Russia, bilancio vittime attacchi sale a 39

Le bandiere sventolano a mezz’asta, i programmi di intrattenimento su radio e tv sono stati sospesi e i moscoviti hanno deposto fiori e acceso candele nelle stazioni teatro degli attacchi, i peggiori degli ultimi sei anni, attribuiti ai ribelli del Caucaso settentrionale.

La metropolitana è pattugliata dalla polizia, e misure di sicurezza sono state predisposte anche nelle altre città, da San Pietroburgo a Novosibirsk in Siberia, secondo quanto riportato dai media locali.

Nelle due stazioni colpite, Park Kultury e Lubyanka, sono sorti memoriali improvvisati.

Come ha spiegato alla tv Rossiya 24 Andrei Seltsovsky, a capo del dipartimento salute della città, con la morte di una giovane donna ferita il bilancio delle vittime è salito a 39.

Seltsovsky ha detto che in ospedale ci sono 71 persone, cinque delle quali in condizioni critiche, e otto delle vittime sono state identificate.

Atene, esplode bomba

Una bomba è esplosa domenica sera ad Atene uccidendo un ragazzo di 15 anni e ferendo in modo grave la madre di 45 e la sorella di 10, tutti rifugiati afgani. Lo hanno detto fonti della polizia. L’esplosione è avvenuta davanti alla Scuola di formazione dei funzionari greci, nella zona ovest della capitale greca. La bomba, di forte potenza, è esplosa alle 22,40 (un’ora in meno in Italia) nel quartiere popolare di Patissia. L’esplosione ha danneggiato anche diverse auto e alcuni edifici.

RIFUGIATI – Il ragazzo è morto sul colpo, mentre la sorella ferita è stata trasportata in gravi condizioni in ospedale. La polizia e l’antiterrorismo sono giunti sul posto e hanno subito circoscritto la zona. Il ministro della Giustizia, Michalis Chryssohoides, ha definito l’accaduto «un atto ripugnante» e ha promesso che i responsabili saranno portati davanti alla giustizia. Non vi sono state rivendicazioni e non è chiaro quale potesse essere l’obbiettivo degli attentatori. Secondo il ministero della Protezione civile, il ragazzo sarebbe inciampato in una borsa al cui interno c’era l’ordigno che è esploso.

due donne si fanno esplodere sulla metropolitana, è strage

MOSCA – Due esplosioni lunedì mattina nella metropolitana di Mosca hanno causato almeno 38 vittime. Secondo le autorità russe risultano 23 morti in una, quindici nell’altra. In tutto i feriti sono un centinaio tra gravi e leggeri. Una terza esplosione avrebbe dovuto colpire la stazione del Parco della cultura, ma la cintura esplosiva non è scoppiata ed è stata poi disinnescata nel primo pomeriggio dagli artificieri. La prima esplosione è avvenuta alle 7,52 (le 5,52 in Italia) nella stazione di Lubianka, la seconda in quella del Parco della cultura alle 8,38. Il procuratore di Mosca, Yuri Semin, ha dichiarato che in entrambi i casi le esplosioni – avvenute sulla linea Sokolniceskaja – sono state provocate da kamikaze donne. Sono ricercate altre due donne che avrebbero accompagnato le kamikaze e sono state riprese dalle telecamere interne. «Parti dei corpi ritrovati sui luoghi degli attentati ci consentono di dire che i kamikaze erano donne», ha detto una fonte della polizia. L’ultimo attacco terroristico a Mosca avvenne il 31 agosto 2004, quando una donna kamizake si fece esplodere all’esterno di una stazione della metropolitana provocando dieci morti.

ATTENTATI – La stazione di Lubianka si trova proprio sotto il quartier generale dei Servizi di sicurezza federale (Fsb, ex Kgb). L’esplosione, provocata da almeno due-tre chili di tritolo – ha reso noto il procuratore Semin – ha fatto saltare la seconda vettura del convoglio – che stava per lasciare la stazione – provocando 14 vittime e lo scoppio ha investito anche la pensilina causando almeno altre nove vittime. La seconda esplosione è avvenuta alle 8,38 alla stazione del Parco della cultura (la fermata per il Parco Gorkij) e, secondo gli inquirenti, ha provocato un minore numero di vittime perché effettuata con circa 500 grammi di tritolo. L’esplosione ha devastato la terza vettura del treno, che andava verso la periferia, in direzione contraria rispetto a quello della Lubianka ma sempre sulla stessa linea. La polizia di Mosca e gli investigatori hanno smentito le voci di altre due esplosioni circolate in mattinata, riguardanti le stazioni di Prospekt Mira e di Begovaia, vicino all’ippodromo.

MEDVEDEV: «RAFFORZARE SICUREZZA» – Le forze di polizia e di sicurezza russe «continueranno a combattere il terrorismo sino alla fine, senza vacillare», ha dichiarato il presidente Dmitri Medvedev. Il capo del Cremlino ha ordinato di rafforzare le misure di sicurezza in tutta la Russia, ma ha invitato i Servizi di sicurezza (Fsb) a non violare i diritti dei cittadini. Perentorio il primo ministro Vladimir Putin, ritornato d’urgenza a Mosca da una visita in Siberia: «I terroristi saranno annientati. Sono certo che le forze dell’ordine faranno di tutto per trovare e punire i responsabili». Il portavoce del sindaco di Mosca ha reso noto che martedì sarà una giornata di lutto cittadino.

PISTA DEL TERRORISMO CAUCASICO – «È ritenuta possibile la partecipazione di un gruppo terroristico collegato con il Caucaso del nord», ha dichiarato il capo dell’Fsb, Aleksandr Bortnikov, lasciando aperta la pista sia verso un’organizzazione cecena sia verso altri gruppi attivi nella regione in senso allargato. Le due kamikaze – di aspetto slavo secondo le immagini delle telecamere a circuito chiuso – sono salite a bordo della metropolitana al capolinea di Iugo-Zapadnaia. La polizia sta cercando anche un uomo vestito con una giacca blu con profili bianchi, un cappello da baseball scuro, scarpe da ginnastica bianche, piccola barba. L’esplosivo, stando ai primi accertamenti, era nascosto in cinture allacciate all’altezza del petto, una prassi già collaudata dalle kamikaze cecene. Lo scorso 14 febbraio Doku Umarov, proclamatosi nel 2007 emiro e capo di tutti i gruppi ribelli attivi nel nord del Caucaso, in un video sul sito Kavkaz-Tsentr, annunciò «la guerra santa» su tutto il territorio russo. «I russi non capiscono che la guerra oggi sta arrivando nelle loro strade, nelle loro case, nelle loro città, non solo in tv da qualche parte lontano nel Caucaso, senza che li riguardi», diceva nel video. «Ma noi intendiamo, con l’aiuto di Allah, dimostrare loro che la guerra sta arrivando nelle loro case. Così le zone delle azioni di combattimento saranno allargate, con l’aiuto di Allah, per includere l’intero territorio russo e avremo grande successo». «Non vi è alcuna relazione tra gli attentati di oggi e l’islam», ha dichiarato Shafig Pshikhachev, del Centro di coordinamento dei musulmani del Caucaso del nord a Mosca in un’intervista all’agenzia Interfax.

ESCLUSA PRESENZA ITALIANI – Non ci sono italiani tra le vittime degli attentati di Mosca. L’ambasciata italiana nella capitale russa precisa che niente fa pensare che cittadini italiani siano tra le vittime. L’Unità di crisi della Farnesina aveva subito avviato i controlli per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani o con doppia nazionalità nelle esplosioni. Il ministero russo per le Emergenze ha fatto sapere che sulla lista delle vittime dell’attentato «non compaiono cittadini dell’Unione europea».

Diritti umani, la Farnesina in campo

ROMA – La Farnesina ha chiesto all’Incaricato d’Affari del Pakistan «di fornire quanto prima elementi di informazione sullo svolgimento del grave episodio e sulle misure che le autorità stanno intraprendendo per assicurare alla giustizia i responsabili» del drammatico caso di intolleranza religiosa per cui è stato bruciato vivo un cristiano che non voleva abiurare alla sua fede.

ISTRUZIONI ALLE AMBASCIATE - Ma questa non è la sola mossa della nostra diplomazia per contrastare i sempre più frequenti casi di coartazione della libertà religiosa , in particolare nei confronti dei cristiani. Martedì scorso, 16 marzo, il Direttore generale del Mae Stefano Ronca ha inviato a tutte le ambasciate italiane nel mondo istruzioni precise per assicurarsi del rispetto dei diritti umani nei Paesi di accreditamento. La tutela della possibilità di poter esprimere la propria fede e il proprio pensiero e la tutela delle donne, saranno valutati come un criterio particolarmente importante anche per l’accesso ai finanziamenti tramite l’EIDHR, lo strumento finanziario della UE per la democrazia e i diritti umani. Ronca ha ricordato ai nostri rappresentanti all’estero che «recentemente, proprio prendendo spunto dagli attacchi contro le minoranze religiose – e in particolare quelle cristiane – registratisi in diverse parti del mondo, l’Italia ha sollevato, a più riprese, il tema della difesa della liberta’ di religione e della tutela delle minoranze religiose in ambito UE». BANCHE DATI E WEB – Dopo gli accordi raggiunti nella Ue tra novembre e febbraio, il Mae ha chiesto alle ambasciate 1) di «trasmettere tempestivamente» tutte informazioni sulla situazione dei diritti umani nel Paese di competenza; 2) di attivarsi perché le altre rappresentanze diplomatiche Ue e in particolare la Presidenza delle rappresentanze Ue facciano altrettanto; 3) di avviare iniziative di intervento presso le autorità locali, dichiarazioni pubbliche e con la creazione nel sito internet delle varie ambasciate di un apposito banner «dedicato ai ‘Diritti umani».

I CRISTIANI IN PAKISTAN - Queste istruzioni sono particolarmente opportune nel caso del Pakistan dove i vescovi denunciano che «in alcune aree del Pakistan i cristiani sono trattati come bestie, in condizioni di schiavitù, o sottoposti a vessazioni, violenze e conversioni forzate». Lo ha detto ieri padre John Shakir Nadeem, Segretario della Commissione per le Comunicazioni Sociali nella Conferenza Episcopale del Pakistan. Una situazione insostenibile, ha dichiarato il religioso all’Agenzia Fides, che invoca con urgenza «pressioni internazionali» perchè la soluzione al problema sta nella «democratizzazione reale del paese, che garantisca i diritti umani per tutti». «Il contesto in cui avviene questa sofferenza – ha spiegato il sacerdote – è una islamizzazione crescente, la diffusione di gruppi fondamentalisti, un quadro normativo che consente e legittima discriminazioni e anche atti di persecuzione, un governo debole, sottoposto al ricatto degli estremisti».

Bombe nei seni delle terroriste

La notizia ha iniziato a circolare dopo il fallito attentato di Natale al volo Northwest. E adesso è stata rilanciata dalla tv americana Fox: i qaedisti potrebbero usare delle donne che si sono sottoposte ad una plastica al seno per nascondere l’esplosivo. Una bomba, sostengono fonti britanniche, che potrebbe sfuggire ai normali controlli in aeroporto. Per i servizi di sicurezza inglesi, aggiunge la Fox, lo strano ordigno verrebbe installato da chirurghi plastici inviati da Al Qaeda in Gran Bretagna per imparare nuove tecniche. Sempre questi specialisti potrebbero celare le bombe nei glutei di potenziali kamikaze. Non è chiaro però come sarebbero attivate. Difficile dire quanto sia fondata la segnalazione. A prima vista sembra un’esagerazione e la fonte è generica. Poi ai terroristi vengono attribuiti piani e capacità non facilmente realizzabili.

Dopo episodi particolari – come la vicenda del volo Northwest – si cerca di immaginare quale potrebbe essere la prossima mossa. Si tracciano scenari operativi, tentando di intuire quale sarà la futura minaccia. La sorpresa dell’11 settembre 2001 porta a "mai dire mai", magari correndo il rischio di fare pubblicità al nemico e di alimentare paure. Forse, gridando al lupo, gli apparati di sicurezza – sempre che le indiscrezioni sui media siano vere – vogliono invitare a non sottostimare l’inventiva degli estremisti. Se non funziona uno "strumento", è probabile che ne abbiano un altro. E ricordano quanto è accaduto negli ultimi mesi. Sul jet per Detroit il nigeriano Faruk Abdulmutallab ha celato un ordigno rudimentale nelle mutande. In estate, la stessa organizzazione che lo ha addestrato, ha cercato di assassinare un principe saudita con un kamikaze che aveva la bomba celata nelle parti intime o – secondo una seconda ricostruzione – nell’ano. Nelle loro sortite propagandistiche, i qaedisti dello Yemen hanno sostenuto di aver messo a punto diversi ordigni che possono superare i controlli. A metà febbraio, la rivista qaedista online "Sada Al Malamih" ha annunciato: «Abbiamo decine di bombe sofisticate identiche a quella di Detroit». E uno dei leader, Abu Basir Al Wahishi, ha più volte rammentato ai suoi uomini che «la guerra è un trucco». Un appello accompagnato da istruzioni pratiche su come fabbricare ordigni con quanto è reperibile sul mercato e su quali tattiche usare. Il guaio è che le armi innovative vengono quasi sempre scoperte solo dopo il loro utilizzo. Quando in agosto si è verificato l’attacco in Arabia Saudita con le strane modalità segnalate dalle autorità non sono mancati sorrisi e ironie. Pochi mesi dopo, nei cieli americani Faruk ha mancato di un soffio l’obiettivo di compiere una strage.

Uccidere gli ostaggi Usa se sarà giustiziata la mente dell'11/9

Osama Bin Laden torna a farsi sentire. E lancia una nuova minaccia. In un messaggio audio diffuso dall’emittente Al Jazeera, il leader di Al Qaeda dichiara che tutti i prigionieri americani in mano alla rete terroristica saranno uccisi «se verranno giustiziati Khaled Sheikh Mahammed e i suoi compagni». Khaled Sheikh Mohammed è considerato il regista degli attentati dell’11 settembre ed è sotto processo negli Stati Uniti.

L’AUDIO – «Oh popolo americano, questo mio messaggio riguarda i nostri prigionieri che sono ancora nelle vostre mani – afferma il terrorista saudita – la vostra amministrazione segue i passi dei suoi predecessori e prosegue la guerra in Afghanistan. Per questo vi diciamo che il giorno in cui gli Stati Uniti dovessero prendere la decisione di uccidere Khaled Sheikh Mohammed e i suoi compagni deciderebbero anche l’uccisione degli americani che finiscono nelle nostre mani».

Attentato in Iraq, decine di vittime

BAGDAD – Sono almeno 42 le vittime di un doppio attentato compiuto venerdì pomeriggio a Khalis, presso Baquba, a nord di Bagdad. I feriti sono 66, ha reso noto il capitano Ghalib al-Karkhi, portavoce della polizia della provincia di Diyala. Un altro ufficiale di polizia ha raccontato che nei pressi di un mercato nel giorno della preghiera islamica è prima esplosa un’autobomba e poi c’è stato un kamikaze che si è fatto saltare in aria tra i soccorritori. L’attentato è stato compiuto poche ore prima della diffusione dei risultati preliminari delle elezioni parlamentari dello scorso 7 marzo.

ELEZIONI: VINCE ALLAWI – La Commissione elettorale irachena ha in seguito annunciato che Iraqiya, la lista guidata dall’ex premier iracheno Iyyad Allawi, ha vinto le elezioni. Sommando i seggi ottenuti provincia per provincia emerge che la lista di Allawi ha ottenuto 91 seggi contro gli 89 di quella del premier uscente Nuri al-Maliki. All’Alleanza nazionale sciita vanno 70 seggi, mentre l’Alleanza del Kurditan ne ha ottenuti 43. I risultati devono essere comunque convalidati dalla Corte suprema. Infatti al-Maliki ha affermato di considerare i risultati solo come «preliminari».

Donne e scienza : ancora vittime del pregiudizio

MILANO – In molte sfiorano il soffitto di cristallo, ma in poche lo abbattono. Donne in gamba, volitive, carrieriste e preparate che però, al dunque, non riescono ad allinearsi ai colleghi uomini, soprattutto se si parla di discipline scientifiche. Nonostante l’impegno, la bravura, la tenacia. Perché? Secondo uno studio della American Association of University Women è una questione di stereotipi culturali, che subdolamente si insinuano e impediscono al gentil sesso di sfondare quel famoso soffitto, talvolta addirittura per una questione di auto discriminazione.  

PERCHE COSÌ POCHE? –Why so Few? (cosi si intitola il report, che analizza le differenze di genere nelle discipline scientifiche e in particolare nel cosiddetto settore STEM (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), chiedendosi per quale motivo se il gender gap si sta attenuando ancora non si è verificato un reale allineamento. I dati dello studio – come spiega bene l’autrice Catherine Hill – sono molto eloquenti e illustrano un’avanzata poderosa del gentil sesso in questo campo: nella matematica per esempio la rappresentanza maschile rispetto a quella femminile 30 anni fa era in un rapporto di 13 a 1, mentre oggi è in un rapporto di 3 a 1. Ma ad Harvard o in altri prestigiosi atenei ci dovrebbe essere una professoressa di matematica ogni tre professori. E invece così non è. Non ancora quantomeno. Secondo la ricerca è una questione di atteggiamento culturale, ancora nemico di una reale parità poiché in molte persone è diffusa la convinzione che le ragazze non siano molto portate per alcune materie.

PREGIUDIZI SENZA ORGOGLIO – Cinque anni fa, nel corso di un simposio a Boston, il presidente di Harvard, Lawrence Summers, sosteneva che "le differenze biologiche innate tra donne e uomini fanno sì che le prime eccellano meno dei secondi in carriere legate alla matematica e alle materie scientifiche". Niente di più falso, ovviamente, ma al tempo stesso il fatto che esistano ancora opinioni del genere fa sì che molte donne si autocensurino fin dall’inizio nelle loro ambizioni scientifiche, proprio perché la prevenzione generalizzata, da parte di professori e familiari, scoraggia sul nascere o in divenire molti talenti. Mae Carol Jemison, prima donna afro-americana a volare nello spazio, dichiara: "Spesso quando io facevo una domanda ai miei professori mi veniva risposto con atteggiamento di sufficienza, mentre allo stesso identico quesito i miei colleghi maschi ricevevano i complimenti per l’acuta osservazione".

UN ESPERIMENTO EMBLEMATICO – All’interno dello studio è stato fatto un esperimento su alcuni studenti del college dividendoli in due gruppi: al primo gruppo è stato detto che i maschi erano più portati per la matematica, mentre al secondo non è stato dato alcun condizionamento. Successivamente sono stati distribuiti alcuni test di abilità logico-matematiche. All’interno del primo raggruppamento di volontari il punteggio riportato dai maschi è stato di 25 contro un punteggio medio di 5 riportato dalle femmine, mentre all’interno del secondo raggruppamento il punteggio maschile è stato di 19 contro i 17 di quello femminile, con un minimo scarto di genere. Forse è per questo che in generale una donna per essere considerata produttiva come studiosa del settore deve collezionare almeno tre pubblicazioni in prestigiose riviste scientifiche e a un uomo ne basta una. Genitori, insegnanti e società spesso finiscono, con i loro messaggi più o meno velati, con il suggerire un ruolo. O con lo scoraggiarlo.

I carri armati israeliani lasciano la Striscia di Gaza

Una colonna di carri armati israeliani ha lasciato la Striscia di Gaza ponendo così fine ad un’incursione seguita agli scontri che nel pomeriggio di ieri hanno causato la morte di due militari dello Stato ebraico e di altrettanti miliziani islamici di Hamas. Lo riferiscono testimoni. Sempre secondo testimoni, inoltre, personale medico si starebbe dirigendo sul luogo degli scontri per soccorrere eventuali feriti palestinesi

Forse da riscrivere la storia della razza umana

Se la squadra di ricercatori che ha studiato un reperto trovato in una remota grotta dei monti Altai, in Siberia presso il confine con la Mongolia, ha ragione, allora la storia della razza umana è da riscrivere.

OSSO DI FALANGE - Secondo Johannes Krause, dell’Istituto Max Planck di Lipsia per l’antropologia evoluzionista, il pezzo di osso della falange di un dito rinvenuto nel 2008 nella caverna di Denisova, a 6 km dal villaggio di Chernyi Anui, è appartenuto a una specie di ominide diversa sia dai Neandertal sia dai moderni Homo sapiens (cioè noi). Il reperto è stato datato a 40 mila anni fa, ma in quell’epoca le uniche specie viventi di ominidi conosciuti sono appunto i Neandertal e i Sapiens. L’esistenza contemporanea di una terza linea finora sconosciuta obbligherebbe a rivedere dati ormai dati per acquisiti.

FUORI DALL’AFRICA - A questo risultato si è arrivati studiando il Dna ricavato dai mitocondri dell’osso rinvenuto. Un antenato comune delle tre specie (Neandertal, Sapiens e ominide di Altai) esisteva 1 milione di anni fa, viene spiegato sulla rivista Nature. Stabilito che il genere Homo si è originato in Africa e da là si è diffuso in tutto il mondo a partire da 1,9 milioni di anni fa con l’Homo erectus, le scoperte archeologiche hanno evidenziato che ci sono state altre due migrazioni dall’Africa: tra 500 mila e 300 mila anni fa quella dei Neandertal, poi 50 mila anni fa quella di noi uomini moderni. Ma i campioni del suolo della grotta di Denisova hanno consentito di datare i reperti tra 48 mila e 30 mila anni fa. Quindi l’ominide di Altai potrebbe essere venuto in contatto sia con i Neandertal, dei quali sono stati rivenuti resti a meno di 100 km dalla grotta di Denisova, sia con i Sapiens che frequentano gli Altai da più di 40 mila anni.

HOBBIT - Senza contare che i reperti trovati nel 2003 nell’isola di Flores in Indonesia, datati a 13 mila anni fa e chiamati Hobbit, potrebbero rappresentare un quarto ominide vissuto in contemporanea con i Sapiens, anche se su questi reperti il mondo scientifico è molto diviso.

SORPRESA E PRUDENZA - «Sono estremamente sorpreso per questa scoperta», ha dichiarato Svante Paabo, direttore del dipartimento di genetica dell’Istituto Max Planck, che ha aggiunto però prudentemente che occorrerà attendere l’analisi del genoma tratto dal nucleo delle cellule dei resti per stabilire se l’ominide di Denisova appartiene a una nuova specie o più semplicemente a una linea evolutiva diversa. Una posizione di prudenza come quella espressa da Fiorenzo Facchini, professore emerito di antropologia dell’Università di Bologna, secondo il quale prima di trarre conclusioni è necessario aspettare analisi più approfondite, non soltanto sul materiale genetico ma soprattutto sui reperti archeologici. Per l’esperto britannico Terence Brown, che su Nature ha pubblicato un commento alla ricerca, invece se le analisi saranno confermate «si sarà obbligati a rivedere la storia della recente colonizzazione umana dell’Eurasia».