Revocato l'asilo politico all'ex imam di viale Jenner

MILANO – La commissione centrale del Viminale ha revocato la concessione del diritto di asilo all’ex imam di viale Jenner a Milano Abu Imad. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, presentando il G6 dei ministri dell’Interno iniziato venerdì mattina a Varese. «C’è stata una condanna definitiva per Abu Imad – ha spiegato il ministro -, e quindi la commissione regionale ha rinviato la questione a quella nazionale, che questa mattina ha revocato il diritto d’asilo. Quando questa persona finirà di scontare la sua pena sarà espulsa dal nostro territorio nazionale», ha concluso Maroni.

LA STORIAL’intricata vicenda ha origine nel 1995, quando l’imam ha presentato istanza d’asilo: essa era stata respinta dalla Commissione sullo status del rifugiato dal Ministero dell’Interno. Ma l’egiziano aveva fatto ricorso al Tar della Lombardia che nel 2001 ha annullato la decisione del ministero. Il Viminale, a sua volta, ha fatto appello al Consiglio di Stato, il quale, nel 2005, ha confermato però la decisione del Tar. Nel marzo 2010, quindi, la Commissione asilo ha dovuto dare esecuzione ad una sentenza definitiva della giustizia amministrativa e – puntualizza il Viminale – solo perché tenuto ad applicare una sentenza ha riconosciuto ad Abu Imad lo status di rifugiato. Ma lo scorso 29 aprile è arrivata la condanna definitiva della Cassazione per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale. Alla luce di questa novità la Commissione nazionale ha riesaminato la vicenda e revocato lo status di rifugiato all’ex imam.

LA CELLULA SALAFITA - Per anni l’egiziano è stato considerato dagli inquirenti milanesi il promotore e il leader di una cellula salafita legata al Gspc, attiva in Lombardia e in particolare a Milano già prima dell’11 settembre 2001, cellula che, stando alle indagini, aveva un programma «inquadrato in un progetto di jihad e che avrebbe pianificato azioni suicide in Italia e all’estero e dato supporto logistico a militanti da avviare nei campi d’addestramento in Afghanistan e in Iraq». Si trattava di un’associazione, per dirla con le parole dei giudici che valutarono la causa in primo e secondo grado, «operante in diretto collegamento con una rete di analoghi ed affini gruppi attivi in altri Stati europei ed extraeuropei» con un «complessivo programma inquadrato in un progetto di Jihad». Per i giudici milanesi era, in altre parole, «una vera e propria struttura militare con legami internazionali» radicata tra Milano, Gallarate, Brescia e Cremona.

I PENTITI - Le indagini che hanno portato alla condanna definitiva l’ex imam erano state avviate dai pm Elio Ramondini e Massimo Meroni, che si erano avvalsi in particolare della testimonianza di due «pentiti», Riadh Jelassi e Chokri Zouaoui. Quest’ultimo aveva raccontato di una cellula dormiente che progettava un attentato al Duomo di Cremona e al Duomo e alla metropolitana di Milano. Jelassi invece, che aveva parlato fin dal 2003 di progetti terroristici risalenti agli anni precedenti in varie parti d’Italia, aveva lanciato pesanti accuse nei confronti di Abu Imad: l’imam, aveva messo a verbale il pentito, faceva «il lavaggio del cervello ai fratelli che cercavano consolazione» e aveva sottolineato il suo ruolo di indottrinatore di «un pensiero estremista». Abu Imad, coinvolto anche nel primo processo milanese a un gruppo di islamici, quello chiamato Sfinge, allora finì solamente indagato e non in carcere poiché la magistratura ritenne avesse dato segnali di un suo allontanamento da«posizioni di radicalismo estremo» e, come scrisse il gip Guido Salvini, di «condivisione di scelte più moderate all’interno del rispetto delle regole di legalità del Paese che lo ospita».

LA COLLABORAZIONE - Proprio il suo atteggiamento, così diverso da quel comportamento da «fanatico» descritto dai pentiti , unito probabilmente a una collaborazione rispetto alle indagini in corso a Milano, avevano determinato i magistrati, già in primo grado, a non chiedere, per lui, quell’espulsione dall’Italia a pena espiata che in molti altri casi, nonostante le polemiche e le accuse dei difensori, è suonata come una condanna aggiuntiva, la più temuta dagli imputati islamici. Richiesta accolta tanto in primo grado quanto in appello, quando i giudici scrissero che l’ex imam non andava espulso «dal territorio dello Stato a pena espiata» in quanto è provato il suo «avvenuto distacco dall’estremismo militante». Ora invece Maroni ha ribadito: «Quando questa persona finirà di scontare la sua pena sarà espulsa dal nostro territorio nazionale».

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