Gheddafi lascia l'Italia con una coda di polemiche

secondo il quale si devono aiutare i paesi di transito a sopportare il peso dei migranti. «Gheddafi ha fatto un ragionamento che hanno fatto tutti gli altri leader arabi del Nord Africa e cioè che non vogliono né possono essere i gendarmi dell’Europa», ha risposto Frattini ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle rivendicazioni della Libia in tema di immigrazione.

«La questione dei cinque miliardi non è stata finora mai esaminata – ha aggiunto il ministro -. La affronteremo in sede europea e immagino che sarà trattata al vertice euro-africano di novembre proprio in Libia». Frattini ha ribadito che proprio la richiesta di Gheddafi mette in luce la necessità per l’Europa di avere una politica migratoria comune e «che si devono destinare molti fondi ai paesi d’origine dei migranti oltre che aiutare i paesi di transito a far fronte al peso enorme che loro hanno».
Sulle critiche alla visita di Gheddafi a Roma provenienti sia da forze politiche italiane che da media stranieri, Frattini ha detto «c’è molta speculazione politica ai danni dell’Italia».

GHEDDAFI LASCIA L’ITALIA
Muammar Gheddafi ha lasciato l’Italia dopo una visita di 48 ore carica di polemiche. L’aereo del leader libico, che indossava una camicia sahariana marrone, è ripartito da Ciampino poco prima delle 13. Il soggiorno a Roma per i festeggiamenti per il secondo anniversario del Trattato di amicizia italo-libico era iniziato domenica con una lezione di Islam a 500 ragazze di un’agenzia di hostess e si è concluso intorno alla mezzanotte di ieri con la cena con oltre 800 invitati. Durante il discorso tenuto in serata, Gheddafi ha chiesto all’Europa «almeno 5 miliardi di euro all’anno per fermare l’immigrazione clandestina».

«Abbiamo letto i resoconti della stampa – ha detto il portavoce della vice presidente della Commissione Ue Viviane Reding – ma noi non commentiamo le dichiarazioni di mister Gheddafi». Il portavoce ha comunque ricordato come, «il dialogo resta lo strumento principale per migliorare la cooperazione con le autorità libiche, in particolare per quel che riguarda la situazione degli immigrati irregolari».

PER FERMARE I CLANDESTINI, 5 MILIARDI DI EURO ALL’ANNO
Le polemiche non hanno senso: «Tutti dovrebbero rallegrarsi» della nuova amicizia fra Italia e Libia, «è stata chiusa una ferita ed è iniziata una vita nuova». Anche sul criticato rapporto con Gheddafi, Silvio Berlusconi non accetta recriminazioni e tira dritto. Malgrado il «rilancio-minaccia» del Colonnello che avvisa l’Europa intera: «Un domani, davanti a milioni di immigrati che avanzano, potrebbe diventare Africa», e allora ecco che servono «almeno 5 miliardi di euro all’anno per fermare l’immigrazione clandestina». Non ha scalfito Berlusconi nemmeno il Gheddafi-show impazzato in questo fine agosto romano (e che, si mormora, ha causato qualche imbarazzo persino dentro il governo). Più delle precedenti 3 visite fatte nel 2009, questa volta il leader della «Gran Giamahiria Araba» non si è fatto mancare nulla (sotto il segno dell’eccesso, se non del puro kitsch) nel suo soggiorno nella capitale: lezioni coraniche quasi esclusivamente per ragazze di bella presenza (reclutate da un’agenzia di hostess e pagate 100-150 euro a testa) e scorta di amazzoni, cavalli berberi e incontri ufficiali, passeggiate serali a piazza Navona con munifiche mance e persino il giallo della tenda (bianca stavolta) dove il Colonnello soggiorna, montata solo 24 ore dopo l’arrivo nel giardino della residenza dell’ambasciatore libico.
Il clou è stato la cena offerta da Silvio Berlusconi, accompagnato da 6 ministri, per l’Iftar, cioè per la fine del Ramadan, ieri sera nella caserma dei Carabinieri «Salvo d’Acquisto», a Tor di Quinto, alla presenza di 800 ospiti, soprattutto big dell’economia e della finanza. E qui, dopo il silenzio delle ore precedenti, ci sono stati i discorsi ufficiali dei due leader. Con Berlusconi che, davanti a una visita che celebrava i due anni (Bengasi 2008) dalla firma del Trattato di amicizia e di cooperazione fra i due Stati, dopo le polemiche del periodo coloniale, con il Colonnello al suo fianco, ha affermato che il Trattato «porterà vantaggi per tutti» e «chi non lo capisce appartiene al passato ed è prigioniero di schemi superati». Poi la parola è passata, per oltre 40 minuti, a Gheddafi che (in tunica bianca, nel pomeriggio ne aveva una marrone), dopo aver salutato «il grande coraggio del mio grande amico Berlusconi», ha sfoggiato la sua oratoria ringraziando l’Italia per la condanna del colonialismo, l’ha indicata come degna di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu e ha manifestato l’auspicio «che il Mar Mediterraneo sia un mare di pace». Ma per divenirlo realmente bisogna appunto affrontare la questione-immigrazione.
D’altronde nella due giorni romana l’ha fatta da padrone il business di quella che è stata ribattezzata la Berlusconi-Gheddafi Spa: in appena 24 mesi il giro d’affari fra i due Paesi è bruscamente salito a qualche decina di miliardi di euro (si dice 40). I due si erano incontrati già nel pomeriggio, per 30 minuti sotto la tenda. Poi, sempre insieme si erano spostati alla vicina Accademia libica, dove hanno disertato un convegno storico ma hanno scoperto una targa e inaugurato una mostra fotografica sulla storia della Libia. Durante la quale, ha poi rivelato Gheddafi, il nostro premier «ha pianto» vedendo orrori che, ha aggiunto il Cavaliere,«tutti dovrebbero vedere» .Orrori commessi da «Mussolini, Graziani e Balbo» che «noi condanniamo», ha precisato Gheddafi. Il rapporto economico procede bene: si parla di ulteriori aperture del mercato libico alle imprese tricolori. «L’incontro è andato bene – ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini –, abbiamo parlato anche di economia e di come uscire dalla crisi». Fra i dossier esaminati c’è quello di Finmeccanica che dovrà fornire un complesso sistema satellitare per il controllo della frontiera sud della Libia. Si sarebbe poi parlato del coinvolgimento di aziende italiane per la rete ferroviaria ed elettrica (8 miliardi di lavori nei prossimi anni), oltre che per la metro di Tripoli. Di affari si è continuato a parlare intorno ai tavoli imbanditi. Per la cena con spettacolo (c’è stato anche il Carosello dei Carabinieri), sono arrivati nomi di spicco: il direttore generale di Confindustria Galli, il presidente di Finmeccanica Guarguaglini, l’ad dell’Eni Scaroni e quello di Unicredit Profumo, il presidente dell’Enel Piero Gnudi, il presidente di Impregilo (e della banca Bpm) Ponzellini e, per la Fiat, il capo delle relazioni istituzionali, Auci.
In mattinata la «Guida della Rivoluzione» aveva tenuto la sua seconda lezione (dopo quella di domenica) di Corano. Solo duecento hostess, stavolta: una decina con indosso il tradizionale velo islamico, una portava appesa al collo una foto del Colonnello. Per le altre, camicetta bianca e gonna nera. L’attenzione di Gheddafi si sarebbe concentrata sul ruolo della donna. Le ragazze hanno riferito che il Colonnello ha spiegato che in Libia i lavori pesanti sono praticati solo dagli uomini. In Occidente invece, ha detto il colonnello, «le donne guidano i treni e lavorano nelle miniere, in Libia non sarebbe possibile». E domenica sera Gheddafi si era concesso una breve passeggiata nel centro di Roma, comprando alcuni anelli da ambulanti tunisini ai quali ha dato 300 euro.

Nuovi attacchi a Carla Bruni dall'Iran: "merita di morire"

Dopo gli insulti, il quotidiano iraniano Kayhan passa alle minacce. Anche oggi l’organo di stampa ultraconservatore è tornato alla carica contro la première dame francese, Carla Bruni, colpevole di aver preso le difese di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana accusata di adulterio e per questo condannata alla lapidazione.

Il quotidiano ultraconservatore, che aveva dato della "prostituta" per la sua vita privata "immorale" alla moglie del presidente Sarkozy, ha rinnovato i suoi attacchi in un articolo in cui si respinge "l’indignazione di questa prostituta italiana. L’esame degli antecedenti di Carla Bruni mostra chiaramente il perché questa donna immorale abbia sostenuto una iraniana condannata a morte per adulterio e per aver partecipato all’omicidio del marito e infatti lei stessa merita la morte".

Intanto arriva anche la risposta francese con una dura presa di posizione contro la stampa iraniana. «Gli insulti comparsi sul quotidiano Kayhan e ripresi dai siti iraniani contro diverse personalità francesi, inclusa la signora Carla Bruni-Sarkozy, sono inaccettabili – ha sostenuto il portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero – Stiamo facendo passare questo messaggio attraverso i normali canali diplomatici».

In precedenza, per il governo iraniano si era espresso il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast, che aveva condannato gli "insulti" alla moglie del Presidente: «La Repubblica islamica d’Iran non appoggia chi insulta le autorità di altri Paesi e usa parole offensive – aveva sostenuto Mehmanparast – Non riteniamo che usare parole indecenti e offensive sia una mossa giusta, spero che i media stiano più attenti. Possono criticare le politiche ostili di altri Paesi, ma devono evitare di usare termini che insultano. Questo non è corretto».

Intanto Ashtiani, 43 anni e madre di due bambini, ha già ricevuto 99 frustate: lei è accusata di aver avuto due relazioni extra-coniugali. La donne è stata condannata alla lapidazione con l’accusa di coinvolgimento nell’uccisione del marito ma la sentenza è stata sospesa in attesa di una revisione del processo.

Gheddafi a Roma, i vescovi: “Un’incresciosa messa in scena”

Pur riconoscendo i benefici della riconciliazione tra i due paesi come incentivo alla cooperazione, i vescovi non hanno gradito alcuni passaggi dei discorsi del colonnello, in primis la propaganda islamica con il gruppo di hostess pagate per ascoltare le sue parole.

Nell’editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio si sottolinea infatti non solo la spettacolarità ma l’intento volutamente provocatorio dell’invito di Gheddafi a convertirsi all’Islam che agli occhi dei vescovi è risultato uno dei momenti più " incresciosi e urtanti".

La conclusione dell’editoriale è comunque che la visita potrà avere un effetto boomerang ovvero essere una dimostrazione "di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (piu’) estremista piano politico e piano religioso”.

Nonostante le polemiche la rinnovata amicizia tra Libia e Italia resta comunque un successo nelle parole del premer Silvio Berlusconi che giudica le critiche come sintomo di chiusura in "schemi superati". Le celebrazioni in onore del Trattato di Bengasi, firmato nel 2008 tra Berlusconi e Gheddafi, si sono concluse ieri con una cena di gala e questa mattina il leader libico è ripartito per Tripoli.

Si è chiusa una ferita, chi non lo capisce appartiene al passato

Lo ha definito «il mio amico» e il «leader della rivoluzione» e nel suo intervento alla caserma «Salvo D’Acquisto» per le celebrazioni del secondo anniversario del trattato italo-libico Silvio Berlusconi ha sottolineato che «tutti dovrebbero rallegrarsi» della nuova amicizia tra Italia e Libia sancita il 30 agosto 2008 Bengasi. In quell’occasione, ha sottolineato il premier, «è stata chiusa una ferita ed è iniziata una vita nuova»: «Chi non capisce i vantaggi di questa intesa – ha detto il presidente del Consiglio, appartiene al passato. Noi invece guardiamo al futuro». Nel suo intervento Berlusconi aveva sottolineato l’importanza strategica della nuova alleanza e ha ricordato tra l’altro gli accordi tra i due Paesi per la lotta all’immigrazione clandestina.

«FERITA CHIUSA»- Il capo del governo si è detto convinto dell’importanza del trattato anche per la chiusura di «una ferita» e per la possibilità di «recuperare il tempo perduto» dopo le tensioni del dopoguerra legate all’intervento coloniale italiano. «Il passato del popolo libico carico di sofferenza è consegnato ai libri di storia – ha sottolineato il premier -. La Libia ha vissuto il dolore che si infligge ad un popolo quando lo si vuole dominare».

«LA REPLICA DI GHEDDAFI» - Gheddafi, che ha preso la parola subito dopo, non ha rinunciato a sottolineare a sua volta le sofferenze subite dal suo popolo, ha ricordato alcuni episodi risalenti al periodo coloniale, ha parlato di Graziani quale maestro di Hitler e ha enfatizzato il fatto che «ogni famiglia libica ha un morto, una persona risultata dispersa o costretta a subire mutilazioni a causa dell’occupazione italiana», ha ricordato l’ingente quantità di mine lasciate sul territorio libico dalle forze dell’Asse. L’Italia – ha ricordato – ha eseguito alcuni interventi sul territorio libico, ha ad esempio costruito un ospedale ortopedico a Bengasi per curare le vittime delle mine, «ma è poca cosa rispetto a quanto successo veramente al popolo libico».

«BERLUSCONI CORAGGIOSO»- Ma alla fine anche lui ha ringraziato «il mio amico Berlusconi» e parlato della possibilità di «voltare pagina». «Avete riconosciuto gli errori del passato, commessi dall’Italia passata, fascista, e non attuale – ha detto il Colonnello, che ha invitato i giovani italiani a studiare gli orrori del colonialismo -. Il popolo libico è piccolo e pacifico e non aveva intenzioni ostili verso gli italiani. Ma ora vi ringrazio per la condanna del colonialismo e per il coraggio che avete dimostrato ammettendo gli errori; voi e il vostro coraggioso Berlusconi». Berlusconi che, ha ricordato, «ha pianto guardando le foto che testimoniavano le sofferenze del mio popolo». Berlusconi che a differenza di altri che lo hanno preceduto – e il leader libico ha citato Andreotti, Prodi e D’Alema, definendoli «amici» – che si sono limitati a firmare singoli accordi, ha portato fino alla fine la sottoscrizione del trattato. «Per questo è stato coraggioso».

«5 MILIARDI CONTRO L’IMMIGRAZIONE»- Nel suo intervento Gheddafi ha poi sollecitato un finanziamento di cinque miliardi di euro all’anno alla Libia, altrimenti «l’Europa potrebbe diventare Africa, potrebbe diventare nera». «La Libia chiede all’Unione Europea – ha detto Gheddafi – che l’Europa offra almeno cinque miliardi di euro all’anno per fermare l’immigrazione non gradita. Bisogna sostenere questo esercito che combatte per fermare l’immigrazione – ha aggiunto – altrimenti l’Europa potrebbe diventare Africa, potrebbe diventare nera. Libia è l’ingresso dell’immigrazione non gradita, dobbamo lottare insieme per affrontare questa sfida. L’Italia- deve convincere i suoi alleati europei per applicare la proposta libica».

Arriva Gheddafi, Roma si prepara a tutto

Dopo un doppio cambio di programma e fatte salve altre novità dell’ultima ora, il colonnello Gheddafi è arrivato a Roma per celebrare il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia fra Italia e Libia. Il suo aereo è atterrato a Ciampino attorno alle 13,30. Sempre imprevedibile, Gheddafi – che indossava la tradizionale jeard libi e che è sceso dalla scaletta del velivolo scortato da due delle donne che compongono la sua scorta personale – è stato accolto dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, e dall’ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur. Dopo i saluti da cerimoniale, per il leader libico sono previste oltre 24 ore di appuntamenti privati: fino cioè alle 17 di lunedì, quando si terrà il primo appuntamento ufficiale della visita, il convegno all’Accademia libica su «I rapporti fra Libia e Italia», seguito da una mostra fotografica sulla storia del paese nordafricano.

I BIG E LE HOSTESS – Pochi i dati certi, molte le indiscrezioni sulla prima parte della visita di Gheddafi: dagli incontri riservati con big della finanza e dell’industria italiani (è circolato ad esempio il nome del numero uno dell’Eni, Paolo Scaroni, ma non ci sono conferme) a passeggiate "spontanee" e caffè nel centro di Roma, e forse perfino a nuovi "seminari" sull’islam da impartire a ragazze e forse anche ragazzi italiani, simili a quelli dell’anno scorso che destarono un certo scalpore. Un centinaio di avvenenti ragazze in abiti eleganti sta aspettando l’arrivo di Gheddafi nel cortile dell’Accademia libica a Roma, situata nei pressi della residenza dell’ambasciatore libico sulla Cassia, dove il colonnello sarà ospitato con la sua inseparabile tenda beduina, che la volta scorsa venne invece montata nei giardini di villa Doria Pamphilj. Tre pullman hanno accompagnato sul posto le ragazze, reclutate dall’agenzia Hostessweb, che già si era occupata di convocare le 200 ragazze che hanno seguito lo scorso anno gli insegnamenti del leader libico sulla religione islamica.

SCORTA DI AMAZZONI - Anche stavolta il leader libico ha portato con sé la sua scorta di amazzoni e la già citata tenda beduina. Al seguito del raiss ci sono poi 30 cavalli arabi con altrettanti cavalieri: lunedì sera, alle 21, si esibiranno nel corso delle celebrazioni previste alla caserma Salvo D’Acquisto, alla presenza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I purosangue saranno ospitati nelle scuderie del IV Reggimento dei Carabinieri a cavallo fino al loro ritorno in patria. Lo spettacolo dovrebbe cominciare con alcuni cavalieri libici e proseguirà con il celeberrimo Carosello dei Carabinieri, che andrà in scena proprio in onore del leader libico e vedrà la partecipazione di circa 130 cavalli e cavalieri dell’Arma, due squadroni e una fanfara. Ultimo atto sarà la cena in caserma offerta dal premier italiano, e un ricevimento con 800 invitati.

LE POLEMICHE - Critiche al governo italiano per l’eccesso di accondiscendenza nei confronti del raiss sono arrivate dall’Italia dei Valori. «Il governo Berlusconi si occupa della tenda di Gheddafi ma non si preoccupa delle tende dell’Aquila» aveva detto il senatore Stefano Pedica che aveva accusato l’eseucito di «totale asservimento agli sfizi del dittatore libico, che ha preso il nostro paese come località di vacanza all inclusive». Ai dipietristi replica Margherita Boniver, del Pdl: «L’Idv attacca Berlusconi per aver firmato lo storico trattato di cooperazione e amicizia con la Libia. Si dimentica che il trattato di Bengasi è stato costruito pezzo su pezzo dopo diversi anni di trattativa tra i vari governi italiani e il leader libico, quindi non è frutto di una sola politica. La ricorrenza che viene celebrata lunedì porterà grandi vantaggi e soprattutto la fine dell’epoca coloniale. Ne beneficeranno le imprese, si continueranno ad avere benefici sulla collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina e ci auguriamo potranno avere qualche risarcimento anche le migliaia di cittadini italiani cacciati su due piedi negli anni 70. Tutto questo è evidente per un trattato molto positivo e quindi oltre alle prevedibili eccentricità di Gheddafi bisogna guardare al futuro e continuare sulla giusta strada».

I mille volti di Gheddafi: tutto in nome degli affari

La prima fu, quando, erano i primi anni Settanta, un gruppo di mercenari britannici assoldati dal Principe Nero el Senussi (membro della deposta famiglia reale libica), fu intercettato e bloccato grazie a noi mentre stava per sbarcare in Libia e sorprendere il colonnello Muhammar al Qaddafi (per noi italiani: Gheddafi). La seconda, è noto, fu quando, era il giugno 1980, lo avvisammo dell’agguato aereo che avrebbe provocato poi la tragedia del Dc9 di Ustica.

Oddio, già allora la Libia ci forniva petrolio e altri combustibili, ma era pur vero che Gheddafi, appena salito al potere, aveva cacciato, e derubato fino all’ultimo soldo, i nostri coloni in Libia ed era vero che i killer libici, molti con il passaporto diplomatico, colpivano anche a Roma i rivali politici del colonnello. Colonnello indicato come terrorista dopo gli attentati di Berlino e di Lockerbie. Ma ormai perdonato è tornato nel gotha dei Capi di Stato rispettabili.

Dimenticate le unioni infruttuose con altri Paesi arabi (Egitto, Tunisia…) per dar vita a fantomatiche federazioni. Dimenticati gli appoggi ai guerriglieri del Ciad. Dimenticato persino che il famoso risarcimento per il nostro colonialismo noi lo avevamo già pagato sotto forma di un ospedale.

Prima che il nostro governo gliene riconoscesse un altro sotto forma di un’autostrada da tre miliardi di euro che dovrà percorrere la via che va dal confine tunisino a quello egiziano, via che fu chiamata Balbia, dal nome di chi la fece costruire, Italo Balbo.

Oggi Muhammar Gheddafi è grande amico del nostro Silvio Berlusconi, è suo potente socio in affari (dopo esserlo già stato anche di Giovanni Agnelli). Come socio di Unicredit, Eni e persino ancora della Juventus. Del nostro ospite sappiamo che ama soggiornare sotto una tenda extralusso che ricorda solo nella forma le tende beduine, che è protetto da un corpo di amazzoni guardie del corpo. Che ama farsi circondare da belle ragazze italiane assunte l’anno scorso e, pare, anche quest’anno, a decine.

Nessuno di quelli che lo incontreranno, invece, gli chiederà che fine facciano i profughi di mezzo mondo africano che noi respingiamo e lui sistema in lager nel deserto. Lui, il grande leader arabo-africano, l’uomo nuovo dell’Unione Africana, che condanna alla fame, alla sete, alla galera tanti poveri africani provenienti dal suo stesso continente.

Del resto la stessa Inghilterra non si è accontentata di un risarcimento (miliardario peraltro, di Lockerbie?). Pecunia non olet, diceva l’imperatore Vespasiano.

Di lui i giornali sottolineano la stravaganza del vestire, molto meno il fatto che la Libia viva sul petrolio e gas naturale senza sostanzialmente pensare al futuro. La Grande Jamahiria Popolare (è parte del nome ufficiale della Libia), vive sul lavoro di oltre un milione e mezzo di immigrati. La sua struttura statale è, a ben guardare, una struttura fragile e parassitaria. Chissà, il giorno che il colonnello, nato nel 1942, non ci sarà più come se la caverà il suo erede designato che dovrebbe essere il figlio Sajf al Islam (spada dell’Islam)? Ma al momento il lunapark italiano accende le sue luci.

Il colonnello dittatore è pronto per ricevere la sua apoteosi, i baciamani magari di qualcuno. I suoi cavalli galopperanno con quelli dei carabinieri. Cosa si fa in nome dell’ospitalità, degli affari, del petrolio.

mutilazioni genitali,muore 13enne

Aveva solo 13 anni e, in Egitto, e’ stata l’ultima vittima delle mutilazioni genitali femminili.

Arrestata la dottoressa che l’ha eseguita.La polizia e’ stata informata della morte della bambina, sepolta in grande fretta per celare il crimine, con una chiamata anonima a una linea telefonica dedicata, creata dal governo egiziano per denunciare casi di mutilazioni femminili. Secondo una ricerca del governo, circa il 95% delle egiziane, cristiane o musulmane che fossero, ha subito questa pratica.

L'allarme del papa copto sulle confessioni via telefono

Il capo della chiesa copta egiziana, papa Shenuda III, secondo il quale qualsiasi telefono in Egitto può finire sotto controllo dei servizi di sicurezza, ha affermato al quotidiano Al-Masri Al-Youm: "Fate attenzione a non ammettere i vostri peccati al telefono perchè tutte le conversazioni telefoniche vengono registrate, altrimenti dovrete chiedere l’assoluzione alla polizia, dal carcere, invece che al vostro parroco". Si è largamente diffusa l’abitudine tra i fedeli del papa di confessarsi al telefono. Molti infatti sono i religiosi copti emigrati in Europa o in America che continuerebbero a confessare i loro peccati al parroco in Egitto via telefono. Due anni fa Shenuda III aveva lanciato un allarme simile sulle confessioni on line: "Chiunque può riuscire a leggerle, a quel punto non sono più segrete".

Arrestato sul lungomare di Marzocca l'egiziano che rapì la figlia nel 2008

Dopo quattro giorni di controlli è stato arrestato dai Carabinieri di Marzocca l’uomo che nel giugno 2008 aveva rapito e portato in Egitto la figlia Shadia avuta con un’infermiera di Misano Adriatico. Samy Abdalla Khalil Eldib questo è il nome dell’egiziano 48enne che aveva sottratto per 15 mesi la bimba – che ora ha dieci anni – alla madre, Katia Pasini, nonostante un’ordinanza del Tribunale di Bologna gli impedisse di avvicinarsi a lei più di una volta a settimana.

L’uomo è tornato in Italia il 14 agosto in tempo per festeggiare il diciottesimo compleanno di un’altra sua figlia avuta con la sua ex moglie di Chiaravalle. Per l’occasione le aveva comprato a Marzocca un cellulare e lunedì 16, per il compleanno, erano andati a pranzo a Falconara. Eldib sapeva del mandato di cattura internazionale che pendeva sulle sue spalle perciò non soggiornava più di una giornata nello stesso posto. Da queste tracce però e dai contatti che l’uomo aveva sul territorio, i militari di Marzocca, Tucci e Cipullo, sono riusciti a risalire all’uomo e a fermarlo sul lungomare Italia nel pomeriggio di martedì 17.

L’uomo è stato arrestato e varie accuse pendono a suo carico: si va dalla violenza privata alla sottrazione di minore con sequestro di persona, fino alla violazione dell’ordinanza del Tribunale di Bologna del 2004 che regolava gli incontri tra la bimba e il padre. L’uomo però è stato accusato anche di tentata estorsione continuata perchè prima e dopo il rapimento aveva tentato, con minacce di morte sia alla figlia che alla madre, di estorcere a quest’ultima dei soldi – fino a 300.000 € – per riavere indietro la figlia.

Del caso, oltre alle testate emiliane e nazionali, si era interessato anche il Ministero degli Esteri, che aveva inoltrato la richiesta ai paesi dell’accordo di Schengen per un’eventuale estradizione. I contatti con la Farnesina aveva dato un impulso importante alla vicenda perchè dopo 15 mesi di trattative la bambina aveva potuto finalmente riabbracciare la madre.

Obama – USA L'amore e' gia finito

Doveva essere l’uomo del miracolo americano per eccellenza. Il presidente della svolta capace di dar voce alle minoranze, star vicino alla linea del suo partito e, soprattutto, conquistare con la politica del fare e con la sua affabilità i consensi dell’elettorato indipendente, da sempre ago della bilancia nelle tornate elettorali.
Invece, a quel che si apprende dall’ultimo sondaggio dell’istituto Gallup, la popolarità di Barack Obama è ormai ridotta ai minimi termini.

Minoranza – I numeri recitano che solo il 44% degli americani approva l’operato del presidente democratico. Si tratta del dato peggiore da quando il presidente è in carica e, molto probabilmente, risente della querelle sulla moschea a Ground Zero, su cui il titolare della Casa Bianca ha adottato una linea morbida che non è piaciuta agli americani.

Bocciato dall’elettorato indipendente – Se la contrapposizione tra democratici e repubblicani resiste (l’80% dei democratici gli conferma la fiducia, mentre appena il 12% dei repubblicani gli dà una pagella positiva), il calo nella popolarità del presidente è una conseguenza diretta della crescente diffidenza degli elettori indipendenti. Tra questi solo il 39% approva l’operato di Obama, ossia il 4% in meno rispetto alla rilevazione del mese di giugno.
E pensare che, all’inizio del suo mandato, il 44° presidente degli Stati Uniti poteva contare su un vero e proprio tesoretto di consensi: in quell’ormai lontano 9 gennaio del 2009 (giorno del suo insediamento), i giudizi favorevoli dell’elettorato indipendente era del 74%.
Evidentemente, però, nonostante la riforma sanitaria, quella di Wall Strett e l’annunciato ritiro dalle truppe dalle zone di guerra mediorientali (invocato da più parti al termine del secondo mandato di George W. Bush), qualcosa nei piani del presidente Obama non ha proprio funzionato.