Non solo verde, le Frecce restano tricolori

MILANO – Il fumo verde ci sarà. Ma non da solo. Ci saranno anche il bianco e il rosso. Le Frecce Tricolori terranno regolarmente la loro esibizione a Tripoli. Ma nonostante le ripetute richieste delle autorità libiche, la performance si concluderà con i colori della bandiera italiana e non con quella del Paese africano. Va bene il dovere dell’ospitalità, ma la pattuglia acrobatica resta un orgoglio nazionale. E da sempre conclude le proprie evoluzioni disegnando nel cielo i colori della patria. La conferma arriva direttamente dal comandante delle Frecce, il maggiore Massimo Tammaro, che all’Apcom che nonostante le esigenze di protocollo la firma degli Aermacchi dell’aeronautica militare resterà quella di sempre. Niente monocolore, dunque, in omaggio all’islam e alla «rivoluzione verde» condotta da Gheddafi nel 1969. Intanto, la città è blindata e pronta per i festeggiamenti.

«L’OMAGGIO DEGLI ITALIANI» - A ogni angolo di strada e sulle facciate degli edifici sul lungomare ci sono luminarie, bandiere e maxi-affissioni che celebrano ’Al Fatah’, «la conquista» del primo settembre di quarant’anni fa. Il colonnello ha voluto fare le cose in grande. A partire dalle 16, secondo il programma ufficiale, sfileranno schieramenti di fanteria e della marina, nuclei di sommozzatori, mezzi corazzati terrestri e cingolati. Alla parata saranno presenti i leader dell’Unione Africana, tra cui il presidente sudanese Omar al-Bashir e altri capi di Stato come il venezuelano Hugo Chavez. In questo contesto, l’esibizione delle Frecce – insieme agli aerei militari di altri paesi come Francia, Portogallo e Serbia – assumerà, nell’ottica libica, un forte significato simbolico. Lo stesso Gheddafi lo ha sottolineato, domenica, nell’incontro con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per il Giorno dell’amicizia italo-libica (come riporta l’agenzia Jana): «I piloti italiani che in passato venivano a bombardare la città di Tripoli – ha osservato il colonnello – oggi vengono a congratularsi con il popolo libico per i 40 anni della Rivoluzione».

LA «DIPLOMAZIA COMMERCIALE»Berlusconi, che ha lasciato la Libia nella tarda serata di domenica e oggi non sarà presente alle celebrazioni, torna intanto sull’importanza della visita a Tripoli e replica, in un’intervista a Giornale, alle polemiche dell’opposizione: «Sono critiche come sempre fuori luogo – afferma il premier – E arrivano da chi è stato amico dell’Unione Sovietica e della Cina comunista ed è ancora amico di Fidel Castro». Berlusconi parla poi di «risultati straordinari» della «nostra diplomazia commerciale» e cita l’autostrada (di 1.700 chilometri, ndr) che collegherà Egitto e Tunisia, affidata a imprese italiane «mentre l’Ansaldo Breda fornirà la parte tecnica dei treni ad alta velocità che serviranno tutte le più importanti città libiche».  

EUROPA ASSENTEAlla cerimonia di Tripoli non ci saranno nemmeno gli altri leader europei, che hanno preferito tenersi alla larga dopo la scarcerazione per motivi umanitari, la scorsa settimana, da parte delle autorità scozzesi di Al Megrahi, l’ex agente dei serivizi libici condannato all’ergastolo per l’attentato di Lockerbie del 1988, costato la vita a 270 persone. L’accoglienza riservata da centinaia di libici a Megrahi, malato terminale di cancro alla prostata (l’uomo è stato ricoverato ieri sera, e stando a fonti libiche sarebbe in fin di vita), dopo il rientro in patria ha scatenato cori di disapprovazione nella comunità internazionale. Il governo inglese aveva espresso la sua indignazione e Gordon Brown aveva avvertito Tripoli che l’eventuale presenza, poi smentita, di Al Megrahi alle celebrazioni in onore di Gheddafi avrebbe provocato un incidente diplomatico. Ora la Libia tenta di ricucire. E’ di oggi la notizia, riportata dall’Independent, che Tripoli potrebbe risarcire le famiglie delle vittime dei terroristi nordirlandesi dell’Ira, a titolo di compensazione per il ruolo avuto nel passato nel sostegno e nella fornitura di armi per gli attentati. Un accordo nel merito, però, non sarebbe ancora stato raggiunto.

COREOGRAFIE IN PIAZZATornando alle celebrazioni di Tripoli, dopo la parata proseguiranno alle 19.30 con la cena dell’Iftar (che al tramonto interrompe il digiuno del Ramadan) in una mega-piattaforma galleggiante. In serata, poi, dalle 21.30 sarà la volta di un maestoso spettacolo nella centralissima Piazza Verde sulla storia libica degli ultimi 5mila anni (dai fenici ai romani, fino alla civiltà araba): circa 300 tecnici stanno lavorando da due settimane all’allestimento dell’imponente coreografia con cammelli, cavalli, elefanti, palloni aerostatici e 400 artisti, fra attori e ballerini. Pubblico previsto: 250mila persone.

Usa, donna pastore assassinata

WASHINGTON - Carol Daniels, un pastore protestante donna americano di 61 anni, è stata trovata morta, nuda e orribilmente mutilata, dietro l’altare della sua chiesa a Anadarko, una cittadina dell’Oklahoma, nel Midwest, in una posizione che ricordava quella del Cristo crocifisso.

Una scena raccapricciante. Il cadavere insanguinato presentava grossi e profondi tagli all’altezza della gola. Quindi altri tagli lungo tutto il busto, sul petto, le mani e la schiena, tutti particolari che farebbero pensare a una colluttazione violenta tra la vittima e il suo carnefice. Il cadavere aveva anche subito la bruciatura dei capelli.

Il killer aveva tolto tutti i vestiti alla donna e aveva metodicamente gettato dello spray su tutto il corpo, probabilmente allo scopo di eliminare ogni possibile traccia del proprio Dna.

Data la gravità del caso, la polizia dell’Oklahoma ha chiesto aiuto agli esperti della scientifica dell’Fbi per proseguire le indagini.

Turchia e Armenia tra 6 settimane torneranno a parlarsi

YEREVAN - Armenia e Turchia firmeranno accordi che comportano la normalizzazione dei rapporti entro sei settimane. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa Anadolu citando un comunicato congiunto dei ministeri degli esteri dei due paesi. «I due paesi completeranno entro sei settimane consultazioni politiche all’interno di ciascuno di loro per arrivare alla firma entro il termine stabilito di un protocollo di intesa sulla normalizzazione delle relazioni da sottoporre all’approvazione dei parlamenti» . L’Armenia e la Turchia avevano annunciato nell’aprile scorso di aver concordato una ‘road map’ per normalizzare i rapporti. La Svizzera ha fatto opera di mediazione.

VERSO LA RATIFICA - «Le consultazioni politiche saranno completate entro sei settimane, in seguito i due protocolli saranno firmati e sottoposti ai rispettivi parlamenti per la ratifica», affermano i ministri degli Esteri turco e armeno, insieme al mediatore svizzero, in una nota congiunta. Armenia e Turchia avevano annunciato in aprile una roadmap per normalizzare i loro rapporti.

Via Israele dall'Africa

MILANO – Israele è dietro a tutti in conflitti in Africa: per questo «tutte le sue ambasciate nel continente vanno chiuse». Con queste parole il leader libico Muammar Gheddafi si è scagliato contro lo Stato ebraico durante l’apertura del vertice dell’Unione Africana a Tripoli. Israele – ha accusato il colonnello – «alimenta le crisi in Darfur, Sud Sudan, Ciad, per sfruttare le ricchezze di quelle aree, per questo chiediamo alle ambasciate israeliane di lasciare l’Africa». Solo l’Unione Africana, secondo Gheddafi, ha il compito, «diritto-dovere», di tenere le questioni legate ai conflitti in Africa sempre all’ordine del giorno «per aiutare gli africani a trovare soluzioni pacifiche ai conflitti in corso» .

«E’ SOLO UN BULLETTO» - La replica di Gerusalemme non si è fatta attendere. «Quel circo equestre itinerante che è Gheddafi è divenuto da tempo uno show tragicomico che imbarazza chi lo ospita e la nazione libica che ne paga il conto» ha detto il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, ha commentato la richiesta di chiusura di tutte le ambasciate di Israele in Africa avanzata dal leader libico in apertura del vertice dell’Unione africana in corso a Tripoli. Interpellato dall’Ansa, Palmor ha così proseguito: «Mi chiedo se vi sia ancora qualcuno al mondo che prende seriamente ciò che dice quest’uomo. Noi comunque siamo certi che nessuno stato darà peso alle azioni teppistiche di questo bulletto». Israele ha dieci ambasciate in Africa e nei prossimi giorni il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, comincerà un viaggio in diversi stati africani – il primo di un capo della diplomazia israeliana dopo molti anni – con l’intento di rafforzare le relazioni con questo continente.

Immigrati, nuovi respingimenti

Le motovedette italiane sono intervenute quando hanno visto che l’imbarcazione, che ieri era stata "assistita" da un’unità militare maltese prima di proseguire la sua rotta verso Nord, si stava dirigendo "inequivocabilmente" verso le coste della Sicilia sud orientale. Tranne un immigrato con alcune costole rotte, che dopo un controllo del medico è stato trasferito a Pozzallo (Ragusa), tutti gli altri sono stati trasbordati su un pattugliatore d’altura della Guardia di Finanza che sta facendo rotta su Tripoli.

Secondo le prime informazioni gli extracomunitari sarebbero in maggioranza somali o comunque provenienti dal Corno d’Africa, dunque nelle condizioni di fare richiesta d’asilo. Quello di ieri è l’ennesimo respingimento, dopo l’accordo bilaterale tra Italia e Libia; dal 6 maggio ad oggi sono oltre un migliaio gli immigrati che sono stati riportati a Tripoli.

Tensione durante il respingimento. Questa mattina ci sono stati momenti di tensione tra gli immigrati e gli agenti della Guardia di Finanza che li stanno traghettando fuori dalle acque italiane. Gli immigrati, in gran parte somali, si sarebbero infatti rifiutati di essere trasbordati sulle unità libiche. A rendere difficoltosa l’operazione anche le condizioni del mare, tanto da sollecitare l’intervento di un rimorchiatore. Alla fine è stato deciso per motivi di sicurezza di dirottare il pattugliatore direttamente verso il porto libico di Al Zuwarah

Maroni: avanti con i respingimenti. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni oggi ha confermato che l’esecutivo intende andare avanti con la strategia dei respingimenti. «L’accordo con la Libia funziona.
Continueremo in questa direzione per garantire l’Italia e l’Unione europea e per garantire agli immigrati la loro sicurezza» ha detto Maroni questa mattina a margine di un incontro con l’Anci.

Berlusconi: serve rigore. "Noi rispettiamo tutte le leggi. Se vogliamo davvero procedere ad una politica vera di integrazione, dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque’. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi rispondendo ai cronisti sul respingimento in Libia dei 75 immigrati intercettati oggi nel canale di Sicilia, a margine della cerimonia a Shabit Jfarai (Tripoli), per la posa simbolica della prima pietra dell’autostrada che rappresenta una delle compensazioni per il passato coloniale italiano in Libia

Berlusconi da Gheddafi: Più rigore sugli immigrati

SHABIT JFARAI (30 agosto) – Sull’imigrazione serve rigore. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi, oggi in visita da Muammar gheddafi in Libia. «Noi rispettiamo tutte le leggi. Se vogliamo davvero procedere a una politica vera di integrazione, dobbiamo essere rigorosi per non aprire l’Italia a chiunque», ha detto Berlusconi, rispondendo ai cronisti sul respingimento in Libia dei 75 immigrati intercettati oggi nel canale di Sicilia, a margine della cerimonia a Shabit Jfarai, circa 40 chilometri da Tripoli, per la posa simbolica della prima pietra dell’autostrada voluta dal leader libico Muammar Gheddafi tra le contropartite per chiudere il contenzioso sul passato coloniale italiano.

Dagli ultimi sondaggi risulta che «il mio gradimento è al 68,4%», ha detto il presidente del Consiglio nel colloquio "molto cordiale" avuto oggi a Tripoli con il leader libico. «Siamo venuti qui per dare attuazione al trattato italo-libico (firmato proprio un anno fa a Bengasi, ndr) che per noi è molto importante», ha detto il premier al colonnello. Il premier ha assicurato che «c’è la volontà assoluta di concretizzare tutti i punti dell’accordo».

I due leader si sono poi scambiati dei doni: Gheddafi ha offerto a Berlusconi due targhe commemorative del Trattato italo-libico, una su sfondo d’oro e l’altra d’argento; il premer invece ha portato in dono due candelabri e un’alzata di vetro di Murano.

Sono arrivati insieme, in macchina, Berlusconi e Gheddafi a Shabit Jfarai, per posare la prima pietra simbolica dell’autostrada della riconciliazione tra Roma e Tripoli ad un anno dall’accordo che ha chiuso il decennale contenzioso coloniale. Insieme i due leader – accolti da ovazioni e da loro gigantografie che spiccavano tra numerose bandiere italiane e libiche – hanno salutato, sorriso e stretto mani alla folla venuta ad assistere alla cerimonia.

Sulla lapide da cui partirà l’autostrada (tre corsie più quella di emergenza, sarà lunga 1.700 chilometri, con 203 ponti, 1.470 tunnel e 30 uscite) che percorrerà tutta la Libia dalla Tunisia all’Egitto campeggia una scritta in arabo che inneggia alla rinnovata amicizia tra Roma e Tripoli. Terminata la cerimonia – una quindicina di minuti appena – Berlusconi e Gheddafi sono risaliti in auto insieme. Pronti per un faccia a faccia seguito da una cena per fare il punto sullo stato degli accordi contenuti nel Trattato di amicizia.

L’autostrada costiera – che sarà finanziata dall’Italia – è «un’impresa storica», ha detto il premier. Per Berlusconi il progetto dell’autostrada «serve anche alla pace perché collega tutti i Paesi del Maghreb». «Si tratta della concretizzazione dell’accordo (tra Italia e Libia, ndr). Ad appena un anno dalla sua firma c’è già un progetto e c’è già tutto», ha aggiunto Berlusconi.

Le Frecce Tricolori, nonostante le forti polemiche dei giorni scorsi, hanno effettuato questo pomeriggio una serie di sorvoli su Tripoli. Berlusconi e Gheddafi, seduti insieme in un parco sul lungomare della capitale libica, hanno assistito al passaggio della pattuglia acrobatica italiana che ha eseguito diverse figure, completando l’esibizione con un volo a bassa quota e la classica
strisciata bianco-rosso-verde. I sorvoli di oggi – che si ripeteranno anche domani – sono solo un piccolo assaggio dell’esibizione che ci sarà il primo settembre per festeggiare il 40/mo anniversario della rivoluzione "verde", il colpo di stato che portò Gheddafi al potere.

La delegazione italiana guidata dal premier in Libia oggi è stata accompagnata dopo il suo arrivo a Tripoli all’inaugurazione di una mostra contenente 70 fotografie sulla resistenza libica all’occupazione italiana. A riferirne è l’agenzia libica Jana. «Il fatto che la Libia non voglia dimenticare questo passato è comprensibile», ha dichiarato il presidente della Commissione Esteri del Senato italiano, Lamberto Dini, a capo della delegazione che accompagna il premier in Libia.

Di Pietro: pensi alla Salerno-Reggio Calabria. «Berlusconi invece di andare in Libia per far incrementare i guadagni di alcuni imprenditori amici suoi, con i quali si è chiaramente accordato, pensi ad utilizzare i soldi degli italiani per i lavori della Salerno-Reggio Calabria e della Ionica, giacchè il nostro Paese è ancora spezzato in due». È quanto afferma in una nota il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.

I talebani mi hanno mutilato

KABUL – Ci vuole coraggio. Per uscire di casa e andare a votare. Per raccontare e denunciare quello che è successo. Semplicemente per riuscire a sopravvivere in Afghanistan. Tra bombe e minacce. Tra soldati e talebani. Lal Mohamed è un uomo coraggioso. Uno dei tanti eroi che vivono nel paese. Il 20 agosto ha sfidato i talebani. Ha lasciato il suo villaggio, nella provincia di Uruzgan, per andare in uno dei seggi elettorali. Non c’era minaccia a convincerlo di non uscire di casa. I Mujaheddin l’hanno fermato e, dopo averlo picchiato a sangue, gli hanno tagliato naso e orecchie. Lo hanno lasciato così, sul ciglio della strada, come esempio per tutti gli afgani che volevano esercitare il loro diritto di voto. E che sperano nella democrazia e nel futuro.

LA DENUNCIA- C’è chi dice che nel paese ci sono sicuramente altri casi simili. Ma per adesso Mohamed è tra i pochi che ha deciso di raccontare e ha scelto il quotidiano inglese Independent. È a casa di un amico. Mutilato e umiliato, l’uomo di 40 anni, ha spiegato, tra le lacrime, che la mattina delle elezioni doveva camminare almeno un’ora e mezza per arrivare al suo seggio. Dopo solo mezz’ora è stato fermato da tre uomini armati che hanno trovato il certificato elettorale. «Hanno cominciato a picchiarmi così forte che sono caduto a terra. Poi un uomo si è seduto a cavalcioni su di me e ha tirato fuori un coltello». Mohamed, poi non si ricorda nulla, tranne che è rimasto sulla strada per molto tempo. Fino a quando «un uomo mi ha portato a Kabul su un asino. Pensavo di morire». All’ospedale, «nessuno mi ha assistito, mi hanno rimandato a casa dicendo che erano pieni e di tornare dopo un paio di giorni». Solo che «ero una maschera di sangue». Ha dovuto farsi «prestare dei soldi per comprare le medicine. Adesso mi hanno promesso un intervento, però c’è il problema del debito». Intanto neanche la polizia «è intervenuta»

LE ELEZIONI- «Ecco cosa succede quando ci si mette contro i talebani. Gli stranieri dicono: "Esci a votare". Poi però non ti aiutano», a parlare questa volta è l’amico di Mohamed. Si è preso cura di lui, lo protegge e lo sta curando. I talebani erano stati chiari: «Non andate a votare e ve ne pentirete». Nel sud l’affluenza è stata bassissima, «troppa paura delle conseguenze». Ma c’è chi come Mohamed non pensava di «fare qualcosa di sbagliato». Per questo si è fatto coraggio. Ed è partito per votare.

Afghanistan, si allarga vantaggio di Karzai

KABUL_ Si allarga il vantaggio di Hamid Karzai sullo sfidante Abdullah Abdullah, a 9 giorni dalle elezioni presidenziali. La Commissione Elettorale afgana ha annunciato ieri che con circa il 35 per cento dei voti scrutinati l’attuale presidente guiderebbe la gara con il 46,3 per cento delle preferenze contro il 31,4 per cento dell’avversario. Il dato precedente, su 17 per cento degli scrutini, dava Karzai in testa con il 42,3 per cento.

I DATI- Il nuovo risultato conferma dunque il trend. Ma resta inferiore al 50 per cento più uno dei voti, risultato richiesto dalla costituzione per non tornare ad un secondo ballottaggio. «Siamo ancora comunque lontani dai dati finali. Che dovrebbero giungere entro il 17 settembre», ha dichiarato in serata all’emittente Tolo TV il presidente della Commissione, Daud Najafi. Il protrarsi delle incertezze politiche, le accuse reciproche di broglio da parte dei candidati, anche molti di quelli minori, oltre la violenza diffusa, lancia una grave ipoteca sull’intero processo. Ieri Abdullah Abdullah è tornato a lanciare accuse di fuoco contro Karzai. «Il voto è stato derubato, deturpato, sviato. Il futuro democratico del Paese è in pericolo a causa di brogli e minacce», ci ha dichiarato in un’intervista durata una ventina di minuti dopo un lungo incontro con circa 350 leader degli anziani e capi tribù venuti appositamente a portargli il loro pieno sostegno dalle provincie per lo più pashtun di Patika, Paktia, Lowegar, Khost e Gardez.

LA GUERRA- Tra la folla anche un buon numero di leader tribali tagiki della valle del Pansheer, la zona un centinaio di chilometri a nord della capitale che nel passato fu serbatoio di sostegno all’Alleanza del Nord di cui faceva parte Abdullah Abdullah nella guerra contro i talebani. «Contro le ingiustizie di Karzai siamo pronti a tornare sulle montagne con le nostre armi», hanno gridato alcuni tra gli applausi. Ma Abdullah Abdullah tende tutt’ora a gettare acqua sul fuoco: «Sin a questo momento il Paese si è dimostrato maturo. Nessuno è passato dalle minacce agli atti. Riconteremo i voti e faremo verifiche nella legalità», sostiene. Il suo progetto è comunque quello di evitare alcuna coalizione con Karzai. «Non intendo affatto entrare nel suo governo. So che ne stanno parlando con gli americani. Ma io non ci sto», dichiara.

NUOVE ELEZIONI- Si rende conto che il processo verso un secondo ballottaggio resta carico di incognite. «Ma sono convinto che grazie all’aiuto della comunità internazionale dispiegata militarmente sul territorio potremo avere un secondo turno più tranquillo e corretto». Eppure chiede anche alle forze Usa-Isaf, agli osservatori dell’Onu (Unema) e alle delegazioni occidentali di «essere molto più onesti nelle operazioni di scrutinio». Il suo ufficio elettorale sta rendendo noto una lunga serie di video, presi dalle provincie sud-orientali, in cui appare chiaramente il broglio. Si vedono diversi poliziotti e scrutatori che falsificano le schede. E non mancano le critiche anche agli italiani nella regione occidentale con comando ad Herat. «So che nella zona italiana il Prt, Unema e i militari italiani si sono detti soddisfatti subito dopo il voto del 20. Ebbene io dico loro che facciano molta più attenzione. Siamo a conoscenza di brogli tra le urne nella zona italiana, specie a Farah e nel Badghis. Io non avrei gridato vittoria tanto in fretta».

Rapiti due operatori umanitari in Darfur

MILANO – Nuovo rapimento in Darfur, il quarto nel giro di sei mesi. A Zalingei nella zona orientale della provincia Sudanese, all’alba sono stati portati via dalla loro abitazione un uomo nigeriano e una donna tanzaniana, dipendenti civili della missione congiunta Onu e Unione Africana. Ne la dato notizia il portavoce della missione, Noureddine Mezni, che non ha voluto confermare la nazionalità degli impiegati.

LA SITUAZIONE – Dopo sei anni di guerra feroce e qualcosa come 300 mila morti e tre milioni di rifugiati (per il governo i morti sono "solo" 10 mila), il Darfur sta diventando una nuova Somalia, una terra di nessuno dove scorazzano bande armate – molte delle quali filogovernative – che vedono negli stranieri – e qui ci sono soprattutto operatori umanitari – persone da rapire per poi chiedere un riscatto. I primi ad essere sequestrati a metà marzo, sono stati tre cooperanti di Medici Senza Frontiere: un italiano, una canadese e un francese. In aprile è stata la volta di due donne, una canadese e una francese di Action Medicale Internationale. Questi sono stati tutti rilasciati. In luglio nel nord Darfur sono state sequestrate un’irlandese e una ugandese. Due donne sparite. Voci che circolano nella regione dicono che siano diventate schiave (e mogli o concubine) dei capi della banda che le ha in mano. «Noi donne siamo le più vulnerabili – ha spiegato al Corriere una ragazza italiana che lavora in Darfur con un’agenzia umanitaria, contattata subito dopo il rapimento di questa mattina – e abbiamo paura. Non ci sentiamo difese. La situazione sta diventando sempre più tesa e difficile. Nessuno controlla nulla e i civili rischiano, come sempre in questi casi, più di tutti».

LA POSIZIONE DEL GOVERNO SUDANESE – Il rapimento di venerdì avviene a due giorni dalle sorprendenti dichiarazioni del generale Martin Luther Agwai, capo della missione congiunta Onu/Unione Africana, secondo cui in Darfur la guerra è finita: «Non ci sono più scontri tra ribelli e governativi – ha annunciato con grande enfasi – al massimo sono i banditi i soli che ormai scorrazzano nella regione». La dichiarazione ha provocato l’indignazione dei capi ribelli i quali parlano ancora di villaggi bruciati e di civili passati senza motivo apparente per le armi. «Non è affatto finita – gli ha risposto intervistato dal Corriere Esam Elag, portavoce di una delle fazioni del Sudan Liberation Army –. Il governo sudanese è ancora impegnato nel genocidio della gente darfuriana. Il problema è che la missione di pace è fallita per differenti e contrapposte opinioni sulla questione: l’Unione africana difende il presidente Omar Al Bashir, sulla cui testa pende un mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, spiccato dal tribunale internazionale delle Nazioni Unite». «Le bande di banditi – ha dichiarato Esam – sono organizzate dal governo per screditare la ribellione. Noi non sequestriamo nessuno. Come si fa a pensare che noi portiamo via gli operatori umanitari che stanno facendo un lavoro egregio per aiutare la nostra gente?»

Pakistan, terrore senza fine; Kamikaze uccide 14 reclute

MINGORAAncora sangue in Pakistan. Almeno 14 reclute di polizia sono rimaste uccise in seguito a un attentato suicida avvenuto oggi nella Swat Valley, nel nord-ovest del Pakistan. Si tratta di uno dei maggiori attacchi, da quando l’esercito ha detto di aver riconquistato il controllo dell’area scacciando i talebani.

Le immagini della tv hanno mostrato gli agenti intenti a raccogliere i resti di corpi mutilati fuori dalla centrale nella città principale della Valley, Mingora. L’attentato è avvenuto – secondo un agente – mentre le nuove reclute erano impegnate nell’addestramento vicino alla caserma, il giorno dopo che l’esercito ha distrutto uno dei principali campi di addestramento di kamikaze.

Il ministro dell’informazione della provincia, Mian Iftikhar Hussain, aveva dichiarato in precedenza che 12 agenti di una nuova unità di polizia erano rimasti uccisi durante l’addestramento vicino alla stazione dopo che un attentatore suicida si è fatto esplodere. Inizialmente un funzionario pachistano aveva riferito di una forte esplosione e di uno scontro a fuoco nel quale erano morte tre reclute. Adesso una fonte medica, Ikram Khan, ha affermato che almeno 14 corpi senza vita di poliziotti sono stati trasportati all’ospedale locale.

E’ stato dichiarato il coprifuoco a Mingora, ha aggiunto un responsabile locale della polizia, spiegando che l’esercito e la polizia pattugliano la città e che i negozi sono stati chiusi per il timore di nuovi attentati.

A fine aprile l’esercito pachistano ha lanciato una pesante offensiva in tre distretti nord-occidentali, Swat, Bas Dir e Buner, per contrastare l’avanzata dei talebani a un centinaio di chilometri dalla capitale Islamabad. I combattimenti hanno obbligato 1,9 milioni di civili a lasciare le loro abitazioni, scatenando una crisi umanitaria. Attualmente, secondo i dati del governo, 1,6 milioni di sfollati sono rientrati a casa. L’esercito afferma di avere ucciso da allora più di 1.930 ribelli e perso negli scontri 170 uomini, un bilancio impossibile da verificare tramite fonti indipendenti.

Il primo ministro pachistano Yousuf Raza Gilania il mese scorso ha annunciato che l’esercito ha "eliminato" i ribelli nella regione. Ma gli attacchi proseguono a swat e nei distretti vicini, facendo pensare che i talebani si siano semplicemente rifugiati nelle zone montuose circostanti.