I dimenticati: marinai oltre due mesi in mano ai pirati

ROMA - Era ancora fresca l’aria nel Golfo di Aden quando i pirati abbordarono il rimorchiatore italiano Buccaneer. Adesso nella stiva ci sono 50 gradi, scarseggia l’acqua potabile e le medicine mancano. Da quando il barchino con i pirati affiancò la motonave con dieci italiani, sono trascorsi 73 giorni, un paio di ultimatum, venti telefonate e una dichiarazione del ministro degli Esteri Frattini che assicura di lavorare sodo per liberare l’equipaggio.

La telefonata dei pirati. A 7000 chilometri da casa, alla fonda davanti a Puntland, si muore di caldo e paura. Uno dei ribelli parla uno stentato italiano ma si fa capire: "Ascolta bene Napoli. Se vuoi rivedere i ragazzi vivi, dovete trattare con noi che siamo sul Buccaneer, non con quelli che stanno a terra". Non erano neppure le nove del mattino quando è squillato il telefono nella casa a Torre del Greco di Pasquale Vollaro, padre di uno dei marinai sequestrati dai pirati in Somalia. "Giovanni era sfinito: conosco la sua voce e so riconoscerla. Hanno mezzo litro d’acqua ciascuno al giorno, che devono far bollire prima di bere, e un piatto di riso. Sono allo stremo, e mentre parlavo con mio figlio, uno di quei banditi ha preso il telefono in mano e ha detto che la trattativa vuole si faccia con loro e non con quelli che sono a terra. Forse voleva dire che tra loro ci sono divisioni. Non lo so. L’ho detto al ministero e quelli mi hanno ripetuto che sono al lavoro, che cercano una soluzione, ma io non credo più alle parole della Farnesina. So che mio figlio è laggiù e con lui altri nove compagni, sequestrati da una banda di ribelli armati, e le speranze sono sempre meno".

Governo contro i ribelli islamici. La Somalia è sull’orlo di una guerra civile. Da tempo il governo è impegnato contro i ribelli islamici che controllano gran parte della zona meridionale dello Stato e vogliono rovesciare il presidente Sharif Sheikh Ahmed per instaurare una rigida versione della sharia nel Paese del Corno d’Africa. Centinaia sono i morti e più di 100 mila gli sfollati. Giovedì scorso, un’autobomba è stata fatta esplodere davanti ad un albergo a 400 chilometri a nord di Mogadiscio uccidendo tra gli altri il ministro della Sicurezza insieme ad altre 50 persone. Il presidente del Parlamento somalo ha esortato i paesi vicini (Kenya, Gibuti, Etiopia e Yemen) ad "inviare al più presto truppe in aiuto", ammettendo che il potere del governo è "indebolito" dagli attacchi degli estremisti islamici.

"Nessun blitz per liberarli". In un clima politico incandescente, la questione dei pirati diventa ancora più difficile da districare tanto più che il rimorchiatore italiano è alla fonda davanti alle coste del Puntland, una regione della Somalia nord-orientale la cui dichiarazione di autonoma non è stata ancora riconosciuta dagli organi internazionali. Pochi giorni fa a Roma, il primo ministro del Governo transitorio nazionale ha assicurato che non sarà ordinato alcun blitz per liberare i marinai della Buccaneer. "La situazione è delicata è complessa – ha ammesso Omar Abdirashid Ali Sharmarke al ministro degli Esteri Franco Frattini – ma siamo convinti che presto tutti potranno tornare a casa sani e salvi".

"E intanto passano i giorni". "Ripetono sempre le stesse cose", dice sconsolata Antonella Borelli, sorella di Bernando, marinaio di Ercolano, 30 anni compiuti a marzo di cui metà vissuti a bordo di navi. "Ho paura che gli facciano del male. Quelli del ministero fanno discorsi, discorsi, e intanto passano i giorni". Il quotidiano online Blitz, che segue la vicenda giorno per giorno, ha parlato di "vergogna internazionale".

L’abbordaggio l’11 Aprile. Il Buccaneer è di proprietà della Micoperi Marine Contractors di Ravenna. La società aveva acquistato il rimorchiatore a Singapore con l’intenzione di riconvertirlo per lavori subacquei. La motonave stava rientrando in Italia quando è stata attaccata dai pirati l’11 aprile scorso. A rimorchio trascinava due bettoline, una di proprietà del cantiere romagnolo, una di una società egiziana.

L’armatore: "Li porteremo a casa". Contrariamente a quando denuncia l’equipaggio della sua imbarcazione, il presidente della Micoperi Silvio Bartolotti sostiene che sulla nave "non è mai mancato cibo né medicine": "Sono sconvolto per le affermazioni fatte nei giorni scorsi. E’ solo un disegno dei pirati che, attraverso internet e tv, vogliono controllare l’effetto del loro operato. Abbiamo sufficienti speranze per credere che la cosa evolverà nel modo giusto".

"Portateli a casa adesso". Ma le famiglie dei sequestrati non gli credono: "L’armatore neppure l’ho mai sentito al telefono", dice Pasquale Vollaro, il padre di uno dei marinai. Anche Antonella Borelli ha il dente avvelenato contro la società armatrice: "Dicono che non ci sono problemi a bordo, ma i ragazzi mica stanno in crociera. Bartolotti ha detto che quando sarà finita ‘sta storia, andrà con un aereo in Somalia. Ma perché non ci va a prenderli?"

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