Abu Mazen è il mio partner per la pace

«Abu Mazen è il mio partner per la pace. Spetta a noi di vivere uno accanto all’altro e con l’altro». Lo ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu al presidente della Autorità nazionale palestinese, alla vigilia dell’inizio (2 settembre) dei colloqui di pace israelo-palestinesi. «Voglio mettere fine al conflitto in Medio Oriente una volta per tutte», ha aggiunto Netanyahu. «Il nostro obiettivo è forgiare una pace sicura e duratura tra Israele e palestinesi, non cerchiamo un interludio tra due guerre. cerchiamo una pace che metta fine al conflitto tra noi una volta per tutte. Questa è la pace che il mio popolo vuole, questa è la pace che tutti ci meritiamo».

BARAK – Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, in precedenza aveva affermato che nel contesto di un accordo definitivo sarà necessario spartire la città di Gerusalemme secondo linee di carattere demografico. «Gerusalemme Ovest, nonché i dodici rioni ebraici edificati a est dove abitano 200 mila ebrei, saranno nostri» ha detto Barak al quotidiano Haaretz. «I rioni arabi di Gerusalemme Est, dove vivono quasi 250 mila palestinesi, saranno loro. Per la Città Vecchia, il Monte degli Ulivi (dove si stende un vasto cimitero ebraico, ndr) e la Città di Davide (il rione palestinese di Silwan, ndr) sarà necessario definire uno statuto speciale e accorgimenti concordati». Nella visione di Barak il futuro Stato palestinese dovrà essere smilitarizzato e Israele dovrebbe continuare a presidiare la valle del Giordano, per salvaguardarsi da minacce militari. Israele, da parte sua, dovrebbe smantellare gli insediamenti in Cisgiordania a est della Barriera di sicurezza. Le parole di Barak sono però state subito smentite da ambienti vicini al premier Netanyahu. Un membro della delegazione del primo ministro ha fatto sapere da Washington che Gerusalemme resterà «la capitale indivisibile di Israele».

«LA PACE NON SI FERMA» - Il presidente americano Barack Obama ha detto, dopo un incontro preparatorio con Netanyahu, che gli estremisti non riusciranno a sabotare il processo di pace in Medio Oriente dopo l’attentato ai coloni di martedì. Gli Stati Uniti, ha spiegato, non lasceranno che il «massacro assurdo» metta a repentaglio gli sforzi per giungere «a una pace giusta e durevole» nella regione. Obama ha ribadito inoltre l’impegno degli Stati Uniti a «garantire la sicurezza d’Israele». Il presidente americano ha sottolineato che anche Abu Mazen ha condannato l’uccisione dei coloni israeliani.

LE SPERANZE DI MUBARAK - «In molti sostengono che questo nuovo round sia destinato a fallire come i precedenti – ha scritto invece il presidente egiziano Hosni Mubarak, che prenderà parte al summit, in un’editoriale pubblicato sul New York Times – ma il più grande ostacolo al successo è psicologico. Anni di violenza e l’espansione degli insediamenti israeliani hanno portato a una crisi di fiducia da entrambe le parti. Perché i colloqui abbiano successo, dobbiamo ristabilire la fiducia e il senso di sicurezza». A questo scopo, secondo Mubarak, bisogna risolvere la questione di Gaza e l’Egitto è pronto a mediare per «uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas», «la fine del blocco israeliano» imposto al territorio e «la riconciliazione tra Hamas e Fatah».

LE CRITICHE DI AHMADINEJAD - Di tutt’altro segno la posizione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che osserva a distanza l’andamento dei colloqui. «Decine di negoziati sono stati organizzati in questi ultimi trent’anni e decine di piani di pace sono stati proposti, ma tutti hanno fallito – ha ricordato in un’intervista con la televisione iraniana in lingua araba Al Alam -. Se non sono esaminati i principali problemi della Palestina, il fatto che due persone si riuniscano allo stesso tavolo e parlino non cambierà niente. I negoziati, e anche la ratifica di trattati di riconciliazione, non possono rendere legittimo il regime sionista né risolvere la questione palestinese.

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