L'Egitto: un insulto, musulmani reagite

Sui blog e nei forum on-line i toni sono ancora più accesi, fino alla rabbia: «In Europa è in atto una guerra contro l’Islam», ha scritto un lettore libico del sito della tv al Arabiya. «Oggi i minareti. Domani le moschee», è intervenuto tale Said Ardallah sul forum aperto da al Jaziira. «Con i loro soldi nelle banche elvetiche gli ebrei hanno in pugno il Paese», scrive Ardallah.

D’altra parte nessuno si aspettava un risultato del genere: sia maggioranza che opposizione elvetiche avevano invitato a votare per la libera costruzione. Gli svizzeri, dunque, non hanno seguito il consiglio. Il referendum è stato apporvato con il 57% dei voti. In base ai risultati ufficiali, solo quattro dei 26 cantoni che formano la Confederazione hanno respinto la proposta avanzata dal partito della destra populista dell’Udc e della destra cristiana dell’Udf. Data la maggioranza sia degli elettori che dei cantoni, il voto porterà dunque alla modifica dell’articolo 72 della Costituzione, che regola i rapporti fra lo Stato e le confessioni religiose: il divieto della costruzione dei minareti vi verrà inserito come una misura «atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose».

FINI Secondo il presidente della Camera, nel voto al referendum sui minareti in Svizzera «ha prevalso la paura», «un formidabile regalo all’islamismo più eccessivo». Gianfranco Fini lo ha detto durante la registrazione di a "Porta a Porta". A suo giudizio ora "il fanatismo islamico si sente più forte". Alla domanda su come avrebbe votato, la terza carica dello Stato ha detto: «Avrei votato convintamente per consentire il diritto di culto».

La Lega: croce nel tricolore- per Roberto Castelli l’Italia dovrebbe pensare a mettere una croce nella bandiera. "Occorre un segnale forte per battere l’ideologia massonica e filoislamica che purtroppo attraversa anche le forze alleate della Lega", ha detto. Per Calderoli anche noi dovremmo avere la possibilità di esprimere un parere con un medesimo referendum. « Il minareto è qualcosa di diverso da una moschea. Ha un forte contenuto simbolico, che travalica la dimensione religiosa. La esteriorizza, fino a farle assumete significati altri dalla preghiera», ha detto il leghista. Contrario il ministro La Russa: la croce nel tricolore non si metterà, dice. «Non abbiamo bisogno di mettere il Crocefisso all’interno della bandiera, basta saperlo tenere dentro la nostra cultura e la nostra tradizione cristiana». «Proporre di cambiare la bandiera può essere fatto solo da chi non ama la bandiera. Credo che quella di Castelli -ha aggiunto il ministro della Difesa- sia solo una battuta, neanche una provocazione ma solo una battuta propagandistica. Non si può cambiare la bandiera, non può essere una diversa dall’altra, altrimenti diventa solo una ‘bandierina’». Quanto alla decisione del referendum svizzero sui minareti per La Russa «quel paese non è mai stato particolarmente aperto. Ha fatto molto bene ad esprimere una opinione che conferma che non bisogna mai discriminare ma neanche arretrare verso un futuro non dico multietnico ma culturale», ha concluso La Russa.

La Chiesa: preoccupante- All’ indomani del referendum anti-minareti in Svizzera, il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, mons. Antonio Maria Vegliò, ha fatto sapere di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che ieri hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione».

Ramadan: scioccante- «Un risultato scioccante». Tariq Ramadan, uno dei massimi esperti di Islam europeo, così commenta i risultati del referendum. Secondo Ramadan «il risultato dimostra che i partiti più estremisti sono quelli che stanno guidando il dibattito sull’Islam in Europa. Succede in Svizzera, ma anche in Olanda e da voi in Italia. Si sta facendo leva sulla paura della gente per far passare il messaggio che l’Islam non è compatibile con la società europea. E questo è scioccante».

L’Olanda pensa al referendum-
Il partito Liberale Olandese di Estrema destra Pvv ha annunciato di voler chiedere al governo di indire un referendum contro i minareti, dopo quello che li ha banditi ieri in Svizzera. «Chiederemo al governo di far sì che sia possibile un simile referendum in Olanda», ha dichiarato il leader del partito, Geert Wilders, intervistato dal quotidiano Volksrant. Dopo essersi congratulato con gli svizzeri per «il grande risultato del referendum sui minareti», Wilders ha aggiunto che se il governo non agirà sarà il suo partito a presentare un referendum sull’argomento. Noto per le posizioni molto critiche verso l’immigrazione islamica, il Pvv dispone di nove dei 150 seggi del parlamento olandese. Diversi sondaggi indicano il partito in crescita, segnalando che se si votasse oggi potrebbe diventare la seconda formazione politica olandese con 27 seggi, dopo i 35 del partito Cristiano Democratico al governo. Wilders, autore del controverso documentario anti islamico Fitna, fu dichiarato persona non grata dalle autorità della Gran Bretagna in febbraio ma ha potuto recarsi nel Paese in ottobre dopo una sentenza a lui favorevole.

Dall’islam condanna al no degli svizzeri ai minareti

Il mondo musulmano condanna il voto degli svizzeri nel referendum che ha vietato la costruzione di minareti in territorio elvetico (nella foto: una manifestazione di protesta), visto come una manifestazione di islamofobia, ma si ascoltano anche inviti alla moderazione, dovuti con ogni evidenza alla reazioni negative del governo di Berna, dell’episcopato cattolico del Paese e di organismi come Amnesty International.

"La cosa più dolorosa per noi – ha detto in proposito il coordinatore della Organizzazione islamica in Svizzera, Farhad Afshar – non è il bando contro i minareti, ma ciò che indica questo voto, che i musulmani non sono accettati come comunità religiosa".

Nel mondo islamico si registrano reazioni forti, come quella del Gran muftì d’Egitto, per il quale il divieto è "un insulto" per i musulmani del mondo intero. "Non si tratta – ha dichiarato Ali Gomaa all’agenzia egiziana MENA – di un semplice attentato alla libertà religiosa, è anche un insulto ai sentimenti della comunità musulmana in Svizzera e altrove".

Prevalgono però coloro che invitano alla calma. Così anche anche Maskuri Abdillah, capo della Nahdlatul Ulama, la principale organizzazione islamica indonesiana ha parlato di "odio" e "intolleranza", in quanto il voto, a suo avviso, "è un segno dell’odio degli svizzeri verso i musulmani. Non vogliono una presenza dell’Islam nel loro Paese. Questo voto li rende intolleranti, ciò è permanete spiacevole". Però Abdillah ha invitato i musulmani del suo Paese a reagire "mostrando la loro tolleranza e la loro adesione alla libertà di culto".

Sulla stessa linea Ekmeleddin Ihsanoglu, segretario generale dell’Organizzazione della Conferenza islamica si è detto fiducioso che gli svizzeri sapranno "prendere la migliore decisione" e abolire il bando.

A livello di media, Al Jazeera ha parlato di uno "shocking result" e riporta l’opinione di un analista, secondo il quel il risultato è dovuto ala preoccupazione della popolazione per la crescita dell’Islam in Europa".

Il Tehran Times scrive di crescita della "islamofobia in Europa" e di violazioni di "libertà religiosa e impegni da accordi" . "Tutti – ha detto invece la televisione iraniana – condanno il voto islamofobico svizzero", ricordando che il governo elvetico si era espresso contro il bando.

Il libanese An Nahar, come anche la televisione di Hezbollah, Al Manar, hanno sottolineato come contro il voto si siano schierate anche le comunità cristiane svizzere. Lo stesso evidenziano altri, come il Kuwait Times. "Cristiani, ebrei e musulmani – nota il quotidiano libanese – si sono espressi in una rara dimostrazione di unità contro la proposta di estrema destra". (PD)

Gran Muftì sui no a minareti: offesa all'Islam

Oltre agli scontati insulti sui siti fondamentalisti islamici, stamane, è arrivata la netta condanna del Gran Muftì D’Egitto, lo Sheikh Ali Juma’a, citato dalla tv satellitare saudita, al Arabiya. Emittente televisiva che a sua volta parla di "contraccolpi negativi sul turismo e sull’esportazione verso i paesi musulmani", della confederazione elvetica. In una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa egiziana ufficiale, ‘Mena’, l’autorevole religioso ha definito il voto svizzero, "un attacco non solo alla libertà di culto, ma è anche un tentativo di offendere i sentimenti della società musulmana sia all’interno della Svizzera che all’estero". Per Jum’a, si tratterebbe di "un pericoloso precedente che potrebbe aumentare i sentimenti d’odio e di discriminazione contro i musulmani" ai quali "è stato negato quello che è permesso a tutte le altre religioni". Ieri gli svizzeri hanno approvato con ampia maggioranza, il 57,7% , un’iniziativa popolare in favore del divieto di costruzione di nuove moschee.

Egitto, l'era dei faraoni

Il 31 ottobre scorso, durante il discordo di apertura del VI Congresso del Partito Nazionale Democratico (Pnd),il rais avrebbe dovuto ufficializzare la sua uscita di scena, consacrare quello che può essere definito come "un caso di democrazia ereditaria" ed annunciare la nomina a candidato presidente del figlio Gamal. Ma non è andata così. La questione, che molti davano per scontata, non era in agenda e, nonostante Mubarak abbia accuratamente evitato ogni riferimenti ad una sua ricandidatura, dietro le quinte si è tornati a parlare di quinto mandato e di un "faraone" pronto a governare fino al 2016.

Senza fare alcun accenno alla sistematica violazione dei diritti umani e alla povertà che stritola sempre più egiziani, Mubarak ha lodato le riforme economiche avviate dal suo governo ed ha parlato di elezioni legislative, di democrazia e di libertà. Crescita demografica, sviluppo sociale, infrastrutture, agricoltura e sicurezza energetica come elemento base per la costruzione del futuro: questi i temi affrontati dal presidente egiziano che ha ribadito l’intenzione di rilanciare i programmi congelati negli anni ottanta e dare il via alla realizzazione di diversi impianti per la produzione di energia nucleare. Un discorso rivolto al futuro quindi, che lascia intravedere una successione lenta e indolore e che assicura un Paese stabile e fedele agli schemi imposti da Washington agli alleati mediorientali.

Con i suoi 81 anni il presidente però non sembra più avere lo stesso smalto di un tempo ed alcuni recenti episodi di politica interna lasciano spazio a nuove e diverse ipotesi, supposizioni che non possono non tenere in considerazione il fatto che in Egitto il Partito Nazionale Democratico di Mubarak è una forza egemone e che la pressioni sui suoi principali rivali, i Fratelli Musulmani, non permette la costruzione di un’opposizione in grado di sostenere una valida alternativa alla politica del compiacimento imposta dagli Usa.

Che qualche cosa bolla in pentola però è sicuro: sopravvissuto ad almeno sei attentati, Mubarak sta diventando sempre più invisibile, presente solo nei numerosi cartelloni che affollano la capitale e negli slogan che parlano di leadership, transizione e futuro; quasi a voler alimentare la domanda che molti egiziani si pongono: quale domani?

Per il momento le possibilità che il popolo del Nilo imbocchi un percorso più democratico sono piuttosto scarse, soprattutto perché il presidente egiziano non sembra disposto a lasciare la scena senza prima aver definito chi governerà il Paese nei prossimi decenni. Puntando sulle nuove leve, l’amico dell’Occidente non lascia adito a dubbi e indica nel figlio l’unico possibile erede: "Con i suoi giovani, i suoi intellettuali, i suoi quadri e le sue strutture, il partito ha una visione chiara del futuro e propone un progetto che tiene conto delle nuove realtà egiziane". Oltre a quello di Gamal, attuale segretario dell’ufficio politico del Pnd, i nomi più ricorrenti alla successione sono tre: il Segretario della Lega araba, Amr Musa; il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Mohammed ElBaradei; il capo dell’Egyptian general intelligence services (Egis), il generale Omar Suleiman.

Il settantatreenne Musa è sicuramente il meno quotato: ambasciatore egiziano alle Nazioni Unite e ministro degli Esteri nel governo Atef Sedki, è inviso a Washington per le sue posizioni nei confronti dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e sulla politica Americana in Medio Oriente. Stessa cosa per il Premio Nobel per la pace, Mohammed El Baradei, che pur avendo una grande esperienza internazionale – ha iniziato la sua carriera al ministero degli Esteri del Cairo e prima di essere nominato direttore dell’Aiea ha lavorato a lungo nelle missioni permanenti egiziane a New York e Ginevra – non sembra in grado di affrontare i problemi di politica interna e potrebbe pagare quello che l’occidente ed Israele ha spesso definito come "un approccio troppo soft nei confronti dei piani nucleari dell’Iran".

Omar Suleiman è quello che sicuramente vanta più credito: un presidente di transizione in grado di garantire solidità al regime e disponibile a collaborare con Israele nella guerra contro Hamas; un militare che Washington considera come il miglior capo dei servizi segreti mediorientali e famoso per aver imposto a Mubarak la limousine che lo avrebbe salvato da un attentato avvenuto ad Addis Abeba nel 1995.

In Egitto i militari conquistarono il potere il 23 luglio 1952, con il colpo di Stato dei Liberi Ufficiali del generale Muhammad Neghib e del colonnello Gamal Abd al-Nasser. Ad iniziare il processo di allontanamento delle Forze armate dalla politica fu Anwar al-Sadat, un percorso che Mubarak intensificherà e sul quale punterà per epurare tutti coloro che verranno ritenuti infiltrati o sospetti islamisti. Nonostante questo, per oltre mezzo secolo l’esercito è stato a fianco dei sui presidenti, tutti ex militari che nelle Forze armate hanno trovato la sponda per instaurare un potere quasi assoluto.

Negli ultimi anni però questo rapporto si è incrinato, non tanto con i vertici che, lusingati dai privilegi economici, hanno deciso di prendere le distanze dalla vita politica, quanto con la base, frustrata da un regime che alla Difesa ha preferito il Ministero degli Interni e la polizia, l’organo che più di ogni altro ha guadagnato potere e benefici. Per indebolire ulteriormente il peso dei militari, nel 2007 il Partito Nazionale Democratico ha costituito un Consiglio Supremo, un organo politico all’interno del quale dovrebbe essere scelto il candidato per le prossime presidenziali, una scelta bocciata anche dagli ex-ufficiali che oggi ricoprono incarichi di prestigio nell’amministrazione pubblica e da tutti coloro che in un Paese a "partito unico" (il Pnd detiene il 68,5% dei seggi) non condividono questa forma di nepotismo politico.

Con Mubarak le leggi d’emergenza sono state rimpiazzate da quelle anti-terrorismo e molti poteri sono passati nelle mani delle forze di sicurezza che negli anni Novanta il regime ha usato per debellare le organizzazioni dei militanti islamici e che oggi impiega per colpire i suoi principali nemici, i Fratelli Musulmani. Ufficialmente fuorilegge, il movimento da Mohammed Mahdi Akef è infatti ritenuto più pericoloso degli stessi jihadisti che, nonostante gli attentati e gli attacchi terroristici, possono sempre contare sulla benevolenza del rais.

Il peso politico è notevole e nonostante le divisioni interne c’è chi giura che sia in crescita: alle legislative del dicembre 2005 i deputati indipendenti eletti sono stati 88, tutti riconducibili al movimento fondato nel marzo 1928 dall’insegnate egiziano al-Hasan al-Banna; una vittoria che equivale al 20% dei 454 seggi totali e che fa dell’organizzazione islamica, che ha sposato la causa delle classi in difficoltà, il secondo soggetto politico del Paese.

Per i Fratelli musulmani, che pur non avendo alcun interesse per il potere puntano comunque a trasformare l’Egitto in una democrazia islamica, l’elezione di Gemal potrebbe rappresentare un’occasione unica, la svolta che molti giovani attendono da tempo. In cambio dell’appoggio elettorale, figlio del rais, primo presidente proveniente dalla società civile dopo oltre mezzo secolo di democrazia con le stellette, potrebbe concedere una contropartita politica: la garanzia di uscire dall’ombra e tornare nuovamente a correre ufficialmente per le elezioni parlamentari.

Un rischio che per ora Hosni Mubarak non vuol correre, soprattutto pensando al fatto che una volta in parlamento la Fratellanza potrebbe raddoppiare il numero di consensi, cosa non nuova visti i successi di Hezbollah ed Hamas, e nell’arco di poche legislature condizionare un sistema politico che Washington considera tra i più affidabili del mediorientale.

Disastro Nievski Express, E' stata una bomba

MOSCA - E’ stata l’esplosione di sette chili di tritolo a far deragliare il treno Mosca-San Pietroburgo. Il presidente delle Ferrovie russe è convinto che le trenta vittime sul treno Nievski Express sono imputabili ad un ordigno: "E’ stato un atto terroristico. L’esplosione – ha detto Vladimir Iakunin, citato da Itar-Tass – è simile all’attentato dell’agosto 2007", costato una sessantina di feriti e imputato alla guerriglia cecena.

Il terrorismo dietro l’attentato. La magistratura ha aperto un’inchiesta sulla base delle ipotesi di terrorismo. La bomba, esplosa vicino alle rotaie, ha provocato una buca del diametro di un metro. I resti dell’ordigno sono stati recuperati anche a parecchie decine di metri dal punto dell’esplosione.
 

Ferito un italiano. Il treno passeggeri Mosca-San Pietroburgo è uscito dai binari ieri sera alle 21.34 ora locale (le 19.34 in Italia), nel tratto tra Alyoshinka e Uglovka, a circa 350 chilometri da Mosca, nella regione di Novgorod. Tra i 661 passeggeri e i 20 macchinisti e addetti ai vagoni letto, si contano circa 25 morti, 27 dispersi e 102 feriti tra cui un italiano, Armando Noacco, 58 anni, imprenditore udinese. Trasportato in elicottero all’ospedale di San Pietroburgo per essere sottoposto a un intervento per una frattura all’addome, Noacco non è grave: "Sto discretamente bene" ha detto l’imprenditore friulano al telefono con il Gr Rai del Friuli Venezia Giulia. "Il treno è deragliato e in un attimo si era capito che era la fine. Poi io mi sono svegliato in mezzo alle lamiere, mi hanno aiutato, mi hanno liberato e quindi portato all’ospedale. Mi trovavo nel primo vagone. Nessuno pensava di salvarsi. Io mi sono svegliato, tra la neve, i sedili per aria".

La rivendicazione. Un esponente del movimento di destra contro l’immigrazione clandestina MAII, ha pubblicato sul proprio blog una dichiarazione di un sedicente gruppo "Combat 18" che rivendica la responsabilità dell’incidente ferroviario di ieri sera e annuncia nuovi attentati. Ma il gruppo nazionalista russo MAII nega: "Nessun gruppo nazionalista, inclusi quelli virtuali, ha rivendicato l’attacco terrorista", scriveil MAII in un comunicato diffuso dall’agenzia russa Interfax. "Le notizie che fanno riferimento a un coinvolgimento nell’attentato di gruppi radicali nazionalisti non hanno alcun fondamento", sottolinea la nota.

Il precedente. Il 13 agosto 2007 un treno dello stesso tipo in servizio fra Mosca e San Pietroburgo era deragliato a causa dell’esplosione di una bomba sui binari, provocando una sessantina di feriti, tra cui un italiano. Per quell’episodio a Novgorod è in corso il processo a tre ingusci accusati di essere gli autori. Uno dei tre imputati ha confessato che l’attentato fu compiuto su ordine della guerriglia cecena. In relazione a questo è ricercato uno dei capi dei ribelli ceceni, Pavel Kosolapov.

Bin Laden, Nel 2001 Usa a un passo dalla cattura

MILANO - Nel dicembre del 2001, Osama Bin Laden era accerchiato e le truppe americane «senza ombra di dubbio» erano vicine alle sua cattura. Il numero uno di Al Qaeda si trovava a Tora Bora, in Afghanistan, ma i vertici militari presero la decisione di non attaccare il suo rifugio con tutte le forze a disposizione. Lo rivela un rapporto che la Commissione per gli Affari Internazionali ha svolto per il Senato dal titolo significativo: «How we failed to get bin Laden and Why it matters today» («Come abbiamo fallito a catturare Bin Laden e perché ciò è importante oggi»). Nel rapporto, pubblicato sul sito del Senato dove sarà presentato lunedì e il cui principale relatore è il senatore John Kerry, si legge che il fallimento nella cattura del leader di Al Qaida tre mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle ha avuto conseguenze terribili sulla lunga distanza e soprattutto ha posto le basi per l’attuale recrudescenza della guerriglia talebana in Afghanistan e per i conflitti interni che sconvolgono il Pakistan. Il dossier imputa all’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e all’ex comandante del Centcom, Tommy Franks, una decisione dalle «conseguenze disastrose». Non è la prima volta che Kerry, candidato democratico alla presidenza nel 2004, parla della fallita cattura di Osama Bin Laden già nel 2001. Da anni, il senatore accusa l’amministrazione Bush di essersi fatta sfuggire il leader del terrore sulle montagne dell’Afghanistan, tre mesi dopo l’11 settembre.

LE CONSEGUENZE DELLA MANCATA CATTURA - Nell’introduzione del rapporto che sarà pubblicato lunedì, proprio alla vigilia dell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama sul «surge» necessario per «finire il lavoro» contro i talebani ed Al Qaeda, John Kerry, presidente della commissione Esteri del Senato, scrive: «Quando siamo andati in guerra meno di un mese dopo gli attacchi dell’11 settembre, l’obiettivo era quello di distruggere Al Qaeda e uccidere o catturare il suo leader, Osama Bin Laden e altri importanti personaggi. La nostra incapacità di concludere il lavoro alla fine del 2001 ha contribuito al conflitto di oggi che mette a rischio non solo le nostre truppe e quelle dei nostri alleati, ma la stabilità di una regione cruciale e instabile».

LE ACCUSE - Ancora, il rapporto commissionato dal senatore Kerry, ex candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004 contro George W. Bush e intitolato «Tora Bora rivista: come abbiamo fallito nel prendere Bin Laden e perché questo importa oggi» denuncia: «Rimuovere il leader di Al Qaeda dal campo di battaglia otto anni fa non avrebbe eliminato la minaccia estremista nel mondo. Ma le decisioni che hanno aperto la porta alla sua fuga in Pakistan hanno permesso a Bin Laden di emergere come potente figura simbolica che continua ad attrarre flussi costanti di denaro e ad ispirare fanatici nel mondo. Il fallimento nel completare il lavoro rappresenta un’opportunità persa che ha alterato per sempre il corso del conflitto in Afghanistan e il futuro del terrorismo internazionale». Il documento – basato anche su dati non classificati del governo e su interviste con partecipanti all’operazione – sostiene con certezza che il leader di Al Qaeda si nascondeva tra le montagne di Tora Bora in un momento in cui gli Stati Uniti avevano i mezzi più che sufficienti per dare avvio a un’operazione rapida con migliaia di uomini. «Osama Bin Laden era a portata di mano a Tora Bora – si legge nel rapporto – Accerchiato in uno dei posti più impervi della terra, lui e centinaia dei suoi uomini resistettero instancabilmente ai bombardamenti americani, quasi a 100 raid al giorno». Il leader di Al Qaeda «si aspettava di morire – rivela ancora il dossier – Le sue ultime volontá e il suo testamento scritti il 14 dicembre riflettevano il suo fatalismo. Diede istruzioni alle moglie di non risposarsi e chiedere scusa ai suoi figli per essersi dedicato al jihad».

Iran, Costruiremo dieci nuovi impianti

MILANO - Il governo iraniano ha approvato un piano per costruire dieci nuovi siti per l’arricchimento dell’uranio. La decisione è stata adottata al termine di un Consiglio dei ministri presieduto dal presidente Mahmoud Ahmedinejad, il quale ha anche annunciato di voler valutare nel prossimo consiglio dei ministri, in calendario mercoledì, la possibilità di produrre dell’uranio arricchito al 20% necessario ad alimentare un reattore con finalità mediche a Teheran. Per quel che riguarda gli impianti, cinque dovrebbero essere costruiti su siti già appositamente localizzati, mentre per gli altri l’Agenzia Atomica iraniana dovrà identificare dove dislocarli. Ahmadinejad ha aggiunto che la Repubblica islamica dovrebbe darsi come obiettivo una produzione di 250-300 tonnellate di combustibile nucleare l’anno e che comunque il progetto sarà discusso nella prossima riunione del governo.

LE REAZIONI«Preoccupazione» espressa da Londra, mentre è stata ancora dura la reazione del Dipartimento di stato americano all’annuncio di Teheran sui nuovi siti: gli Stati Uniti hanno bollato la costruzione dei nuovi impianti come una nuova violazione da parte dell’Iran dei «suoi obblighi di sospendere tutte le sue attività di arricchimento». Secondo la Casa Bianca, questi piani sono un altro esempio della scelta di Teheran di «isolarsi dal resto del mondo».

NO ALLA BOZZA AIEA – L’Iran non aveva risposto positivamente ad una bozza d’accordo con Usa, Francia e Russia, proposta dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) il mese scorso, in base alla quale Teheran avrebbe consegnato all’estero gran parte del suo uranio già arricchito al 3,5 per cento per riceverne in cambio combustibile prodotto da uranio arricchito a circa il 20 per cento. Secondo Ahmadinejad, la Repubblica islamica potrebbe ora decidere di procedere all’arricchimento sul suo territorio, dopo una risoluzione approvata venerdì dal Consiglio dei Governatori dell’Aiea che chiede all’Iran di sospendere immediatamente i lavori per la messa in funzione del suo secondo sito per l’arricchimento nei pressi della cità di Qom.

«RIDURRE LE RELAZIONI CON L’AGENZIA» - L’annuncio sui nuovi impianti arriva poche ore dopo la decisione del Parlamento iraniano di limitare al minimo indispensabile la cooperazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), in seguito alla risoluzione di condanna adottata venerdì dal Consiglio dei Governatori. In concomitanza con il sì di Teheran ai nuovi impianti la maggioranza dei parlamentari iraniani ha firmato una lettera in cui chiede al governo di Mahmoud Ahmadinejad «un piano rapido per ridurre il livello di cooperazione con l’Agenzia internazionale dell’energia atomica» (Aiea), dopo la risoluzione critica del programma nucleare iraniano approvata venerdì dall’agenzia con sede a Vienna. Stando alla tv di Stato, 226 deputati del Majlis (sul totale di 290) hanno sottoscritto il documento, secondo cui il piano del governo dovrebbe essere «sottoposto al parlamento». Nella lettera, i parlamentari affermano che la risoluzione approvata dal consiglio dei governatori dell’Aiea nella sua ultima riunione è «politica, ed è stata adottata sotto le pressioni di Stati Uniti e Gran Bretagna».

La Svizzera dice no ai minareti

MILANO - La Svizzera dice no ai minareti. A sorpresa, l’iniziativa per il bando dei simboli religiosi musulmani è stata accettata al referendum con il 57% dei voti. In base ai risultati ufficiali, solo quattro dei 26 cantoni che formano la Confederazione hanno respinto la proposta avanzata dal partito della destra populista dell’Udc e della destra cristiana dell’Udf. Data la maggioranza sia degli elettori che dei cantoni, il voto comporterà quindi la modifica dell’articolo 72 della Costituzione, che regola i rapporti fra lo Stato e le confessioni religiose: il divieto della costruzione dei minareti vi verrà inserito come una misura «atta a mantenere la pace fra i membri delle diverse comunità religiose». Il risultato viene considerato dagli analisti come una grande sorpresa, giacché contraddice i sondaggi che davano il «no» al 53%; inoltre, sia il governo che l’opposizione – come le principali comunità religiose – si erano espressi contro l’approvazione del referendum. I musulmani, che sono il 5% della popolazione elvetica, dispongono di circa 200 luoghi di preghiera in Svizzera, ma solo quattro minareti, che non sono usati per il richiamo alla preghiera. Un secondo referendum in votazione chiedeva di bandire le esportazioni di materiale bellico: questa iniziativa è stata però bocciata.

IL GOVERNO: NON E’ RIFIUTO DELL’ISLAM - «L’odierna decisione popolare riguarda soltanto l’edificazione di nuovi minareti e non significa un rifiuto della comunità dei musulmani, della loro religione e della loro cultura. Il governo se ne fa garante», ha affermato il ministro svizzero di Giustizia e polizia, Eveline Widmer-Schlump. Il governo svizzero «rispetta» la decisione della maggioranza, tuttavia, «l’esito della votazione non ha effetto sui quattro minareti già esistenti e l’edificazione di moschee continua a essere possibile. Anche in futuro in Svizzera i musulmani potranno quindi coltivare il proprio credo religioso praticandolo individualmente o in comunità», precisa il governo. Per il ministro, l’esito della votazione è espressione delle paure diffuse nella popolazione nei confronti di correnti islamiche fondamentaliste: «Questi timori vanno presi sul serio e il Consiglio federale (governo) lo ha sempre fatto e continuerà a farlo. Tuttavia, il Consiglio federale riteneva che un divieto di edificare nuovi minareti non fosse uno strumento efficace nella lotta contro tendenze estremiste».

I VERDI ANNUNCIANO RICORSO - I Verdi svizzeri esamineranno la possibilità di inoltrare ricorso contro l’iniziativa alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Lo ha confermato il presidente, Ueli Leuenberger all’agenzia di stampa svizzera Ats. «I musulmani non hanno ricevuto solo una sberla, ma addirittura un pugno in faccia», ha detto Leuenberger, deluso dalla decisione del popolo svizzero. Per Leuenberger, è il risultato di «una propaganda estremamente ben fatta, che ha fatto leva sui pregiudizi». A suo avviso l’iniziativa è anticostituzionale.

RAMADAN: «UNA CATASTROFE» - Il controverso intellettuale e accademico Tariq Ramadan, ha definito «catastrofico» il risultato del referendum. Ramadan, che è il nipote del fondatore della confraternita egiziana dei Fratelli musulmani e vive a Ginevra, afferma che «gli svizzeri hanno espresso una vera paura, un interrogativo profondo sulla questione dell’Islam in Svizzera».

DELUSIONE DEI VESCOVI - Secondo la Conferenza dei vescovi svizzeri, la vittoria dei sì è «un ostacolo sulla via dell’integrazione e del dialogo interreligioso nel mutuo rispetto». «Non abbiamo saputo rispondere ad alcune paure legate all’integrazione di diverse religioni e culture in Svizzera», ha ammesso il portavoce Walter Mueller. A suo avviso, ha influito sul risultato anche la situazione dei cristiani, vittime di discriminazione e oppressione, in alcuni paesi musulmani.

SBAI: «BENE IL CONTROLLO» - La portavoce delle donne marocchine in Italia, Souad Sbai, non si scandalizza invece per la decisione degli svizzeri. «Il popolo è sovrano e quando decide una cosa va rispettato. È bene che ci sia un controllo sulle moschee – dice – c’è un’avanzata radicale, in Europa e nel nostro paese, che ci preoccupa moltissimo e va fermata subito». A preoccupare, secondo la portavoce delle donne marocchine, «non è certamente il minareto, ma chi ci sta dentro». «È chiaro che sono contraria alla xenofobia – assicura – ma serve un controllo contro le moschee "fai da te" che hanno rovinato i nostri ragazzi: questa gente, gli estremisti religiosi, fanno diventare xenofobi pure gli arabi».

L’ESPORTAZIONE DI ARMI - Come previsto e già successo nella votazione del 1997, l’iniziativa contro l’esportazione di materiale bellico non ha invece raccolto una maggioranza: ha detto «no» il 68,2% dei votanti. Tutti i cantoni hanno respinto il testo: in Ticino il tasso di contrari è stato del 62,4%, nei Grigioni del 67,9%. Il testo chiedeva che la Confederazione promuovesse gli sforzi internazionali nel campo del disarmo e del controllo degli armamenti e domandava il divieto di esportazione e di transito attraverso la Svizzera di materiale bellico, comprese le tecnologie che possono servire alla produzione di armamenti. D’altra parte, il testo stabiliva l’obbligo per la Confederazione di sostenere per dieci anni le regioni e i dipendenti colpiti dalle conseguenze del bando. Per i promotori – una trentina di sigle fra partiti di sinistra, ecologisti, sindacati, organizzazioni pacifiste per la difesa dei diritti umani, pacifiste e femministe – si tratta di una questione etica: porre fine al «commercio della morte» e offrire alla Svizzera l’opportunità di una riconversione dell’industria bellica in una civile. Ciò sarebbe conforme alle tradizioni elvetiche di neutralità e di politica umanitaria. Gli oppositori replicano che i costi per la Confederazione sarebbero troppo elevati e che l’industria bellica non potrebbe sopravvivere solo con la produzione interna. La maggioranza degli elettori la pensa come loro.

Donne in piazza contro la violenza

ROMASono centinaia le adesioni di donne, ma anche uomini, pronti a tornare in piazza per la manifestazione nazionale contro la violenza maschile in programma oggi pomeriggio a Roma. Molte le associazioni che si ritroveranno alle 14 in piazza della Repubblica per protestare contro la violenza maschile e lo sfruttamento del corpo delle donne a fini politici ed economici, per una scuola che educhi alla convivenza civile tra i sessi, per la libertà di scelta sessuale e di genere.

Da piazza della Repubblica, il corteo attraverserà le strade della Capitale alla volta di piazza San Giovanni. Qui, sul palco allestito per l’occasione, verranno proiettate interviste e video riguardanti i dati della violenza sulle donne e sulle mutilazioni genitali femminili. Serena Dandini ha dato il proprio sostegno prestando la sua immagine per lo spot pubblicitario della manifestazione. Come lei anche Dacia Maraini.

Come ricordano gli organizzatori, infatti, i dati Istat riportano una situazione drammatica: in Italia una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, nella sua vita è stata vittima della violenza di un uomo, e sono 6 milioni 743 mila le donne che hanno subito nel corso della propria vita violenza fisica e sessuale. Per la maggior parte da mariti, fidanzati, padri, parenti. Dati ribaditi in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dieci anni fa dalle Nazioni unite e celebrata giovedì scorso per sensibilizzare governi, istituzioni e mezzi di comunicazione. Tra le sigle che hanno già annunciato la loro partecipazione domani ci sono, tra le altre, il coordinamento donne Cgil di Roma e Lazio e nazionale, Donne Fiom, Donne della RdB, la Società italiana delle storiche, la Casa internazionale delle donne di Roma, le donne del Forum del Prc.

La giornata di protesta sarà anche l’occasione per l’avvio di una vendita di arance, metà del cui ricavato andrà a sostegno della protesta delle lavoratrici e dei lavoratori di Eutelia contro lo smembramento della società e i conseguenti, massicci, licenziamenti. La restante metà del ricavato andrà ai coltivatori siciliani che forniranno le arance.

Russia, per la strage sul treno aperta inchiesta: terrorismo

La magistratura russa ha aperto un’inchiesta per far luce sulle cause del deragliamento del Nievski Express, il treno Mosca-San Pietroburgo, avvenuto in aperta campagna a oltre 300 chilometri da Mosca venerdì sera, alle 21.34 ora locale (le 19.34 in Italia). Vicino ai binari è stato trovato un cratere del diametro di un metro, causato in tutta probabilità dall’esplosione di un ordigno. E resti di una bomba sono stati sul luogo del deragliamento, come ha riferito il canale televisivo all news Vesti 24, citando un membro della commissione d’inchiesta. Il presidente delle Ferrovie russe Vladimir Iakunin ha parlato apertamente di una bomba: «L’esplosione è simile a quella dell’agosto 2007, sconosciuti hanno fatto esplodere un ordigno», ha affermato. Le ipotesi sono quelle di terrorismo e uso illegale di armi. Il drammatico bilancio è di almeno 25 morti e 18 dispersi: lo ha riferito sabato mattina ai giornalisti il ministro per le emergenze russo Sergei Sojgu, che ha parlato inizialmente di 39 morti. Ma il bilancio poi è stato corretto dal portavoce del suo stesso ministero e dal ministro della Sanità Tatyana Golikova, che ha parlato di 25 morti, 19 dispersi e 96 feriti. Sul treno c’erano almeno tre passeggeri stranieri, tra cui un italiano, Armando Noacco, 58 anni (leggi l’intervista). Stando a fonti diplomatiche, l’uomo è ricoverato a Valday «con una frattura del bacino ma non in gravi condizioni». L’ambasciata italiana a Mosca, in accordo con i consolati di Mosca e San Pietroburgo e l’Unità di crisi della Farnesina, hanno preso contatto con il connazionale, che dice di stare bene ed essere stato prontamente soccorso ed adeguatamente assistito. Gli altri due stranieri dovrebbero essere finlandesi. Sul treno viaggiavano 661 passeggeri e 20 tra macchinisti e addetti ai vagoni letto. I dispersi, secondo alcune persone che si trovavano sul Nievski, sarebbero saliti a bordo di un treno che passava in direzione opposta, sulla linea San Pietroburgo-Samara.

IL DERAGLIAMENTO - Il Nievski Express – un convoglio a 14 vagoni – è uscito dalla carreggiata tra Alyoshinka e Uglovka, 350 km a nord di Mosca alle 21.34 ora locale (le 19.34 in Italia). Gli ultimi tre vagoni sono deragliati. Sul luogo dell’incidente, avvenuto a circa 25 km dalla località di Bologoie, a ridosso delle regioni di Tver e Novgorod (nord di Mosca), sono state impegnate tutta la notte le squadre di soccorso, che si appoggiano agli elicotteri della protezione civile e un ospedale mobile.

IL PRECEDENTE - Il 13 agosto del 2007 un’esplosione aveva fatto deragliare il Nievski Express, la linea veloce che collega Mosca a San Pietroburgo in quattro ore e mezzo, raggiungendo velocità di 200 km orari. Lo scoppio, avvenuto alle 21.43 di Mosca (le 19.43 in Italia) nella regione di Novgorod, aprì nel terreno un cratere di un metro e mezzo di diametro. Il bilancio fu di una trentina di feriti. Anche in quel caso si parlò subito di possibile attentato terroristico Nel 2005 Fu poi confermato che una bomba artigianale, a basso potenziale, era stata piazzata sui binari. Vicino al luogo dell’attentato fu anche ritrovato il congegno usato per attivare l’ordigno: era simile a quello rinvenuto nel giugno 2005 quando fu fatto esplodere un treno ceceno in viaggio da Grozny a Mosca. Un attentato per il quale sono stati condannati a 18 anni due nazionalisti russi.

LA RIVENDICAZIONE - Sabato è apparsa su un blog ultranazionalista la dichiarazione di un sedicente gruppo «Combat 18» che rivendica la responsabilità dell’incidente ferroviario e annuncia nuovi attentati. Per ora gli investigatori non hanno commentato. «Noi militanti del gruppo autonomo Combat 18 – si legge nel testo – rivendichiamo la responsabilità per l’esplosione del treno Nievski Express. Ci saranno altre azioni in futuro. È giunta l’ora. Noi dichiariamo che la guerra toccherà ogni uomo della strada, in questa guerra non ci possono essere né persone estranee né vittime innocenti, ci sono solo i nostri sostenitori e i nostri nemici». Il gruppo «Combat 18» aveva rivendicato via internet anche l’esplosivo ritrovato il 14 novembre scorso in un vagone della metro di San Pietroburgo: era avvolto in un sacchetto di plastica con una svastica. Secondo gli investigatori, si trattava di falso esplosivo.