in Somalia. "Giovanni era sfinito: conosco la sua voce e so riconoscerla. Hanno mezzo litro d’acqua ciascuno al giorno, che devono far bollire prima di bere, e un piatto di riso. Sono allo stremo, e mentre parlavo con mio figlio, uno di quei banditi ha preso il telefono in mano e ha detto che la trattativa vuole si faccia con loro e non con quelli che sono a terra. Forse voleva dire che tra loro ci sono divisioni. Non lo so. L’ho detto al ministero e quelli mi hanno ripetuto che sono al lavoro, che cercano una soluzione, ma io non credo più alle parole della Farnesina. So che mio figlio è laggiù e con lui altri nove compagni, sequestrati da una banda di ribelli armati, e le speranze sono sempre meno".

Governo contro i ribelli islamici. La Somalia è sull’orlo di una guerra civile. Da tempo il governo è impegnato contro i ribelli islamici che controllano gran parte della zona meridionale dello Stato e vogliono rovesciare il presidente Sharif Sheikh Ahmed per instaurare una rigida versione della sharia nel Paese del Corno d’Africa. Centinaia sono i morti e più di 100 mila gli sfollati. Giovedì scorso, un’autobomba è stata fatta esplodere davanti ad un albergo a 400 chilometri a nord di Mogadiscio uccidendo tra gli altri il ministro della Sicurezza insieme ad altre 50 persone. Il presidente del Parlamento somalo ha esortato i paesi vicini (Kenya, Gibuti, Etiopia e Yemen) ad "inviare al più presto truppe in aiuto", ammettendo che il potere del governo è "indebolito" dagli attacchi degli estremisti islamici.

"Nessun blitz per liberarli". In un clima politico incandescente, la questione dei pirati diventa ancora più difficile da districare tanto più che il rimorchiatore italiano è alla fonda davanti alle coste del Puntland, una regione della Somalia nord-orientale la cui dichiarazione di autonoma non è stata ancora riconosciuta dagli organi internazionali. Pochi giorni fa a Roma, il primo ministro del Governo transitorio nazionale ha assicurato che non sarà ordinato alcun blitz per liberare i marinai della Buccaneer. "La situazione è delicata è complessa – ha ammesso Omar Abdirashid Ali Sharmarke al ministro degli Esteri Franco Frattini – ma siamo convinti che presto tutti potranno tornare a casa sani e salvi".

"E intanto passano i giorni". "Ripetono sempre le stesse cose", dice sconsolata Antonella Borelli, sorella di Bernando, marinaio di Ercolano, 30 anni compiuti a marzo di cui metà vissuti a bordo di navi. "Ho paura che gli facciano del male. Quelli del ministero fanno discorsi, discorsi, e intanto passano i giorni". Il quotidiano online Blitz, che segue la vicenda giorno per giorno, ha parlato di "vergogna internazionale".

L’abbordaggio l’11 Aprile. Il Buccaneer è di proprietà della Micoperi Marine Contractors di Ravenna. La società aveva acquistato il rimorchiatore a Singapore con l’intenzione di riconvertirlo per lavori subacquei. La motonave stava rientrando in Italia quando è stata attaccata dai pirati l’11 aprile scorso. A rimorchio trascinava due bettoline, una di proprietà del cantiere romagnolo, una di una società egiziana.

L’armatore: "Li porteremo a casa". Contrariamente a quando denuncia l’equipaggio della sua imbarcazione, il presidente della Micoperi Silvio Bartolotti sostiene che sulla nave "non è mai mancato cibo né medicine": "Sono sconvolto per le affermazioni fatte nei giorni scorsi. E’ solo un disegno dei pirati che, attraverso internet e tv, vogliono controllare l’effetto del loro operato. Abbiamo sufficienti speranze per credere che la cosa evolverà nel modo giusto".

"Portateli a casa adesso". Ma le famiglie dei sequestrati non gli credono: "L’armatore neppure l’ho mai sentito al telefono", dice Pasquale Vollaro, il padre di uno dei marinai. Anche Antonella Borelli ha il dente avvelenato contro la società armatrice: "Dicono che non ci sono problemi a bordo, ma i ragazzi mica stanno in crociera. Bartolotti ha detto che quando sarà finita ‘sta storia, andrà con un aereo in Somalia. Ma perché non ci va a prenderli?"