NU: "Inammissibili" appelli a jihad di Gheddafi

Gli appelli alla guerra santa (jihad) da parte di un Capo di Stato sono "inammissibili": lo ha affermato il Direttore generale delle Nazioni Unite a Ginevra, Sergey Ordzhonikidze, dopo che il leader libico Muammar Gheddafi aveva dichiarato la "guerra santa" contro la Svizzera, colpevole di aver approvato un referendum contro la costruzione dei minareti. "Credo che tali dichiarazioni da parte di un Capo di Stato siano inammissibili nel quadro delle relazioni internazionali", ha spiegato Ordzhonikidze in una conferenza stampa tenuta a Ginevra. L’offensiva verbale di Gheddafi è giunta in un momento in cui i rapporti fra Tripoli e Berna, tesi da oltre un anno a causa del "caso Hannibal", sembravano sulla via di un miglioramento dopo il rilascio di uno dei due imprenditori elvetici arrestati a Tripoli l’anno scorso

Nucleare, la Siria dice no agli Usa

"L’Iran ha il diritto di proseguire il suo programma di arricchimento dell’uranio" perché "gli scopi che si propone sono pacifici". Il presidente siriano Bashar al Assad sceglie, al termine di un incontro tenutosi oggi con il presidente iraniano a Damasco, di sostenere la linea inaugurata dal suo omologo: Mahmud Ahmadinejad. L’incontro di oggi tra Assad e Ahmadinejad avviene per celebrare la festività del natale musulmano, ma anche e soprattutto in seguito all’inasprirsi delle tensioni tra Israele e i suoi vicini arabi a poche ore dall’invito rivolto alla Siria dal segretario di Stato americano Hillary Clinton. Qualche giorno fa, infatti, Washington aveva esortato Damasco a prendere le distanze dalle iniziative di Teheran. Una richiesta, quella statunitense, volta – secondo i due presidenti – a "spaccare l’asse siriano-iraniano".

La richiesta di Washington di ieri sera – emersa nell’ambito del disgelo politico e diplomatico tra Stati Uniti e Siria in seguito al ritorno, dopo cinque anni di assenza, di un ambasciatore statunitense a Damasco – auspicava che "la presa di distanza della Siria dall’Iran per dedicarsi a una maggiore cooperazione con l’Iraq smettendo di interferire negli affari libanesi e nelle forniture di armi ad Hezbollah, per favorire la ripresa degli accordi israelo – palestinesi".

Per rispondere alle richieste di "distanziamento dall’Iran" avanzate dalla Clinton alla Siria, poco prima che si concludesse l’incontro tra i due presidenti, Assad ha trovato il tempo per risponderle scherzando: "Col presidente Ahmadinejad ci siamo incontrati a Damasco proprio per firmare l’accordo di distanziamento…". A questa frase è immediatamente seguita quella di Ahmadinejad che, rivolgendosi direttamente al segretario di Stato Usa, ha detto: "Lei chiede a Iran e Siria di aumentare la distanza fra noi, ma evidentemente non sa che tra i due Paesi non esiste alcuna distanza". Anzi. Assad si dichiara "stupito per la richiesta degli Usa. Abbiamo invece bisogno di rafforzare maggiormente le relazioni se l’obiettivo è davvero la stabilità". E infatti, i due sono vicini a tal punto da aver deciso, proprio oggi, di "facilitare lo spostamento dei cittadini tra i due Paesi cancellando la restrizione rappresentata dalla richiesta di visti d’ingresso". Questa – spiega Assad – "è la miglior risposta a chi chiede a Iran e Siria di prendere le distanze tra loro. Gli Usa non ci divideranno".

Il ministro degli Esteri siriano, Walid al Muallim, ha ribadito: Damasco si "impegnerà in un dialogo costruttivo", anche in relazione alla questione nucleare dell’Iran ma – riferisce il ministro – rimaniamo contrari "all’imposizione di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica". Le parole scelte dal ministro degli Esteri si sommano a quelle scelte oggi dal presidente Assad e hanno un significato preciso, dovuto alla stretta amicizia che lega i due Paesi da oltre 30 anni.

Siria e Iran sono infatti vincolati l’un l’altro da un’alleanza strategico-militare nata in funzione "anti-istraeliana". "Se il regime sionista intende ripetere gli errori del passato – ha infatti sottolineato Ahmadinejad ai giornalisti – questo rappresenterà la sua fine e la sua distruzione" perché "Iran, Siria, Iraq e Libano faranno fronte contro Israele". In questo senso – spiega il presidente siriano – "gli attacchi all’Iran per il suo programma nucleare assomigliano a una nuova operazione di colonialismo e di controllo occidentale della regione".

Salvate il soldato bambino

Bienvenu Kakulé sa come torturare un uomo con il coltello. Sa come farlo soffrire a lungo, pizzicandolo al ventre e in testa senza mai affondare la lama, prima di finirlo con un fendente alla gola. Ma Bienvenu non sa leggere. Non ha un lavoro, né una casa. Non ha più neanche una famiglia. A 17 anni questo ex bambino-soldato, o ex kadogo, neologismo locale che indica "una piccola cosa, senza importanza", vorrebbe tornare sui banchi di scuola. "Sono stato arruolato quando avevo 9 anni, e a 10 avevo già ucciso il mio primo prigioniero: il nostro comandante ce li lasciava a noi, gli ostaggi, perché sosteneva che i bimbi non provano pietà", racconta Bienvenu.

Lo incontriamo nel centro Madre Misericordia di Kamituga, duecento chilometri a Sud del lago Kivu, nel cuore di quella che una volta era un’ampia giungla di montagna, e che il disboscamento e l’erosione hanno reso un’interminabile sequela di colline calve. Il centro è appena stato ristrutturato dalla Cooperazione italiana, che adesso gli fornisce farmaci, lettini ginecologici, zanzariere, libri scolastici e soldi per acquistare cibo. Qui, infatti, oltre agli ex kadogo, sono promiscuamente ascoltati, auscultati, consigliati, ospitati e nutriti malati di Aids, donne violentate, vedove di guerra e un centinaio di orfanelli. "Ma sono proprio gli ex bambino-soldato i più difficili da aiutare perché la gente ha ancora paura di loro e nessuno vuole assumerli", dice Fabrizio Falcone dell’ufficio della Cooperazione di Goma.

Bienvenu è stato smobilitato pochi mesi fa grazie all’operato dell’Unicef. "Cerchiamo di recuperare i ragazzi negoziando direttamente con i ribelli: dal 2005 ne abbiamo liberati 34.000, e 2.953 solo dall’inizio del 2009", spiega la newyorchese Tasha Gill, specialista della protezione dei bambini nel conflitto congolese. "Nel paese abbiamo creato 17 centri per accogliergli e paghiamo 250 famiglie per un loro primo reinserimento". Già, perché smobilitarli non basta. Per scongiurare il rischio di riarruolamenti è necessario seguire da vicino i loro primi passi verso la normalità. "Molti recuperano, ma per altri è più difficile. Mi riferisco a coloro che hanno sofferto di più, che hanno assistito allo stupro di persone care, o ai quali è stato chiesto di uccidere un genitore o una sorellina". Per loro sono necessarie cure psichiatriche o psicologiche, che spesso però non possono seguire, sia per mancanza di farmaci sia di personale specializzato.

Bienvenu ci aspetta assieme a una decina di suoi compagni di sventura. Tutti loro sono stati carne da macello per le milizie implicate nella guerra infinita che dal 1996 nel Congo orientale ha già prodotto 4 milioni di morti. Quando combattevano assieme ai ribelli hanno tutti patito la fame, la fatica, le malattie. Hanno tutti violentato, saccheggiato, ucciso. Quell’infanzia trascorsa tra marce forzate nella giungla, digiuni e imboscate ha lasciato cicatrici difficilmente sanabili: due dei dieci ex kadogo del centro di Kamituga tartagliano, tre hanno deturpanti tic nervosi.

Le loro storie si somigliano tutte. Racconta Mukulutombo Kisimbi: "Quando avevo 12 anni il mio villaggio è stato circondato dai ribelli Mai Mai, i quali hanno prima ucciso mio padre, poi dato fuoco alle case. Sono stato costretto a seguirli nella giungla. Mi hanno picchiato fino a quando non ho imparato a combattere". Dice Christian Nyangi: "Avevo 8 anni quando sono stato preso. Vista l’età, pensavo che non mi avrebbero fatto combattere. Mi sbagliavo. Mi hanno messo in prima linea. Facevo finta di mendicare per le strade. Appena i nemici mi davano le spalle io li attaccavo". Riferisce Kilongo Lipanda: "Un giorno mi sono rifiutato di andare a saccheggiare un villaggio e mi hanno bastonato. Alla fine sono stato costretto a unirmi agli altri. In quel villaggio viveva la mia famiglia".

Ma quanti sono i kadogo nel Congo orientale? Nessuno lo sa. E nessuno osa ipotizzare cifre. "Sappiamo però che le milizie continuano ad arruolarli o riarruolarli con violenza", spiega la Gill. "Ci sono anche coloro che si arruolano volontariamente, abbagliati dall’illusione di facili guadagni, ma non superano il 20 per cento". Si sa anche che più della metà degli effettivi delle venti milizie ribelli del Congo orientale è composta da kadogo. Ci sono bambini-soldato perfino nelle Forces armées de la République Démocratique du Congo, le regolari Fard, che dovrebbe invece impedire l’arruolamento dei bimbi tra i ribelli, e che sono accusate di compiere nei villaggi le stesse scorrerie della guerriglia, con la medesima ferocia. Dice ancora Falcone: "Il problema è che il governo non ha soldi per pagare neanche i propri soldati: compiono tutti atrocità contro i civili, poi si scaricano l’un l’altro la colpa".

Dei quasi tremila kadogo liberati lo scorso anno, solo 387 sono bambine (le più giovani hanno 12 anni). Per i soldati, regolari o ribelli che siano, più che "combattenti" queste sono considerate donne a tutto tondo, e perciò destinate a fare il bucato, cucinare, soddisfare i loro appetiti sessuali. Perciò, quando un’organizzazione internazionale riesce a identificarne la presenza in una milizia, è molto difficile che vengono liberate. Ora, secondo Felix Ackebo, capo sezione dell’Unicef a Goma, la maggior parte delle volte sono le bambine stesse che rifiutano di abbandonare la guarnigione di chi le ha schiavizzate. Hanno paura della libertà, perché una volta diventate "serve" della truppa, il loro villaggio e la loro famiglia si rifiuteranno di accoglierle nuovamente, poiché nessuno vorrà sposarle. "Che i kadogo vengano arruolati per combattere, per soddisfare le voglie sessuali dei capi, che siano destinati ai lavori forzati nelle miniere o al trasporto delle armi, a noi poco importa: in ogni caso si tratta di violazione dei diritti dell’infanzia", spiega Ackebo.

Come spiega Paolo Urbano della nostra Cooperazione a Kinshasa, nel Congo orientale c’è una mescolanza di problematiche etniche e di enormi interessi commerciali. È come se il paese fosse vittima della propria ricchezza. "Il governo non ha i mezzi per proteggere quel territorio ambito da tutti perché pieno di legni pregiati e di minerali costosissimi. Qualsiasi ditta che voglia sfruttare queste risorse deve pagare una sorta di pizzo a chi controlla militarmente la regione. Perciò le alleanze tra ribelli si creano e si disfano di continuo, e ogni fazione ha sempre bisogno di nuovi uomini, di staffette, cecchini, sentinelle e così via". Ha bisogno, cioè, di manovalanza armata. Anzi di bassa manovalanza, perché non pagata. O di kadogo, che sono appunto "una piccola cosa", e che non costano nulla. Basta arruolarli, o meglio, rapirli dopo aver depredato un villaggio.

Le testimonianze dei dieci ex kadogo del centro Madre Misericordia non sono storie di bambini-soldati, ma piuttosto di martiri-soldato. Racconta ancora Bienvenu: "Quando nella giungla non trovavamo scimmie o serpenti a cui sparare, eravamo costretti a rubare il bestiame nei villaggi. Un giorno mi hanno costretto a mangiare carne di un militare ucciso. Se avessi rifiutato, mi avrebbero ammazzato come avevano fatto con altri bimbi".

Adesso Bienvenu sta imparando a leggere. Vorrebbe prendere la licenza elementare, e un giorno diventare agronomo. Il suo è solo un sogno, perché è disoccupato, e non ha neanche i pochi franchi necessari per iscriversi a scuola. Ma lui ci crede ugualmente. Dopotutto, nel corso della sua breve vita, ha affrontato situazioni ben più difficili.

Gheddafi invoca la jihad contro la Svizzera

Il leader libico Muammar Gheddafi ha fatto appello alla jihad (guerra santa) contro la Svizzera per il referendum contro i minareti nel Paese, approvato dalla popolazione elvetica. Gheddafi fa riferimento alla consultazione che ha avuto luogo a fine novembre, e che ha stabilito, con una maggioranza del 57,5 per cento, il divieto di costruire nuovi minareti.

"Dobbiamo proclamare con tutti i mezzi il Jihad contro l’infedele e apostata Svizzera", ha dichiarato Gheddafi in un discorso a Bengasi per l’anniversario della nascita di Maometto. Per il leader libico la guerra santa "contro la Svizzera, il sionismo, contro l’aggressione straniera non è terrorismo. Qualunque musulmano nel mondo che abbia fatto accordi con la Svizzera è un infedele (ed è) conto l’Islam, contro Maometto e il Corano".

La Svizzera e la Libia hanno tuttavia un terreno di scontro molto più caldo: i contrasti tra i due Paesi sono esplosi infatti quando la Confederazione Elvetica ha deciso di inserire nella lista nera di Schengen i nomi di 188 alti dirigenti libici, tra cui anche quello del colonnello Gheddafi, inasprendo la crisi con tripoli scoppiata nell’estate del 2008, quando il figlio di Gheddafi, Hannibal, fu arrestato a Ginevra con l’accusa di aver maltrattato i suoi domestici.

Alcuni giorni fa Italia e Malta hanno rivolto alla Svizzera un appello per l’abolizione della suddetta lista nera, e per l’apertura di una negoziazione con la Libia. Ma oggi la Svizzera ha ribadito il suo no, e si è difesa dall’accusa di aver usato l’accordo di Schengen a fini politici, per risolvere la sua controversia con la Libia. "Noi siamo membri dello spazio Schengen e come ogni altro membro noi abbiamo il diritto di applicare queste disposizioni", ha detto il ministro della Giustizia svizzero Eveline Widemer-Schlumpf, al termine di una riunione a Bruxelles con il ministri degli Interni dei ventisette membri dell’Unione Europea.

Widemer-Schlumpf si è in particolare difesa dalle accuse lanciate dal ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, il quale poco prima aveva detto ai giornalisti che non si può usare questo strumento di cooperazione internazionale "per risolvere controversie bilaterali come quella tra Berna e Tripoli".

Dubai, licenza d'uccidere per la vendetta del Mossad

Le note languide e inevitabili di Casablanca avevano appena cominciato a diffondersi dal pianoforte a coda Kawai nella hall dell’albergo, quando il morto entrò nell’hotel Al Bustan, "il giardino", di Dubai, reggendo il sacchetto con le scarpe nuove appena acquistate.

Lo vediamo voltarsi all’indietro un paio di volte, nelle immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza a circuito chiuso, il morto che ancora non sapeva di essere morto, per l’abitudine nervosa del cospiratore, del terrorista, del killer quale lui era, senza vedere che fra i turisti con le racchette da tennis, le coppie in viaggio di nozze, gli uomini d’affari che circolavano sotto le grandi volte del "Giardino", c’erano coloro che pochi minuti dopo l’avrebbero soffocato con un cuscino in faccia.

Erano le 20 e 24 di martedì 19 gennaio. Dieci anni di un’operazione "bagnata", come l’avrebbe classificata il vecchio Kgb sovietico, cominciata nel 2000, avrebbero eliminato quel giorno Mahmoud Al Mabhouh, palestinese, capo della sezione omicidi e rapimenti di Hamas e bersaglio designato per la vendetta senza confini e senza scadenza dei servizi israeliani.

Alle 21, mentre i cuochi del Benihana si preparavano ad affettare e arrostire per lui scampi, capesante, melanzane e cipolle davanti alla sua sedia vuota, il morto era già morto.

La ragnatela che per dieci anni un ragno implacabile aveva cominciato a tessere attorno a lui, al palestinese che aveva osato non soltanto sfidare la collera di David, ma vantarsene pubblicamente sulle emittenti arabe come al Jazira, citando i soldati israeliani che aveva rapito e ucciso, aveva impigliato la mosca nella propria rete di inganni, di "false flags", di bandiere e documenti falsi, come si dice nel gergo delle spie. Un tessuto di informatori, di agenti con licenza di uccidere chiunque ovunque nel segno della legge del taglione, che tutti sanno, e nessuno ammette, fanno capo al Mossad, all’"Istituto", come banalmente e burocraticamente si chiama il braccio spionistico dello Stato d’Israele, e all’ancor più misteriosa sezione per gli "affari bagnati", gli assassini, leggendariamente conosciuta come la Kidon, "la baionetta".

Al Mabhouh, che pure doveva sapere di essere da tempo sul podio più alto dei candidati alla vendetta d’Israele, si comporta con straordinaria leggerezza, nelle ultime ore della sua vita, forse cullato dalla lussuosa illusione di quell’emirato arabo. Era partito il giorno prima da Damasco, sul volo EK 912 della compagnia aerea degli Emirati, naturalmente in business class, come si conveniva a un dirigente, politico o terroristico non importa, con un biglietto già pagato per proseguire – non sappiamo perché – verso Pechino. Dubai non era una scelta necessaria, ma una gradita sosta, una pausa per ristorarsi e fare ciò per cui milioni di persone sbarcano nei suoi alberghi: shopping. Al Bustan è l’oasi preferita per viaggiatori che vogliano evitare la pacchianeria di alberghi più vistosi, accogliente, moderato nei prezzi e nel décor, affidato a colori tenui, a toni di beige, di azzurri e di marrone, come le sabbie della Penisola araba e la acque del Golfo. Si era concesso, con i soldi di Hamas, una junior suite, una stanza grande con un ampio letto matrimoniale e una zona soggiorno, separata da un tramezzo con l’inevitabile televisore piatto. La stanza 230. L’ultima maglia della ragnatela.

Di fronte a lui, nella stanza 237, era scesa una coppia di turisti con passaporto inglese, in apparente viaggio di nozze, una giovane donna con lunghi capelli bruni, chiamata "Gill", e un uomo, entrambi assolutamente trascurabili nell’aspetto, come vuole la regola dello spionaggio ben diversa dalla favole degli 007: persone delle quali ti dimentichi nel momento stesso in cui le vedi. Gill, che indossa una parrucca, e il suo compagno, anche lui con passaporto inglese falso, non erano gli assassini, erano gli "spotters", le civette, i pali. Un’essenziale maglia della rete, che l’occhio delle telecamere ci mostra mentre vagano, apparentemente senza scopi precisi, nella hall e nel corridoio del piano, fra la stanza 237 e gli ascensori.

Quando il morto arriva, a sera, loro se ne vanno. Al loro posto, appaiono le due coppie di assassini con licenza di uccidere, quattro uomini vestiti da turisti trasandati, i soliti squallidi cappellucci da baseball in testa, t-shirt, felpe, scarpe da ginnatica ai piedi e borse in mano.

In totale, ma ancora la polizia del Dubai che ha riscostruito sequenza per sequenza l’assassino non ha definito un numero conclusivo, almeno 25 persone avevano tessuto la ragnatela. Uomini e donne con passaporti falsi intestati a persone vere, inglesi, francesi, tedeschi, australiani, innocenti cittadini israeliani con doppia cittadinanza che hanno scoperto, a cadavere ormai freddo, di essere stati usati, senza saperlo, per un’esecuzione. Con l’immediata collera diplomatica dei governi coinvolti, ormai a cose fatte. Venticinque fra uomini e donne che nelle ventiquattr’ore finali del piano avviato nel 2000, si muovono freneticamente. Atterrano tutti lo stesso giorno in cui sbarca il bersaglio, Al Mabhouh, e gli occhi delle telecamere li individuano mentre passano la frontiera. Sono stati informati della partenza e dell’arrivo della preda da informatori palestinesi di Al Fatah, l’organizzazione che Arafat creò e che odia Hamas, ricambiata. I reciproci tradimenti e odi fra arabi, che invariabilmente si giurano in pubblico solidarietà e fratellanza mentre affilano i coltelli in privato, sono una delle certezze del puzzle mediorientale.

Si muovono come palline da flipper, cambiando alberghi più volte per confondere le tracce, si disperdono negli immensi shopping center dove pedinare qualcuno è impossibile, prenotano stanze che non occupano. Al mattino del 19, il giorno del delitto, fissano per telefono la stanza 237. Vagolano con racchette da tennis. Salgono e scendono ai piani dell’hotel Al Bustan, giustificati dall’avere una stanza lì. E due di loro forzano le serratura elettronica della suite vuota di Al Mabhouh, ingannando il computer centrale che registra gli accessi, con una tessera magnetica e un apparecchio che registra la combinazione, come le truffe ai bancomat. Sono l’avanguardia dell’assassinio.

Nella suite dove il bersaglio entra poco prima della nove di sera, si nascondono dietro il tramezzo fra la zona soggiorno e il letto. Quando Al Mabhouh arriva con il suo sacchetto in mano, lo paralizzano con una scarica elettrica dei loro "taser", che scaricano centinaia di volt ma non lasciano tracce evidenti. Al Mabhouh collassa. Le seconda coppia di assassini entra e, secondo il nuovo esame autoptico all’ospedale Al Rashid, lo soffoca sul lettone con il cuscino, immobilizzandolo sopra le lenzuola di magnifico lino italiano perché non le scompigli troppo e la morte sembri una morte naturale. Se ne vanno tutti e quattro insieme, gli ultimi rimasti della grande squadra, e davanti all’ascensore che li accoglie accennano a qualche cerimonia per chi deve passare per primo, forse per grado e rango. Meno di ventiquattr’ore dopo, quando il cadavere viene scoperto, si sono tutti dissolti, decollati verso Hong Kong, Londra, Francoforte e molti verso il Sudafrica, la nazione africana che più di ogni altra ha una lunga storia di collaborazione e di complicità con Israele.

Un’operazione perfetta. Un ballo degli assassini magnificamente coreografato per eliminare un assassino, se non fosse stato condotto sotto quegli occhietti delle telecamere e se la polizia di Dubai non fosse riuscita a individuare, in ore e ore di registrazione, gli agenti.

Un errore da troppa sicurezza? Una scelta deliberata, per mostrare al mondo che i nuovi "maccabi", i guerrieri vendicatori che lavorano per l’"Istituto", possono colpire chi vogliono, quando vogliono e ignorare le proteste di governi anche amici? Nulla, in Medio Oriente, è mai quello sembra ed è difficile immaginare che il Mossad non sapesse che tutto viene visto e registrato. Un mistero: dove sono finite le scarpe nuove che il morto lasciò cadere sulla moquette color paglia della stanza 230?

fermato l'accoltellatore, linea dura anti clandestini

MILANO – Un connazionale di Mohammed Belouafi, il marocchino 21enne accoltellato giovedì sera in via Clitumno, zona via Padova a Milano, è stato posto in stato di fermo dalla polizia. L’uomo, che ha 30 anni, è stato rintracciato a Milano. Al fermato gli agenti sono arrivati grazie alle indicazioni fornite dalla persona che ieri sera si trovava con l’amico al momento dell’aggressione. Il presunto aggressore è stato bloccato nella notte in un ospedale cittadino dove si trovava per una ferita al gluteo, rimediata presumibilmente nel corso dello scontro. Secondo quanto si è appreso, l’aggressione sarebbe maturata nell’ambito di una lite tra i soli due nordafricani. Intanto le condizioni del ferito, che è comunque ricoverato in prognosi riservata, si sono stabilizzate. Venerdì mattina una cinquantina tra poliziotti e carabinieri hanno eseguito un controllo nel degradato palazzo al civico 11 di via Clitumno, abitato quasi interamente da cittadini extracomunitari, in molti casi irregolari e pregiudicati. La polizia e i carabinieri, accompagnati dal nucleo cinofili e coadiuvati da un elicottero, hanno controllato 20 dei 90 appartamenti che compongono lo stabile; 12 cittadini extracomunitari sono stati accompagnati in Questura per accertamenti sulla loro posizione in Italia.

IL VERTICE – Nel quartiere, è stato stabilito giovedì mattina dopo un vertice in prefettura, si rafforzeranno controlli, multe e sanzioni contro i negozi fuorilegge e contro bar e discoteche «camuffati» da centri culturali. La linea dura colpirà anche le case private non a norma, subaffittate a stranieri irregolari e a rischio sicurezza. Si lavorerà (anche) attraverso le ordinanze. Che eleveranno per esempio a 500 euro le sanzioni ai negozi che non rispettano gli orari di chiusura. Probabile poi che nel provvedimento di Palazzo Marino sia prevista la sospensione o il ritiro della licenza commerciale in caso di «recidiva».

TAVOLO TECNICO - Il vertice in Prefettura è ripreso venerdì mattina in Questura. Letizia Moratti non ha anticipato nulla, se non l’obiettivo di massima: «Abbiamo concordato un tavolo tecnico per verificare la possibilità di un coordinamento fra le diverse forze dell’ordine, i vigili del fuoco e la nostra polizia per quanto riguarda le indagini sulle abitazioni, sui negozi e sui circoli privati». Le ordinanze? «Sarà il questore a indicarci se potranno esserci misure che possano essere d’aiuto alle forze dell’ordine: io ho dato la massima disponibilità». La Lega Nord si spinge oltre. «Chiederemo al ministro Maroni la confisca di tutte le attività commerciali con immigrati clandestini al lavoro»,annunciano in coro il capogruppo in Comune Matteo Salvini e l’assessore provinciale Stefano Bolognini. Sul tavolo di Maroni arriverà un’altra richiesta. La sintetizza il vicesindaco Riccardo De Corato: «Il reato d’immigrazione clandestina dovrà "assorbire" i reati predatori». Obiettivo? L’espulsione immediata dello straniero irregolare accusato di reati da strada: borseggi, furti, scippi, violenze.

150 AGENTI SUL POSTO - Letizia Moratti si è detta soddisfatta dell’arrivo dei 150 agenti promessi da Maroni: «Il rafforzamento richiesto per il presidio del territorio c’è stato». Gabriele Ghezzi, ex sindacalista del Siulp e candidato pd al Pirellone, contesta la notizia: «Sono tutti agenti già operativi su Milano. Il sindaco fa il classico gioco delle tre carte, con annunci non corrispondenti alla realtà». Non solo polizia, non solo multe. In via Padova anche il mondo del non-profit è in fermento. Giovedì le 48 associazioni di quartiere si sono date appuntamento alla casa della cultura islamica gestita da Mahmoud Asfa per annunciare un happening di due giorni, il 22 e il 23maggio, con feste, incontri, giochi emusica. Pronto anche il claim di lancio: «Via Padova è meglio di Milano».

Negli attentati a Kabul un diplomatico italiano tra le vittime

KABUL - C’è un italiano tra le vittime degli attentati di venerdì a Kabul. La Farnesina ha comunicato che il connazionale è Pietro Antonio Colazzo, consigliere diplomatico dell’ambasciata italiana nella capitale afgana. Le prime voci affermavano si trattasse di un funzionario dei servizi segreti appartenente all’Aise, il servizio di informazione per la sicurezza esterna. Ma il ministro degli Esteri Frattini ha detto che l’italiano rimasto ucciso era «un consigliere diplomatico dell’ambasciata». Frattini ha precisato che il connazionale dormiva «in un albergo dove vengono ospitati molto funzionari diplomatici». «Oltre all’autobomba – ha aggiunto il titolare della Farnesina, con riferimento alla dinamica dell’attentato -, c’è stato l’ingresso di terroristi al piano terra. L’attacco è stato sventato ma le bombe sono esplose. L’Italia e gli altri alleati rimarranno impegnati per la stabilizzazione». Per il generale afgano Abdul Rahman, capo della polizia di Kabul, l’italiano sarebbe stato ucciso da alcuni colpi d’arma da fuoco mentre era al telefono con la polizia locale. Collazzo al telefono «ha dato informazioni preziose che ha consentito agli agenti di trarre in salvo quattro altri italiani che erano con lui», ha detto Rahman. «Era un uomo coraggioso», ha aggiunto, confermando che alloggiava al Park Residence preso di mira dai talebani. Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha chiesto al governo di riferire al più presto in aula.

I MORTI - Intanto il bilancio provvisorio della serie di attentati suicidi coordinati nel centro di Kabul e rivendicati dai talebani è di 17 morti (tra i quali almeno nove indiani, come confermato dal ministro degli Esteri di Nuove Delhi) e undici feriti. Per almeno due ore si sono uditi colpi d’arma da fuoco nei dintorni del luogo dell’esplosione. Una delle esplosioni ha provocato un boato potentissimo e ha creato un grosso cratere sulla strada. Tutti gli accessi per il centro sono sbarrati, polizia e militari sono impegnati in numerosi posti di blocco. Tra le vittime accertate c’è anche un cittadino francese. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Bernard Kouchner.

IL BILANCIO - L’obiettivo colpito alle 7 locali (le 3,30 in Italia) è un’area commerciale e in particolare due hotel. Tra questi il Safi Landmark Hotel, «dove sono alloggiati gli stranieri», ha annunciato un portavoce dei ribelli, Zabihullah Mujahid, sostenendo che all’attacco hanno preso parte cinque attentatori. Con un messaggio apparso poco fa in pashtun e in lingua araba, Mujahid spiega che «un gruppo di mujahidin, che aveva con se armi leggere e pesanti e anche degli ordigni, sono entrati alle 7 ora locale nella città di Kabul ed hanno attaccato in particolare un luogo dove si trovano gli stranieri, l’hotel Safi, che si trova vicino alla sede del ministero dell’Interno». In base al racconto del portavoce talebano sembra che gli assalitori abbiano «iniziato prima a sparare contro gli agenti della polizia con le armi leggere. Subito dopo uno di loro si è fatto saltare in aria contro l’hotel Safi Landmark, uccidendo e ferendo numerosi stranieri». Il leader talebano si ripromette di informare tutti gli internauti islamici tra poco con altre notizie aggiornate.

KARZAI E INDIA - Il presidente afgano Hamid Karzai ha condannato gli attentati. «Gli attacchi contro i cittadini indiani non altereranno i rapporti tra Afghanistan e India», si legge nel comunicato diffuso dalla Presidenza di Kabul. La morte di nove cittadini indiani rischia però di complicare la ripresa giovedì dei negoziati fra India e Pakistan.

Nave da crociera contro il molo a Sharm

IL CAIRO - Una nave della flotta Costa Crociere, la Costa Europa con 1.437 ospiti a bordo e 147 uomini di equipaggio, ha urtato violentemente venerdì all’alba contro il molo del porto di Sharm el Sheikh durante la fase di ormeggio: tre membri dell’equipaggio sono morti e due ospiti sono rimasti feriti. I tre componenti dell’equipaggio che hanno perso la vita sono stati uccisi dalle lamiere squarciatesi nell’impatto contro uno spigolo della banchina mentre dormivano nelle loro cabine. Lo ha detto all’Ansa il presidente e amministratore delegato di Costa Crociere, Pier Luigi Foschi. Le vittime sono un brasiliano di 34 anni, parrucchiere a bordo, un honduregno di 50 anni ed un indiano di 31, entrambi aiutanti di cucina. Due persone (e non tre come precedentemente appreso) sono rimaste ferite come diretta conseguenza dell’impatto della nave contro la banchina. Si tratta di una passeggera inglese, che ha avuto un dito schiacciato in una porta, e di un componente dell’equipaggio che ha riportato delle ferite alle gambe mentre fuggiva nella zona alloggi danneggiata. Quest’ultimo, medicato, è già rientrato a bordo. Un passeggero italiano è stato ricoverato in ospedale a Sharm – ha proseguito il massimo responsabile di Costa Crociere – ma per una gastroenterite di cui si era ammalato il giorno prima. Infine un’altra passeggera britannica è stata colta da un attacco di ansia.

LA DINAMICA DELL’INCIDENTE – Intorno alle ore 4.45 locali la Costa Europa, durante la manovra di ormeggio nel porto di Sharm El Sheik, ha urtato la banchina riportando una falla sulla parte destra. Una forte mareggiata e il vento teso «ci hanno mandati a sbattere contro uno spigolo della banchina» ha raccontato il comandate della nave Costa Europa, Giancarlo Cha. «Un colpo di vento molto forte – ha aggiunto il comandante – ci ha impedito di governare la nave e siamo andati a sbattere con la fiancata destra contro la banchina». La falla che si è aperta è di circa due metri. Subito dopo l’urto, la nave è stata inclinata volutamente sul lato sinistro, spostando le acque di zavorra. Tutti i passeggeri sono stati evacuati immediatamente e sono ora ospitati nel villaggio alberghiero Domina Coral Bay. Operazioni sono in corso per riparare la Costa Europa e riportarla in asse.

CROCIERA DI 18 GIORNI«Dobbiamo purtroppo confermare – ha riferito Costa Crociere – il decesso di tre membri dell’equipaggio. Si conferma che tre passeggeri hanno avuto necessità di una visita nell’ospedale della città unitamente ad un membro dell’equipaggio. La nave si trova ora ormeggiata in sicurezza nel porto. Tutti gli ospiti sono stati sbarcati opportunamente assistiti e buona parte già accomodata in hotel». Costa Europa stava effettuando la crociera di 18 giorni da Dubai a Savona, con 1.437 ospiti a bordo. La nave, 55.000 tonnellate di stazza, è entrata in servizio nella flotta Costa Crociere nel 2002. E ora si sta organizzando il rientro nelle loro destinazioni. L’imbarcazione danneggiata ripartirà da Sharm nei prossimi giorni per raggiungere un cantiere in Italia (probabilmente lo stabilimento Fincantieri a Palermo) dove sarà sottoposta alle riparazioni definitive.

Pertini a Wojtyla: «Santità, la Polonia sarà libera»

Sono curiosi l’uno dell’altro e diventano amici fin dall’incontro d’esordio, nel 1978, frequentandosi poi al di là dei vincoli di protocollo. Pranzi segreti. Telefonate dirette. Colloqui privati e abbracci in pubblico. Con schermaglie giocose, persino, tanto che in una visita di Stato li si vede baloccarsi su chi abbia la precedenza a varcare le porte dei saloni apostolici: «Prego, prima lei»; «No, prima lei… ubi maior, minor cessat»; «L’ospite è sempre maior, avanti». Una familiarità che li spinge a scappare insieme dai rispettivi palazzi per una gita in montagna, come due studenti che marinano la scuola. «Presidente, vuol venire a sciare con me?». «Santità, non so sciare, mi spiace». «Venga lo stesso, l’aria buona le farà bene». Tre giorni dopo sono sull’Adamello, a tremila metri di altezza, e il vecchio ex partigiano grida al Papa che scende dalle piste: «Ma lei volteggia come una rondine».

Ecco come sono i rapporti tra Sandro Pertini e Giovanni Paolo II quando, tra il 31 marzo e l’8 aprile 1983, i due che hanno reso «più strette le sponde del Tevere» si scambiano un saluto pasquale. L’iniziativa la prende il capo dello Stato, un ateo che, nella memoria della cattolicissima madre, ha «la tentazione della fede». Prende carta e penna e prepara una lettera dove a ogni riga echeggia la questione polacca, aperta dalla prova di forza tra Solidarnosc e il regime comunista, e nella quale pesa molto l’Ostpolitik vaticana. I suoi auguri sono un esorcismo. Infatti, la ricorrenza che si avvicina, diversamente dalla promessa della Pasqua come «liberazione» (dalla schiavitù per gli ebrei d’Egitto, dalla morte a una vita nuova per i cristiani), sembra offrire allora solo incognite e paure. Specie a Varsavia e dintorni.

Pertini scrive di getto, con poche correzioni: «Santità, sia pace all’animo suo, sempre proteso verso quanti soffrono perché privi del necessario per vivere o perché giacciono inermi sotto la prepotenza altrui. Sia pace al suo coraggioso popolo, che tanto io amo e che oggi non è libero come liberi dovrebbero essere tutti i popoli e tutte le umane creature. Non servi in ginocchio siano, ma uomini liberi, in piedi, padroni dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Sia pace, Santità, all’umanità intera: fratelli si sentano tutti i popoli, legati ormai dallo stesso destino: o vivere affratellati insieme da comune aiuto reciproco o insieme perire nell’olocausto nucleare…». Risponde il Pontefice, una settimana più tardi, colpito dagli «accenti di intensa commozione » nel ricordo delle «persone e popoli che soffrono perché privi di questo bene umano fondamentale» che è la pace. Quell’augurio, dice Karol Wojtyla, «ha suscitato in me eco profonda. Ancora una volta nelle sue parole ho sentito vibrare la nobiltà di un animo che sa interpretare le ansie e le speranze insieme condivise. Le sono grato per la sua sincera amicizia, che vivamente apprezzo. E la ringrazio altresì per i sentimenti di simpatia e stima per la mia Patria…».

Il Papa sa che quella di Pertini, espressa con la retorica un po’ rétro dell’umanesimo socialista, è una vicinanza vera. Da tempo il Quirinale, incurante delle prudenze diplomatiche, ha messo in mora il cosiddetto socialismo reale: lo testimoniano un’aspra missiva a Breznev in favore dei dissidenti sovietici e il messaggio di «deplorazione» alla Polonia per il golpe di Jaruzelski. Così come è autentico il pacifismo del presidente, testimoniato dai suoi appelli per il disarmo («si svuotino gli arsenali, si colmino i granai»), a cavallo della crisi per gli euromissili. Entrambi hanno visto il celebre film di Andrzej Wajda L’uomo di marmo, e ne hanno discusso considerandolo una premonizione per i Paesi dell’Est sotto il giogo di Mosca: «Un giorno saranno liberi». Il Pontefice gli ha raccontato la sua esperienza di operaio e poi di sacerdote e vescovo perseguitato. Il presidente la sua vicenda di antifascista, esiliato, incarcerato e condannato a morte. Ora insieme si impegnano, ognuno dal proprio versante, a gettare ponti per dialoghi quasi impossibili tra Est e Ovest. Grandi comunicatori, si battono per allargare i margini di speranza che la storia in quel momento concede.

E sarà anche questo modo di affrontare a viso aperto le tragedie dei totalitarismi a farli percepire dalla gente come due autorità morali. A renderli icone del Novecento. Al punto che un intellettuale abrasivo e fuori dal coro come Guido Ceronetti ironizza sulla «papagiovannificazione » del presidente della Repubblica eletto con la più larga maggioranza mai registrata: 832 voti su 995. Calore umano, vitalità, fierezza, intransigenza e capacità di resistere, commuoversi e indignarsi. Sentimenti che, nel caso di Pertini, riaffiorano oggi, a vent’anni dalla morte (24 febbraio 1990), da quell’inedito scambio epistolare conservato presso l’Associazione che porta il suo nome. Alle soglie del nuovo millennio, un sondaggio Doxa lo aveva indicato come «l’italiano del XX secolo», con il triplo dei consensi attribuiti al suo persecutore Mussolini, che un certo revisionismo vorrebbe riabilitare alla stregua di un «buon dittatore». In realtà, come spiegò lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, «non è necessario essere italiani per essere orgogliosi di lui. Basta appartenere al genere umano».

TORNA IN EGITTO DAGLI USA SARCOFAGO XXI DINASTIA

Lo ha annunciato il ministro della Cultura egiziano, Farouk Hosni, il quale ha precisato che il manufatto sara’ consegnato il mese prossimo al presidente del Consiglio supremo delle antichita’ egiziane, Zaki Hawass. Quest’ultimo ha detto di essere stato contattato nel 2008 dalle autorita’ americane che avevano appena sequestrato il sarcofago a un commerciante spagnolo che tentava di venderlo. L’uomo, ha raccontato Hawass, "non aveva alcun documento che attestasse la proprieta’ del sarcofago e questo significa che era stato portato via illegalmente dall’Egitto".
Secondo le autorita’ egiziane, il sarcofago sarebbe stato contrabbandato nel 1884.