I pirati sequestrano due velisti

JOHANNESBURG - Alla fine è arrivata anche la richiesta di riscatto: 7 milioni di dollari. Ventiquattr’ore dopo la rivendicazione del sequestro di una coppia di velisti inglesi, il gruppo di pirati somali ha proposto una prima forma di pagamento per ottenere la loro liberazione. Parlando con un telefono satellitare, il capo della banda ha precisato al servizio somalo della Bbc l’ammontare della cifra che considera, nonostante tutto, "congrua ai danni che tutti i pescatori somali hanno subito negli ultimi mesi". Paul e Rachel Chandler, 59 e 55 anni, cittadini britannici, hanno potuto confermare che stanno bene. Il capo del gruppo di pirati ha spiegato: "Se non saremo aggrediti, non lo saranno anche i due coniugi. Chiediamo solo una piccola somma di 7 milioni di dollari". Sono state confermate anche le modalità dell’arrembaggio e il fatto che i due velisti sono stati trasferiti a bordo di un mercatile russo, sequestrato, dove alloggiano da tre settimane circa una ventina di marinai. "La coppia è stata catturata dai nostri fratelli che pattugliano la costa", ha aggiunto il capo del gruppo di pirati. Poi, per attribuire una valenza socio-politica alla richiesta di riscatto, che resta in realtà grettamente venale, ha ceduto alla retorica: "Le operazioni della Nato hanno avuto un impatto molto forte da queste parti. Hanno distrutto molti equipaggiamenti dei poveri pescatori locali. Nelle operazioni vengono arrestati molti nostri uomini e distrutte tutte le loro attrezzature. Nel pieno disprezzo della nostre autorità locali, catturano e trasferiscono i pescatori nelle loro prigioni e in quelle di molti paesi stranieri". Quindi ha concluso, quasi a scusarsi: "Considerando le perdite e gli arresti che ci sono stati inferti, riteniamo che la richiesta di 7 milioni di dollari non sia poi così esosa".

Era il loro grande sogno: prendere la barca e veleggiare in giro per il mondo. Da poco andati in pensione, avevano chiuso i loro affari e si erano messi a navigare. Lo facevano da tre anni. Venerdì scorso, 28 ottobre, hanno lasciato l’arcipelago delle Seychelles per affrontare l’ultimo tratto dell’Oceano Indiano. I monsoni si sono appena placati. La traversata verso la Tanzania non era così difficile. Tutto fila liscio per una giornata. Poi, alle 2,30 di notte , mentre Paul Chandler, contabile in una società finanziaria, era al timone dal buio pesto dell’oceano spuntano due barchini pieni di pirati. Affiancano il Lynn Rival, un 38 piedi (12 metri) armato a sloop, e lo fanno mettere prua al vento. Tra lo sbatacchiare delle vele e lo scafo che rollava per le onde, hanno svegliato Rachel, la moglie, economista, che riposava in cuccetta e hanno ordinato ad entrambi di manovrare e di dirigersi verso la costa Somala. Durante la navigazione, oltre duecento miglia, hanno ispezionato la barca, arraffato tutto quello che c’era di valore e sotto la minaccia delle armi hanno trasferito la coppia su un barchino e con questo si sono diretti a terra, verso la baia di Harardhere, la nuova Tortuga del Corno d’Africa.

Paul ha avuto solo la prontezza di pigiare il bottone rosso che si trova sulla tastiera del radiotelefono: un sos automatico che viene irradiato in un raggio di 500 miglia. L’allarme è stato raccolto dalle unità della flotta internazionale che incrocia costantemente al largo della Somalia. I militari hanno così stabilito da dove proveniva, hanno diramato il segnale alle autorità marittime di controllo di Mombasa, è stato individuato il codice e attribuito alla barca. Ma dei due coniugi, sposati da 28 anni, si è persa ogni traccia. I parenti, tutti originari di Tunbridge wells, nel Kent, si sono messi in contatto con le autorità martittime britanniche. Hanno chiamato giornali e siti web, hanno rilasciato dichiarazioni, spiegato che i due navigatori non erano ricchi e non erano in codizione di pagare alcun riscatto. Solo ieri pomeriggio, lo scafo del Lynn Rival è stato individuato al largo della costa somala ma senza nessuno a bordo. Si è pensato subito ai pirati. La conferma è arrivata in serata.

Paul Chandler ha potuto telefonare da un satellitare al servizio della Bbc in somalo e ha spiegato cosa era accaduto. "Stiamo bene", ha rassicurato il velista, "abbiamo cibo e acqua, per il momento". Ha spiegato le modalità dell’assalto e ha aggiunto che erano stati entrambi trasferiti a terra con dei barchini e da qui sistemati su un container sequestrato che batte bandiera di Singapore, il Kota Wajam. Non ha detto se sono soli o in compagnia di altri membri di altri equipaggi in ostaggio chissà da quanto tempo dei pirati. Secondo quello che sostiene Paul Chandler non sarebbe ancora stato chiesto un riscatto. Attorno ai due ostaggi preziosi c’è naturalmente molta tensione. Tanto che appena sbarcati sulla costa, ha ancora spiegato il comandante dello sloop, sono arrivati una sessantina di uomini armati a bordo di sei gipponi nuovi fiammanti. I pirati hanno subito esploso delle raffiche di ak-47 in aria e hanno ordinato alla coppia di nascondersi. Tra i due gruppi c’è stata una lunga discussione ma alla fine la sessantina di armati, forse pirati di un clan avversario o militanti jihadisti, sono ritornati da dove erano venuti. In mattinata, una unità marittima statunitense aveva intercettato un paio di lance dei pirati, aveva aperto il fuoco e poi arrestato sette uomini. Tra le dichiarazioni successive, tutte fatte da presunti portavoce o di capi del gruppo di cui facevano parte gli arrestati, è stata minacciata una rappressaglia nei confronti dei due congiugi inglesi. "Li terremo con noi come garanzia", si era affrettato a precisare Ahmed Schieck, autoproclamatosi capo del gruppo, "Se gli spagnoli o chi per loro tenterà un assalto per dissequestrare il cargo che abbiamo catturato il 2 ottobre scorso, saranno i due inglesi a pagarne le conseguenze". La tensione, tuttavia, con il passare delle ore è scemata. Paul e Rachel Chandler sono stati trasferiti sul cargo di Singapore assaltato le scorse settimane e hanno potuto comunicare con l’esterno. La situazione resta confusa e sicuramente complicata. I due britannici sono gente abituata alla asprezze del mare: navigare per tre anni ti prepara fisicamente e psicologicamente. Ma si tratta anche di una coppia di una certa età. In realtà non si è nemmeno sicuri dove siano. Durante la telefonata è stato chiesto a velista si trovassero ancora in Somalia. Paul Chandler è stato criptico: " A questa domanda non posso rispondere".

Afghanistan, Abdullah pronto a ritirarsi

MILANO – Il ballottaggio per le elezioni presidenziali in Afghanistan «sarà legittimo anche in caso di un eventuale boicottaggio Abdullah». Lo ha sottolineato il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, commentando la notizia secondo cui il rivale di Hamid Karzai potrebbe decidere di non partecipare al secondo turno elettorale se non sarà azzerata la commissione di verifica delle consultazioni, accusata di brogli. La Clinton, in particolare, ha detto che una situazione come questa «non è senza precedenti». «L’abbiamo visto succedere anche nel nostro Paese» ha spiegato, «dove, per una serie di combinazioni, uno dei candidati ha deciso di non andare oltre. Non credo che abbia niente a che veder con la legittimità delle elezioni».

RITIRO STRATEGICO - Secondo quanto anticipato dai media internazionali, Abdullah potrebbe annunciare questo fine settimana il boicottaggio del secondo turno delle elezioni presidenziali, previsto per il 7 novembre. L’ex ministro degli Esteri afghano, giunto secondo al primo turno del 20 agosto dopo il presidente Hamid Karzai, ha minacciato di abbandonare la corsa se non verranno destituiti tre ministri, fra cui quello degli Interni, e il presidente della Commissione elettorale. Le sue richieste sono finalizzate ad evitare che si ripetano i brogli del primo turno. Secondo fonti occidentali vicine alla leadership afghana, citate dalla Cnn, i colloqui fra Karzai e Abdullah – che nelle settimane scorse avevano valutato anche l’opzione di un governo di unità nazionale – si sono rotti e Abdullah annuncerà il boicottaggio. Una fonte del campo di Abdullah ha riferito intanto all’agenzia stampa tedesca Dpa che sono in corso consultazioni fra l’ex capo della diplomazia afghana ei suoi consiglieri.

L’AMBASCIATORE USA - Intervistato dalla Cnn, l’ambasciatore americano a Kabul, Zalmay Khalilzad, ha detto di ritenere che vi sará un accordo per la spartizione del potere fra Abdullah e Karzai, ma ha anche preconizzato il ritiro dell’ex ministro degli Esteri. «Come prima cosa non gli rimangono molti fondi -ha detto- in secondo luogo penso che, data la situazione, finirebbe per perdere, probabilmente con meno voti del primo turno, e questo sarebbe imbarazzante».

Kabul, attacco all'Onu: 12 vittime

MILANO - L’Onu nel mirino dei talebani a Kabul, a pochi giorni dal ballottaggio per le presidenziali tra il presidente uscente, Hamid Karzai, e Abdullah Abdullah: sei impiegati delle Nazioni Unite sono stati uccisi in un attentato contro una foresteria. Nell’attacco, terminato alle 08.30 locali (le 05.00 italiane), spiegano fonti della polizia locale e delle Nazioni Unite hanno perso la vita, oltre ai sei funzionari Onu, due guardie di sicurezza, un civile afgano e tre assalitori. Altri nove dipendenti dell’organizzazione internazionale sono rimasti feriti, mentre le forza di sicurezza, che sono entrate nell’edificio, stanno cercando una donna ospite della struttura che mancherebbe ancora all’appello. «Sei impiegati dell’Onu sono rimasti uccisi e i feriti sono nove, alcuni dei quali in gravi condizioni», ha dichiarato il portavoce Onu in Afghanistan, Adrian Edwards, che ha aggiunto che le vittime sono tutte straniere, senza però precisarne la nazionalità. La polizia, nel fornire il bilancio, ha parlato anche del ritrovamento di un cadavere carbonizzato che, in base alle prime risultanze, non sembra essere un addetto dell’Onu – non è però chiaro se il bilancio delle vittime civili sia da aumentare così a sette – e ha quindi ammesso la morte di almeno due agenti nella lunga sparatoria. Il capo della missione Onu nel Paese, Kai Eide, ha voluto assicurare che l’attacco suicida non dissuaderà le Nazioni Unite dal compiere la propria missione in Afghanistan. Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha dato ordine di mettere in atto misure immediate per rafforzare la sicurezza per le organizzazioni internazionali presenti a Kabul dopo l’attacco.

CORPETTI ESPLOSIVINel rivendicare la loro azione, i talebani hanno annunciato che si tratta della «prima tappa» della loro campagna per disturbare il ballottaggio presidenziale previsto per il prossimo 7 novembre. Secondo il ministero dell’interno afgano, i kamikaze talebani sono almeno tre: i loro corpi dilaniati dall’esplosione dei corpetti esplosivi che indossavano sono stati trovati all’interno della foresteria dell’Onu al termine dei combattimenti, durati ore, fra gli assalitori e le forze di sicurezza. Sempre secondo il ministero, i tre kamikaze indossavano uniformi da poliziotti. Si è trattato dunque di un attacco in grande stile da parte dei talebani: alcuni dei guerriglieri indossavano giubbotti imbottiti di esplosivo, altri erano muniti di kalashnikov e armi automatiche.

LA CONDANNA DI FRATTINIL’unità di crisi della Farnesina sulla base di verifiche compiute con l’ambasciata italiana nella capitale afgana fa sapere che nell’attacco terroristico nessun italiano è rimasto coinvolto. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha condannato con fermezza l’attentato a Kabul. Esprimendo il più sentito cordoglio alle famiglie delle vittime innocenti – si legge in una nota diffusa dalla Farnesina -, Frattini ha aggiunto che «la viltà dei terroristi non riuscirà a fermare il processo democratico in atto, fortemente voluto dal popolo afgano e sostenuto in modo deciso dalla comunità internazionale».

RAZZI CONTRO HOTEL – Poco dopo l’attacco alla foresteria Onu, in un luogo non distante, tre razzi sono stati lanciati contro un albergo della capitale afgana frequentato dai giornalisti. Dopo l’esplosione di un primo razzo a pochi metri di distanza dalla struttura che ha provocato l’immediata evacuazione di tutti gli ospiti dell’albergo (almeno un centinaio) portati al sicuro in un bunker, almeno altri due razzi sono caduti nei giardini dell’hotel Serena, senza fare vittime. Altri razzi, dice la polizia, sono stati sparati anche contro un edificio non lontano dal palazzo presidenziale.

Ucciso leader di una setta islamica negli Usa

WASHINGTON – Sognava la Jihad, predicava contro lo Stato e raccoglieva armi, diceva di essere pronto «a farsi saltare per aria». Non a Bagdad, ma Detroit. Christopher Thomas, 53 anni, meglio conosciuto come Luqman Ameen Abdullah, è stato ucciso dall’Fbi durante un conflitto a fuoco. Sei dei suoi seguaci sono stati arrestati in una serie di raid contro una setta islamista a Detroit e Deborn, cittadina statunitense che ospita una folta comunità mediorientale.

PANTERE NERE - Gli agenti federali indagavano da tempo sul gruppo "Ummah" al quale era legato Abdullah e un buon numero di discepoli, cittadini afro-americani molti dei quali hanno abbracciato l’Islam in carcere. La fazione che predica il ritorno alla legge islamica e segue un’interpretazione molto radicale della religione è stata fondata da anni fa da un personaggio famoso, Jamil Abdullah Al Amin. Una nuova identità per Rap Brown, il membro delle "Pantere nere" attualmente in prigione per l’omicidio di due poliziotti.

IL BLITZ - Dopo aver raccolto numerose prove a carico di Luqman Abdullah, l’Fbi ha deciso di passare all’azione. C’erano informazioni che gli estremisti erano in possesso di armi da fuoco e si dedicavano ad attività illecite. Gli agenti si sono presentati in forze davanti ad un deposito di Detroit all’interno del quale c’era l’imam. Gli hanno intimato di arrendersi Abdullah – secondo la versione ufficiale – ha aperto il fuoco uccidendo un cane-poliziotto. È seguita una sparatoria che ha visto soccombere il leader della gang.

I GRUPPI - Negli Stati Uniti operano diverse micro-organizzazioni di ispirazione islamista. Di solito sono composte da persone di colore e da immigrati venuti dall’area caraibica, spesso mescolano la politica con attività illecite, dai furti a crimini più seri. Il punto di contatto possono essere piccole moschee – Abdullah guidava la preghiera nel luogo di culto Masjid Al Haqq – ma è più facile che reclutino i loro membri in carcere. Alcune indagini – in Florida e in California – hanno rivelato rapporti tra le gang urbane e gli pseudo-islamisti, nuclei che avevano ambizioni terroristiche ma che sono stati fermati prima che potessero agire.

Nucleare, l'Iran chiede altri negoziati

TEHERAN – Il tira-e-molla sugli impianti nucleari iraniani continua. L’Iran, secondo quanto riferisce l’agenzia ufficiale Irna, vuole ulteriori negoziati sul «progetto di accordo» dell’Aiea a proposito dell’arricchimento del proprio uranio in paesi terzi. Teheran, in particolare, vorrebbe approfondire ulteriormente la proposta dell’Aiea prima di dare il via libera all’accordo con la comunità internazionale.

IL MESSAGGIO ALL’AIEA - L’Iran ha inviato un messaggio all’Aiea con cui chiede di negoziare «sul modo di procacciarsi il combustibile nucleare necessario a un reattore», ha riferito l’agenzia Irna. Quanto al resto dell’accordo, riporta l’Irna, il giudizio iraniano sarebbe «positivo» ma la Repubblica Islamica si è presa la cura di precisare che il messaggio inviato all’Aiea non va interpretato come la «risposta» formale che le potenze occidentali attendono da quasi una settimane.

RISPOSTA SI’, RISPOSTA NO – In particolare, giovedì l’Aiea aveva fatto sapere di avere ricevuto una «prima risposta» dall’Iran alle sue proposte di arricchire l’uranio da utilizzare in un reattore per la ricerca medica. La Irna, tuttavia, sostiene ora che quanto comunicato a Vienna non è una risposta ufficiale del governo di Teheran. «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran», afferma l’agenzia citando una «fonte anonima informata». L’agenzia precisa che il messaggio consegnato all’Aiea «non è una risposta al progetto di accordo» ed aggiunge che la sua posizione definitiva verrà resa nota solo dopo nuovi negoziati. Usa, Russia e Francia, i tre paesi che hanno partecipato ai colloqui di Vienna con l’Iran, si sono dette favorevoli al progetto di accordo.

L'accusa di Amnesty: "Israele nega l'acqua ai palestinesi"

Amnesty International ha accusato oggi Israele di concedere ai palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza l’accesso a solo una frazione dell’acqua proveniente dalla falda acquifera montana che le due parti condividono e che si trova in gran parte in territorio palestinese occupato. La discriminazione è tanto più eclatante, secondo Amnesty, in considerazione del fatto che «gli illegali insediamenti israeliani (in Cisgiordania) ricevono forniture illimitate d’acqua. A Gaza la già disperata situazione è divenuta ancora peggiore». Secondo Amnesty «Israele usa più dell’ 80 per cento della falda acquifera montana, che è la principale fonte d’acqua sotterranea in Israele e nel Top (territorio occupato palestinese), mentre limita ai palestinesi l’accesso a un mero 20 per cento».

I 450 mila coloni israeliani (inclusi quelli che abitano a Gerusalemme est) consumano una quantità d’acqua potabile uguale o maggiore di quella disponibile a 2,3 milioni di palestinesi. Il consumo giornaliero pro capite di un israeliano è di 300 litri d’acqua, quello di un palestinese di 70 litri. In alcune comunità rurali palestinesi il consumo pro capite scende a 20 litri, il minimo stimato necessario per uso domestico in situazione di emergenza.

In stridente contrasto rispetto a quella della popolazione palestinese è la situazione negli insediamenti dove «ci sono fattorie a agricoltura intensiva, giardini lussureggianti e piscine». Inoltre i loro campi sono irrigati nelle ore più calda, quando maggiore è l’evaporazione, con grande sciupio di acqua. Nella striscia di Gaza, continua Amnesty, «il 90-95% viene da una falda costiera la cui acqua è contaminata e inadatta a uso umano».

«Israele inoltre negli ultimi anni ha posto restrizioni all’ ingresso a Gaza di materiali e impianti necessari per riparare e sviluppare le infrastrutture». Amnesty chiede perciò a Israele di porre immediatamente fine «alle sue pratiche discriminatorie e alle restrizioni imposte ai palestinesi per l’accesso all’ acqua». Secondo Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty, «l’acqua è una necessità fondamentale e un diritto ma per molti palestinesi anche ottenerne in quantità scadenti necessarie per la sopravvivenza è divenuto un lusso che a malapena si possono permettere».

Indignata la reazione di Israele al rapporto fornito oggi da Amnesty International. Secondo la Autorità israeliana per le risorse idriche «il consumo di acqua da parte dei palestinesi è costantemente cresciuto negli ultimi anni». Il divario fra il consumo di acqua di israeliani e palestinesi esiste davvero, ammette la Autorità, «ma certo non nelle dimensioni descritte dal rapporto». Secondo l’esercito israeliano, che mantiene il controllo sulla Cisgiordania, «si tratta di un rapporto unilaterale, pieno di denigrazioni infondate, redatto senza che ad Israele sia stata fornita la possibilità di misurarsi con le accuse».

«Israele vede nell’acqua una risorsa essenziale e non lesina sforzi – precisa l’esercito – per prestare assistenza alla Autorità nazionale palestinese». Dura reazione anche del ministro per le infrastrutture Uzi Landau (Israel Beitenu) secondo cui il rapporto di Amnesty può essere affiancato a quello del giudice Goldstone sulla operazione Piombo fuso a Gaza. «Le loro conclusioni erano state stabilite in partenza, prima ancora del lavoro di ricerca», ha polemizzato il ministro.

Accordo sul nucleare, Teheran accetta la bozza dell'Aiea

MILANO - L’Iran accetta il «quadro generale» della bozza di accordo redatta durante i negoziati con Russia, Stati Uniti e Francia, sotto l’egida dell’Aiea, ma chiede «modifiche importanti». La proposta prevede il trasferimento all’estero di parte dell’uranio per ottenere in cambio combustibile. Una fonte citata dall’agenzia Fars ha detto che Teheran darà la sua risposta ufficiale all’Agenzia internazionale per l’energia atomica «nelle prossime quarantotto ore».

URANIO - Il piano elaborato da Mohammed El Baradei, presidente dell’Aiea, prevede la consegna di gran parte dell’uranio arricchito al di sotto del 5% perché venga arricchito in Russia fino a circa il 20% e trasformato in Francia in combustibile per alimentare un reattore per la medicina nucleare a Teheran. L’Alto rappresentante della politica estera della Ue Javier Solana ha ricordato che la comunità internazionale è in attesa di tre cose dall’Iran: la ratifica dell’accordo sul reattore, l’indicazione di un nuovo incontro e la relazione degli ispettori che stanno esaminando il sito di Qom.

Affonda barca di migranti, 8 morti

ATENE (GRECIA) – Almeno otto migranti, donne e bambini, sono annegati nell’Egeo orientale nel naufragio del barcone a bordo del quale erano partiti dalla costa turca, diretti in Grecia. Lo ha riferito l’agenzia stampa greca Ana, aggiungendo che la Guardia costiera è riuscita a salvare nove persone, ma si ritiene che un bambino sia disperso.

RICERCHE – Elicotteri e imbarcazioni della guardia costiera sono impegnati nella sua ricerca. I migranti erano partiti dalla costa turca con un forte vento, a bordo di una imbarcazione di legno che si è schiantata contro gli scogli dell’isola Mytilini. Decine di migliaia di migranti provenienti da Africa e Medio Oriente partono ogni anno dalla costa turca per raggiungere la Grecia. Nel 2008 oltre 13mila migranti sono sbarcati sull’isola greca di Mytilini.

lanci pietre contro chiese

Studenti musulmani hanno lanciato pietre contro chiese e case di copti (cristiani d’Egitto) in una cittadina del centro del Paese.

Volevano cosi’ vendicare l’arresto di 4 musulmani accusati di aver ucciso un cristiano sulla sessantina. Le violenze avvenute a Dairut sono iniziate quando l’autorita’ giudiziaria ha convalidato l’arresto dei 4. Oltre a lanciare sassi contro le case e luoghi di culto, gli studenti si sono anche scontrati con i copti prima che la polizia sedasse le violenze.

EGITTO BOICOTTERA' VERTICE UNIONE MEDITERRANEA PER PRESENZA LIEBERMAN

in seguito alla decisione delle autorita’ del Cairo di non prendere parte alla prossima riunione dell’Unione del Mediterraneo perche’ vi partecipera’ il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman. La riunione tra 47 paesi e’ prevista per il mese prossimo a Istanbul, ma la data non e’ ancora stata fissata e continua a slittare proprio per l’opposizione dell’Egitto e di altri paesi arabi alla presenza di Lieberman, come scrive oggi Ynet, il sito del quotidiano Yedioth Ahronoth. Fonti governative israeliane hanno commentato la notizia a Ynet, definendo la posizione egiziana come un "fattore negativo" e come un danno che il Cairo arreca a se’ stesso.