Il segreto di McEwan: «Così nascosi Rushdie nei giorni della fatwa»

È stato l’amico Ian McEwan a rivelare i particolari. Rushdie si nascose con lui, nel suo cottage sulle colline Cotswold, sud est dell’Inghilterra, nei giorni immediatamente dopo la condanna. «Non lo dimenticherò mai — ha detto McEwan —. La mattina dopo ci alzammo presto. Lui doveva riprendersi, andare avanti, ma il momento era terribile. Eravamo al tavolo della cucina, preparavamo toast e caffè mentre ascoltavamo il notiziario delle 8 della Bbc. Lui era di fianco a me, ed era la prima notizia del radiogiornale. Mi veniva da piangere, ma non volevo che se ne accorgesse». Il San Valentino del 1989 segnò anche la data del primo approccio all’«islamismo» di Ian McEwan. Anche questo lo ha rivelato a Daniel Zalewski, autore di un lunghissimo profilo dello scrittore che uscirà sul nuovo numero del New Yorker e che ritrae McEwan nelle sue passioni (la montagna prima di tutto, poi il flauto), nei rapporti con la moglie, i figli (con il più giovane suonano insieme canzoni degli Oasis), il fratello dato in adozione e ritrovato, gli amici più cari come Salman Rushdie appunto, ma anche Martin Amis, Julian Barnes, Christopher Hitchens, Timothy Garton Ash.

Con loro McEwan (che, secondo Zalewski, la stampa inglese tampina con «un’avidità degna di Amy Winehouse») si confronta quotidianamente anche rispetto alla scrittura, ma non è certo Amis il primo a cui fa leggere il suo lavoro («Non voglio un altro narratore, grazie tante»), prediligendo, a questo scopo, lo storico Garton Ash (che gli ha consigliato, tra l’altro, di togliere l’articolo al titolo Espiazione), il filosofo Galen Strawson, il poeta Craig Raine le cui critiche però non sempre vengono apprezzate (McEwan non gli rivolse la parola per due anni quando, a proposito di Cortesie per gli ospiti, gli disse: «Senti tesoro, questa è una schifezza, mettila in un cassetto e dimenticala»). Invece dopo la pubblicazione dei romanzi, secondo Garton Ash, le cose nel circolo di McEwan vanno così: «Il romanziere A chiama il romanziere B. Per tre minuti B parla delle ultime atrocità politiche, del calcio, del bere. Alla fine A dice: perché non ti è piaciuto il mio libro? ».

L’articolo del New Yorker ricostruisce soprattutto il crescente interesse di McEwan per la scienza e la razionalità, alla base del suo attuale rifiuto di ogni irrazionalismo religioso («La fede è moralmente neutra nel migliore dei casi e nel peggiore è una vile distorsione mentale. Dall’11 settembre, i poteri della ragione hanno un’attrazione molto maggiore dei richiami della fede e io non li metto più sullo stesso piano», sono le sue più recenti conclusioni in materia). Il racconto di Zalewski è costruito attraverso numerosi incontri con l’autore, tra cui una cena all’Étoile, un bistrot vicino alla casa di McEwan di Fitzroy Square a Londra dove lo scrittore è un habitué. I due mangiano sotto la fotografia che ritrae McEwan assieme a Martin Amis e Christopher Hitchens sulla costa uruguayana nei pressi di José Ignacio dove attraccò il Beagle, la nave di Darwin («un luogo che Ian ci teneva moltissimo a vedere» dice Hitchens), proprio nel periodo in cui i tre venivano duramente criticati dalla stampa per le loro posizioni sull’estremismo islamico (un commentatore dell’Independent li definì la «brigata letteraria dello scontro di civiltà»).

All’origine di tutto c’erano le accuse di razzismo rivolte da gran parte del mondo culturale a Martin Amis per aver detto che «la comunità musulmana dovrà soffrire ancora molto se non fa pulizia nella sua casa». Difendendolo, McEwan aveva rincarato la dose dichiarando, proprio al Corriere: «Martin non è razzista. E io stesso disprezzo l’islamismo perché vuole creare una società che detesto, basata su credenze religiose, mancanza di libertà per le donne, intolleranza verso l’omosessualità e così via». Eppure fino all’89 McEwan era considerato dagli amici (e «preso in giro» per questo) come il più incline a una visionemistica del mondo, tanto che, secondo Hitchens, la sua ostilità al pensiero irrazionale ha qualcosa dello «zelo del convertito ». «Ian ha vissuto gli anni Sessanta cedendo alla fascinazione verso tutto ciò che di alternativo quell’epoca proponeva—dice Garton Ash —.

Il suo percorso personale l’ha condotto dov’è ora». Nel 1972 assieme a due amici McEwan affittò un microbus e viaggiò da Monaco al Khyber Pass, in Afghanistan, lungo una rotta cara ai fricchettoni del tempo. «Ian era molto più hippy di me —ha raccontato a Zalewski Martin Amis —. Io ero un hippy un po’ opportunista, più del genere giacche di velluto e camicie a fiori. Lui invece era della serie caftani e perline». E se McEwan smentisce la faccenda dei caftani, una sua annotazione del 1976 rivela: «Mangiamo funghi allucinogeni, nuotiamo nudi nell’acqua fredda, facciamo saune, beviamo vino e parliamo di Jimmy Carter e Ezra Pound». Con Zalewski ammette: «Ho esplorato il misticismo più che potevo ma per me non quadrava mai». L’interesse di McEwan per la scienza è alla base anche del libro che sta scrivendo ora, nato dopo una magnifica esplorazione lungo un fiordo ghiacciato norvegese al seguito di una organizzazione che si occupa di riscaldamento globale. Protagonista è uno scienziato premio Nobel che McEwan definisce: «Ladro intellettuale, predatore sessuale, bulimico compulsivo, competitivo, avido, ambizioso, maneggione, ma che, in fondo in fondo nasconde anche qualcosa di buono».

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