Iran e Egitto pronti a dare battaglia sul trattato anti nucleare

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è atteso all’incontro, che inizierà lunedì e terminerà il 28 maggio. Dal lato opposto, ad affrontarlo ci sarà il segretario di stato Hillary Clinton, a capo della delegazione Usa presso la sede Onu.

Fonti diplomatiche prevedono che Ahmadinejad prenderà una posizione di sfida contro gli Stati Uniti e l’Occidente, accusandoli di voler privare i paesi in via di sviluppo della tecnologia nucleare, chiudendo invece un occhio su Israele.

I 185 paesi che partecipano all’accordo del 1970, che mira a frenare l’espandersi delle armi nucleari e a sostenere un progressivo abbandono degli armamenti già esistenti, si incontrano ogni cinque anni per fare bilanci sui progressi perseguiti.

L’ultimo incontro, nel 2005, è stato largamente considerato un disastro, con gli stessi protagonisti di oggi, Usa, Iran e Egitto, che hanno litigato tutto il tempo su questioni procedurali, non permettendo al meeting di giungere ad una risoluzione finale.

Gli analisti e i diplomatici dell’Onu sperano che quest’anno le cose possano andare diversamente, e che si riesca a rinvigorire il trattato, che non ha impedito a molti paesi negli ultimi anni di avvicinarsi al nucleare.

Nel 2003 la Corea del Nord si è ritirata dal patto, per dare il via a una stagione di test nucleari sfociata in esperimenti nel 2006 e 2009 che hanno sollevato le proteste internazionali per un atteggiamento più duro verso i paesi che non si adeguano al Patto di non proliferazione.

L’Iran sta tuttora procedendo al piano di arricchimento dell’uranio, mentre il Pakistan, che come l’India non aderisce al trattato, è risultato coinvolto recentemente in un traffico illecito di materiale nucleare.

Israele è presumibilmente in possesso di un arsenale atomico, anche se non conferma né nega di averne uno.

Ahmadinejad è il più alto ufficiale atteso alla conferenza. Raggiungerà New York dove i membri del consiglio di sicurezza stanno discutendo su nuove sanzioni contro Teheran, per quanto con esito non certo per l’atteggiamento "morbido" di Russia e Cina.

"Il successo della conferenza conferirebbe nuova legittimazione al trattato, in un momento in cui la sua effettività è messa in dubbio dai programmi nucleari della Corea del Nord e dell’Iran", ha detto David Albright, a capo dell’Istituto per le Scienze e la sicurezza internazionali, in rappresentanza della Commissione affari esteri della Camera dei rappresentanti Usa.

Secondo alcuni diplomatici occidentali, il presidente Usa Barack Obama, a differenza del suo predecessore George W. Bush, sta cercando di promuovere un’adesione unanime alla conferenza. Quest’anno, sostengono, un ruolo ostruzionista è giocato dalla Francia, che sta cercando di far venir meno gli impegni di disarmo presi nel 2000 — nonostante le dichiarazioni di senso opposto del governo francese.

L’ambasciatore egiziano all’Onu Maged Abdelaziz, parlando in settimana ai giornalisti, ha dichiarato di apprezzare i passi fatti da Obama verso il disarmo.

"Il successo nelle trattative con l’Iran — ha detto poi Abdelaziz — dipenderà in gran parte da quanto riusciremo ad affermare una zona libera dal nucleare in Medio Oriente". "Rifiutiamo l’esistenza di qualsiasi arma nucleare… che sia in Iran o in Israele".

L’Egitto ha proposto di mettere nell’agenda degli incontri un meeting internazionale con Israele per affermare questo concetto, incontrando, a quanto si apprende, una risposta di apertura tra i membri del consiglio di sicurezza.

Egitto ha ucciso con gas

Un ‘omicidio a sangue freddo’, responsabile e’ l’Egitto. Cosi’ Hamas definisce la morte di 4 persone in un tunnel del contrabbando. Nel tunnel, uno dei tanti che collegano il sud della Striscia con l’Egitto, sarebbe stato pompato gas tossico giorni fa dalle forze del Cairo per rendere impraticabili le gallerie. Nell’episodio, associato inizialmente anche a un’esplosione e a un crollo, almeno altre 6 persone sono rimaste ferite. Nessuna risposta finora dal Cairo.

Assassinato un sacerdote vicino a Mumbai

Non si conoscono le cause dell’uccisione. Il sacerdote, p. Peter Bombacha, doveva compiere a giorni 74 anni di età ed era amato e rispettato da tutti.
Mons. Felix Machado, arcivescovo di Vasai, è giunto stamane sul luogo del delitto. Scosso e rattristato alla vista del prete ucciso, ha dichiarato ad AsiaNews: «P. Peter era un sacerdote pieno di fede, che serviva la Chiesa e la popolazione senza discriminazione di caste o di credo; si dimenticava di sé per servire i più poveri e gli abbandonati».

«Quando un uomo risponde alla vocazione – ha aggiunto – la sua vita appartiene in modo completo a Dio e al popolo…. Anche nella morte, per quanto tragica e dolorosa come questa di p. Peter, un sacerdote appartiene a Dio. …La sua vita e la sua morte saranno fruttuosa per la Chiesa e per l’India».

Non porti il velo: Un Arabo Egiziano violenta la moglie

Non portava il velo. Rifiutava di coprirsi il volto quando il marito egiziano invitava gli amici a casa. Una «ribellione» pagata a caro prezzo: a 29 anni una ragazza romana si è ritrovata in un incubo. Anzi, in un doppio incubo: picchiata e anche violentata dal coniuge, un coetaneo che lavora presso un banco di fiori, e privata del figlio piccolo, rapito dal padre durante un viaggio dai nonni in Egitto. Una vicenda andata avanti per quasi un anno, fra minacce, violenze e soprusi. Poi la giovane, disperata per la sorte del bimbo di tre anni e terrorizzata all’idea di non poterlo più vedere, ha deciso di rivolgersi alla polizia denunciando il marito. E il ragazzo è stato arrestato dagli investigatori della Squadra mobile. Nei suoi confronti le accuse sono molto pesanti: sequestro di persona, violenza sessuale, sottrazione di minore, maltrattamenti in famiglia, percosse. Il gip Nicola Di Grazia ha convalidato il provvedimento notificato all’egiziano al suo rientro a Roma per riprendere a lavorare.

Già nei mesi scorsi la ragazza aveva raccontato agli agenti ciò che era stata costretta a subire. Un’escalation di violenze, arrivate al culmine nel gennaio scorso. Grazie a un escamotage, ora al vaglio degli investigatori, il fioraio è riuscito a far rilasciare un passaporto al bambino che ha seguito i genitori dai nonni. Giunti al Cairo, però, il padre ha obbligato la moglie a ripartire per l’Italia. Un viaggio-trappola, un piano messo a punto anche con minacce alla donna: «Te lo riporto morto, piuttosto che farlo ritornare da te», ha detto l’egiziano, intenzionato a far crescere il figlio dai nonni. Le indagini della polizia, con gli investigatori egiziani e il Servizio di cooperazione internazionale, hanno fatto fallire tutto. Dopo una trattativa con i genitori del fioraio, il piccolo è stato consegnato alle autorità del Cairo e imbarcato su un volo per Roma accompagnato da una hostess delle linee aeree egiziane. Ed è stato così che martedì scorso ha potuto riabbracciare la mamma.

Argentina, su una mummia scoperto cancro

Un ospedale argentino è riuscito ad ottenere immagini tridimensionali di tre mummie egiziane dell’età di 3 mila anni, con una tecnica che permette di vedere all’interno dei corpi con immagini tridimensionali. E in uno di questi è stato scoperto un cancro al midollo. «Siamo riusciti – precisa Fernando Abramon dell’ospedale Luis Abete di Buenos Aires – a vedere cosa c’è all’interno dei sarcofagi, gli abiti e le fasce delle mummie, in quale posizione si trovano i corpi, se avevano malattie, fratture, tagli, quali oggetti usavano». In particolare, una delle tre mummie, Tadimentet, la donna, sarebbe morta per un mieloma multiplo, un tipo di cancro al midollo osseo. Si tratta di un dato molto importante perché indica che questa malattia, che uccide 10 mila persone l’anno solo negli Stati Uniti, era presente da almeno tremila anni. Le tre mummie sono esibite nei loro rispettivi sarcofagi dal 1888 nel Museo di scienze naturali di La Plata, dove furono portate dal’Egitto.

In visita rappresentante Onu in Egitto per diritti donne

Anche Georgette Kellini, la rappresentante dell’Onu in Egitto per i diritti delle donne, ha visitato oggi la Sindone al Duomo di Torino. Kellini è anche la capogruppo delle donne del Parlamento egiziano responsabile per la difesa dei cristiani copti in Egitto. Accompagnata dal presidente della Commissione ecumenica della Chiesa copta ortodossa di Torino, Giors Gioachjn e da Padre Giorgis, parroco della chiesa copta ortodossa di via san Donato 17, la parlamentare ha sostato a lungo di fronte al sacro telo. "Oggi – ha dichiarato – si è realizzato un sogno che avevo da tempo: poter vedere la Sindone a Torino". Questa mattina tra i pellegrini c’erano anche i preti diocesani di Torino. L’Arcivescovo cardinal Severino Poletto ha guidato la preghiera nella chiesa di San Lorenzo e ha dettato la meditazione per gli oltre 150 sacerdoti torinesi presenti. Come ogni mercoledì, oggi è stata anche la giornata dedicata prevalentemente ai malati e ai disabili. Circa tremila sono passati davanti alla Sindone, entrando dal percorso breve che ha inizio dalla piazzetta Reale. Tra i gruppi più numerosil’Oftal di Vercelli, giunto a Torino con nove autobus.Oggi, nel primo pomeriggio, è passato di fronte al Telo anche il prefetto di Lione Jacques Gerault con il prefetto di Chambery Rémi Thuau. I due alti funzionari francesi sono stati accolti in piazzetta Reale dal prefetto di Torino Paolo Padoin. Intanto al Comitato per la Sindone si lavora intensamente per il grande giorno dell’ostensione. Questa domenica, 2 maggio, arriverà infatti a Torino il Santo Padre. L’arrivo del papa è previsto alle 9,15 all’aeroporto di Caselle. Alle dieci celebrerà la messa in piazza San Carlo. Alle 16,30 il saluto ai giovani, alle 17,30 la venerazione alla Sindone. Fino alle 18 buona parte del centro cittadino resterà chiuso alle auto.

Egiziano maltratta la moglie e rapisce il figlio, arrestato

Una storia di vessazioni andata avanti per circa un anno, al termine della quale un cittadino egiziano è giunto persino a sequestrare il figlio di 3 anni. L’uomo responsabile di maltrattamenti e violenze nei confronti della moglie, una italiana di 29 anni, è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile della questura.

L’egiziano la picchiava perché non indossava il velo davanti ai suoi amici. Percosse e violenze avvenivano anche in presenza del loro bambino. Una situazione che nel tempo è degenerata sempre più fino a quando a gennaio il 29enne egiziano, che con un escamotage era riuscito ad avere un passaporto italiano per il bimbo, ha organizzato un viaggio tutti insieme in Egitto dai suoi genitori. La donna però, dopo pochi giorni e dopo essere stata picchiata, è stata costretta a rientrare in Italia da sola, lasciando il bambino in Egitto con il padre e i nonni.

La donna si è rivolta quindi alla polizia e ha raccontato i continui maltrattamenti subìti dal compagno. La donna in alcuni episodi è stata anche violentata. Il compagno, che in Italia lavora come fioraio, è finito in manette qualche settimana fa al suo rientro in Italia. Per lui, il gip del Tribunale di Roma, Nicola Di Grazia, ha ipotizzato i reati di sequestro di persona, sottrazione di minori, maltrattamenti in famiglia, percosse e violenza sessuale. Dopo diversi contatti con i nonni il piccolo è rientrato in Italia ieri accompagnato da una hostess della compagnia aerea egiziana ed è quindi stato riassegnato alla madre.

Gli investigatori della Squadra Mobile hanno collaborato nel corso delle indagini col Servizio di cooperazione internazionale con le attività consolari in Egitto e con la stessa Polizia egiziana. "Sono storie frequenti – ha detto il capo della Squadra Mobile di Roma, Vittorio Rizzi – questa è a lieto fine e dà la speranza a tutte le donne che vivono la stessa brutta esperienza"

è finita la fuga dell'uomo che ha fatto la strage nel Mantovano

MANTOVA - «Sono stanco, mi arrendo… venitemi a prendere». È finita nei pressi del Lago d’Idro la caccia all’uomo che ha seminato morte e terrore tra Mantova e Brescia. Omar Bianchera, che ha ucciso tre persone nel mantovano e ne ha ferito una quarta, è stato rintracciato ad Anfo, un paese nei pressi del lago di Idro, ed stato poi portato nella caserma di Salò. Secondo quanto riferito dagli stessi inquirenti il killer si è costituito telefonando al 113. La telefonata è stata ricevuta dalla questura di Brescia e sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Salò competenti per Anfo, il comune della Valsabbia dove il fuggitivo era arrivato scappando dopo il triplice omicidio. Il camionista 44enne di Volta Mantovana ha chiamato con un cellulare dalla propria autovettura, parcheggiata in prossimità della Rocca di Anfo, nei pressi del lago di Idro, nel bresciano. A quel punto la polizia ha subito "girato" la segnalazione ai carabinieri della zona, più vicini alla località, e l’omicida è stato raggiunto e quindi ammanettato. Le armi della strage erano nell’auto.

LE VITTIME - Le vittime sono l’ex moglie e due conoscenti con i quali l’omicida, che ha seri problemi psicologici ed è un fanatico di armi, aveva avuto degli screzi. Un’altra persona è rimasta ferita. A quanto si è appreso gli investigatori avevano localizzato, attraverso le celle del suo cellulare, gli spostamenti del killer verso la provincia bresciana che confina con quella mantovana.

L’EX MOGLIE- Omar Bianchera, noto alle forze dell’ordine per precedenti di droga, sembra aver seguito nel suo delirio un preciso itinerario di «vendetta», spinto dal desiderio di eliminare tutti coloro con i quali sentiva di avere dei conti in sospeso. Domenica mattina si è diretto in auto verso la casa dell’ex moglie, Daniela Gardoni, 38 anni, che abitava in un appartamento in via Risorgimento, la strada principale di Volta Mantovana. I due erano separati da una decina d’anni ed erano in causa appunto per quell’appartamento, in cui avevano vissuto insieme: proprio martedì scorso il Tribunale aveva assegnato la casa alla Gardoni. L’uomo aveva rivolto parecchie minacce all’ex moglie e aveva anche detto a un amico che, prima o poi, l’avrebbe uccisa. L’uomo, arrivato alle 7 di mattina davanti alla casa della donna, un paio d’ore dopo ha esploso alcuni colpi contro le finestre; l’ex moglie è scesa di corsa ed è salita in auto, cercando di andare dai carabinieri, ma l’uomo le ha sparato più volte. L’auto ha percorso circa 200 metri, poi è finita contro un muro. Bianchera, che l’inseguiva, è sceso dalla sua vettura e ha freddato Daniela Gardoni con due colpi di pistola senza dire nulla. Inutilmente un ragazzo, di passaggio in sella a uno scooter, ha cercato di difendere la donna: l’omicida lo ha brutalmente scansato e ha continuato a sparare.

LA CONOSCENTE - Subito dopo Bianchera è risalito sulla sua auto e si è diretto verso la località Piccard, sulla via per Monzambano. Qui ha ucciso una sua lontana parente, Maria Bianchera, 71 anni, con la quale aveva avuto screzi a proposito dei confini: le loro abitazioni, in località Piccarda, distano una decina di metri. L’uomo ha fatto fuoco almeno 5 volte, uccidendo la donna e ferendo il marito. Proseguendo nel suo itinerario di «vendicatore», sempre in auto è andato in località Pile, a poca distanza. A quanto si è appreso voleva regolare i conti con il capofamiglia Luigi Platter, al quale qualche tempo fa aveva affittato dei locali in cui era stata aperta una birreria.

UCCISO DAVANTI AI BAMBINI - Nella corte si è imbattuto invece nel figlio di Luigi Platter, Walter, 35 anni, che stava partendo per una gita in auto con la moglie e i due bambini. Bianchera ha fatto scendere dalla macchina la donna e i piccoli e poi ha fatto fuoco su Platter, che era rimasto in auto, e lo ha ucciso. La moglie Virginia Deidonè, nel tentativo di difendere il marito, è rimasta ferita di striscio. Poi è fuggita in strada per chiedere aiuto. L’omicida è poi fuggito. Le forze dell’ordine hanno organizzato posti di blocco in tutta la zona e hanno svolto battute per rintracciarlo, anche con l’ausilio di elicotteri. L’uomo era armato con un fucile a pompa e due pistole calibro 38, una delle quali regolarmente denunciata.

ALLA MADRE: «HO FATTO UN MACELLO» - «Ho fatto un macello…». Queste le parole pronunciate al telefono, parlando con la madre, da Omar Bianchera, mentre era ancora in fuga nelle campagne tra il Bresciano e il Mantovano. La telefonata è stata intercettata dai carabinieri, che avevano provveduto a mettere sotto controllo i telefoni dei congiunti dell’uomo nella speranza che questi provasse a contattarli, come in effetti poi è stato. È stata così localizzata la zona da dove è partita la chiamata. Poi lui stesso ha chiamato il 113 e si è costituito.

«NESSUNO POTEVA IMMAGINARE» - Il sindaco di Volta Mantovana, Giuseppe Adami, che è anche il medico del paese, è sconvolto. «Bianchera? Qui in tanti lo conoscono, eccome, ma nessuno avrebbe mai immaginato una cosa simile. Si sa che è orfano di padre, che si era separato da anni. Ha ancora la mamma, una sorella». «Proprio questa mattina – racconta il sindaco – mi sono recato a deporre una corona ai caduti. Con me c’era il maresciallo del posto. E tra di noi commentavamo quanto fosse tranquilla la nostra cittadina. Poi è arrivata una telefonata, all’inizio sembrava per un incidente stradale. E invece…». In qualità di medico, è stato tra i primi ad arrivare a casa di Maria Bianchera, che era sua paziente.

LE TESTIMONIANZE - «Ho sentito gli spari mentre ero in casa con mia moglie, sono sceso e ho visto tutto e mi sono detto: ‘Non è possibile". Me lo diceva sempre, "voglio ucciderla", ma non pensavo che l’avrebbe fatto davvero», racconta un vicino di Daniela Gardoni. «Era un tipo introverso, senza amici – racconta un altro conoscente di Omar Bianchera -. So che aveva spesso discussioni. Forse si è autocaricato fino a scoppiare».

Uomo armato vicino all'Air Force One

MILANO – Un uomo originario dell’Ohio è stato fermato dalla polizia americana all’aeroporto di Asheville, nella North Carolina, mentre era in possesso di un’arma, pochi minuti dopo il decollo dallo stesso scalo dell’Air Force One con a bordo il presidente Barack Obama. Joseph Sean McVey, 23 anni, ha detto ad un ufficiale di polizia che aveva intenzione di incontrare il presidente: l’uomo era in possesso di equipaggiamenti in dotazione alla polizia, hanno spiegato le autorità locali.

L’INCHIESTA - McVey è stato accusato di porto d’armi illegale e di condotta illecita. L’uomo, in ogni caso, non è mai riuscito ad avvicinarsi alla zona in cui si trovava il presidente. Le autorità locali hanno aperto un’indagine per stabilire come mai l’uomo fosse in possesso di equipaggiamento della polizia, pur non essendo un agente, e quale era il suo obiettivo reale. I servizi segreti americani, che curano la sicurezza di Obama, non hanno commentato l’arresto.

In Occidente cristiani sotto attacco

Dall’inizio del nuovo millennio in varie parti del mondo (Europa compresa: un caso è accaduto a Bruxelles) sono stati uccisi 263 fra vescovi, preti, suore, seminaristi, catechisti. Nel solo 2009 sono stati 37 gli omicidi causati dall’odio anticristiano, quasi il doppio delle uccisioni del 2008. E il 2010 si è aperto con l’assassinio di sei cristiani copti nel villaggio egiziano di Nag Hammadi il giorno del Natale ortodosso, mentre nei giorni successivi la comunità islamica locale ha bruciato proprietà dei cristiani e danneggiato edifici. Nello stesso periodo, in Malesia sono state assalite chiese e luoghi di culto cristiani: un tipo di discriminazione di cui le minoranze cristiane sono frequentemente oggetto in numerosi Paesi ma che raramente diventano di pubblico dominio in quanto non ci sono vittime.
Questa è l’altra faccia dei limiti alla libertà religiosa dei cristiani nel mondo: ci sono le persecuzioni (gli omicidi, i ferimenti, la caccia ai cristiani) e ci sono le discriminazioni, cioè l’intolleranza, l’intimidazione, l’ostilità di natura ideologica e religiosa diffusa non soltanto in Asia o Africa, ma anche nell’Occidente. Le minoranze cristiane vivono «tra l’incudine dell’indifferenza per il fattore religioso, propria del laicismo occidentale, e il martello del fondamentalismo islamico e delle dittature comuniste. Il fattore cristiano è fonte di irritazione tanto là dove è minoranza quanto nell’ambiente politico e culturale europeo». È l’argomento di fondo del libro «Guerra ai cristiani» (Lindau) scritto da Mario Mauro, eurodeputato e capo della delegazione Pdl nel gruppo dei Popolari europei a Bruxelles. Il volume viene presentato questa sera a Verona in un dibattito con i vescovi missionari Cesare Mazzolari (Sudan) e Camillo Ballin (Kuwait) e con lo scrittore francese René Guitton, autore del recente «Cristianofobia», edito sempre da Lindau e già diventato un caso editoriale.
Mauro dal 2009 è rappresentante personale del presidente Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e le discriminazioni. Da questo osservatorio è testimone di una recrudescenza delle persecuzioni anticristiane nel mondo. I cristiani sono sotto attacco in India, dove i fondamentalisti indù hanno mietuto decine di vittime; sono discriminati in nazioni islamiche come Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Sudan, Somalia, Maldive. Vengono osteggiati in Paesi a guida comunista come Corea del Nord (che secondo l’organizzazione non profit americana Open Doors è lo Stato dove le persecuzioni sono più massicce), Cina, Vietnam, Laos, Birmania. Ma sono presi di mira anche in contesti cattolici, come nei Paesi latinoamericani dominati dal narcotraffico come Colombia e Messico a causa dell’opposizione al commercio della droga.
Le persecuzioni più cruente vengono perpetrate a «est di Vienna» (così si intitola uno dei capitoli del libro), in particolare nei Paesi a maggioranza musulmana e nei regimi comunisti. Per Open Doors, 35 delle 50 nazioni più spietate con i cristiani sono islamiche. Comprendono le stragi in Egitto, le crocifissioni in Sudan, le decapitazioni in Indonesia, i massacri in Irak dove dal 2003 a oggi sono stati uccisi 825 cristiani, tra cui il vescovo caldeo monsignor Rahho. Ma c’è anche il caso della «laica» Turchia, dove nel 2006 fu assassinato don Andrea Santoro. La Costituzione turca garantisce libertà di culto, ma lo scontro sempre più acceso tra le fazioni dei nazionalisti e dei fondamentalisti islamici nasconde crescenti sentimenti anticristiani, la cui presenza è antichissima e articolata in un’infinità di riti, lingue e tradizioni, ma in questo contesto diventano il terzo incomodo nella strategia della tensione tra i due grandi gruppi rivali.

Ma i cristiani non vengono combattuti soltanto con le armi. Discriminazioni e intolleranza sono presenti anche nell’Occidente. Crescono le restrizioni al diritto di professare liberamente la fede. Mauro racconta dello «zapaterismo» e dei recenti provvedimenti del governo canadese che limitano l’obiezione di coscienza, l’insegnamento della religione, la ridicolizzazione dei simboli religiosi, che alimentano pregiudizi e intolleranza. Secondo l’Osce, questa propaganda genera in molti casi fenomeni di violenza conosciuti come hate crimes, crimini basati sull’odio religioso. Certamente l’Occidente non va messo sullo stesso piano dei regimi di Pechino, Pyongyang o Teheran. «Tuttavia la tentazione di una discriminazione a livello legislativo nei confronti dei cristiani è reale».