Non trattiamo con nessuno

"Non vogliamo trattare con nessuno. Né con Karzai, né con stranieri, fino a quando le forze d’occupazione non si ritireranno dall’Afghanistan". In una rara intervista, concessa alla Bbc, il più influente tra i portavoce dei Taliban, Zabiullah Mujahedd, respinge al mittente qualsiasi proposta di dialogo per cercare di pacificare il Paese e brucia ogni tentativo di negoziato messo in campo in queste ultime, drammatiche settimane. "Siamo certi di vincere", aggiunge l’uomo a più stretto contatto con la Shura di Quetta, l’organo decisionale ed esecutivo del movimento degli studenti coranici. "Perché mai dovremmo alzare le mani, avviare un dialogo, ora che le truppe straniere stanno pianificando il loro ritiro e i nostri nemici hanno grandi divisioni al loro interno?". Sebbene si tratti di propaganda, è chiaro che il vertice dei Taliban avverte ora la possibilità di ottenere quella vittoria fino a qualche mese fa considerata lontana, incerta e difficile.

Le dimissioni del generale Stanley McChrystal, dopo l’avventata intervista alla rivista Rolling Stone, pesano sullo sviluppo di un conflitto che il nuovo comandante delle forze Usa e Nato in Afghanistan, David Petraeus, deve ancora affrontare e cercare di risolvere nel modo più efficace e più dignitoso per Washington. Ma dietro le dichiarazioni ottimiste dei Taliban non c’è solo strumentalizzazione. Per la prima volta c’è la speranza di una vittoria. La consapevolezza di una prospettiva di successo. Fatto di numeri di soldati uccisi e di terreno conquistato. Il mullah Omar e i suoi comandanti non hanno dimenticato la strategia vincente usata nel 1996 per arrivare fino a Kabul. Fu grazie al consenso dei vari signori locali, della guerra e della droga, con l’erosione costante di villaggi, distretti e province che i Taliban convinsero anche i più riluttanti ad abbracciare la loro causa e a imporsi come i protagonisti di un nuovo ordine, sconvolto dagli scontri interetnici e tra clan dei diversi gruppi di mujaheddin.

La maggioranza degli afgani vede con orrore il ritorno al potere dei Taliban. Nessuno ha scordato le violenze, le censure, le assurde imposizioni del regime dei mullah. Ma di fronte a una guerra che si prolunga da nove anni, con la presenza di oltre 100 mila soldati stranieri, crescono ogni giorno di più l’insofferenza e il disagio. I Taliban conoscono bene la psicologia e gli atteggiamenti degli afgani. Sanno che al di là delle differenze etniche e dell’avversione di molti all’imposizione del codice pasthu, la maggioranza dei signorotti locali salirà sul carro dei vincitori al momento opportuno. Le teniche di guerriglia, la lenta erosione di fette di territorio, la sfiducia nei confronti del governo di Hamid Karzai, considerato corrotto e inconcludente, l’esito contestatissimo delle ultime elezioni segnate da evidenti frodi, l’alto numero di morti tra le truppe Nato (102 nel solo mese di giugno, più di tre al giorno) e adesso l’incertezza sulla strategia da adottare anche nell’amministrazione Obama sono tutti elementi che pesano sul futuro della guerra.

Mai come ora i Taliban si sono sentiti così forti. Le dichiarazioni di Zabiullah Mujahedd sono eloquenti. Mai come ora rifiutano la mano tesa di Karzai e dei comandanti britannici e americani, in prima fila nelle turbolente regioni del sud del Paese. Il generale David Petraeus arriva con il suo bagaglio di esperienze maturate in Iraq. Sa che gli scenari e i terreni sono diversi. Ma sa anche di non avere alternative: è l’ultima mossa di Barack Obama per allontanare lo spettro di una ritirata peggiore del Vietnam.

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