Revocato l'asilo politico all'ex imam di viale Jenner

MILANO – La commissione centrale del Viminale ha revocato la concessione del diritto di asilo all’ex imam di viale Jenner a Milano Abu Imad. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, presentando il G6 dei ministri dell’Interno iniziato venerdì mattina a Varese. «C’è stata una condanna definitiva per Abu Imad – ha spiegato il ministro -, e quindi la commissione regionale ha rinviato la questione a quella nazionale, che questa mattina ha revocato il diritto d’asilo. Quando questa persona finirà di scontare la sua pena sarà espulsa dal nostro territorio nazionale», ha concluso Maroni.

LA STORIAL’intricata vicenda ha origine nel 1995, quando l’imam ha presentato istanza d’asilo: essa era stata respinta dalla Commissione sullo status del rifugiato dal Ministero dell’Interno. Ma l’egiziano aveva fatto ricorso al Tar della Lombardia che nel 2001 ha annullato la decisione del ministero. Il Viminale, a sua volta, ha fatto appello al Consiglio di Stato, il quale, nel 2005, ha confermato però la decisione del Tar. Nel marzo 2010, quindi, la Commissione asilo ha dovuto dare esecuzione ad una sentenza definitiva della giustizia amministrativa e – puntualizza il Viminale – solo perché tenuto ad applicare una sentenza ha riconosciuto ad Abu Imad lo status di rifugiato. Ma lo scorso 29 aprile è arrivata la condanna definitiva della Cassazione per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale. Alla luce di questa novità la Commissione nazionale ha riesaminato la vicenda e revocato lo status di rifugiato all’ex imam.

LA CELLULA SALAFITA - Per anni l’egiziano è stato considerato dagli inquirenti milanesi il promotore e il leader di una cellula salafita legata al Gspc, attiva in Lombardia e in particolare a Milano già prima dell’11 settembre 2001, cellula che, stando alle indagini, aveva un programma «inquadrato in un progetto di jihad e che avrebbe pianificato azioni suicide in Italia e all’estero e dato supporto logistico a militanti da avviare nei campi d’addestramento in Afghanistan e in Iraq». Si trattava di un’associazione, per dirla con le parole dei giudici che valutarono la causa in primo e secondo grado, «operante in diretto collegamento con una rete di analoghi ed affini gruppi attivi in altri Stati europei ed extraeuropei» con un «complessivo programma inquadrato in un progetto di Jihad». Per i giudici milanesi era, in altre parole, «una vera e propria struttura militare con legami internazionali» radicata tra Milano, Gallarate, Brescia e Cremona.

I PENTITI - Le indagini che hanno portato alla condanna definitiva l’ex imam erano state avviate dai pm Elio Ramondini e Massimo Meroni, che si erano avvalsi in particolare della testimonianza di due «pentiti», Riadh Jelassi e Chokri Zouaoui. Quest’ultimo aveva raccontato di una cellula dormiente che progettava un attentato al Duomo di Cremona e al Duomo e alla metropolitana di Milano. Jelassi invece, che aveva parlato fin dal 2003 di progetti terroristici risalenti agli anni precedenti in varie parti d’Italia, aveva lanciato pesanti accuse nei confronti di Abu Imad: l’imam, aveva messo a verbale il pentito, faceva «il lavaggio del cervello ai fratelli che cercavano consolazione» e aveva sottolineato il suo ruolo di indottrinatore di «un pensiero estremista». Abu Imad, coinvolto anche nel primo processo milanese a un gruppo di islamici, quello chiamato Sfinge, allora finì solamente indagato e non in carcere poiché la magistratura ritenne avesse dato segnali di un suo allontanamento da«posizioni di radicalismo estremo» e, come scrisse il gip Guido Salvini, di «condivisione di scelte più moderate all’interno del rispetto delle regole di legalità del Paese che lo ospita».

LA COLLABORAZIONE - Proprio il suo atteggiamento, così diverso da quel comportamento da «fanatico» descritto dai pentiti , unito probabilmente a una collaborazione rispetto alle indagini in corso a Milano, avevano determinato i magistrati, già in primo grado, a non chiedere, per lui, quell’espulsione dall’Italia a pena espiata che in molti altri casi, nonostante le polemiche e le accuse dei difensori, è suonata come una condanna aggiuntiva, la più temuta dagli imputati islamici. Richiesta accolta tanto in primo grado quanto in appello, quando i giudici scrissero che l’ex imam non andava espulso «dal territorio dello Stato a pena espiata» in quanto è provato il suo «avvenuto distacco dall’estremismo militante». Ora invece Maroni ha ribadito: «Quando questa persona finirà di scontare la sua pena sarà espulsa dal nostro territorio nazionale».

Attacchi a moschee, più di 80 morti

ISLAMABAD - Doppio attacco alle moschee di Lahore, in Pakistan, durante il venerdì di preghiera islamico. Un commando di uomini armati di granate ha assaltato due luoghi di culto, nei quartieri di Garhi Shahu e Model Town, provocando più di 80 morti e oltre cento feriti, secondo un bilancio ancora provvisorio fornito dal vice governatore di Lahore, e bloccando circa duemila fedeli. Dopo alcune ore di scontri tra i miliziani e le forze dell’ordine, gli ostaggi sono stati tutti liberati. Gli attacchi hanno preso di mira la setta islamica Ahmadi, in passato spesso bersaglio delle organizzazione fondamentaliste sunnite. I luoghi di culto presi di mira si trovano a diversi chilometri di distanza l’uno dall’altro.

RIVENDICAZIONEL’attacco è stato rivendicato dalla branca del Punjab del Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp), movimento armato clandestino talebano in lotta con il governo centrale di Islamabad. Lo riferisce Geo Tv. Le forze di sicurezza hanno prima portato a termine l’operazione nella moschea di Model Town, dove sono stati liberati circa 1.500 fedeli. Qui sono state segnalate dieci vittime: sette terroristi hanno sferrato l’attacco alla moschea e gli agenti ne hanno uccisi cinque. Un altro è stato arrestato nel corso dell’operazione. Più tardi, sono tornati liberi anche i fedeli intrappolati nella moschea di Garhi Shahu.

 

RAID WAZIRISTAN – Ed è di almeno dodici morti il bilancio di un raid aereo compiuto venerdì mattina nel Waziristan pakistano. Secondo Al Jazeera un aereo senza pilota, probabilmente americano, ha lanciato dei razzi sul villaggio di Permel in mano ai talebani. In un altro attacco dell’esercito pakistano nella zona dell’Orakzai, nella parte meridionale dell’area tribale del Pakistan, sono morti 40 talebani.

Ritrovate 57 antiche tombe

Dodici tombe invece appartengono alla 18esima dinastia che governò l’Egitto durante il secondo millennio aC. Queste ultime mummie sono coperte da lino decorato con testi religiosi del Libro dei morti e con scene di antiche divinità egizie.

Abdel Rahman El-Aydi, capo della missione archeologica che ha fatto la scoperta, ha detto che alcune tombe sono decorate con i testi religiosi antichi perché si credeva che questo aiutasse i defunti ad attraversare il mondo dell’aldilà.

Una delle più antiche tombe è quasi completamente intatta, con tutto il suo corredo funerario e un sarcofago di legno contenente una mummia avvolta in lino.

In 31 tombe, databili intorno al 2030-1840 aC, gli archeologi hanno scoperto scene di antiche divinità egiziane.

Le mummie sono state scoperte a Lahoun, nel Fayoum, a circa 100 chilometri a sud del Cairo.

L’anno scorso, circa 53 altre tombe in pietra, risalenti a vari periodi antichi, erano state ritrovate nella zona.  

Board member Paul Sipos told the New York Post he thought the project was "insensitive," pointing out that "If the Japanese decided to open a cultural center across from Pearl Harbor, that would be insensitive. If the Germans opened a Bach choral society across from Auschwitz even after all these years, that would be an insensitive setting.

"I have absolutely nothing against Islam," he added. "I just think: why there?"

Geller’s group noted that Islamic clerics often make a point of building mosques upon the ruins of other religious sites in order to proclaim its dominance. The Al Aqsa Mosque on the Temple Mount in Jerusalem was one of several examples she cited.

Geller, as well as columnist Rabbi Shmuely Boteach, suggested that the group instead build a Muslim center devoted to "expunging the Koran and all Islamic teachings of the violent jihad that they prescribe, as well as all hateful texts and incitement to violence."

Il vero nemico è il peccato, anche nella Chiesa

CITTA’ DEL VATICANO"Grazie per la vostra solidarietà". Così Benedetto XVI si è rivolto ai circa mila fedeli arrivati in piazza San Pietro da tutta Italia per testimoniargli la loro vicinanza dopo gli attacchi per i casi di pedofilia nella Chiesa. "Il vero nemico da temere e da combattere – ha detto il Papa – è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa". "Noi cristiani non abbiamo paura del mondo – ha proseguito il Pontefice – anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio". Questo, ha aggiunto il Pontefice, "è quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E’ quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo". Benedetto XVI ha poi esortato a proseguire "insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza". E ha ribadito l’appello pronunciato nella sua Lettera di indizione dell’Anno Sacerdotale: "Rinnovo il mio particolare invito ai fratelli nel Sacerdozio, affinché ‘nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica’".

"Non abbiate paura, Gesù ha vinto il male". "E’ nella comunione della Chiesa che incontriamo Gesù". Queste due frasi di papa Ratzinger – insieme a tanti altri slogan tipo "Insieme col papa", "Santità non sei solo, tutta la Chiesa è con te" – campeggiavano questa mattina in piazza San Pietro su due mega striscioni elevati dal Cnal, la Consulta nazionale delle aggregazioni laicali, l’organismo della Cei che ha indetto il grande raduno di solidarietà con Benedetto XVI. Un’iniziativa che malgrado il maltempo ha portato nell’emiciclo berniniano, e lungo via della Conciliazione, decine di migliaia di cattolici provenienti da tutta Italia, arrivati a Roma con centinaia di pulman, treni speciali, auto private e qualcuno persino in autostop. A questa folla si è rivolto il cardinale Angelo Bagnasco dicendo che la Chiesa, "fedele alla sua missione", deve essere "purificata dal peccato dei suoi figli". Il presidente della Cei ha guidato una preghiera collettiva fatta di letture e meditazioni su brani biblici. Nella preghiera si chiede "misericordia e perdono per i nostri peccati, purificazione e forza per tutta la Chiesa". E ancora: "Mediante il ministero dei sacerdoti dona loro di essere perseveranti nel servire la tua volontà. Ascolta il grido di coloro che sono nel dolore perché trovino giustizia e conforto, così che, partecipando alla vita della tua Chiesa, purificata dalla penitenza, possano riscoprire l’infinito amore di Cristo". Quindi si invoca aiuto nel "cammino di conversione in questi tempi di apprensione e di speranza". Nel corso della preghiera viene letta anche parte dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI nella messa per l’inizio del suo ministero petrino (24 aprile 2005), nella quale il papa parlava dello "svuotamento delle anime", dei "deserti interiori diventati così ampi", della mancanza di "coscienza della dignità e del cammino dell’uomo". "Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi", diceva Ratzinger in quell’omelia, riletta stamane in Piazza San Pietro.

Al meeting – indetto poco meno di un mese fa da Paola Dal Toso, segretaria generale del Cnal, nel pieno della bufera degli scandali degli abusi sessuali su minori da parti di sacerdoti – hanno risposto le circa 70 associazioni laicali cattoliche aderenti al Cnal, a partire da Azione cattolica Italiana, Acli, Rinnovamento della Spirito, Focolarini, Comunione e liberazione. Ma anche delegazioni di tutte le diocesi italiane e pellegrini arrivati in rappresentanza delle comunità parrocchiali. Presente anche una folta rappresentanza di politici e parlamentari di differenti partiti, guidati dal presidente del Senato Renato Schifani e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E oltre 15 mila lavoratori aderenti alla Coldiretti. Per l’occasione, il quotidiano dei vescovi Avvenire è in edicola con un’edizione speciale quasi tutta dedicata alla giornata di solidarietà con il Papa.

A fare simbolicamente gli onori di casa sul sagrato di piazza san Pietro – in attesa della domenicale preghiera del Regina Coeli recitata dal Papa dal balcone del suo appartamento privato – il vertice della Cei al gran completo, col cardinale Bagnasco, affiancato dal segretario generale, l’arcivescovo Mariano Crociata.

"Siamo giunti da tutta Italia, ma in tanti provengono anche dall’estero, per esprimere al Santo Padre tutto il nostro affetto di figli in un momento tanto difficile per lui e per tutta la Chiesa", dice l’organizzatrice Paola Dal Toso, la quale tiene a precisare che "accanto alla solidarietà per il Papa noi oggi preghiamo anche per le vittime degli abusi sessuali, alle quali non faremo mai mancare la nostra fraterna e costante sollecitudine".

"Siamo qui per esprimere la nostra solidarietà al Papa spinta da tre buone ragioni – commenta Franco Miano, presidente dell’Azione cattolica italiana – In primo luogo, con la preghiera, manifestiamo tutto il nostro affetto al Santo Padre e verso tutti i sacerdoti. Poi, essere qui, tutti insieme, è un inequivocabile segno di autentica comunione ecclesiale che non viene meno anche in un momento tanto delicato". Infine, aggiunge il presidente dell’Azione cattolica, "vogliamo anche esprimere la nostra incondizionata fedeltà al Vangelo" per "riconoscere, isolare e condannare il male presente anche nella vita della Chiesa".

Per gli aderenti a Comunione e Liberazione "l’odierna preghiera con e per il Papa è il gesto più semplice e più vero che possiamo compiere per esprimere la vicinanza al Santo Padre, alla Chiesa e a chi ha tanto sofferto per il male subito".

Sono presenti in piazza San Pietro anche molti organismi educativi, associazioni scolastiche e realtà impegnate in attività formative e per il tempo libero come l’Agesci. L’Associazione genitori delle scuole cattoliche ricorda in particolare "il costante impegno e i continui suggerimenti in materia di formazione che instancabilmente ci arrivano dal papa Benedetto XVI". Mentre il Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale) sottolinea la "fermezza con cui il Pontefice conduce la lotta contro tutti quei comportamenti che infangano il volto della Chiesa".

Non so dove sia, ma mio padre è vivo

Non vede suo padre dall’inizio del 2001 quando, non senza rancore, si salutarono in Afghanistan. Eppure è certo che sia vivo: lo sa dai nastri con la sua voce, che ha potuto ascoltare a più riprese. Omar Bin Laden, 28 anni, quarto figlio maschio di Osama e, per sua stessa ammissione, suo erede designato, è il più ribelle dei membri della famiglia del leader di Al Qaeda. In contemporanea con l’uscita europea di "Growing Up Bin Laden", il libro in cui racconta la vita con il padre in Arabia Saudita, Sudan e Afghanistan, la loro rottura e i suoi sogni di pace, Omar racconta a Repubblica chi è suo padre, perché è certo che sia vivo (nonostante non ne abbia notizie dal 2001) e come abbia tradito i suoi desideri, voltandogli le spalle e fuggendo dall’Afghanistan pochi mesi prima dell’11 settembre.

Il colloquio è stato condotto via telefono e e-mail: per Bin Laden jr. viaggiare in Europa è complesso, e lo stato del Golfo dove da qualche mese vive non gradisce troppa pubblicità legata al suo nome. "Voglio cominciare dicendo che sono fiero del mio cognome – spiega Omar – Se ho scelto di parlare e di scrivere un libro è perché su di noi sono state dette molte cose false: e io volevo ristabilire la verità. La mia famiglia ha fatto molte cose buone al mondo: mio nonno era un grande uomo".

Non altrettanto dice del padre: nel suo libro, Bin Laden jr. racconta di un uomo spesso assente e costantemente impegnato in questioni importantissime, della vita austera condotta dalla famiglia in Arabia Saudita e Sudan prima e in Afghanistan poi, dei divieti imposti in nome della segretezza e della sicurezza. E di se stesso, ragazzino che, per conquistare l’affetto del padre, si ritagliò il ruolo di leader dei suoi 18 fra fratelli e sorelle. Divenendo così l’erede designato di quei grandi progetti a cui Osama lavorava da sempre.

Fino al giorno, pochi mesi prima dell’11 settembre, in cui disse no, cambiando il suo destino: "Mio padre convocò tutti noi fratelli e ci disse che c’era un foglio in moschea. Tutti quelli di noi che volevano combattere per l’Islam e morire in suo nome dovevano scrivere il loro nome. Nessuno di noi espresse il suo interesse, a parte uno dei mie fratelli più giovani, che non sapeva neanche di cosa parlassimo. Fu uno shock". Pochi mesi dopo, lo strappo si consumò definitivamente: "Volevo una vita normale, avere amici, andare a scuola: sin da adolescente avevo capito che la vita con mio padre non sarebbe mai stata quello che volevo. Tutto era sempre terribilmente serio con lui, tutto era una questione di vita o di morte. Gli chiesi di andare via, di raggiungere mia madre: all’inizio non voleva, alla fine mi disse solo che era una questione fra me e Dio". Il sorriso enigmatico e la freddezza con cui lo salutò sono gli ultimi ricordi che Omar ha del padre.

Pochi mesi dopo venne l’11 settembre, lo shock, il desiderio di negare tutto: che fosse colpa di suo padre, fosse lui la mente dietro quella strage. "L’ho sperato a lungo", confessa oggi. Dal giorno degli attentati negli Stati Uniti, ogni contatto fra il capofamiglia e i suoi è interrotto. "Nessuno di noi lo ha mai più sentito. Ma io sono certo che è vivo: ho sentito la sua voce in diverse registrazioni che parlano di eventi che stanno succedendo ora". Omar nega di avere qualche idea sul nascondiglio del padre: "Non lo so io e non lo sanno i miei fratelli e le mie sorelle. Chi dice di sapere dove si nasconde lo fa per scopi precisi, per i suoi interessi: si dicono molte cose strane quando si parla di lui", afferma con decisione. Poi però ammette: "Anche se sapessi dove si trova non lo direi. È sempre mio padre: anche se non condivido le sue scelte continuo ad amarlo".

Oggi Omar è un uomo complesso: dopo anni di semi-reclusione auto-imposta, fra Damasco e Gedda, è diventato una sorta di personaggio pubblico, con tanto di intervista di copertina su Rolling Stone, qualche mese fa. Il cambiamento si deve al matrimonio con la chiacchierata Zaina, una donna inglese che ha quasi il doppio della sua età ed è già stata sposata diverse volte: i due si sono incontrati al Cairo e si sono sposati quasi subito. Da allora lei è la sua agente e la sua porta verso il mondo: con lei Omar deciderà se e come impegnarsi sul serio nella vita pubblica, magari in politica: "Se l’opportunità giusta arriverà – conclude – la prenderò in considerazione. Per me è triste sentire che tante azioni violente vengono compiute nel nome dei Bin Laden: ho scritto il libro anche per prendere le distanze dalla violenza, quella di mio padre come quella dell’Occidente. Quello che voglio oggi è aiutare la gente e vivere come una persona normale".

Scambio di combustibile nucleare

L’Iran ha raggiunto un accordo per lo scambio di combustibile nucleare con Brasile e Turchia.

Lo ha annunciato il ministro degli Esteri di Ankara Ahmet Davutoglu da Teheran dove sono in corso i negoziati tra le autorità iraniane e il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il premier turco Recep Tayyip Erdogan. I due leader stanno cercando di trovare un accordo complessivo che sblocchi lo scambio ed eviti all’Iran una nuova tornata di sanzioni. Secondo l’intesa originaria, siglata a Vienna il 1 ottobre scorso, Teheran avrebbe ceduto 1.200 kg di uranio arricchito al 3,5% in cambio di barre di combustibile raffinato al 20% processate prima in Russia e poi in Francia.

"Abbiamo raggiunto un accordo dopo 18 ore di trattative", ha spiegato Davutoglu ai giornalisti specificando che l’annuncio formale sarà dato domani dopo l’ultima revisione del documento da parte del presidente iraniano, Mahmoud Ahmdinejad, del brasiliano Lula e del turco Erdogan.

Le persecuzioni contro i cristiani nel mondo sono di nuovo una realtà

Lui stesso l’aveva annunciato ai suoi discepoli, la persecuzione dei credenti in Cristo è una realtà antica. Eppure i tempi dei colossei e delle catacombe sembrano essere tornati tragicamente d’attualità, tanto che oggi in alcune vaste aree del mondo le sofferenze e le miserie inflitte ai cristiani stanno facendo registrare una preoccupante escalation nei numeri e nella gravità. Ridotti al silenzio, costretti ad abiura, aggrediti, discriminati, massacrati, li si uccide nel corpo, nella parola e nella pratica del culto. A tracciare i contorni di questa geografia dolorosa è René Guitton, celebre scrittore, giornalista e intellettuale francese, in un saggio-inchiesta dal titolo quanto mai eloquente, Cristianofobia. La nuova persecuzione, recentemente apparso in traduzione italiana presso le edizioni Lindau, anche se – val la pena citarlo – il titolo originale (Ces chrétiens qu’on assassine) è ancora più crudo e scioccante. Ma la sostanza non cambia.

Basandosi su fonti accuratamente documentate, su una meticolosa ricerca condotta sul campo e sulle testimonianze dirette di leader politici e religiosi, missionari, operatori umanitari ma anche di gente comune, l’autore compie un viaggio nei luoghi dove maggiormente la fede cristiana è sottomessa e perseguitata, disegnando una mappa luttuosa dei paesi in cui, in forme diverse a seconda delle diverse latitudini, la cristianofobia offende, discrimina e uccide. Dal Maghreb all’Africa subsahariana, dal Medio Oriente al Pakistan, dall’India all’Estremo Oriente, ovunque si ripete lo stesso copione di orrori e di ingiustizie: fughe di massa, saccheggi di chiese e di abitazioni, profanazione di cimiteri e di luoghi di culto, crocifissioni, roghi, stupri, mutilazioni, decapitazioni a colpi di machete, ma anche pressioni, minacce, intimidazioni, scherni e discriminazioni legalizzate. E la mano è sempre la stessa, quella armata dal fondamentalismo – islamico, induista, buddista – e dal comunismo ateo. Costretti a scegliere tra la valigia e la bara, tra l’esodo e il massacro, i cristiani d’Oriente sono emarginati e perseguitati in quanto cristiani e, in quanto emarginati, di loro si parla sempre meno. Eppure sono circa 200 milioni e, in una lenta emorragia, stanno scomparendo ed emigrando in massa.

Quello di Guitton è un grido di ribellione e una testimonianza vissuta che denuncia le dimensioni dell’agonia cristiana nel mondo senza, però, voler restituire una fredda aritmetica dei morti. Allarmante ma non allarmista, appassionato ma non passionario, il pamphlet è soprattutto un appello alla mobilitazione di tutti invocata da un umanista che, in nome del dialogo tra le civiltà e le culture, ha avuto il coraggio di sfidare, nell’Occidente politicamente corretto e secolarizzato, l’ultimo pregiudizio forse accettabile, quello anticristiano, facendo breccia nella cappa di silenzio omertoso e di pudica autocensura che regna sull’eccidio dei cristiani nei media e nelle coscienze. René Guitton in Francia è una vera e propria autorità in ambito culturale. Per anni è stato corrispondente della televisione France 2 dal Marocco, produttore delegato al Grand Prix Eurovision, direttore generale delle edizioni Hachette e della prestigiosa casa editrice Calmann-Levy. L’abbiamo incontrato durante il suo breve soggiorno in Italia in occasione della presentazione dell’edizione italiana.

Il suo libro descrive una sorta di nuovo martirio, un dramma dimenticato di cui sono vittime i cristiani d’Oriente. Quali sono i paesi in cui l’avversione al cristianesimo è più forte?

In Turchia i cittadini sono obbligati a dichiarare la loro religione di appartenenza sulla carta d’identità per cui i cristiani sono considerati cittadini di seconda classe. Ci si dimentica poi, quando si parla del genocidio armeno, che gli armeni erano e sono cristiani. Anche in Egitto la carta d’identità riporta obbligatoriamente la religione di appartenenza ed è fonte quindi di discriminazione. Qui da una decina d’anni si assiste ad un massiccio esodo dei copti a causa delle persecuzioni di cui sono vittime e le donne cristiane, se vogliono vivere tranquille, sono costrette a portare il velo musulmano e a subire matrimoni e conversioni forzate. In Algeria, dove gli ex-colonizzatori occidentali vengono chiamati "nazareni", la politica di riconciliazione nazionale, nel tentativo di tendere la mano agli estremisti, ha portato all’adozione di disposizioni discriminatorie verso le altre religioni, come la legge contro il proselitismo del 2006. Sempre in Africa ci sono delle situazioni drammatiche, come in Nigeria e nel Sudan meridionale, dove i cristiani vengono uccisi, massacrati in massa nelle loro chiese. Le persecuzioni sono diverse invece nei luoghi in cui il cristianesimo è nato, anche se sembriamo dimenticarlo, tanto che in Occidente pochi si preoccupano, e nemmeno sanno, che ci sono dei cristiani arabi. In Terra Santa, schiacciati tra l’incudine israeliana e il martello musulmano-fondamentalista, i cristiani sono costretti ad emigrare. In Iraq i cristiani vengono perseguitati, rapiti, uccisi e cacciati soprattutto dopo l’invasione americana del 2003. Ci sono però delle isole di tolleranza. Ad esempio in Giordania, i cristiani possono praticare il loro credo e vivere il loro cristianesimo in piena libertà. Anche in Siria le cose vanno bene, ma attenzione, dove c’è un regime autoritario, lo abbiamo visto con l’Iraq di Saddam Hussein ed è ora il caso della Siria, tutte le religioni protette dai dittatori di quei paesi vivono la loro espressione liberamente. Passando all’Asia, in Pakistan si registrano delle manifestazioni anticristiane intollerabili, soprattutto dopo la promulgazione della legge contro la blasfemia. Ma anche induismo e buddismo sono mossi da un’avversione feroce verso il cristianesimo. In India – nello stato di Orissa – ci sono stati dei massacri anticristiani gravissimi, sono stati distrutti interi villaggi in cui la maggioranza degli abitanti è cristiana, e viene costantemente attaccato il dispensario di Madre Teresa e delle Sorelle della Carità che continuano a prendersi cura dei bambini senza distinzione di religione. Anche nello Sri Lanka ci sono delle persecuzioni e dei massacri. In questo caso sono dei buddisti che attaccano sia i musulmani sia i cristiani.

Come spiega gli atti anticristiani diffusi nel mondo?

Lo scenario degli estremisti è sempre lo stesso, vogliono cacciare i cristiani dall’Oriente in quanto rappresentano gli alleati dell’America cristiana, e dunque di Israele, per creare così un Oriente musulmano e un Occidente cristiano. In più, nel Maghreb il cristiano è considerato l’ex-colonizzatore. Poi c’è stato l’11 settembre ed è un dato di fatto che da quella data vi sia stata una radicalizzazione della situazione e un aumento degli atti anti-cristiani nel mondo. I fondamentalisti, di tutte le provenienze, sono stati incoraggiati da quello che hanno vissuto come una vittoria contro l’Occidente. In Medio Oriente, poi, persiste il retaggio delle crociate, rinverditosi con la guerra in Iraq, dove, secondo la mentalità integralista, è in corso una nuova crociata contro l’Islam. La percezione è la stessa negli estremisti indù e nei buddisti dello Sri Lanka, che sostengono deliberatamente l’ipotesi di questo complotto occidentale per fomentare le popolazioni contro l’Occidente cristiano.

La situazione che descrive diventa ancora più allarmante a causa del mutismo e della cecità dei cristiani in Occidente. Perché questo silenzio?

Il fatto è che per la stampa non è di moda parlare di loro, non è di tendenza prendere le difese di quella che da noi in Occidente è percepita come la maggioranza. In più, esiste una forma di razzismo strisciante per cui i cristiani occidentali ritengono che non si tratti di un loro problema. Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati e io sono il primo a schierarmi in loro difesa nel caso di atti di islamofobia o di antisemitismo, ma il riconoscimento delle loro sofferenze non deve avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani. Vi sono forse vittime di cui si deve parlare e altre su cui si deve tacere? È inaccettabile discriminare le vittime. Difendere i cristiani oggi vuol dire difendere la libertà religiosa di tutte le altre comunità religiose perseguitate. Inoltre c’è un senso di colpa cristiano, a torto o a ragione, ma forse più per ignoranza, legato all’atteggiamento della Chiesa durante la Shoah e l’altro deriva dalla colonizzazione. C’è stata di fatto un’assimilazione tra cristiani e colonizzatori ai quali, in un certo senso, viene chiesto di espiare e di risarcire il proprio passato coloniale-imperialista. Perciò molti cristiani tacciono e chiudono gli occhi, ma questo silenzio è colpevole. Bisogna agire, non possiamo più tollerare l’intollerabile. Ma c’è una forma di cristianofobia anche in Occidente ed è incarnata dal cosiddetto laicismo integralista, ottuso, aggressivo e liberticida che ha frainteso il concetto di laicità e incoraggiato una pregiudiziale e sistematica svalutazione del cristianesimo.

Lei ha dichiarato di aver utilizzato un approccio laico e oggettivo che nulla ha a che fare con il settarismo o il comunitarismo. Perché ha scritto questo libro? E a chi si rivolge?

L’intento non è certo quello di fomentare l’islamofobia, né di compiere semplicistiche generalizzazioni ma, puntando il dito contro i gruppi appartenenti alle correnti più estremiste, intendo mirare al fondamentalismo tout court, di qualsiasi matrice esso sia. Intervenendo in modo molto laico, io voglio far capire, non soltanto ai cristiani ma anche ai musulmani e agli induisti, che si tratta di un approccio umanista, non partigiano, per la difesa dei diritti umani come sono esplicitati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui tutti quei paesi sono firmatari. Dunque, da questa posizione laica non mi si può rimproverare di essere un cristiano che predica per la sua parrocchia né un bigotto, ma uno che opera e si batte per il rispetto dei diritti di tutti. In molti paesi comincia a destarsi la coscienza che le cose non possono più restare così come sono, così come si è anche coscienti che l’Islam è la prima vittima dell’islamismo. Quindi io voglio lanciare questo grido d’allarme e di denuncia, ma soprattutto volgerlo alla speranza.

Come lottare allora contro la cristianofobia?

Innanzitutto sarà la laicità rettamente intesa, aperta e intelligente, a proteggerci. Si potrebbe poi ad esempio chiedere alla Turchia, che aspira a diventare il ponte con l’Europa, di cancellare la voce religione dalla carta di identità. In più, la comunità internazionale, l’Unione Europea, l’Unesco, e gli altri organismi sovranazionali potranno contribuire a far cambiare le cose e le mentalità con pressioni economiche e interventi sull’educazione così da fermare l’esodo e salvaguardare la sopravvivenza delle comunità cristiane locali. Quando ad esempio ci sono degli scambi economici e ci viene chiesto di annullare il debito che quegli Stati hanno verso di noi, possiamo esigere dei cambiamenti. È terribile, è una sorta di mercanteggiamento, ma bisogna arrivare a questo tipo di pressione economica per farsi ascoltare. E per concludere i paesi europei, ed occidentali in genere, non devono accordare visti di ingresso in gran quantità ai cristiani iracheni perché questi fuggano dal loro paese. Così facendo, è come se l’Europa lanciasse un messaggio di "favoreggiamento" agli estremisti che vogliono sradicare la presenza cristiana da quel paese. Serve invece una pressione politica per permettere ai cristiani di restare a vivere nel loro paese in condizioni di sicurezza.

Cristianofobia, vincitore del Premio letterario dei diritti dell’uomo, è un libro che dovrebbe leggere chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Una questione che ci riguarda tutti. Il rischio è aprire la via

Iraq, attentato alla partita di calcio

Almeno 25 persone sono morte e 120 sono rimaste ferite nell’esplosione di una autobomba durante una partita di calcio nell’Iraq settentrionale. Lo riferisce la polizia. L’attacco è avvenuto a Tal Afar, una città abitata prevalentemente da sciiti turcomanni, a pochi chilometri da Mosul dove è molto attiva la guerriglia sunnita filo Al Qaeda.

Un attentatore suicida, secondo le fonti della polizia e ospedaliere, si è scagliato contro l’entrata dello stadio al tramonto, mentre gli spettatori si raccoglievano nei pressi del campo sportivo per andare a vedere una partita.

CONTESA SULLE ACQUE DEL NILO, 4 NAZIONI CONTRO EGITTO E SUDAN

Quattro nazioni, Rwanda, Ethiopia, Uganda e Tanzania hanno siglato oggi un nuovo trattato, sostenuto anche dal Kenya, ma nettamente avversato da Egitto e Sudan. Questi stati infatti vorrebbero realizzare progetti di irrigazione e di produzione energetica, senza che l’Egitto possa esercitare il diritto di veto concessogli dal trattato firmato con la Gran Bretagna nel 1929, in piena era coloniale.

Il nuovo accordo, il Nile Basin Cooperative Framework, dovrebbe rimpiazzare quello del 1959 fra Egitto e Sudan che concede ai due paesi il controllo di oltre il 90% del flusso idrico del fiume.