Le persecuzioni contro i cristiani nel mondo sono di nuovo una realtà

Lui stesso l’aveva annunciato ai suoi discepoli, la persecuzione dei credenti in Cristo è una realtà antica. Eppure i tempi dei colossei e delle catacombe sembrano essere tornati tragicamente d’attualità, tanto che oggi in alcune vaste aree del mondo le sofferenze e le miserie inflitte ai cristiani stanno facendo registrare una preoccupante escalation nei numeri e nella gravità. Ridotti al silenzio, costretti ad abiura, aggrediti, discriminati, massacrati, li si uccide nel corpo, nella parola e nella pratica del culto. A tracciare i contorni di questa geografia dolorosa è René Guitton, celebre scrittore, giornalista e intellettuale francese, in un saggio-inchiesta dal titolo quanto mai eloquente, Cristianofobia. La nuova persecuzione, recentemente apparso in traduzione italiana presso le edizioni Lindau, anche se – val la pena citarlo – il titolo originale (Ces chrétiens qu’on assassine) è ancora più crudo e scioccante. Ma la sostanza non cambia.

Basandosi su fonti accuratamente documentate, su una meticolosa ricerca condotta sul campo e sulle testimonianze dirette di leader politici e religiosi, missionari, operatori umanitari ma anche di gente comune, l’autore compie un viaggio nei luoghi dove maggiormente la fede cristiana è sottomessa e perseguitata, disegnando una mappa luttuosa dei paesi in cui, in forme diverse a seconda delle diverse latitudini, la cristianofobia offende, discrimina e uccide. Dal Maghreb all’Africa subsahariana, dal Medio Oriente al Pakistan, dall’India all’Estremo Oriente, ovunque si ripete lo stesso copione di orrori e di ingiustizie: fughe di massa, saccheggi di chiese e di abitazioni, profanazione di cimiteri e di luoghi di culto, crocifissioni, roghi, stupri, mutilazioni, decapitazioni a colpi di machete, ma anche pressioni, minacce, intimidazioni, scherni e discriminazioni legalizzate. E la mano è sempre la stessa, quella armata dal fondamentalismo – islamico, induista, buddista – e dal comunismo ateo. Costretti a scegliere tra la valigia e la bara, tra l’esodo e il massacro, i cristiani d’Oriente sono emarginati e perseguitati in quanto cristiani e, in quanto emarginati, di loro si parla sempre meno. Eppure sono circa 200 milioni e, in una lenta emorragia, stanno scomparendo ed emigrando in massa.

Quello di Guitton è un grido di ribellione e una testimonianza vissuta che denuncia le dimensioni dell’agonia cristiana nel mondo senza, però, voler restituire una fredda aritmetica dei morti. Allarmante ma non allarmista, appassionato ma non passionario, il pamphlet è soprattutto un appello alla mobilitazione di tutti invocata da un umanista che, in nome del dialogo tra le civiltà e le culture, ha avuto il coraggio di sfidare, nell’Occidente politicamente corretto e secolarizzato, l’ultimo pregiudizio forse accettabile, quello anticristiano, facendo breccia nella cappa di silenzio omertoso e di pudica autocensura che regna sull’eccidio dei cristiani nei media e nelle coscienze. René Guitton in Francia è una vera e propria autorità in ambito culturale. Per anni è stato corrispondente della televisione France 2 dal Marocco, produttore delegato al Grand Prix Eurovision, direttore generale delle edizioni Hachette e della prestigiosa casa editrice Calmann-Levy. L’abbiamo incontrato durante il suo breve soggiorno in Italia in occasione della presentazione dell’edizione italiana.

Il suo libro descrive una sorta di nuovo martirio, un dramma dimenticato di cui sono vittime i cristiani d’Oriente. Quali sono i paesi in cui l’avversione al cristianesimo è più forte?

In Turchia i cittadini sono obbligati a dichiarare la loro religione di appartenenza sulla carta d’identità per cui i cristiani sono considerati cittadini di seconda classe. Ci si dimentica poi, quando si parla del genocidio armeno, che gli armeni erano e sono cristiani. Anche in Egitto la carta d’identità riporta obbligatoriamente la religione di appartenenza ed è fonte quindi di discriminazione. Qui da una decina d’anni si assiste ad un massiccio esodo dei copti a causa delle persecuzioni di cui sono vittime e le donne cristiane, se vogliono vivere tranquille, sono costrette a portare il velo musulmano e a subire matrimoni e conversioni forzate. In Algeria, dove gli ex-colonizzatori occidentali vengono chiamati "nazareni", la politica di riconciliazione nazionale, nel tentativo di tendere la mano agli estremisti, ha portato all’adozione di disposizioni discriminatorie verso le altre religioni, come la legge contro il proselitismo del 2006. Sempre in Africa ci sono delle situazioni drammatiche, come in Nigeria e nel Sudan meridionale, dove i cristiani vengono uccisi, massacrati in massa nelle loro chiese. Le persecuzioni sono diverse invece nei luoghi in cui il cristianesimo è nato, anche se sembriamo dimenticarlo, tanto che in Occidente pochi si preoccupano, e nemmeno sanno, che ci sono dei cristiani arabi. In Terra Santa, schiacciati tra l’incudine israeliana e il martello musulmano-fondamentalista, i cristiani sono costretti ad emigrare. In Iraq i cristiani vengono perseguitati, rapiti, uccisi e cacciati soprattutto dopo l’invasione americana del 2003. Ci sono però delle isole di tolleranza. Ad esempio in Giordania, i cristiani possono praticare il loro credo e vivere il loro cristianesimo in piena libertà. Anche in Siria le cose vanno bene, ma attenzione, dove c’è un regime autoritario, lo abbiamo visto con l’Iraq di Saddam Hussein ed è ora il caso della Siria, tutte le religioni protette dai dittatori di quei paesi vivono la loro espressione liberamente. Passando all’Asia, in Pakistan si registrano delle manifestazioni anticristiane intollerabili, soprattutto dopo la promulgazione della legge contro la blasfemia. Ma anche induismo e buddismo sono mossi da un’avversione feroce verso il cristianesimo. In India – nello stato di Orissa – ci sono stati dei massacri anticristiani gravissimi, sono stati distrutti interi villaggi in cui la maggioranza degli abitanti è cristiana, e viene costantemente attaccato il dispensario di Madre Teresa e delle Sorelle della Carità che continuano a prendersi cura dei bambini senza distinzione di religione. Anche nello Sri Lanka ci sono delle persecuzioni e dei massacri. In questo caso sono dei buddisti che attaccano sia i musulmani sia i cristiani.

Come spiega gli atti anticristiani diffusi nel mondo?

Lo scenario degli estremisti è sempre lo stesso, vogliono cacciare i cristiani dall’Oriente in quanto rappresentano gli alleati dell’America cristiana, e dunque di Israele, per creare così un Oriente musulmano e un Occidente cristiano. In più, nel Maghreb il cristiano è considerato l’ex-colonizzatore. Poi c’è stato l’11 settembre ed è un dato di fatto che da quella data vi sia stata una radicalizzazione della situazione e un aumento degli atti anti-cristiani nel mondo. I fondamentalisti, di tutte le provenienze, sono stati incoraggiati da quello che hanno vissuto come una vittoria contro l’Occidente. In Medio Oriente, poi, persiste il retaggio delle crociate, rinverditosi con la guerra in Iraq, dove, secondo la mentalità integralista, è in corso una nuova crociata contro l’Islam. La percezione è la stessa negli estremisti indù e nei buddisti dello Sri Lanka, che sostengono deliberatamente l’ipotesi di questo complotto occidentale per fomentare le popolazioni contro l’Occidente cristiano.

La situazione che descrive diventa ancora più allarmante a causa del mutismo e della cecità dei cristiani in Occidente. Perché questo silenzio?

Il fatto è che per la stampa non è di moda parlare di loro, non è di tendenza prendere le difese di quella che da noi in Occidente è percepita come la maggioranza. In più, esiste una forma di razzismo strisciante per cui i cristiani occidentali ritengono che non si tratti di un loro problema. Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati e io sono il primo a schierarmi in loro difesa nel caso di atti di islamofobia o di antisemitismo, ma il riconoscimento delle loro sofferenze non deve avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani. Vi sono forse vittime di cui si deve parlare e altre su cui si deve tacere? È inaccettabile discriminare le vittime. Difendere i cristiani oggi vuol dire difendere la libertà religiosa di tutte le altre comunità religiose perseguitate. Inoltre c’è un senso di colpa cristiano, a torto o a ragione, ma forse più per ignoranza, legato all’atteggiamento della Chiesa durante la Shoah e l’altro deriva dalla colonizzazione. C’è stata di fatto un’assimilazione tra cristiani e colonizzatori ai quali, in un certo senso, viene chiesto di espiare e di risarcire il proprio passato coloniale-imperialista. Perciò molti cristiani tacciono e chiudono gli occhi, ma questo silenzio è colpevole. Bisogna agire, non possiamo più tollerare l’intollerabile. Ma c’è una forma di cristianofobia anche in Occidente ed è incarnata dal cosiddetto laicismo integralista, ottuso, aggressivo e liberticida che ha frainteso il concetto di laicità e incoraggiato una pregiudiziale e sistematica svalutazione del cristianesimo.

Lei ha dichiarato di aver utilizzato un approccio laico e oggettivo che nulla ha a che fare con il settarismo o il comunitarismo. Perché ha scritto questo libro? E a chi si rivolge?

L’intento non è certo quello di fomentare l’islamofobia, né di compiere semplicistiche generalizzazioni ma, puntando il dito contro i gruppi appartenenti alle correnti più estremiste, intendo mirare al fondamentalismo tout court, di qualsiasi matrice esso sia. Intervenendo in modo molto laico, io voglio far capire, non soltanto ai cristiani ma anche ai musulmani e agli induisti, che si tratta di un approccio umanista, non partigiano, per la difesa dei diritti umani come sono esplicitati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui tutti quei paesi sono firmatari. Dunque, da questa posizione laica non mi si può rimproverare di essere un cristiano che predica per la sua parrocchia né un bigotto, ma uno che opera e si batte per il rispetto dei diritti di tutti. In molti paesi comincia a destarsi la coscienza che le cose non possono più restare così come sono, così come si è anche coscienti che l’Islam è la prima vittima dell’islamismo. Quindi io voglio lanciare questo grido d’allarme e di denuncia, ma soprattutto volgerlo alla speranza.

Come lottare allora contro la cristianofobia?

Innanzitutto sarà la laicità rettamente intesa, aperta e intelligente, a proteggerci. Si potrebbe poi ad esempio chiedere alla Turchia, che aspira a diventare il ponte con l’Europa, di cancellare la voce religione dalla carta di identità. In più, la comunità internazionale, l’Unione Europea, l’Unesco, e gli altri organismi sovranazionali potranno contribuire a far cambiare le cose e le mentalità con pressioni economiche e interventi sull’educazione così da fermare l’esodo e salvaguardare la sopravvivenza delle comunità cristiane locali. Quando ad esempio ci sono degli scambi economici e ci viene chiesto di annullare il debito che quegli Stati hanno verso di noi, possiamo esigere dei cambiamenti. È terribile, è una sorta di mercanteggiamento, ma bisogna arrivare a questo tipo di pressione economica per farsi ascoltare. E per concludere i paesi europei, ed occidentali in genere, non devono accordare visti di ingresso in gran quantità ai cristiani iracheni perché questi fuggano dal loro paese. Così facendo, è come se l’Europa lanciasse un messaggio di "favoreggiamento" agli estremisti che vogliono sradicare la presenza cristiana da quel paese. Serve invece una pressione politica per permettere ai cristiani di restare a vivere nel loro paese in condizioni di sicurezza.

Cristianofobia, vincitore del Premio letterario dei diritti dell’uomo, è un libro che dovrebbe leggere chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Una questione che ci riguarda tutti. Il rischio è aprire la via

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