Il pentito di Al Qaeda: «Abbandonato»

MILANOÈ uno dei due testimoni al mondo che sa come Al Qaeda recluta i martiri islamici e come nei campi afghani li indottrina e addestra al combattimento e agli attentati suicidi. Per questo da tre anni il pentito Tlili Lazar vive sotto protezione. Chiuso in casa. Un cortocircuito burocratico gli nega i documenti di copertura che gli permetterebbero di inserirsi nella società lavorando per guadagnare di che vivere. «Ho mantenuto i miei impegni, ma lo Stato mi ha abbandonato», ha detto ai suoi avvocati, che lunedì gli avevano consigliato di non rispondere ai magistrati americani venuti a Milano per interrogarlo.

Le dichiarazioni di Lazar hanno riempito pagine di verbali. Entrato in Italia nel ’94 come bracciante, nel ’96 si trasferì a Milano dove si avvicinò ai fondamentalisti che ruotavano intorno alle moschee di viale Jenner e via Quaranta. Nel ’98 partì per l’Afghanistan per essere addestrato all’uso di armi ed esplosivi. Quando una bomba rudimentale esplose accidentalmente facendogli saltare le dita della mano destra, capì che fare il martire non era cosa per lui. «Mi sono svegliato», ha detto. Tornato a Milano, riallacciò i contatti con gli integralisti ma, coinvolto nelle inchieste della Procura sul terrorismo internazionale, dovette riparare in Francia dove fu arrestato nel 2002. Estradato nel 2006, decise di collaborare (come, in Germania, il palestinese Shadi Abdallah) firmando un accordo con il Servizio centrale di protezione: lui rivelava tutto, lo Stato gli garantiva una casa, un permesso di soggiorno, 800 euro al mese e un nome nuovo per rifarsi una vita.

I suoi verbali hanno aperto uno squarcio inquietante sulla rete del terrore di Bin Laden, hanno consentito di chiudere processi importanti e permetteranno di avviarne altri, compreso quello ai tre detenuti «italiani» di Guantanamo, che Berlusconi, con una promessa personale al presidente Usa Obama, ha deciso di accogliere. Per questo Al Qaeda lo vuole morto. La risposta delle istituzioni non ha soddisfatto il tunisino, il quale invece apprezza l’impegno di protezione garantito dai carabinieri. «Rischio la vita, sono stato ai patti, ma lo Stato mi ha molto deluso », ha detto ai suoi legali che, prima dell’interrogatorio con i prosecutors , hanno consegnato al gip Giuseppe Gennari un elenco di rimostranze. «Cose per lui fondamentali, non capricci», spiega l’avvocato Marco Boretti, che difende Lazar con il collega Davide Boschi. In soldoni, le leggi sull’immigrazione non consentirebbero al collaboratore di diventare cittadino italiano e, quindi, di ottenere documenti con un nome di copertura. Lazar resta Lazar e chiunque può sapere da Internet chi è.

Ma nessuno assume uno che, oltre a essere un ex terrorista, è ricercato dagli scherani di Bin Laden. «Con 800 euro deve mangiare, pagare la manutenzione della casa e le cure per la ferita. Non ce la fa più e potrebbe non testimoniare ancora», dichiara Boretti, al quale Lazar ha confidato: «Chiuso in casa penso solo ai miei guai». Il rischio è che cada in depressione. Se ciò avvenisse, potrebbe risentirne l’attendibilità delle sue dichiarazioni vanificando anni di lavoro. «È un intreccio perverso di questioni burocratiche e normative che impedisce il funzionamento del programma di protezione e stressa i collaboratori, con ripercussioni sui procedimenti », commenta il pm Elio Ramondini, impegnato in inchieste legate a Lazar. E che ciò che il superpentito ha da dire sia determinante lo sanno anche i pm americani che, capita l’antifona, lì su due piedi lo hanno invitato a trasferirsi negli Usa sotto la tutela del Witness protection program. «Diffida. Ma ci sta pensando», dice Boretti.

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