Iran-Usa, il «New York Times»: sul nucleare negoziato senza precondizioni

Questa mossa mette con le spalle al muro i falchi di Teheran che avevano fatto del nucleare una bandiera nazionalistica in vista anche delle elezioni presidenziali del 12 giugno. Se gli Usa oggi sposassero la proposta di Realpolitik con la quale si chiede di negoziare senza precondizioni, magari mettendo sul piatto per gli iraniani l’ingresso nella Wto e l’eliminazione delle sanzioni Onu, in cambio di un controllo internazionale delle attività nucleari, il dossier potrebbe trovare una nuova dimensione negoziale. Con la garanzia della presenza degli ispettori dell’Aiea, l’agenzia atomica delle Nazioni Unite, l’arricchimento dell’uranio a fini civili di Teheran potrebbe essere accettato (anche se temporaneamente e con alcuni limiti) dalle potenze Occidentali e forse anche da Israele.

Senza contare che proprio lunedì l’Iran del presidente Mohamoud Ahmadinejad ha detto sì ai colloqui diretti sullo spinoso dossier nucleare con il cosidetto Gruppo dei 5+1 (i cinque Paesi con diritto di veto all’Onu più la Germania). La novità della positiva apertura sta nel fatto che gli Stati Uniti, per la prima volta dopo 30 anni di gelo diplomatico, siederanno al tavolo dei negoziati con il rappresentante iraniano (e non verranno rappresentati dai suoi alleati come fatto finora).

La tv di Stato iraniana ha intanto fatto sapere che il capo negoziatore Said Jalili ha avuto una conversazione telefonica con Javier Solana, il rappresentante Ue, e che la ripresa dei negoziati «è salutata con favore». È stato Solana, ha precisato la tv iraniana, a telefonare a Jalili «per spiegargli i contenuti della dichiarazione emessa dai 5+1» in una riunione avuta la settimana scorsa a Londra, durante la quale anche gli Usa, componenti del gruppo, hanno accettato di partecipare a trattative dirette con l’Iran per cercare una soluzione al contenzioso. «L’Iran – ha risposto Jalili – accoglie favorevolmente la continuazione dei colloqui con il 5+1 al fine di favorire una comprensione costruttiva degli sviluppi internazionali». Il capo negoziatore ha aggiunto che «presto l’Iran emetterà una dichiarazione» in proposito per precisare meglio i limiti della propria disponibilità al dialogo.

Un ritorno alla Realpolitik tra Usa e l’Iran – come ha scritto Roger Cohen sul New York Times – sull’onda delle recenti aperture a Teheran operate dello stesso presidente americano Barack Obama è ormai nell’aria. Certo restano molte zone d’ombra sul dossier nucleare: l’Iran si muove da un decennio sempre su due piani opposti con il sospetto che voglia guadagnare tempo nella corsa al know how atomico; se infatti lunedì ha aperto al dialogo il 9 aprile scorso Ahmadinejad ha inaugurato nella città di Isfahan il primo impianto per la produzione di combustibile destinato ai reattori e annunciato l’aumento (da seimila a settemila) delle centrifughe dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz. E qui il presidente ha segnato un nuovo punto di frizione con la comunità internazionale, che vorrebbe che la Repubblica islamica abbandonasse il suo programma di arricchimento dell’uranio. L’uranio arricchito al 3,49% di Natanz verrebbe infatti portato nel reattore ad acqua pesante di Arak che, una volta ultimato (entro il 2010), potrebbe produrre plutonio, materiale utilizzabile anche per costruire la bomba atomica.

Ahmadinejad dunque apre ai negoziati, ma contemporaneamente prosegue nella realizzazione del controverso piano nucleare, convinto che la sua rielezione il prossimo 12 giugno dipenda più dall’esito postivo sul dossier atomico che non dalle soluzioni alla grave crisi economica che attanaglia l’Iran, colpito dal pesante calo delle entrate petrolifere. L’apertura di Obama senza precondizioni lo priva di una retorica antiamericana e lo costringe a negoziare davvero.

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