Se tornano i Taliban per noi è la fine

KABUL – Dietro la sciarpa nera che le nasconde il viso, la voce di Wahida suona dolce e tranquilla. "Il mio lavoro è occuparmi della sicurezza. Vigilo che tutti indossino casco e scarpe, perché nessuno si faccia male in cantiere". Mentre parla, intorno a lei si muovono decine di operai. Tutti uomini. Qualcuno le passa accanto e lancia sguardi di fuoco: lei finge di non vedere.

Wahida è un nome falso. La giovane madre venticinquenne che parla nascosta dalla sciarpa è una delle due donne sugli 850 operai che stanno costruendo, con fondi americani, la nuova centrale elettrica di Kabul. Ogni giorno viene al lavoro insieme a suo marito, Sahid. Ogni giorno riceve minacce di morte. "Sono le persone con cui lavoro. Sono anche Taliban certo, ma qualcuno qui dentro li aiuta", dice. Mentre parla arriva un sms, Wahida lo apre e poi mostra il telefono: "Vede? Anche ora. Dicono che mi uccideranno se continuo a lavorare. Ma io non mi fermo. Il nuovo Afghanistan ha bisogno delle sue donne. E i politici che parlano di dialogo con i Taliban dovrebbero ricordarselo".

La forza e il coraggio di donne come Wahida sono una delle prime cose che colpiscono quando si arriva in Afghanistan: dimenticati i proclami del 2002, quando si diceva che avessero buttato via i burqa e fossero pronte a prendere in mano il paese, la maggior parte delle donne qui vive ancora in una condizione di inferiorità. Poche fuori da Kabul osano andare in giro a viso scoperto. Poche vanno a scuola, meno ancora lavorano.

Poi ci sono le eccezioni, come Wahida e la sua collega. O come le poliziotte Malika e Dilbar. O le studentesse Roobina, Parveen e Lida. Ragazze forti, che studiano, lavorano e sperano nel futuro. Donne che oggi hanno un motivo in più per avere paura. Messo alle strette dall’approssimarsi della scadenza elettorale – il voto è previsto ad agosto – e dal calo di popolarità, il presidente Hamid Karzai è tornato a proporre nelle settimane scorse un accordo ai Taliban moderati. Finora la proposta è stata rifiutata, ma molte qui in Afghanistan temono che prima o poi le trattative si apriranno, e che gli ex studenti di religione possano tornare sulla scena. I diritti delle donne, a quel punto, potrebbero diventare merce di scambio della partita politica, proprio come è accaduto nella valle pachistana dello Swat. E i pochi passi in avanti verrebbero cancellati.

"Non lo accetteremo, mai. Non torneremo indietro" dice Roobina. Gli occhi a mandorla tipici della popolazione hazara, il velo celeste, la ragazza, 18 anni, studia inglese e informatica al Kabul vocational center, probabilmente la scuola migliore della città. Essere ammessa è stata dura, ma lei, come le sue amiche, spera che sia una carta in più per il futuro: "Voglio diventare maestra – racconta – e insegnare alle ragazzine. Come hanno fatto con me quando non potevo andare a scuola a causa dei Taliban. Quel periodo per noi ragazze è stato orribile e non permetteremo che qualcuno ci porti di nuovo indietro. Neanche il presidente". Parveen e Lida annuiscono.

Ma a Kabul parlare è più semplice. La capitale è sempre stata il luogo più tollerante dell’Afghanistan e anche ora che le cose non sembrano volgere al meglio resta, per le donne, il posto più semplice dove vivere. Kunduz, nel nord, è un’altra storia: in quella che fu una delle ultime roccaforti Taliban a cedere nel 2001, solo uscire di casa a volto scoperto è una sfida.

Arruolarsi nella polizia poi, è un disonore e una follia che si può pagare con la vita. Malika, 25 anni, e Dilbar, 20, lo sanno bene: fra gli 840 allievi del centro di formazione per poliziotti sono le uniche donne. E anche se gli istruttori – afgani, tedeschi e americani – non fanno differenza fra loro e i maschi, appena si allontanano gli insulti e le minacce dai colleghi sono la regola. "Dicono che una donna non dovrebbe fare questo – racconta Malika – ma cosa dovrebbe allora fare una che ha 5 figli e un marito che l’ha abbandonata?".

Malika ha scelto di sfidare i luoghi comuni in nome dei 100 dollari al mese del salario di poliziotta: sa che lavorare sarà difficile e sa che se, come si dice in giro, quelli che stavano con i Taliban torneranno al potere a Kunduz, per lei, che ha osato infrangere due barriere – schierandosi con la legge e mischiandosi con gli uomini – la vita diventerà un incubo. "Confido nel governo – dice timida – accetterò quello che faranno. Ma non posso credere che ci sacrificheranno, non di nuovo", aggiunge prima di andare via.

A Malika è meglio non dirlo, ma le sue parole non sono troppo diverse da quelle che le ragazze della valle dello Swat affidavano alla stampa internazionale qualche settimana fa. Poi il governo di Zardari ha deciso di cedere ai Taliban e di permettere che nell’area fosse introdotta la sharia in cambio di una tregua. E le donne hanno perso la voce.

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