Caso ancora sotto esame

La giustizia iraniana prosegue l’esame del caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la cui condanna a morte per lapidazione è stata sospesa lo scorso luglio. A confermarlo è il ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehmanparast, in occasione del punto stampa settimanale. "La situazione della signora Mohammadi-Ashtiani è ancora sotto esame", ha detto. "Il verdetto (di lapidazione) per adulterio è stato sospeso e viene attualmente riesaminato. Un nuovo procedimento per omicidio e complicità in omicidio è all’esame della giustizia".

Ma le ultime dichiarazioni del figlio 1 non fanno ben sperare. E mentre la comunità internazionale continua a mobilitarsi 2 per le sorti della donna, madre di due figli e già condannata a 99 frustate, raccogliendo firme e protestando, il governo iraniano avverte che non permetterà che questo diventi "un caso politico e di diritti umani". "Alcuni dirigenti occidentali, inclusi i ministeri degli esteri di Francia e Italia, si sono inseriti nella vicenda ma purtroppo sulla base di informazioni false", ha concluso il portavoce Mehmanparast.

Ma la comunità internazionale non cambia la sua posizione e, alle condanne dei singoli Paesi, si aggiunge quella della Comunità Europea. Il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso, in occasione del primo discorso sullo stato dell’Ue, tenuto davanti la Parlamento a Strasburgo, si è detto "scioccato per come i diritti delle donne vengano calpestati in certi Paesi, e sono scioccato di come Sakineh Ashtiani sia stata condannata alla lapidazione. E’ un atto efferato". "Nell’Ue noi condanniamo questi atti, che non hanno giustificazione morale nè religiosa", ha aggiunto Barroso, sottolineando come per l’Ue "i diritti umani non siano negoziabili". Il presidente ha anche ribadito che "in Europa non c’è posto per il razzismo e la xenofobia. Su questioni così delicate tutti dobbiamo agire con sensibilità e non risvegliare i fantasmi del passato". "I governi devono rispettare i diritti delle minoranze", ha aggiunto, riferendosi indirettamente alla questione delle espulsioni dei rom attuate dalla Francia.

Dopo aver ricordato che la costruzione di un’area di libertà, sicurezza e giustizia è un obiettivo "fondamentale" per l’Europa, Barroso ha anche sottolineato che "tutti i cittadini devono rispettare la legge e i governi devono rispettare i diritti umani, compresi quelli delle minoranze". Gli immigrati regolari, per Barroso, troveranno un’Europa dove i valori umani sono rispettati e applicati. Ma contemporaneamente si agirà per combattere lo sfruttamento dell’immigrazione illegale. La Commissione, ha detto ancora, presenterà nuove proposte per il controllo delle frontiere esterne.

Centinaia di Shabab circondano Mogadiscio

sono stati concentrati in un campo di addestramento che si trova alla periferia di Mogadiscio. Secondo quanto riferisce la radio locale "Shabelle", ieri alcune centinaia di combattenti islamici sono stati radunati nel campo di addestramento di Maslah, nella parte nord della capitale somala.
I giovani combattenti islamici stanno svolgendo un breve addestramento in vista di una nuova offensiva dei ribelli contro le truppe del governo transitorio somalo e quelle del contingente africano Amisom. «Queste nuove forze – ha spiegato lo sceicco Ali Mahmoud Ruge, portavoce degli Shabab – faranno parte del contingente impiegato per l’offensiva finale contro gli invasori di Mogadiscio».

Via la cittadinanza a immigrati che attaccano polizia

Fu proprio Sarkozy a proporre di annullare il processo di naturalizzazione di immigrati accusati di aver messo in pericolo la vita di alcuni agenti nel luglio scorso, in risposta a tre giorni di rivolta nei sobborghi di Grenoble, nel sud della Francia, dopo che la polizia uccise un presunto rapinatore armato.

Ma le proposte del presidente, e la richiesta del ministro dell’Interno Brice Hortefeux di revocare la cittadinanza anche ai sostenitori della poligamia e dell’infibulazione, sono state duramente criticare dall’opposizione e da alcuni esperti di diritto. In un comunicato diffuso dopo un vertice tra Sarkozy e i ministri responsabili della sicurezza, dell’immigrazione e della giustizia, il suo ufficio ha detto che il presidente ha sottolineato la sua determinazione ad applicare le misure annunciate a luglio "il più presto possibile".

L’ufficio ha specificato che la misura si applicherà agli immigrati che hanno ottenuto la nazionalità francese negli ultimi 10 anni e che "mettono in pericolo la vita di una persona incaricata della sicurezza pubblica, in particolare di polizia e gendarmi".

Il ministro dell’Immigrazione di Sarkozy, Eric Besson, ha espresso dubbi sulla traduzione in legge delle proposte del collega Hortefeux, che sono state poi accantonate. Ma in ogni caso una serie di esperti di diritto dicono che il Consiglio Costituzionale potrebbe rigettare la legge, che per alcuni critici contrasta con l’articolo 1, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza riguardo per razza, credo od origine.

Iran si prepara un missile atomico

L’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha ribadito in un rapporto presentato oggi le sue preoccupazioni su un possibile progetto iraniano per costruire un missile nucleare. Nel rapporto l’organismo dell’Onu spiega che dallo scorso maggio la produzione totale di uranio a basso livello di arricchimento in Iran ha avuto una chiara impennata, crescendo di circa il 15 per cento per toccare quota 2803 tonnellate. Sono invece 22 i chili minerale arricchito al 20%, collocati – secondo Aiea – in un cilindro della capacità di 25 kg "messo sotto sorveglianza".

Dati che proverebbero come il regime di Teheran stia puntando dritto verso il suo vero obiettivo a dispetto dell’indurimento delle sanzioni da parte della comunità internazionale. L’unica notizia positiva è il calo delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, scese a 3772. L’agenzia lamenta, infine, le continue obiezioni di Teheran al personale scelto dall’Aiea per controllare le attività atomiche iraniane.

Nella sua analisi, l’Aiea esprime tutte le sue preoccupazioni per le possibilità che in Iran si stia sviluppando il progetto di una testata nucleare. Preoccupazioni che le potenze occidentali potrebbero impugnare a sostegno dei loro antichi sospetti: in Iran il nucleare non è finalizzato a un utilizzo a scopi puramente civili, bensì a un armamento ad altissimo potenziale distruttivo. Di qui la necessità di avviare seri negoziati con Teheran per frenare la sua corsa al nucleare.

ancora niente di deciso

Il ministro degli Esteri Frattini torna sulla questione della possibile lapidazione di Sakineh già venerdì prossimo, alla fine del Ramadan. «Già l’altro ieri abbiamo fatto un passo a Teheran in coordinamento con la presidenza belga dell’Ue – ha detto in un’intervista a Radio1 – : il nostro ambasciatore ha incontrato le autorità iraniane che ci hanno riferito che nessuna decisione è stata ancora presa». Sakineh Mohammadi Ashtiani, donna iraniana di 43 anni, è stata condannata alla lapidazione per adulterio nel 2006.

IL FIGLIO RINGRAZIA - Intanto il figlio della donna condannata ringrazia l’Italia. Ma, dice, serve di più. «Gli stati devono mostrarsi più esigenti e severi verso il governo iraniano, servono passi solenni, come la convocazione dell’ambasciatore, o l’inasprimento delle sanzioni. Purtroppo con Teheran funzionano soltanto i rapporti di forza». Il Vaticano e il ministro degli esteri Frattini hanno raccolto l’appello ma il rischio che la mobilitazione internazionale sia servita a poco incombe sulle notizie confuse che circolano intorno a Teheran. Secondo alcune voci l’esecuzione di Sakineh potrebbe diventare l’evento di chiusura del mese di Ramadam, l’Eid al-Fitr. Nel giorno dell’Eid, il primo giorno del mese successivo a quello del Ramadan che potrebbe cadere il 9 o il 10 settembre (bisogna attendere la serata di mercoledì 8 settembre, quando in base alla Luna, le autorità dell’Arabia Saudita annunceranno la fine del mese di digiuno) i fedeli sono soliti riunirsi in moschea nella prima mattinata per pregare insieme e sono tenuti a recitare la preghiera del Takbir (durante la quale si grida Allah Akbar, Allah è grande) prima della preghiera vera e propria. E Sakineh potrebbe essere lapidata proprio in concomitanza con la fine del mese sacro. Ipotesi che troverebbe conferma nella parole del figlio a cui un responsabile della prigione avrebbe detto a sua madre che «la sua esecuzione sarebbe prevista per domenica alle 6». Da Parigi, invece, il filosofo Bernard-Henri Levy, nell’annunciare che sotto la sua petizione per la liberazione di Sakineh ci sono già 80.000 firme, dice: «rischia di essere lapidata venerdì prossimo, di sera, alla fine del Ramadan».

NOTIZIE CONFUSE - Sajjad ritiene importante l’iniziativa del ministro degli Esteri Franco Frattini, che ieri si è offerto di incontrare il collega iraniano Mottaki a margine della prossima Assemblea generale dell’Onu a New York: «Se Mottaki accetterà sarà importante, e potrà essere un passo efficace per ottenere la liberazione di mia madre», dice. Di Sakineh non ha notizie recenti. E quello che trapela dal carcere non è incoraggiante: «L’hanno messa in isolamento – afferma – non ho notizie dirette da 20 giorni, le visite sono sempre più difficili per lei». Anche le voci che ad ogni weekend si fanno più intense di una sua imminente esecuzione sono incontrollate: «Le lasciano trapelare apposta dalla prigione – dice Sajjad – per fare pressione su mia madre, per terrorizzarla». È difficile orientarsi nella pioggia di notizie, ipotesi e depistaggi che circondano ormai Sakineh come una ragnatela.

99 FRUSTATE - Quello che è certo, sostiene il figlio, è che le 99 frustate gliele hanno date. «La pena è stata eseguita, anche se le autorità del carcere non hanno voluto dirlo ufficialmente.», dice. «Forse se ne vergognano. Tutto è stato provocato da quella foto senza chador diffusa da un suo ex avvocato. Non è mia madre, l’ho spiegato. Ma intanto, gli è valsa una nuova accusa di indecenza». E altre 99 frustate

Ma sul futuro il Colonnello ha ragione

Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione.

Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.

La popolazione africana «nera» cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani «neri» ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani – che sono quindi il 30 per cento del totale – e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni.

Questi sono i dati difficili da digerire – specie se vengono raccontati con semplici allusioni da parte di qualcuno che usa un tono che comunque a noi sembra stravagante o addirittura sprezzante, se l’oratore è offensivo con le donne e arrogante con la nostra religione – ma vanno digeriti. In confronto a noi gli africani «neri» sono mediamente poverissimi, vivono in una realtà in cui spesso è presente la guerra, sono assillati dall’Aids, in buona parte soffrono la fame, hanno un reddito per abitante (per quello che può valere questa misura) stimato attorno agli 800 – 1500 dollari contro i 30-40 mila dollari degli europei. Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso.

L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle «invasioni barbariche» che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo.

Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa.

L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto.

sit-in a Roma, L'Iran processa giornalista scomoda

Il movimento internazionale in difesa di Sakineh Mohammadi Ashtiani cresce ogni giorno, e arriva domani a Roma, con la prima manifestazione prevista davanti all’ambasciata iraniana. "Bisogna far sapere all’intera comunità internazionale che l’Italia e gli italiani sono dalla parte di Sakineh", hanno detto in ministri Franco Frattini e Mara Carfagna, che hanno anche deciso di esporre una gigantografia della donna iraniana condannata alla lapidazione sulla facciata del ministero delle Pari Opportunità. "Da oggi, e fino a quando Sakineh non sarà salva e libera – hanno spiegato Frattini e Carfagna – il suo volto ci guarderà dal palazzo del governo italiano". L’Italia, ha detto ancora il titolare della Farnesina, sta moltiplicando le iniziative diplomatiche per chiedere la grazia della condannata a morte, rinchiusa in una prigione di Tabriz, nel nord dell’Iran.

La battaglia per Sakineh sta diventando ormai un affare di Stato in Francia. Il presidente Nicolas Sarkozy ha detto di aver preso personalmente la "responsabiltà" della vicenda, il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto all’Ue di pensare a nuove sanzioni contro l’Iran. Il messaggio a Sakineh della moglie del capo dello Stato, ha provocato ieri nuove tensioni nei rapporti tra Parigi e Teheran. La first lady è stata insultata e minacciata di morte da un giornale ultraconservatore di Teheran. Nonostante il regime iraniano si sia dissociato, il portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero, ha definito "inaccettabili" gli articoli pubblicati dalla stampa iraniana contro Carla Bruni-Sarkozy. Valero è tornato oggi a parlarne, chiedendo anche la liberazione di Ebrahim Hamidi, il giovane iraniano di 18 anni condannato a morte per impiccagione nel suo paese perché omosessuale. Secondo il Quai d’Orsay questo nuovo caso sottolinea "il degrado costante dei diritti umani in Iran". Anche per Ebrahim è stato pubblicato sul quotidiano Le Monde un appello di alcuni intellettuali, tra i quali Philippe Besson, Atiq Rahimi, Jonathan Littell e Claude Lanzmann. Un altro caso, quello della giornalista Shiva Nazarahari, è stato denunciato dal filosofo e scrittore Daniel Salvatore Schiffer, già promotore dell’appello per Sakineh. "Questa giornalista iraniana di 26 anni – racconta – sarà processata il 4 settembre soltanto per aver scritto articoli sgraditi al regime, e anche lei rischia la vita".

Domani alle 16.30 sarà organizzato un presidio davanti all’ambasciata iraniana a Roma. "Chiediamo a tutte le forze politiche e democratiche, alle associazioni ed ai movimenti di partecipare senza vessilli di partito" ha detto Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi. "Quella per Sakineh non è una battaglia di parte ma una mobilitazione a favore della vita e per il rispetto dei diritti umani". Il Pd e l’Idv hanno già annunciato la partecipazione al presidio di domani. Intanto, una gigantografia di Sakineh è stata esposta nel centro di Firenze, sul mercato di San Lorenzo, su iniziativa del presidente della Provincia, Andrea Barducci.

Pakistan: tre attentati 30 morti e 200 feriti

Una serie di attentati sferrati in Pakistan nella giornata di mercoledì rischia di far precipitare il Paese in un grave conflitto settario. Almeno 29 persone sono morte e più di 200 sono rimaste ferite – e di queste una trentina sono in condizioni particolarmente gravi – in diversi attacchi suicidi contro una processione religiosa sciita a Lahore, nel Pakistan orientale, alla quale partecipavano migliaia di fedeli. Due kamikaze si sono fatti esplodere nella moschea di Karbala Gambay Shah e il terzo alla porta di Bhatti.

FOLLA CONTRO LA POLIZIA - La processione sciita, che si svolge tutti gli anni il 21esimo giorno di Ramadan, ricorda Hazrat Ali, genero di Maometto ucciso in una moschea nell’anno 661. Una folla di persone, inferocite per gli attacchi terroristici, ha poi protestato violentemente, iniziato a lanciare pietre e ha attaccato la polizia. Una stazione di polizia è stata data alle fiamme. Gli agenti sono intervenuti con gas lacrimogeni e spari in aria per disperdere i manifestanti.

GLI ALTRI ATTENTATI - Contro una processione simile a quella di Lahore, ma che si stava svolgendo a Karachi, nel Pakistan meridionale, uomini armati hanno aperto fuoco, ferendo almeno otto persone e uccidendo un poliziotto. E nella città di Multan, nel Punjab, un altro corteo funebre è stato attaccato a colpi di pietre. Il gruppo terroristico Lashkar-e-Jhangvi, legato ad al-Qaeda e noto per le sue posizioni anti-sciite, ha rivendicato la responsabilità degli attacchi, sferrati in serata quando i musulmani rompono il digiuno del Ramadan. Il premier pakistano Yusuf Raza Gillani ha condannato gli attacchi, assicurando che i responsabili non si sottrarranno alla giustizia. La polizia ha riferito di aver recuperato i resti di un attentatore suicida.

Abu Mazen è il mio partner per la pace

«Abu Mazen è il mio partner per la pace. Spetta a noi di vivere uno accanto all’altro e con l’altro». Lo ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu al presidente della Autorità nazionale palestinese, alla vigilia dell’inizio (2 settembre) dei colloqui di pace israelo-palestinesi. «Voglio mettere fine al conflitto in Medio Oriente una volta per tutte», ha aggiunto Netanyahu. «Il nostro obiettivo è forgiare una pace sicura e duratura tra Israele e palestinesi, non cerchiamo un interludio tra due guerre. cerchiamo una pace che metta fine al conflitto tra noi una volta per tutte. Questa è la pace che il mio popolo vuole, questa è la pace che tutti ci meritiamo».

BARAK – Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, in precedenza aveva affermato che nel contesto di un accordo definitivo sarà necessario spartire la città di Gerusalemme secondo linee di carattere demografico. «Gerusalemme Ovest, nonché i dodici rioni ebraici edificati a est dove abitano 200 mila ebrei, saranno nostri» ha detto Barak al quotidiano Haaretz. «I rioni arabi di Gerusalemme Est, dove vivono quasi 250 mila palestinesi, saranno loro. Per la Città Vecchia, il Monte degli Ulivi (dove si stende un vasto cimitero ebraico, ndr) e la Città di Davide (il rione palestinese di Silwan, ndr) sarà necessario definire uno statuto speciale e accorgimenti concordati». Nella visione di Barak il futuro Stato palestinese dovrà essere smilitarizzato e Israele dovrebbe continuare a presidiare la valle del Giordano, per salvaguardarsi da minacce militari. Israele, da parte sua, dovrebbe smantellare gli insediamenti in Cisgiordania a est della Barriera di sicurezza. Le parole di Barak sono però state subito smentite da ambienti vicini al premier Netanyahu. Un membro della delegazione del primo ministro ha fatto sapere da Washington che Gerusalemme resterà «la capitale indivisibile di Israele».

«LA PACE NON SI FERMA» - Il presidente americano Barack Obama ha detto, dopo un incontro preparatorio con Netanyahu, che gli estremisti non riusciranno a sabotare il processo di pace in Medio Oriente dopo l’attentato ai coloni di martedì. Gli Stati Uniti, ha spiegato, non lasceranno che il «massacro assurdo» metta a repentaglio gli sforzi per giungere «a una pace giusta e durevole» nella regione. Obama ha ribadito inoltre l’impegno degli Stati Uniti a «garantire la sicurezza d’Israele». Il presidente americano ha sottolineato che anche Abu Mazen ha condannato l’uccisione dei coloni israeliani.

LE SPERANZE DI MUBARAK - «In molti sostengono che questo nuovo round sia destinato a fallire come i precedenti – ha scritto invece il presidente egiziano Hosni Mubarak, che prenderà parte al summit, in un’editoriale pubblicato sul New York Times – ma il più grande ostacolo al successo è psicologico. Anni di violenza e l’espansione degli insediamenti israeliani hanno portato a una crisi di fiducia da entrambe le parti. Perché i colloqui abbiano successo, dobbiamo ristabilire la fiducia e il senso di sicurezza». A questo scopo, secondo Mubarak, bisogna risolvere la questione di Gaza e l’Egitto è pronto a mediare per «uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas», «la fine del blocco israeliano» imposto al territorio e «la riconciliazione tra Hamas e Fatah».

LE CRITICHE DI AHMADINEJAD - Di tutt’altro segno la posizione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che osserva a distanza l’andamento dei colloqui. «Decine di negoziati sono stati organizzati in questi ultimi trent’anni e decine di piani di pace sono stati proposti, ma tutti hanno fallito – ha ricordato in un’intervista con la televisione iraniana in lingua araba Al Alam -. Se non sono esaminati i principali problemi della Palestina, il fatto che due persone si riuniscano allo stesso tavolo e parlino non cambierà niente. I negoziati, e anche la ratifica di trattati di riconciliazione, non possono rendere legittimo il regime sionista né risolvere la questione palestinese.

La strage dei copti la notte di Natale

I copti egiziani hanno digiunato per quaranta giorni sino a oggi. Ieri, 6 gennaio 2010, si sono recati in chiesa per la preghiera che conclude il periodo di digiuno e avvia i festeggiamenti del Natale copto. Quegli egiziani, nostri compatrioti, si sono recati a pregare nella chiesa di Naga Hammadi, un villaggio a circa 700 chilometri a sud del Cairo. Dopo la preghiera si apprestavano a lasciare la chiesa per rientrare nelle loro case per consumare per la prima volta dopo sei settimane un pasto contenente della carne. Ma invece di trovare dei fratelli musulmani ad augurare loro buon Natale, hanno trovato altri egiziani come loro ad aprire il fuoco contro di loro ed uccidere otto loro connazionali! Invece di fare gli auguri, hanno ucciso! Invece di raggiungere le loro case per consumare il primo pasto dopo il digiuno sono stati spediti all’altro mondo cosparsi di sangue … solo perché "cristiani". La verità è che né l’uccisore né gli uccisori sono i soli ad avere premuto il grilletto delle armi che hanno ucciso otto nostri fratelli copti. Di fatto hanno partecipato a questo delitto ripugnante e atroce tutti quei religiosi islamici che hanno predicato, diffuso o scritto sui copti che i copti sono dei dhimmi, appartenenti a una categoria inferiore rispetto ai musulmani della loro stessa patria. Ma perché mai uso il termine "patria" (watan) quando quelle persone non conoscono il significato del termine patria?! Costoro parlano solo di un’entità gelatinosa e immaginaria che si chiama umma! Tra costoro c’è il membro del Consiglio superiore per gli affari islamici che settimane fa ha pubblicato un libro pieno di veleno e discriminazione da potere generare migliaia di persone disposte a uccidere i copti. Ciononostante il nostro stato continua a dargli ampio spazio sui principali giornali egiziani di modo che il suo veleno possa raggiungere il maggior numero possibile di egiziani. Ha partecipato alla strage della notte di Natale a Naga Hammadi ogni persona che in seno al nostro debole stato ha consentito ai religiosi di influenzare l’opinione pubblica in ogni discorso che pronunciano in luoghi che non hanno alcun rapporto con la religione. Se solo quelle voci venissero messe a tacere e fossero costrette a lasciare le questioni che non riguardano la religione agli esperti, ai medici, agli ingegneri, agli studiosi, ai professori di diritto, di psicologia e sociologia … i nostri fratelli che sono stati uccisi la notte scorsa sarebbero ancora vivi perché la mente di chi li ha uccisi non sarebbe stata ricolma di veleno né le loro anime sarebbero state deviate da discorsi degni degli uomini del Medioevo, discorsi che non hanno alcuna attinenza con il sapere, con la rinascita intellettuale che abbiamo vissuto agli inizi del Novecento. Ha partecipato a quell’atroce delitto anche chi ha permesso che nella nostra società si perpetuasse per decenni la farsa dei tribunali che condannano di apostasia facendoci ritornare al medioevo. Ha partecipato al delitto di ieri anche chi non si è mostrato determinato a porre fine a questioni di poca importanza come la legge sugli interessi bancari, la donazione degli organi e il richiamo unico alla preghiera … poiché gli esperti di scienze dell’amministrazione conoscono bene gli effetti disastrosi della diffusione di certi sentimenti in qualsiasi ordinamento, associazione, società che è governata da persone tutt’altro che serie, tutt’altro che determinate. Ha partecipato all’atroce delitto della notte di Natale quella guida della massima istituzione religiosa egiziana quando ha dibattuto della virtù del bere l’orina del Profeta, quando un suo collega ha parlato della liceità di sposare una bambina di nove anni, quando un altro suo collega ha parlato dell’allattamento di un adulto da parte di una donna affinché possano condividere lo stesso ufficio. Ha partecipato alla strage chi ha deciso di pubblicare relazioni redatte da quei ciarlatani e che meritavano di essere messe a tacere. Se ci fosse stata una sola persona che avesse detto che alle istituzioni religiose non spetta decidere degli interessi bancari, della donazione degli organi e che ai religiosi spetta di deliberare solo sulle questioni religiose allora non saremmo arrivati a questo punto! Ha partecipato alla strage chi è rimasto indifferente al rapporto del dottor Gamal al-‘Utayfi, pubblicato 35 anni fa, sull’attacco ai copti di Damietta.

Ha partecipato al delitto ogni scrittore, ogni giornalista che ha minimizzato l’atrocità, la viltà di decine di eventi simili a quello di Naga Hammadi, descrivendoli semplicemente come "casi isolati". Ha partecipato a questo delitto chi ha costretto i copti in decine di occasioni come quella della notte di Natale a una pace formale e a mentire spudoratamente davanti alle telecamere. I fatti di Naga Hammadi sono il risultato naturale di una pessima gestione che fa che sì che questa strage non sarà l’ultima del genere poiché tutto ciò potrà essere fermato solo con misure ferme nei confronti dei nemici dei nostri fratelli e compatrioti egiziani. Sì, perché loro non sono certo nostri prigionieri a partire dalla conquista islamica dell’Egitto! Bisogna agire, bisogna sanare la situazione e l’amministrazione deve mostrarsi determinata e mettersi al servizio di quel che tutti noi chiamiamo Egitto.