Scoperto il «Colosseo» nel Porto di Traiano a Ostia

ROMA – Ricorda il Colosseo, l’anfiteatro lungo 42 metri e largo 38 scoperto a Ostia nel Porto di Traiano. Di dimensioni inferiori all’Anfiteatro Flavio, icona della città di Roma in tutto il mondo, il nuovo Colosseo per ora ha mostrato solo le fondamenta. L’ipotesi ricostruttiva è che l’alzata delle pareti perimetrali che sostenevano le tribune fosse almeno di dieci metri.

GLI SCAVI – La scoperta è frutto di una campagna di scavo durata tre anni condotta in collaborazione con la British School at Rome, l’Università di Southampton e l’Università di Cambridge, e diretta dal professor Simon Keay. «L’unicità della scoperta – dice Keay – sta nel fatto che è la prima volta che viene rinvenuto un anfiteatro nel cuore di una zona portuale. Altra particolarità e che questo emiciclo spicca nel centro del Palazzo Imperiale di Traiano, anche se l’edificio appena scoperto è databile all’inizio del III secolo d.C. La nostra sfida è capire perchè ci fosse una struttura simile dentro il palazzo imperiale». E continua: «Il nostro lavoro è iniziato nel ’98 con una serie di indagini, e nel 2007 abbiamo avviato la campagna di scavo concentrandoci sul Palazzo Imperiale, un complesso molto importante che si estende tra i due bacini, quello di Claudio e di Traiano, e che rivela tracce dal I secolo all’epoca bizantina, in base alle trasformazioni del porto».

UN ANFITEATRO PRIVATO – «Altro aspetto importante è che l’anfiteatro può essere identificato con il teatro indicato da Rodolfo Lanciani durante gli scavi del 1868. Questo anfiteatro in scala ridotta rispetto al Colosseo e grande più o meno come il Pantheon, era chiuso nel palazzo, quindi non visibile dall’esterno, molto probabilmente un luogo privato per un godimento esclusivo dell’ufficiale pretore che gestiva il posto». La campagna di scavo si chiuderà il 9 ottobre, poi seguiranno le pubblicazioni. «Ma vogliamo intanto realizzare un sito internet per la ricostruzione virtuale del porto di Roma all’indomani delle nuove scoperte – dice Keay – Quello per il Porto di Traiano è uno scavo archeologico modello perchè qui stiamo sperimentando tutte le metodologie di indagine, dalla geofisica al carotaggio alla realtà virtuale». Fruibile l’area? «Sarebbe importante aprirlo al pubblico, nel futuro spero che con i nostri lavori la gente conosca le potenzialità del sito. La speranza è che si apra al pubblico».

Nucleare Iran:Arricchimento dell'uranio all'estero

MILANO – Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad intende proporre che l’arricchimento dell’uranio per il suo reattore nucleare di ricerca a Teheran venga fatto in un paese terzo. Lo riferisce l’agenzia Isna. È stato il presidente Mahmud Ahmadinejad, alla vigilia del negoziato di Ginevra tra l’Iran e il gruppo 5+1 sul programma nucleare di Teheran, ad annunciare l’intenzione di proporre che sia una terza parte ad arricchire l’uranio al livello necessario per alimentare il reattore di ricerca di Teheran. «Uno degli argomenti al centro dei negoziati è sapere come noi possiamo ottenere del combustibile per il nostro reattore di Teheran», ha dichiarato il presidente. «Come ho detto a New York – ha aggiunto -, noi abbiamo bisogno di uranio arricchito al 19,75%. L’abbiamo detto, e proponiamo di acquistarlo da chiunque sia pronto a vendercelo. Siamo pronti a fornire dell’uranio arricchito al 3,5% e altri potranno arricchirlo e riconsegnarcelo al 19,75%». L’Iran possiede a Teheran un piccolo reattore di ricerca da cinque megawatt che gli era stato fornito dagli Stati Uniti prima della Rivoluzione islamica.

Respinti dieci migranti in Tunisia

Il Gruppo EveryOne aveva allertato le autorità internazionali, inviando già in mattinata un appello urgente all’Alto Commissario ONU per i Rifugiati, all’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani e al Consiglio d’Europa, chiedendo che si vigilasse attentamente sulle procedure di accoglienza per evitare un eventuale respingimento in violazione della Convenzione di Ginevra o altri abusi.

Purtroppo, nonostante la tempestività di EveryOne, i migranti, dopo essere stati intercettati a bordo dell’imbarcazione nei pressi di una piattaforma petrolifera, in acque di competenza tunisina per quanto riguarda le operazioni di ricerca e soccorso, sono stati raccolti da una motovedetta tunisina e respinti. Lo ha riferito in serata direttamente agli attivisti del Gruppo Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissario ONU per i Rifugiati.

Il respingimento è avvenuto nella completa inosservanza delle norme internazionali che tutelano il diritto di asilo e la protezione umanitaria e sussidiaria. Per non parlare della palese violazione in concorso, da parte delle autorità tunisine e italiane, della Convenzione on Marittime Search and Rescue (Sar) del 1979, che impone un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare, senza distinguere a seconda della nazionalità o dello status giuridico, stabilendo altresì, oltre l’obbligo della prima assistenza, anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un "luogo sicuro". Solo una settimana fa, l’Alto commissario ONU per i Rifugiati (Unchr), Antonio Guterres, aveva lanciato un forte appello all’Italia affinché fermasse i respingimenti di immigrati verso la Libia, che non può garantire la protezione dei richiedenti asilo e dove le condizioni di detenzione sono «terrificanti». Ricordiamo però che anche la Tunisia, assieme a Etiopia, Somalia, Eritrea, Egitto e Algeria, secondo Amnesty International, è uno dei Paesi in cui "i Diritti Umani sono rispettati solo a parole". Ancora una volta, un crimine contro l’umanità si è compiuto nelle nostre acque. Ancora una volta, stampa, politici e istituzioni hanno mantenuto un silenzio omertoso che non fa che avvallare queste terribili violazioni dei diritti umani.

Il Papa all'udienza: «L'Europa ha bisogno di ritrovare Dio»

«Pellegrinaggio – ha spiegato Benedetto XVI – perché la Boemia e la Moravia sono da oltre un millennio terra di fede e di santità; missione, perché l’Europa ha bisogno di ritrovare in Dio e nel suo amore il fondamento saldo della speranza». Un obiettivo raggiungibile anche grazie lo sforzo di progredire verso una unità sempre più piena e visibile tra i credenti in Cristo, che secondo il Papa «rende più forte ed efficace il comune impegno per la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa».

«L’amore di Cristo è la nostra forza» ha esclamato il Pontefice citando Cirillo e Metodio, «evangelizzatori di quelle popolazioni» e patroni dell’Europa insieme con san Benedetto. Un’affermazione, questa – ha detto il Papa – che «riecheggia la fede di tanti eroici testimoni del passato remoto e recente,penso in particolare al secolo scorso, ma che soprattutto vuole interpretare la certezza dei cristiani di oggi». L’amore di Cristo, per Benedetto XVI, è infatti «una forza che ispira e anima le vere rivoluzioni, pacifiche e liberatrici, e che ci sostiene nei momenti di crisi, permettendo di risollevarci quando la libertà, faticosamente recuperata, rischia di smarrire se stessa, la propria verità».

«L’ambito civile e religioso non giustapposti, ma in armonica vicinanza». Citando la visita al "Bambino di Praga", Benedetto XVI ha ricordato che nella chiesa di Santa Maria della Vittoria «ho pregato per tutti i bambini,per i genitori, per il futuro della famiglia». La visita al Castello di Praga, invece,quasi una "polis" in cui «convivono in armonia la cattedrale e il palazzo, la piazza e il giardino», è stata per il Papa l’occasione per ribadire che «l’ambito civile e quello religioso non sono giustapposti, ma in armonica vicinanza nella distinzione», a partire dal «legame indissolubile che sempre deve esistere tra libertà e verità». «Non bisogna aver paura della verità, perché essa è amica dell’uomo e della sua libertà», ha ammonito Benedetto XVI: «Anzi, solo nella sincera ricerca del vero, del bene e del bello si può realmente offrire un futuro ai giovani di oggi e alle generazioni che verranno».


In politica servono «rettitudine morale e intellettuale». «Chi esercita responsabilità nel campo politico ed educativo deve saper attingere dalla luce di quella verità che è il riflesso dell’eterna sapienza del Creatore», ed «è chiamato a darne testimonianza in prima persona con la propria vita», ha poi ribadito il Papa. «Solo un serio impegno di rettitudine intellettuale e morale è degno del sacrificio di quanti hanno pagato caro il prezzo della libertà», queste le parole del Pontefice, secondo il quale «simbolo di questa sintesi tra verità e bellezza è la splendida cattedrale di Praga, intitolata ai santi Vito, Venceslao e Adalberto», dove si è svolta la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e una rappresentanza dei laici impegnati nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali.

Contro la dittatura del relativismo. Solo «l’idea della formazione umana integrale, basata sull’unità della conoscenza radicata nella verità», può «contrastare una nuova dittatura, quella del relativismo abbinato al dominio della tecnica». «La cultura umanistica e quella scientifica – ha ammonito il Papa a questo proposito – non possono essere separate, anzi, sono le due facce di una stessa medaglia: ce lo ricorda ancora una volta la terra ceca, patria di grandi scrittori come Kafka, e dell’abate Mendel, pioniere della moderna genetica».

Il Santo Padre ha concluso la catechesi dell’udienza generale di oggi, interamente dedicata al suo recente viaggio internazionale, esprimendo gratitudine per aver incontrato «un popolo e una Chiesa dalle profonde radici storiche e religiose, che commemora quest’anno diverse ricorrenze di alto valore spirituale e sociale». «Ai fratelli e sorelle della Repubblica Ceca – ha concluso -rinnovo un messaggio di speranza e un invito al coraggio del bene, per costruire il presente e il domani dell’Europa».

Il pentito di Al Qaeda: «Abbandonato»

MILANOÈ uno dei due testimoni al mondo che sa come Al Qaeda recluta i martiri islamici e come nei campi afghani li indottrina e addestra al combattimento e agli attentati suicidi. Per questo da tre anni il pentito Tlili Lazar vive sotto protezione. Chiuso in casa. Un cortocircuito burocratico gli nega i documenti di copertura che gli permetterebbero di inserirsi nella società lavorando per guadagnare di che vivere. «Ho mantenuto i miei impegni, ma lo Stato mi ha abbandonato», ha detto ai suoi avvocati, che lunedì gli avevano consigliato di non rispondere ai magistrati americani venuti a Milano per interrogarlo.

Le dichiarazioni di Lazar hanno riempito pagine di verbali. Entrato in Italia nel ’94 come bracciante, nel ’96 si trasferì a Milano dove si avvicinò ai fondamentalisti che ruotavano intorno alle moschee di viale Jenner e via Quaranta. Nel ’98 partì per l’Afghanistan per essere addestrato all’uso di armi ed esplosivi. Quando una bomba rudimentale esplose accidentalmente facendogli saltare le dita della mano destra, capì che fare il martire non era cosa per lui. «Mi sono svegliato», ha detto. Tornato a Milano, riallacciò i contatti con gli integralisti ma, coinvolto nelle inchieste della Procura sul terrorismo internazionale, dovette riparare in Francia dove fu arrestato nel 2002. Estradato nel 2006, decise di collaborare (come, in Germania, il palestinese Shadi Abdallah) firmando un accordo con il Servizio centrale di protezione: lui rivelava tutto, lo Stato gli garantiva una casa, un permesso di soggiorno, 800 euro al mese e un nome nuovo per rifarsi una vita.

I suoi verbali hanno aperto uno squarcio inquietante sulla rete del terrore di Bin Laden, hanno consentito di chiudere processi importanti e permetteranno di avviarne altri, compreso quello ai tre detenuti «italiani» di Guantanamo, che Berlusconi, con una promessa personale al presidente Usa Obama, ha deciso di accogliere. Per questo Al Qaeda lo vuole morto. La risposta delle istituzioni non ha soddisfatto il tunisino, il quale invece apprezza l’impegno di protezione garantito dai carabinieri. «Rischio la vita, sono stato ai patti, ma lo Stato mi ha molto deluso », ha detto ai suoi legali che, prima dell’interrogatorio con i prosecutors , hanno consegnato al gip Giuseppe Gennari un elenco di rimostranze. «Cose per lui fondamentali, non capricci», spiega l’avvocato Marco Boretti, che difende Lazar con il collega Davide Boschi. In soldoni, le leggi sull’immigrazione non consentirebbero al collaboratore di diventare cittadino italiano e, quindi, di ottenere documenti con un nome di copertura. Lazar resta Lazar e chiunque può sapere da Internet chi è.

Ma nessuno assume uno che, oltre a essere un ex terrorista, è ricercato dagli scherani di Bin Laden. «Con 800 euro deve mangiare, pagare la manutenzione della casa e le cure per la ferita. Non ce la fa più e potrebbe non testimoniare ancora», dichiara Boretti, al quale Lazar ha confidato: «Chiuso in casa penso solo ai miei guai». Il rischio è che cada in depressione. Se ciò avvenisse, potrebbe risentirne l’attendibilità delle sue dichiarazioni vanificando anni di lavoro. «È un intreccio perverso di questioni burocratiche e normative che impedisce il funzionamento del programma di protezione e stressa i collaboratori, con ripercussioni sui procedimenti », commenta il pm Elio Ramondini, impegnato in inchieste legate a Lazar. E che ciò che il superpentito ha da dire sia determinante lo sanno anche i pm americani che, capita l’antifona, lì su due piedi lo hanno invitato a trasferirsi negli Usa sotto la tutela del Witness protection program. «Diffida. Ma ci sta pensando», dice Boretti.

Attentato a un bus : 12 civili morti

KANDAHAR (Afghanistan) - Almeno 12 civili, tra i quali donne e bambini, sono morti in un attentato contro un autobus nella provincia meridionale di Kandahar. Secondo il portavoce del governatorato provinciale, Zalmai Ayubi, l’autobus, pieno di civili, è stato colpito dall’esplosione di una mina artigianale su un’autostrada poco fuori la città di Kandahar. Ayubi ha attribuito la bomba ai talebani.
Sulla stessa strada un’esplosione analoga lunedì aveva ucciso tre persone.Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sono oltre 1.500 i civili uccisi in attentati nel 2009. Di essi il 68% ha perso la vita per attacchi dei militanti islamici, il 23% a causa di azioni militari condotte dalle truppe afghane o delle forze internazionali Nato e Usa.

Iran: lanciati razzi a lungo e a medio raggio

TEHERAN- L’Iran ha lanciato lunedì razzi a lungo e a medio raggio dopo che domenica aveva eseguito un test che quelli a corto raggio nel corso delle esercitazioni militari dei Guardiani della rivoluzione. Lo ha annunciato State Press Tv, canale satellitare iraniano in lingua inglese. Secondo l’emittente televisiva, sono stati lanciati prima missili Shahab 1 e 2 con una gittata compresa tra i 300 e i 700 km e successivamente gli Shahab 3 che, con una portata di 2 mila km, sono in grado di raggiungere Israele e le basi Usa nel Golfo. «La risposta dell’Iran alle minacce esterne sarà distruttiva», ha dichiarato Hossein Salami, comandante delle forze aeree dei Guardiani della rivoluzione.

IL MINISTERO DEGLI ESTERI: «UN SUCCESSO» - Il test ha avuto successo, hanno reso noto i portavoce dei Guardiani della Rivoluzione parlando del lancio del missile a lungo raggio Shahab 3. I vertici militari iraniani hanno più volte affermato di essere pronti ad usare un missile Shahab 3 per colpire Israele in caso di un attacco israeliano contro i propri siti nucleari. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Hassan Ghashghavi, ha comunque affermato che i test missilistici in corso non hanno nulla a che vedere con la vicenda dell’impianto di Qom, ma sono parte di esercitazioni annuali realizzate per controllare e migliorare la capacità di deterrenza delle forze iraniane in caso di risposta ad un attacco.

SUL NUCLEARE «NESSUNA VIOLAZIONE» – Nel frattempo le autorità iraniane hanno ribadito di nuovo che la nuova centrale per l’arricchimento dell’uranio non viola alcuna legge internazionale e, pertanto, i timori dell’Occidente sono da considerarsi infondati. La nuova centrale, in costruzione vicino a Qom, «non viola alcuna legge internazionale: i paesi occidentali si consegnano a commenti che non sono realisti», ha dichiarato alla stampa il portavoce del ministero degli Esteri, Hassan Ghashghavi. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha annunciato venerdì che l’Iran ha fornito informazioni sulla costruzione di questo nuovo sito nucleare, oltre quello già conosciuto di Natanz, suscitando nuove preoccupazioni dei paesi occidentali che sospettano che Teheran voglia dotarsi della bomba atomica sotto la copertura di un programma civile. Teheran ha garantito che questo secondo sito nucleare sarà messo sotto controllo dell’Aiea, con la quale fisserà una data per le ispezioni. «Le illazioni (…), la campagna mediatica sono senza fondamento», ha precisato il portavoce, in riferimento alle dichiarazioni di protesta di alcuni leader occidentali, tra cui il presidente americano Barack Obama. «L’Iran è pronto a chiarire tutti gli aspetti della nuova centrale nucleare», ha garantito Ghashghavi. Il portavoce ha poi attaccato l’agenzia atomica internazionale per aver reso nota l’esistenza dell’impianto violando un vincolo di riservatezza.

FRANCIA: «SITUAZIONE IN VIA DI CHIARIMENTO» – Il riconoscimento da parte dell’Iran della costruzione di una seconda centrale nucleare a Qom ha "chiarito" la situazione, ma occorre che Washington, Parigi e Londra continuino a dare prova di "risolutezza" e "fermezza". E’ quanto ha spiegato il ministro francese degli affari Esteri, Bernard Kouchner, proprio mentre da Teheran giungono notizie di nuovi test su missili iraniani a corto e lungo raggio. La situazione «è in fase di chiarimento, non so se degenererà, io non lo credo», ha dichiarato il ministro alla radio France Inter.

Ecco come Israele prepara l'attacco all'Iran

NEW YORK – Il piano è pronto. L’arma segreta si chiama Gbu-28, ed è arrivata, manco a dirlo, dagli Stati Uniti: è una bomba guidata con un laser, pesa qualcosa più di due chili ed è stata sviluppata dagli americani prima della guerra in Iraq per colpire in profondità i bunker di Saddam. Sono tre anni che Israele se la culla: serviva per le fortificazioni di Hamas, che c’è di meglio per sventrare i siti sotterranei dell’Iran?

Il dubbio attanaglia gli esperti militari di mezzo mondo ma un po’ meno gli ufficiali di Benjamin Netanyahu. Anche la squadra è pronta: il ministro della Difesa Ehud Barak ha già detto che Israele è in grado di distruggere l’Iran e al vertice del Mossad per un altro ci sarà il falco Meir Dagan. La data del 2010 è quella limite: allora Mamhud Ahmadinejad avrà a disposizione nella centrale di Natanz l’uranio arricchito necessario.

La superbomba sarebbe pronta in 4 anni. Lo scenario tracciato da Anthony Cordesman sul Wall Street Journal è devastante. L’analisi è intitolata "The Iran Attack Plan" ma il titolo non inganni: il piano c’è, dice l’ex consulente del dipartimento di Stato, oggi al Centro Studi Strategici e Internazionali, ma non è detto che sia la soluzione. Cordesman è un big. È lui il consigliere di Stanley McChrystal, il comandante Usa in Afghanistan.

E c’è anche lui dietro alla richiesta dell’invio di nuove truppe che ieri il generale ha formalizzato proprio all’indomani della promessa di Barack Obama: "soluzioni perfette" non ce ne sono ma "no a nuove truppe" fino a quando gli Usa non avranno rivisto la loro "intera strategia nell’area". Un’area estesa. Non è l’Afghanistan un vicino di quell’Iran così minaccioso?

Un conto sono naturalmente le preoccupazioni degli Stati Uniti. Un conto quelle israeliane.

Già sei anni fa gli israeliani hanno fatto volare i loro F-15 fino alla Polonia: un tragitto ben più lungo dei 2mila chilometri che li separano dall’Iran. Anche gli obiettivi sono chiari. Tre i siti da colpire, al netto dell’ultimo, Qom: Arak, Bushehr e Natanz. Arak non avrebbe un reattore pronto prima del 2011. Ma se si fa un blitz si colpisce subito dove si può. Stesso ragionamento per Bushehr, Golfo Persico, dove la produzione di plutonio sarà possibile dal prossimo anno. L’obiettivo vero è Natanz: qui – nascoste sotto terra e difese dai missili russi TOR-M – la produzione di uranio arricchito avanza a ritmi a rischio.

Tutti gli obiettivi sono facilmente raggiungibili. E anche la strada è segnata. Attaccare dal Sud sarebbe politicamente non consigliabile: gli Stati Uniti non permetterebbero il sorvolo dei cieli sauditi. Tagliando diritto vorrebbe dire sorvolare la Giordania: gli altri arabi insorgerebbero. Meglio dunque il giro largo da nord seguendo i confini siriani per entrare dalla Turchia.

Ma non è tutto così semplice. Quante altre Qom, quanti altri segreti nasconde l’Iran? La risposta è un aggettivo troppo vasto per un obiettivo militare: tanti. Può Israele sostenere una guerra vera? No, la soluzione è quella dello "strike", l’attacco mordi e fuggi, come quello che nel 1981 distrusse il reattore iracheno di Osirak. Ma con quali conseguenze?

Cordesman aveva già riassunto il dilemma in un altro, dettagliatissimo dossier realizzato con il collega Abdullah Toukan per il Centro di studi strategici: l’attacco di Israele potrebbe essere difficoltoso, destabilizzante, ma potrebbe accadere davvero.
Era il marzo di quest’anno: la centrale di Qom ancora segreta. Sei mesi dopo, quella previsione sembra terribilmente più vicina.

Folla oceanica per il Papa a Brno

PRAGA - Folla oceanica per Benedetto XVI nella seconda giornata della sua visita in Repubblica ceca. Alla messa del Papa all’aeroporto di Brno hanno assistito, secondo fonti della Chiesa ceca, 150 mila fedeli, provenienti dalle diverse diocesi del Paese e dalle nazioni vicini. Si tratta del primo grande raduno di cattolici dopo l’ultima visita di Papa Wojtyla, nel 1997.

In un Paese come la Repubblica Ceca, sottolinea il Pontefice nella sua omelia, "nei secoli passati tanti hanno sofferto per mantenersi fedeli al Vangelo e non hanno perso la speranza; tanti si sono sacrificati per ridare dignità all’uomo e libertà ai popoli, trovando nell’adesione generosa a Cristo la forza per costruire una nuova umanità". Ma questa eredità, dice il Papa, rischia di andare perduta: "Nell’attuale società – infatti – tante forme di povertà nascono dall’isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da un’originaria tragica chiusura dell’uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero". "In questo nostro mondo che è alienato quando si affida a progetti solo umani, solo Cristo – dice il Papa dall’atare – può essere la nostra certa speranza".

Iran, al via programma di test missilistici

MILANO – Due nuovi missili a corto raggio sono stati lanciati oggi dall’Iran nella prima giornata di un programma di esercitazioni militari dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. E domani i test proseguiranno con il tiro di un missile a lungo raggio, secondo gli analisti in grado di raggiungere Israele e le basi americane del Golfo.

Le notizie arrivano dalla televisione di Stato in lingua araba, Al-Alam. Il canale televisivo iraniano in lingua inglese Press Tv ha detto a sua volta che i test, oltre ai missili a corto raggio, avrebbero riguardato anche un dispositivo di lancio multiplo. Secondo Al-Alam i missili lanciati sono del tipo Tondar e Fateh 110. I Guardiani della Rivoluzione avevano già annunciato sabato che avrebbero effettuato a partire da oggi delle esercitazioni comprendenti lanci di missili, al fine di «migliorare» le capacità di dissuasione delle forze armate iraniane. I nuovi test missilistici coincidono con le nuove tensioni con l’Occidente a proposito del programma nucleare di Teheran, dopo le rivelazioni dei giorni scorsi su un secondo impianto per l’arricchimento dell’uranio in costruzione a Qom, circa 150 km a sud-ovest della capitale.

Come detto, l’Iran lunedì testerà un missile a lungo raggio che secondo analisti della difesa sarebbe in grado di raggiungere Israele e le basi Usa nella regione del Golfo. Come ha annunciato oggi la radio di Stato, e come ha confermato alla Press Tv il capo delle forze aeree dei Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione), Hossein Salami, il missile Shahab 3 sarà lanciato nella seconda giornata delle esercitazioni iniziate oggi col lancio di due missili a corto raggio. L’Iran sostiene che lo Shahab 3, già testato più volte in passato, può percorrere circa duemila chilometri. Salami ha aggiunto che le forze armate iraniane non testeranno alcun nuovo missile nell’ambito di queste esercitazioni militari denominate «Gran profeta 4».