Dubai, licenza d'uccidere per la vendetta del Mossad

Le note languide e inevitabili di Casablanca avevano appena cominciato a diffondersi dal pianoforte a coda Kawai nella hall dell’albergo, quando il morto entrò nell’hotel Al Bustan, "il giardino", di Dubai, reggendo il sacchetto con le scarpe nuove appena acquistate.

Lo vediamo voltarsi all’indietro un paio di volte, nelle immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza a circuito chiuso, il morto che ancora non sapeva di essere morto, per l’abitudine nervosa del cospiratore, del terrorista, del killer quale lui era, senza vedere che fra i turisti con le racchette da tennis, le coppie in viaggio di nozze, gli uomini d’affari che circolavano sotto le grandi volte del "Giardino", c’erano coloro che pochi minuti dopo l’avrebbero soffocato con un cuscino in faccia.

Erano le 20 e 24 di martedì 19 gennaio. Dieci anni di un’operazione "bagnata", come l’avrebbe classificata il vecchio Kgb sovietico, cominciata nel 2000, avrebbero eliminato quel giorno Mahmoud Al Mabhouh, palestinese, capo della sezione omicidi e rapimenti di Hamas e bersaglio designato per la vendetta senza confini e senza scadenza dei servizi israeliani.

Alle 21, mentre i cuochi del Benihana si preparavano ad affettare e arrostire per lui scampi, capesante, melanzane e cipolle davanti alla sua sedia vuota, il morto era già morto.

La ragnatela che per dieci anni un ragno implacabile aveva cominciato a tessere attorno a lui, al palestinese che aveva osato non soltanto sfidare la collera di David, ma vantarsene pubblicamente sulle emittenti arabe come al Jazira, citando i soldati israeliani che aveva rapito e ucciso, aveva impigliato la mosca nella propria rete di inganni, di "false flags", di bandiere e documenti falsi, come si dice nel gergo delle spie. Un tessuto di informatori, di agenti con licenza di uccidere chiunque ovunque nel segno della legge del taglione, che tutti sanno, e nessuno ammette, fanno capo al Mossad, all’"Istituto", come banalmente e burocraticamente si chiama il braccio spionistico dello Stato d’Israele, e all’ancor più misteriosa sezione per gli "affari bagnati", gli assassini, leggendariamente conosciuta come la Kidon, "la baionetta".

Al Mabhouh, che pure doveva sapere di essere da tempo sul podio più alto dei candidati alla vendetta d’Israele, si comporta con straordinaria leggerezza, nelle ultime ore della sua vita, forse cullato dalla lussuosa illusione di quell’emirato arabo. Era partito il giorno prima da Damasco, sul volo EK 912 della compagnia aerea degli Emirati, naturalmente in business class, come si conveniva a un dirigente, politico o terroristico non importa, con un biglietto già pagato per proseguire – non sappiamo perché – verso Pechino. Dubai non era una scelta necessaria, ma una gradita sosta, una pausa per ristorarsi e fare ciò per cui milioni di persone sbarcano nei suoi alberghi: shopping. Al Bustan è l’oasi preferita per viaggiatori che vogliano evitare la pacchianeria di alberghi più vistosi, accogliente, moderato nei prezzi e nel décor, affidato a colori tenui, a toni di beige, di azzurri e di marrone, come le sabbie della Penisola araba e la acque del Golfo. Si era concesso, con i soldi di Hamas, una junior suite, una stanza grande con un ampio letto matrimoniale e una zona soggiorno, separata da un tramezzo con l’inevitabile televisore piatto. La stanza 230. L’ultima maglia della ragnatela.

Di fronte a lui, nella stanza 237, era scesa una coppia di turisti con passaporto inglese, in apparente viaggio di nozze, una giovane donna con lunghi capelli bruni, chiamata "Gill", e un uomo, entrambi assolutamente trascurabili nell’aspetto, come vuole la regola dello spionaggio ben diversa dalla favole degli 007: persone delle quali ti dimentichi nel momento stesso in cui le vedi. Gill, che indossa una parrucca, e il suo compagno, anche lui con passaporto inglese falso, non erano gli assassini, erano gli "spotters", le civette, i pali. Un’essenziale maglia della rete, che l’occhio delle telecamere ci mostra mentre vagano, apparentemente senza scopi precisi, nella hall e nel corridoio del piano, fra la stanza 237 e gli ascensori.

Quando il morto arriva, a sera, loro se ne vanno. Al loro posto, appaiono le due coppie di assassini con licenza di uccidere, quattro uomini vestiti da turisti trasandati, i soliti squallidi cappellucci da baseball in testa, t-shirt, felpe, scarpe da ginnatica ai piedi e borse in mano.

In totale, ma ancora la polizia del Dubai che ha riscostruito sequenza per sequenza l’assassino non ha definito un numero conclusivo, almeno 25 persone avevano tessuto la ragnatela. Uomini e donne con passaporti falsi intestati a persone vere, inglesi, francesi, tedeschi, australiani, innocenti cittadini israeliani con doppia cittadinanza che hanno scoperto, a cadavere ormai freddo, di essere stati usati, senza saperlo, per un’esecuzione. Con l’immediata collera diplomatica dei governi coinvolti, ormai a cose fatte. Venticinque fra uomini e donne che nelle ventiquattr’ore finali del piano avviato nel 2000, si muovono freneticamente. Atterrano tutti lo stesso giorno in cui sbarca il bersaglio, Al Mabhouh, e gli occhi delle telecamere li individuano mentre passano la frontiera. Sono stati informati della partenza e dell’arrivo della preda da informatori palestinesi di Al Fatah, l’organizzazione che Arafat creò e che odia Hamas, ricambiata. I reciproci tradimenti e odi fra arabi, che invariabilmente si giurano in pubblico solidarietà e fratellanza mentre affilano i coltelli in privato, sono una delle certezze del puzzle mediorientale.

Si muovono come palline da flipper, cambiando alberghi più volte per confondere le tracce, si disperdono negli immensi shopping center dove pedinare qualcuno è impossibile, prenotano stanze che non occupano. Al mattino del 19, il giorno del delitto, fissano per telefono la stanza 237. Vagolano con racchette da tennis. Salgono e scendono ai piani dell’hotel Al Bustan, giustificati dall’avere una stanza lì. E due di loro forzano le serratura elettronica della suite vuota di Al Mabhouh, ingannando il computer centrale che registra gli accessi, con una tessera magnetica e un apparecchio che registra la combinazione, come le truffe ai bancomat. Sono l’avanguardia dell’assassinio.

Nella suite dove il bersaglio entra poco prima della nove di sera, si nascondono dietro il tramezzo fra la zona soggiorno e il letto. Quando Al Mabhouh arriva con il suo sacchetto in mano, lo paralizzano con una scarica elettrica dei loro "taser", che scaricano centinaia di volt ma non lasciano tracce evidenti. Al Mabhouh collassa. Le seconda coppia di assassini entra e, secondo il nuovo esame autoptico all’ospedale Al Rashid, lo soffoca sul lettone con il cuscino, immobilizzandolo sopra le lenzuola di magnifico lino italiano perché non le scompigli troppo e la morte sembri una morte naturale. Se ne vanno tutti e quattro insieme, gli ultimi rimasti della grande squadra, e davanti all’ascensore che li accoglie accennano a qualche cerimonia per chi deve passare per primo, forse per grado e rango. Meno di ventiquattr’ore dopo, quando il cadavere viene scoperto, si sono tutti dissolti, decollati verso Hong Kong, Londra, Francoforte e molti verso il Sudafrica, la nazione africana che più di ogni altra ha una lunga storia di collaborazione e di complicità con Israele.

Un’operazione perfetta. Un ballo degli assassini magnificamente coreografato per eliminare un assassino, se non fosse stato condotto sotto quegli occhietti delle telecamere e se la polizia di Dubai non fosse riuscita a individuare, in ore e ore di registrazione, gli agenti.

Un errore da troppa sicurezza? Una scelta deliberata, per mostrare al mondo che i nuovi "maccabi", i guerrieri vendicatori che lavorano per l’"Istituto", possono colpire chi vogliono, quando vogliono e ignorare le proteste di governi anche amici? Nulla, in Medio Oriente, è mai quello sembra ed è difficile immaginare che il Mossad non sapesse che tutto viene visto e registrato. Un mistero: dove sono finite le scarpe nuove che il morto lasciò cadere sulla moquette color paglia della stanza 230?

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