Ecco come Israele prepara l'attacco all'Iran

NEW YORK – Il piano è pronto. L’arma segreta si chiama Gbu-28, ed è arrivata, manco a dirlo, dagli Stati Uniti: è una bomba guidata con un laser, pesa qualcosa più di due chili ed è stata sviluppata dagli americani prima della guerra in Iraq per colpire in profondità i bunker di Saddam. Sono tre anni che Israele se la culla: serviva per le fortificazioni di Hamas, che c’è di meglio per sventrare i siti sotterranei dell’Iran?

Il dubbio attanaglia gli esperti militari di mezzo mondo ma un po’ meno gli ufficiali di Benjamin Netanyahu. Anche la squadra è pronta: il ministro della Difesa Ehud Barak ha già detto che Israele è in grado di distruggere l’Iran e al vertice del Mossad per un altro ci sarà il falco Meir Dagan. La data del 2010 è quella limite: allora Mamhud Ahmadinejad avrà a disposizione nella centrale di Natanz l’uranio arricchito necessario.

La superbomba sarebbe pronta in 4 anni. Lo scenario tracciato da Anthony Cordesman sul Wall Street Journal è devastante. L’analisi è intitolata "The Iran Attack Plan" ma il titolo non inganni: il piano c’è, dice l’ex consulente del dipartimento di Stato, oggi al Centro Studi Strategici e Internazionali, ma non è detto che sia la soluzione. Cordesman è un big. È lui il consigliere di Stanley McChrystal, il comandante Usa in Afghanistan.

E c’è anche lui dietro alla richiesta dell’invio di nuove truppe che ieri il generale ha formalizzato proprio all’indomani della promessa di Barack Obama: "soluzioni perfette" non ce ne sono ma "no a nuove truppe" fino a quando gli Usa non avranno rivisto la loro "intera strategia nell’area". Un’area estesa. Non è l’Afghanistan un vicino di quell’Iran così minaccioso?

Un conto sono naturalmente le preoccupazioni degli Stati Uniti. Un conto quelle israeliane.

Già sei anni fa gli israeliani hanno fatto volare i loro F-15 fino alla Polonia: un tragitto ben più lungo dei 2mila chilometri che li separano dall’Iran. Anche gli obiettivi sono chiari. Tre i siti da colpire, al netto dell’ultimo, Qom: Arak, Bushehr e Natanz. Arak non avrebbe un reattore pronto prima del 2011. Ma se si fa un blitz si colpisce subito dove si può. Stesso ragionamento per Bushehr, Golfo Persico, dove la produzione di plutonio sarà possibile dal prossimo anno. L’obiettivo vero è Natanz: qui – nascoste sotto terra e difese dai missili russi TOR-M – la produzione di uranio arricchito avanza a ritmi a rischio.

Tutti gli obiettivi sono facilmente raggiungibili. E anche la strada è segnata. Attaccare dal Sud sarebbe politicamente non consigliabile: gli Stati Uniti non permetterebbero il sorvolo dei cieli sauditi. Tagliando diritto vorrebbe dire sorvolare la Giordania: gli altri arabi insorgerebbero. Meglio dunque il giro largo da nord seguendo i confini siriani per entrare dalla Turchia.

Ma non è tutto così semplice. Quante altre Qom, quanti altri segreti nasconde l’Iran? La risposta è un aggettivo troppo vasto per un obiettivo militare: tanti. Può Israele sostenere una guerra vera? No, la soluzione è quella dello "strike", l’attacco mordi e fuggi, come quello che nel 1981 distrusse il reattore iracheno di Osirak. Ma con quali conseguenze?

Cordesman aveva già riassunto il dilemma in un altro, dettagliatissimo dossier realizzato con il collega Abdullah Toukan per il Centro di studi strategici: l’attacco di Israele potrebbe essere difficoltoso, destabilizzante, ma potrebbe accadere davvero.
Era il marzo di quest’anno: la centrale di Qom ancora segreta. Sei mesi dopo, quella previsione sembra terribilmente più vicina.

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