Afghanistan, uccisi otto agenti Cia

MILANO – Otto agenti Cia sono rimasti uccisi in Afghanistan a seguito di un attacco suicida. L’attentatore si è fatto esplodere all’ingresso di un avamposto nella provincia di Khost. Fonti afghane hanno detto che un kamikaze con un giubbotto imbottito di esplosivo è entrato nell’installazione e si è fatto saltare in aria. L’attentato alla base americana è stato rivendicato dai talebani. Lo riferisce l’agenzia di stampa Pajhwok. «L’attacco mortale è stato condotto da un valoroso membro dell’esercito quando gli agenti erano occupati a raccogliere informazioni sui mujaheddin», ha affermato il portavoce Zabiullah Mujahid che ha dato il nome del militare, Samiullah. Questo spiegherebbe anche come l’attentatore sia potuto penetrare nella palestra della base superprotetta. Il ministero della Difesa afghano ha però smentito che il kamikaze fosse un ufficiale dell’esercito.

KANDAHAR - Nelle stesse ore l’esplosione di una bomba a Kandahar, rivendicata dai talebani, ha provocato la morte di quattro soldati canadesi e di una giornalista al seguito. A darne notizia è stato il ministero della Difesa di Ottawa, secondo cui nella stessa esplosione che ha investito un mezzo blindato a quattro chilometri a sud dalla città nel sud dell’Afghanistan sono rimasti feriti altri quattro militari e un civile. La giornalista canadese rimasta uccisa è Michelle Lang, 34 anni: per conto del «Calgary Herald» era arrivata nel Paese a metà dicembre e avrebbe dovuto fermarsi per sei settimane. I talebani hanno decapitato sei presunte spie nella provincia dell’Oruzgan.

RAID NATO - Un bombardamento della Nato nella provincia di Helmand, nel sud dell’Afghanistan, ha invece causato diverse vittime civili. A denunciarlo è un portavoce del governatore provinciale. Il raid aereo era stato ordinato in risposta a un attacco contro una pattuglia dell’Isaf alle porte del capoluogo Lashkar Gah. Non è stato precisato quanti siano i morti e la Nato non ha voluto commentare la notizia.

RAPITI DUE FRANCESI E DUE INTERPRETI - Nella provincia di Kapisa sono stati rapiti due francesi (probabilmente soldati, secondo una fonte della polizia afghana) e due interpreti locali. Il rapimento è avvenuto nella tarda serata di mercoledì nel distretto di Tagab, non lontano da una base militare francese, nella zona di Imar Khel. La fonte si è detta convinta che dietro il rapimento ci siano i Talebani. Per ora non ci sono conferme da parte dell’Isaf, la forza Nato di cui fa parte anche il contingente francese.

Se ci arrestano scendete in strada

TEHERAN - Un invito ai propri sostenitori «a scendere in strada a Teheran… nel caso che sia arrestato qualunque leader del movimento Verde. Ditelo a tutti». Il capo dell’opposizione iraniana Mir Hossein Moussavi lancia il suo appello su Twitter. Un messaggio apparso nella serata di mercoledì, dopo che l’agenzia ufficiale Irna aveva riferito della sua fuga nel nord del Paese insieme all’altra figura di spicco del fronte riformista, Mehdi Karroubi. La notizia era stata poi smentita dai familiari di Moussavi.

LE MANIFESTAZIONI – Le parole di Moussavi confermano l’idea che la situazione, in Iran, potrebbe precipitare da un momento all’altro. Il sito web d’opposizione ‘Jaras’ afferma che «centinaia di soldati e decine di mezzi corazzati stanno muovendo da Karaj, città del nord del Paese, verso Teheran». Nella capitale, aggiunge "Jaras", stanno arrivando anche «mezzi anti-sommossa», probabilmente in vista di un inasprimento della repressione contro i manifestanti riformisti, come già annunciato nei giorni scorsi dai vertici delle forze di sicurezza iraniane. Testimoni locali, citati da ‘Jaras’, hanno dichiarato che l’atmosfera a Teheran rimane molto tesa. Numerosi agenti stanno pattugliando le vie e le piazze dove sono solito riunirsi i manifestanti antigovernativi, in particolare viale Vali Asr e Piazza Enqelab.

NUOVI ARRESTI – Tra le ultime notizie ci sarebbe anche l’arresto di Bahareh Hedayat, studentessa attivista del movimento riformista iraniano e dirigente del Tahkim Vahdat, la più grande organizzazione studentesca della Repubblica Islamica. Lo ha riferito il marito dell’attivista: «Alle 22 di ieri le forze di sicurezza si sono presentate in casa e hanno arrestato mia moglie, sequestrando il suo computer e i documenti personali». Il segretario del Tahkim Vahdat, Mehdi Arabshahi, era stato arrestato domenica e un altro membro dell’organizzazione studentesca, Milad Asadi, si trova recluso da circa un mese per aver partecipato alle manifestazioni seguite alle elezioni presidenziali di giugno. Tahkim Vahdat, negli ultimi mesi, ha accusato diverse volte il governo di voler reprimere gli studenti iraniani.

I FUNERALI – Intanto si sono svolti in gran segreto e tra strette misure di sicurezza al cimitero Behesht Zahra di Teheran i funerali di Ali Habibi Mussavi, nipote di Mir Hossein Mussavi ucciso nelle manifestazioni di piazza di domenica. Il corpo, ha scritto il sito Rahesabz, è stato restituito dopo tre giorni alla famiglia a condizione che le esequie si svolgessero «nel silenzio dei media». Ai funerali era presente lo stesso Mussavi. Per la morte di Ali Mussavi il ministro dell’Intelligence iraniano, Heidar Moslehi, ha accusato i Mujaheddin del Popolo, principale gruppo armato di opposizione alla Repubblica islamica, inserito tra l’altro nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti. Comunque, ha aggiunto Moslehi, si è trattato di «un attacco terroristico» che nulla ha a che vedere con le manifestazioni di domenica.

rischio attentati a Bali nella notte di Capodanno

GIACARTA - L’ambasciata americana in Indonesia ha lanciato l’allarme per possibili attacchi terroristici nella notte di Capodanno a Bali, nota località turistica indonesiana. In un’e-mail inviata ai cittadini statunitensi l’ambasciata cita il governatore dell’isola, Mangku Pastika, che afferma: «Vi sono indicazioni di un attacco questa sera a Bali, ma per favore evitate il panico, mettete il vostro sistema di sicurezza in allerta».

I PRECEDENTI - L’allarme giunge sei mesi dopo il duplice attacco suicida che uccise sette persone in hotel di lusso nell’isola, il 17 luglio. In due attacchi a Bali contro turisti occidentali, avvenuti nel 2002 e 2005, morirono più di 220 persone.

Italiani rapiti, nuove foto da Al Qaeda

MILANO – Nuova rivendicazione, da parte di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), del rapimento della coppia di italiani in Mauritania. In un comunicato pubblicato su Internet con data 30 dicembre compaiono anche tre foto, due dei documenti d’identità di Sergio Cicala e della moglie Philomene Kabouree e una della coppia.

LE IMMAGINI - Sergio Cicala, pensionato di 65 anni, e sua moglie Philomene Kabouree, italiana originaria del Burkina Faso, nella foto sono mostrati in ginocchio e circondati da cinque uomini armati, secondo quanto riferito dal Centro americano di sorveglianza dei siti estremisti islamici (SITE), che ha riproposto le immagini. Nel suo comunicato, l’Aqmi precisa che «il rapimento giunge mentre il governo di Silvio Berlusconi sostiene le guerre in Afghanistan e in Iraq e sostiene la "crociata" contro l’Islam». L’Aqmi precisa che «se la famiglia degli ostaggi e il popolo italiano tengono alla sicurezza di Cicala e Kabouree, devono esercitare pressioni sul loro governo perché risponda alla sua richiesta», di non sostenere più i conflitti in Afghanistan e Iraq.

RIVENDICAZIONE – Una prima rivendicazione dell’Aqmi era giunta il 28 dicembre attraverso il canale satellitare Al Arabiya, che aveva diffuso un messaggio audio e una foto in cui Cicala appare in un sito desertico insieme alla moglie – il cui volto e le mani sono oscurati artificialmente – e stringe tra le mani il suo passaporto chiuso, mostrandone la copertina.

Ora la gente non si fermerà

"Gli scontri a Teheran fra manifestanti e guardie rivoluzionarie segnano una nuova, rischiosissima fase. In queste ore, tutto è possibile, persino una deriva rivoluzionaria come alla vigilia della fuga dello Scià". Tariq Ali, storico, autore di saggi molto letti dall’Amministrazione Obama (l’ultimo è il polemico I protocolli dei Saggi di Sodom sulla politica occidentale in Oriente) studia, in queste ore da Londra, le piazze iraniane. "La decisione di sparare su una manifestazione pacifica è una provocazione davvero irragionevole da parte del regime. Per di più, capita in un momento fra i più scivolosi per le autorità".

Signor Ali, lei calcola un rischio tanto alto?

"Perché no? I chierici non sono mai stati tanto divisi al loro interno quanto lo sono oggi. L’Iran è di nuovo sotto i riflettori mentre l’America stringe il cappio con nuove sanzioni. In più, il mondo sciita adesso celebra la festa religiosa del Muharram, quando per definizione è proibito il ricorso alla violenza. In questo scenario, fare fuoco sui civili vuol dire allineare con i manifestanti larghi segmenti della popolazione finora non ostile al regime. Insomma, s’è prodotta una miscela esplosiva".

A che punto esplosiva?
"Che oramai tutto è possibile. Le prossime 24, 36 ore ci diranno in quale direzione andrà il Paese. Ascolti: nella tradizione sciita, a ogni morte seguono 40 giorni di lutto. Oggi si svolgeranno i funerali dei civili uccisi, altre migliaia di dimostranti si riverseranno nelle piazze. Il fatto che i miliziani basiji abbiano sparato sulla folla vuol dire che questi sono sfuggiti al controllo. Se verrà versato altro sangue, potremmo assistere a una campagna simile a quella che alla fine degli Anni Settanta rovesciò lo Scià".

Che similitudini vede?
"La più inquietante, dall’osservatorio dei chierici, è che l’opposizione sia pronta a sfidare la morte. Successe proprio così nel ’78 e nel ’79. Se i civili non si fermeranno di fronte ai fucili, la protesta di massa potrebbe mobilitare nuove fasce della popolazione".

Quali?
"Innanzitutto la classe media, finora più o meno ai margini, ma che scalpita per un accordo con l’Occidente. Poi c’è l’esercito. Diviso com’è fra lealtà al regime e inclinazione verso i riformisti, non sappiamo come questo reagirà. Potrebbe disobbedire agli ordini di sparare contro i dimostranti, come trent’anni fa. Fu allora che lo scià scappò e i rivoluzionari presero il potere".

Che peso ha la morte del Grand Ayatollah Montazeri nell’accelerazione di questi giorni?

"Ha peso, eccome, e per più d’una ragione. Intanto, lui era una figura fondamentale del dissenso, fin dai tempi di Khomeini. In secondo luogo, ispirava rispetto oltre i ranghi degli oppositori. L’avere proibito ogni pubblica funzione in sua memoria il 24 dicembre s’è rivelata una delle prime mosse avventate. Se poi dovesse arrivare la conferma dell’uccisione del nipote di Moussavi, il leader dei riformisti, si spalancherebbe una stagione di una brutalità straordinaria".

L’America di Obama che parte ha in questo suo scenario?
"Le illusioni su una svolta della Casa Bianca stanno tramontando. Il presidente Obama continua a dettare condizioni all’Iran senza promuovere un vero negoziato. Ha forse modificato il linguaggio, ma nella sostanza ricalca la politica di Bush. Dunque, le sanzioni resteranno ancora una volta senza effetto".

Perché ne è sicuro?

"Perché verranno ignorate, come già in passato. La Cina e la Russia, che hanno contratti importanti con l’Iran, non si taglieranno da sé la gola sotto il profilo economico. La speranza in Occidente è che il regime venga scalzato dall’interno, che si possa trattare con un nuovo governo".

Signor Ali, e l’Occidente ha ragione?
"No: s’illude. Infatti nessun governo iraniano tratterà in base a ciò che l’America offre. Però la questione pressante è un’altra: è quel che accadrà in Iran nelle prossime ore: una faccenda tutta interna a quel Paese. Mi creda, la stupidità e la debolezza del regime possono riservare molte sorprese".

Cinque cellule di terroristi inglesi pronte a colpire in Gran Bretagna

NEW YORK - Lo dice il New York Post in copertina elaborando notizie del London Sun, 25 musulmani nati in Inghilterra sono stati istruiti in alcuni campi di
Al Qaeda in Yemen e adesso si preparavano a tornare in patria nei primi mesi del 2010 e attendere istruzioni via internet per colpire.

Sarebbero cinque le cellule terroriste inglesi "trasferite" nei campi yemeniti per essere istruite. L’allarme confermato da una fonte anomima di Scotland Yard. Intanto sempre da Londra rimbalza in America la notizia che ad Abdulmutallab era stato inserito a Londra sulla lista dei sospetti e gli era stato rifiutato n visto nel maggio scorso. Si indaga se e come gli inglesi abbiamo passato le informazioni agli americani.

Pacifisti italiani bloccati da polizia egiziana

ROMA – Un autobus con a bordo 140 pacifisti italiani che era diretto al valico di Rafah per partecipare alla Freedom March a Gaza, è stato bloccato dalla polizia egiziana al Cairo. Lo ha riferito Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI-Federazione della sinistra: "I nostri connazionali al momento sono riusciti a raggiungere l’ambasciata italiana", ha spiegato in una nota, "la situazione è molto tesa e grave. Consideriamo questo atteggiamento lesivo del diritto inalienabile dei partecipanti di raggiungere Gaza".

Ora, ha aggiunto Francescaglia, "chiediamo l’intervento del ministro Frattini e del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi affinché il governo egiziano, che con l’Italia ha da anni amichevoli rapporti, consenta il passaggio dei manifestanti senza frapporre ostacoli all’ingresso dei nostri connazionali dal valico di Rafah".

La Freedom march è organizzata dall’associazione statunitense Code Pink. I pullman erano già stati pagati ma i poliziotti li hanno bloccati prima che arrivassero all’albergo dove alloggiava il gruppo di italiani atterrato ieri al Cairo. Oltre ai manifestanti italiani bloccati al Cairo ci sono altre 1300 persone che fanno parte della delegazione internazionale diretta a Gaza. La tensione è salita, stamattina, quando, dopo essersi resi conto del blocco, i manifestanti hanno tentato di prendere i taxi ma i poliziotti hanno requisito anche quelli. E’ stato a quel punto che gli italiani si sono diretti all’ambasciata, altri invece sono andati alla sede dell’Onu al Cairo.
Interpellata in proposito, la Farnesina ha fatto sapere che l’ambasciata italiana al Cairo sta fornendo assistenza al gruppo di attivisti.

Bomba durante la processione sciita dell'Ashura, almeno sette morti

KARACHI (PAKISTAN) – Un’esplosione ha seminato il panico durante una processione sciita nella città pakistana di Karachi. Secondo le autorità si tratterebbe di una bomba.

LA CELEBRAZIONE - Almeno sette le vittime, mentre ci sarebbero anche diversi feriti. Le televisioni hanno rimandato le immagini di una nuvola di fumo che si innalzava dalla scena. Dopo l’esposione sono stati sparati alcuni colpi in aria poi la folla inferocita ha anche attaccato un’auto dei media. In queste ore, migliaia di musulmani pachistani stanno commemorando, con lunghe processioni e cerimonie di lutto, la festa dell’Ashura, la celebrazione più sacra per i fedeli del ramo sciita dell’Islam. Le autorità avevano elevato al massimo le misure di sicurezza nel timore di episodi di violenza confessionale tra sciiti e sunniti, la corrente maggioritaria nel Paese.

Oltre 15 morti negli scontri

TEHERAN - La tv di Stato iraniana ha reso noto che sono più di 15 le persone morte negli scontri avvenuti domenica a Teheran, dove l’opposizione ha sferrato la maggiore sfida al regime dal giorno delle elezioni presidenziali. Tra le vittime, secondo il ministero dei servizi segreti, «più di dieci appartenenti ai gruppi controrivoluzionari». Mentre gil altri cinque, si legge nel sito web della televisione pubblica, sono stati uccisi «da gruppi terroristici». Domenica l’oppposizione aveva reso noto che tra le vittime c’era un nipote di Mir Hossein Moussavi, i cui funerali dovrebbero svolgersi lunedì, secondo quanto riportato dalla Bbc online. Seyed Ali Moussavi, nipote del leader dell’opposizione iraniana, Mir Hossein Moussavi. L’uomo, secondo il sito online di Moussavi, sarebbe stato ucciso da un proiettile nella schiena, sparato dalle forze di sicurezza iraniane che disperdevano le manifestazioni a Teheran. I funerali del nipote di Moussavi potrebbero trasformarsi in una nuova occasione di proteste contro il regime del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Infatti la polizia iraniana ha lanciato gas lacrimogeni lunedì mattina per disperdere sostenitori di Mir Hossein Mussavi che si erano radunati davanti all’ospedale dove si trova la salma di suo nipote. Lo riferisce il sito riformista Norooz.

L’ARRESTO - Intanto non si ferma la macchina della repressione. All’alba è stato arrestato una delle voci critiche del regime, Ebrahim Yazdi, che era stato vice-premier e ministro degli Esteri nel primo governo dopo la rivoluzione del 1979: lo ha riferito un sito internet, secondo cui le forze dell’ordine sono arrivate intorno alle tre di notte a casa dell’uomo politico e lo hanno portato via.

IRRUZIONE POLIZIA IN FONDAZIONE KHATAMIPiù tardi agenti degli apparati di sicurezza iraniani hanno fatto irruzione nella Fondazione Baran, dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, dove hanno arrestato due suoi collaboratori, tra cui un ex ministro, e sequestrato numerosi documenti. Lo rende noto Parlemanews, il sito dei deputati riformisti.

LA CONDANNA USA - Dalla Casa Bianca arrivano parole dure: «Condanniamo con forza la violenta ed iniqua soppressione di civili che cercano di esercitare i loro diritti universali in Iran». Con queste parole il portavoce del National Security Council, Mike Hammer, ha espresso la condanna dell’amministrazione americana per le violenze in Iran. «Governare tramite violenza e paura non è mai giusto», ha sottolineato ancora Hammer, per il quale questo rivela un maggior timore da parte di alcuni governi «delle aspirazioni della propria gente che della potenza di altre nazioni».

Mauritania, Al Qaeda rivendica il sequestro della coppia italiana

MILANO - Al Qaeda ha rivendicato il rapimento della coppia italiana scomparsa dieci giorni fa nel sud-est della Mauritania. In un messaggio audio che porta la data del 27 dicembre Salah Abu Mohammed, che si è presentato come il responsabile media dell’organizzazione di Al Qaeda nella terra del Maghreb islamico, ha spiegato che il sequestro degli italiani è stata fatto «contro i crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq».

LA FOTO - Sul sito di Al Arabiya è pubblicata una fotografia nella quale si vede la coppia seduta per terra in una zona desertica con il volto della donna oscurato, e alla spalle cinque uomini armati di mitragliatrice col volto coperto. Sergio Cicala appare con la barba bianca incolta, indossa una tuta e sembra stringere nelle mani un documento di identità, forse il passaporto. La moglie Philomen Kaboure ha il volto oscurato come richiede la sharia che vieta di mostrare immagini femminili. I due sono seduti a terra in una zona desertica.

L’AUDIO - Nel messaggio audio che porta la data del 27 dicembre, Slah Abu Mohammed, che si definisce responsabile media del gruppo Al Qaeda per il Maghreb, spiega che il rapimento è da considerarsi una risposta ai «crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e in Iraq». La Farnesina mantiene il suo «tradizionale riserbo» anche dopo la rivendicazione. Lo hanno ribadito fonti del ministero degli Esteri, sottolineando la continuità di una linea adottata anche in analoghe vicende precedenti.   

LA VICENDA - Sergio Cicala, 65 anni, rapito il 18 dicembre, si trovava in Mauritania per accompagnare la moglie Filomen Kabouree, 39 anni, in Burkina Faso, suo paese natale, a trovare il figlio di dodici anni. Il sequestro è avvenuto per mano di uomini armati sulla strada che unisce la cittá di Kobeny, 1.000 chilometri da Nuakchot, con il vicino Mali. Il veicolo sul quale viaggiavano è stato trovato abbandonato, la carrozzeria e le gomme crivellate di proiettili, a pochi chilometri di distanza dal confine con il Mali occidentale. La coppia abita a Carini, in provincia di Palermo. La figlia di Cicala, Alexia, parlando al Tg2, aveva lanciato un appello al ministro degli Esteri Frattini affinchè «avviasse urgentemente i contatti con i sequestratori». Alcuni giorni fa le autorità della Mauritania avevano arrestato un uomo in qualche modo implicato nel sequestro. L’uomo arrestato, secondo la versione accreditata dalla France Press, è un cittadino del «Mali» fermato a Teidatt, alla frontiera tra Mali e Mauritania. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sarà in Mauritania l’11 e 12 gennaio nell’ambito di un viaggio in Africa già programmato ma che gli permetterà di seguire personalmente la vicenda dei due connazionali rapiti.

LA TRATTATIVA – Domenica, la stampa locale aveva diffuso la notizia di un imminente accordo tra le autorità maliane e i terroristi di Al Qaeda nel Maghreb islamico per giungere al rilascio dei tre cooperanti spagnoli rapiti a fine novembre in Mauritania e del cittadino francese rapito lo scorso mese in Mali. Secondo una fonte vicina ai mediatori maliani, citata dall’agenzia di stampa mauritana «al-Akhbar», ci sarebbero stati di recente progressi significativi nelle trattative condotte tra i funzionari maliani e i terroristi di al Qaeda. Secondo la fonte, molto vicina ai ribelli Tuareg del Sahara impegnati nella trattativa, non è però al momento possibile definire con certezza quando termineranno le trattative e saranno rilasciati gli ostaggi. La fonte non ha fatto alcuna menzione sui due italiani rapiti, che potrebbero essere in mano allo stesso gruppo di sequestratori. Non è dunque chiaro se anche loro rientrano in questa trattativa.