Rapiti due operatori umanitari in Darfur

MILANO – Nuovo rapimento in Darfur, il quarto nel giro di sei mesi. A Zalingei nella zona orientale della provincia Sudanese, all’alba sono stati portati via dalla loro abitazione un uomo nigeriano e una donna tanzaniana, dipendenti civili della missione congiunta Onu e Unione Africana. Ne la dato notizia il portavoce della missione, Noureddine Mezni, che non ha voluto confermare la nazionalità degli impiegati.

LA SITUAZIONE – Dopo sei anni di guerra feroce e qualcosa come 300 mila morti e tre milioni di rifugiati (per il governo i morti sono "solo" 10 mila), il Darfur sta diventando una nuova Somalia, una terra di nessuno dove scorazzano bande armate – molte delle quali filogovernative – che vedono negli stranieri – e qui ci sono soprattutto operatori umanitari – persone da rapire per poi chiedere un riscatto. I primi ad essere sequestrati a metà marzo, sono stati tre cooperanti di Medici Senza Frontiere: un italiano, una canadese e un francese. In aprile è stata la volta di due donne, una canadese e una francese di Action Medicale Internationale. Questi sono stati tutti rilasciati. In luglio nel nord Darfur sono state sequestrate un’irlandese e una ugandese. Due donne sparite. Voci che circolano nella regione dicono che siano diventate schiave (e mogli o concubine) dei capi della banda che le ha in mano. «Noi donne siamo le più vulnerabili – ha spiegato al Corriere una ragazza italiana che lavora in Darfur con un’agenzia umanitaria, contattata subito dopo il rapimento di questa mattina – e abbiamo paura. Non ci sentiamo difese. La situazione sta diventando sempre più tesa e difficile. Nessuno controlla nulla e i civili rischiano, come sempre in questi casi, più di tutti».

LA POSIZIONE DEL GOVERNO SUDANESE – Il rapimento di venerdì avviene a due giorni dalle sorprendenti dichiarazioni del generale Martin Luther Agwai, capo della missione congiunta Onu/Unione Africana, secondo cui in Darfur la guerra è finita: «Non ci sono più scontri tra ribelli e governativi – ha annunciato con grande enfasi – al massimo sono i banditi i soli che ormai scorrazzano nella regione». La dichiarazione ha provocato l’indignazione dei capi ribelli i quali parlano ancora di villaggi bruciati e di civili passati senza motivo apparente per le armi. «Non è affatto finita – gli ha risposto intervistato dal Corriere Esam Elag, portavoce di una delle fazioni del Sudan Liberation Army –. Il governo sudanese è ancora impegnato nel genocidio della gente darfuriana. Il problema è che la missione di pace è fallita per differenti e contrapposte opinioni sulla questione: l’Unione africana difende il presidente Omar Al Bashir, sulla cui testa pende un mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, spiccato dal tribunale internazionale delle Nazioni Unite». «Le bande di banditi – ha dichiarato Esam – sono organizzate dal governo per screditare la ribellione. Noi non sequestriamo nessuno. Come si fa a pensare che noi portiamo via gli operatori umanitari che stanno facendo un lavoro egregio per aiutare la nostra gente?»

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>