I bulldozer sul Viale delle 1.350 Sfingi

GERUSALEMME — Una mattina, racconta la gente del posto, si son svegliati e han trovato l’invasor. Il bulldozer. «Ve ne dovete andare». Le 800 famiglie di El Nozha e di tutte le stradine che vanno verso l’aeroporto di Luxor hanno provato a dire no. «Abitiamo qui da una vita». Il bulldozer non ha sentito ragioni. E ha cominciato a demolire. E se qualcuno aveva da ridire, arrivava una squadra d’avvocati del governatore: «Quanto volete per la vostra casa?». E se qualcuno diceva «niente», arrivava il taglio dell’acqua. E se nemmeno quello bastava, arrivava il taglio della luce. Alla fine, e ci sono voluti tre anni, le case sono state spianate. Le famiglie, trasferite in nuove abitazioni. Sono arrivate sei squadre di trenta archeologi ciascuna. E negli ultimi mesi della presidenza Mubarak è cominciata una delle più grandi, ambiziose, discusse campagne di scavi mai vista in Egitto: l’operazione Viale delle Sfingi.

È il Faraone che regna al Cairo da quasi trent’anni, ormai sul viale del tramonto, a volere questo Viale. A tutti i costi. È lungo quasi tre chilometri, largo quasi 80 metri. Un forziere nascosto. Era l’avenue delle processioni sacerdotali, la più imponente mai lasciata da una civiltà sepolta, e collegava i templi di Karnak e dell’antica Tebe: una parata di 1.350 sfingi, scolpite tremila anni fa, e che almeno una volta l’anno veniva percorsa per i riti sacrificali. S’è sempre saputo che il Viale ci fosse, sotterrato da millenni di fango del Nilo, di tempeste del deserto, di battaglie, di case e di strade. Ora, eccolo qui: con tempi che nemmeno Indiana Jones si sognava, 650 sfingi sono state già dissepolte e in parte restaurate. Tra qualche mese, verranno mostrate al pubblico e «ridaranno dignità e gloria a Luxor — promette Zahi Awass, capo del Consiglio supremo delle antichità —: diventeranno una delle grandi attrazioni d’Egitto». Non c’è sfinge senza enigma, però. E i mugugni locali, per quei bulldozer così rapidi a sfrattare e a spianare, sono diventati i dubbi della comunità archeologica mondiale.

Che ora accusa Awass — grande protetto della famiglia Mubarak, signore e padrone d’ogni scavo egizio — d’esserci andato un po’ troppo pesante: «Tutta l’intera faccenda è una disgrazia — confida al londinese Times uno studioso americano, dichiaratamente anonimo per paura di giocarsi l’amicizia di Awass e ogni futura ricerca —. I lavori sono stati condotti in gran fretta, per soddisfare gl’interessi del turismo. Pur di scavare, sono stati distrutti molti antichi fabbricati di grande interesse storico. Hanno ucciso l’anima di quei luoghi». Nel mirino c’è pure Farouk Hosni, il ministro della Cultura, ex candidato alla direzione dell’Unesco e bruciato qualche mese fa per le sue sortite antisemitiche. Proprio l’Unesco ha da ridire: «È inconcepibile — recita un comunicato — che un’area così enormemente estesa sia stata scavata in modo tanto estremo e campionata in un periodo di tempo tanto breve. È chiaro che sono stati usati mezzi molto pesanti, come rivelano il livellamento del suolo e i segni su alcuni blocchi di pietra». Scavi & ricavi. Le pietre fanno cassa e a Luxor non nascondono di volerle far fruttare, con la nascita d’un Parco dei Faraoni e di nuovi villaggi turistici. A Giza sta sorgendo il grande museo delle piramidi e in ballo ci sono trasferimenti d’opere dal valore incalcolabile. La si butta in politica: non è un caso, osservano fonti diplomatiche del Cairo, che il professor Awass venga attaccato proprio ora dalle superpotenze archeologiche e dall’Onu, poiché è l’uomo che da qualche anno ha scatenato la guerra a grandi musei come il British, per riavere opere come la Stele di Rosetta («È l’icona della nostra identità, però il 95 per cento degli egiziani non l’ha mai vista…»). Nella sostanza, si replica alle accuse: ogni ritrovamento è stato rispettato e studiato con attenzione, compresi i resti d’una bottega d’epoca romana e l’iscrizione su una tavoletta, «Cleopatra», che addirittura proverebbe una visita della regina (e del suo bell’Antonio) al Viale delle Sfingi. A proposito di nasi: «Sarà una nuova meraviglia del mondo — fiuta l’affare Awass —: la rivincita di un Paese che sta scavando le sue radici».

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