I mille volti di Gheddafi: tutto in nome degli affari

La prima fu, quando, erano i primi anni Settanta, un gruppo di mercenari britannici assoldati dal Principe Nero el Senussi (membro della deposta famiglia reale libica), fu intercettato e bloccato grazie a noi mentre stava per sbarcare in Libia e sorprendere il colonnello Muhammar al Qaddafi (per noi italiani: Gheddafi). La seconda, è noto, fu quando, era il giugno 1980, lo avvisammo dell’agguato aereo che avrebbe provocato poi la tragedia del Dc9 di Ustica.

Oddio, già allora la Libia ci forniva petrolio e altri combustibili, ma era pur vero che Gheddafi, appena salito al potere, aveva cacciato, e derubato fino all’ultimo soldo, i nostri coloni in Libia ed era vero che i killer libici, molti con il passaporto diplomatico, colpivano anche a Roma i rivali politici del colonnello. Colonnello indicato come terrorista dopo gli attentati di Berlino e di Lockerbie. Ma ormai perdonato è tornato nel gotha dei Capi di Stato rispettabili.

Dimenticate le unioni infruttuose con altri Paesi arabi (Egitto, Tunisia…) per dar vita a fantomatiche federazioni. Dimenticati gli appoggi ai guerriglieri del Ciad. Dimenticato persino che il famoso risarcimento per il nostro colonialismo noi lo avevamo già pagato sotto forma di un ospedale.

Prima che il nostro governo gliene riconoscesse un altro sotto forma di un’autostrada da tre miliardi di euro che dovrà percorrere la via che va dal confine tunisino a quello egiziano, via che fu chiamata Balbia, dal nome di chi la fece costruire, Italo Balbo.

Oggi Muhammar Gheddafi è grande amico del nostro Silvio Berlusconi, è suo potente socio in affari (dopo esserlo già stato anche di Giovanni Agnelli). Come socio di Unicredit, Eni e persino ancora della Juventus. Del nostro ospite sappiamo che ama soggiornare sotto una tenda extralusso che ricorda solo nella forma le tende beduine, che è protetto da un corpo di amazzoni guardie del corpo. Che ama farsi circondare da belle ragazze italiane assunte l’anno scorso e, pare, anche quest’anno, a decine.

Nessuno di quelli che lo incontreranno, invece, gli chiederà che fine facciano i profughi di mezzo mondo africano che noi respingiamo e lui sistema in lager nel deserto. Lui, il grande leader arabo-africano, l’uomo nuovo dell’Unione Africana, che condanna alla fame, alla sete, alla galera tanti poveri africani provenienti dal suo stesso continente.

Del resto la stessa Inghilterra non si è accontentata di un risarcimento (miliardario peraltro, di Lockerbie?). Pecunia non olet, diceva l’imperatore Vespasiano.

Di lui i giornali sottolineano la stravaganza del vestire, molto meno il fatto che la Libia viva sul petrolio e gas naturale senza sostanzialmente pensare al futuro. La Grande Jamahiria Popolare (è parte del nome ufficiale della Libia), vive sul lavoro di oltre un milione e mezzo di immigrati. La sua struttura statale è, a ben guardare, una struttura fragile e parassitaria. Chissà, il giorno che il colonnello, nato nel 1942, non ci sarà più come se la caverà il suo erede designato che dovrebbe essere il figlio Sajf al Islam (spada dell’Islam)? Ma al momento il lunapark italiano accende le sue luci.

Il colonnello dittatore è pronto per ricevere la sua apoteosi, i baciamani magari di qualcuno. I suoi cavalli galopperanno con quelli dei carabinieri. Cosa si fa in nome dell’ospitalità, degli affari, del petrolio.

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