«Bus separati per uomini e donne» All'attacco i rabbini di Gerusalemme

GERUSALEMME Separati in bus. Pensiline col divisorio. Niente calche immonde. E nessun bisogno di cedere il posto alle signore. Perché le signore devono viaggiare su mezzi propri, con linee a parte, salendo e scendendo ad apposite fermate. L’ultima battaglia dei rabbini estremi è la chiacchiera preferita, sugli autobus di Gerusalemme, e gli animi si scaldano: al sindaco della città, Nir Barkat, è arrivata l’ennesima petizione degli ultraortodossi che considerano immondo, nella città sacra, vedere questi carichi di persone mischiate fra loro all’ora di punta, uomini e donne che si schiacciano (e quindi si toccano) senza pudore.

Mai più: i rabbini vogliono altre carrozze kosher, maschi di qua e femmine di là, anzi vogliono solo pullman timorati di Dio, come già ne hanno ottenuti l’anno scorso quando la compagnia municipalizzata Egged provvide alle loro esigenze e si dotò di mezzi secondo morale.
Le intenzioni sono serie e l’hanno dimostrato giovedì sera, dopo un sit-in di duemila persone all’ingresso di Meah Sharim, il quartiere dei turboreligiosi: «Traveling the right way», viaggiare nel modo giusto e sulla retta via, hanno scandito sotto un palco. Al corteo hanno partecipato anche autisti della Egged, che appoggiano l’idea dei bus separati. Per le gerarchie religiose di Gerusalemme, i trasporti pubblici sono un’ossessione. Durante l’ultima campagna elettorale, hanno chiesto e ottenuto che le pubblicità sulle fiancate dei mezzi non mostrassero foto di candidate donne: la stessa Tzipi Livni s’è dovuta accontentare di scritte acchiappavoti.

L’anno scorso, un gruppo di rabbini s’è scagliato contro gl’infernali lavori della metropolitana scoperta che, da mesi e almeno fino al 2011, stanno paralizzando il traffico cittadino. La loro preoccupazione non è l’effetto devastante del trenino, che in barba a ogni vincolo e nell’assordante silenzio dell’Unesco passerà perfino sotto le antiche mura di Suleimano il Magnifico: no, gli ortodossi temono la «contaminazione« che la nuova linea provocherà, costringendoli a entrare in quartieri che di solito evitano. Pure qui, la protesta monta e la compagnia tranviaria è dovuta ricorrere all’acquisto di carrozze speciali, blindate, a prova di sassaiole: non solo per le eventuali reazioni dei religiosi, ma soprattutto perché il trenino elettrico finirà per sfiorare anche zone calde palestinesi.

Tanto attivismo comincia a stancare e a suscitare reazioni, in una città dove ormai i religiosi sono più del 30 per cento della popolazione. Alla manifestazione dell’altro giorno, se n’è opposta un’altra (più piccola) di giovani israeliani con cartelli che dicevano «non vogliamo diventare un altro Iran», «no all’apartheid dei trasporti», «no alla segregazione sugli autobus»… Ferma anche la risposta di Rachel Azaria, responsabile del comune di Gerusalemme: «Il trasporto è un diritto di libertà – dice -. Io non obbligo nessuno a sedersi vicino a me. E chiunque può decidere, da solo, se sedersi o no vicino a qualcun altro. Non possiamo accettare, però, che qualcuno venga a dirci come dobbiamo sederci e viaggiare sui nostri autobus. Non fosse così, non lo chiameremmo trasporto pubblico».

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