Non so dove sia, ma mio padre è vivo

Non vede suo padre dall’inizio del 2001 quando, non senza rancore, si salutarono in Afghanistan. Eppure è certo che sia vivo: lo sa dai nastri con la sua voce, che ha potuto ascoltare a più riprese. Omar Bin Laden, 28 anni, quarto figlio maschio di Osama e, per sua stessa ammissione, suo erede designato, è il più ribelle dei membri della famiglia del leader di Al Qaeda. In contemporanea con l’uscita europea di "Growing Up Bin Laden", il libro in cui racconta la vita con il padre in Arabia Saudita, Sudan e Afghanistan, la loro rottura e i suoi sogni di pace, Omar racconta a Repubblica chi è suo padre, perché è certo che sia vivo (nonostante non ne abbia notizie dal 2001) e come abbia tradito i suoi desideri, voltandogli le spalle e fuggendo dall’Afghanistan pochi mesi prima dell’11 settembre.

Il colloquio è stato condotto via telefono e e-mail: per Bin Laden jr. viaggiare in Europa è complesso, e lo stato del Golfo dove da qualche mese vive non gradisce troppa pubblicità legata al suo nome. "Voglio cominciare dicendo che sono fiero del mio cognome – spiega Omar – Se ho scelto di parlare e di scrivere un libro è perché su di noi sono state dette molte cose false: e io volevo ristabilire la verità. La mia famiglia ha fatto molte cose buone al mondo: mio nonno era un grande uomo".

Non altrettanto dice del padre: nel suo libro, Bin Laden jr. racconta di un uomo spesso assente e costantemente impegnato in questioni importantissime, della vita austera condotta dalla famiglia in Arabia Saudita e Sudan prima e in Afghanistan poi, dei divieti imposti in nome della segretezza e della sicurezza. E di se stesso, ragazzino che, per conquistare l’affetto del padre, si ritagliò il ruolo di leader dei suoi 18 fra fratelli e sorelle. Divenendo così l’erede designato di quei grandi progetti a cui Osama lavorava da sempre.

Fino al giorno, pochi mesi prima dell’11 settembre, in cui disse no, cambiando il suo destino: "Mio padre convocò tutti noi fratelli e ci disse che c’era un foglio in moschea. Tutti quelli di noi che volevano combattere per l’Islam e morire in suo nome dovevano scrivere il loro nome. Nessuno di noi espresse il suo interesse, a parte uno dei mie fratelli più giovani, che non sapeva neanche di cosa parlassimo. Fu uno shock". Pochi mesi dopo, lo strappo si consumò definitivamente: "Volevo una vita normale, avere amici, andare a scuola: sin da adolescente avevo capito che la vita con mio padre non sarebbe mai stata quello che volevo. Tutto era sempre terribilmente serio con lui, tutto era una questione di vita o di morte. Gli chiesi di andare via, di raggiungere mia madre: all’inizio non voleva, alla fine mi disse solo che era una questione fra me e Dio". Il sorriso enigmatico e la freddezza con cui lo salutò sono gli ultimi ricordi che Omar ha del padre.

Pochi mesi dopo venne l’11 settembre, lo shock, il desiderio di negare tutto: che fosse colpa di suo padre, fosse lui la mente dietro quella strage. "L’ho sperato a lungo", confessa oggi. Dal giorno degli attentati negli Stati Uniti, ogni contatto fra il capofamiglia e i suoi è interrotto. "Nessuno di noi lo ha mai più sentito. Ma io sono certo che è vivo: ho sentito la sua voce in diverse registrazioni che parlano di eventi che stanno succedendo ora". Omar nega di avere qualche idea sul nascondiglio del padre: "Non lo so io e non lo sanno i miei fratelli e le mie sorelle. Chi dice di sapere dove si nasconde lo fa per scopi precisi, per i suoi interessi: si dicono molte cose strane quando si parla di lui", afferma con decisione. Poi però ammette: "Anche se sapessi dove si trova non lo direi. È sempre mio padre: anche se non condivido le sue scelte continuo ad amarlo".

Oggi Omar è un uomo complesso: dopo anni di semi-reclusione auto-imposta, fra Damasco e Gedda, è diventato una sorta di personaggio pubblico, con tanto di intervista di copertina su Rolling Stone, qualche mese fa. Il cambiamento si deve al matrimonio con la chiacchierata Zaina, una donna inglese che ha quasi il doppio della sua età ed è già stata sposata diverse volte: i due si sono incontrati al Cairo e si sono sposati quasi subito. Da allora lei è la sua agente e la sua porta verso il mondo: con lei Omar deciderà se e come impegnarsi sul serio nella vita pubblica, magari in politica: "Se l’opportunità giusta arriverà – conclude – la prenderò in considerazione. Per me è triste sentire che tante azioni violente vengono compiute nel nome dei Bin Laden: ho scritto il libro anche per prendere le distanze dalla violenza, quella di mio padre come quella dell’Occidente. Quello che voglio oggi è aiutare la gente e vivere come una persona normale".

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