Copti, cittadini di serie B

«In Egitto la discriminazione nei confronti dei cristiani copti è profonda e quotidiana. Però sta accadendo qualcosa di positivo: la comunità internazionale si sta accorgendo di noi e del nostro problema. Se prima eravamo ignorati, oggi non lo siamo più. La strage di Natale (cfr box) ha suscitato riprovazione in tutto il mondo. Le stesse Chiese cristiane, in primo luogo quella cattolica, ci sono state vicine. Questo ci fa dire che non siamo più soli di fronte all’intolleranza e che qualcosa in futuro potrà cambiare». Nelle parole di uno dei portavoce della comunità copta ortodossa in Italia, a più di un mese dall’attentato alla chiesa di Nagaa Hamadi, 440 km a sud del Cairo, è ancora forte il dolore per le nove vittime (otto cristiane e un musulmano), ma c’è anche un senso di speranza. La speranza che, attraverso le pressioni della comunità internazionale, finisca una discriminazione che dura da secoli e che negli ultimi decenni è aumentata.
«Gli atti di intolleranza contro i copti – spiega Ashraf Ramelah, presidente e fondatore di Voice of the Copts, organizzazione di copti che opera in Italia e negli Stati Uniti – sono iniziati contemporaneamente all’occupazione arabo-musulmana dell’Egitto e per la precisione nel 651 d.C. I motivi che allora hanno scatenato le violenze sono gli stessi di oggi: molti arabi musulmani fanno fatica a convivere pacificamente con altre civiltà e culture, convinti che il mondo intero debba credere all’islam e l’islam debba essere l’unica religione. Quest’ultimo modo di pensare scatena violenze e discriminazioni». Una discriminazione che, nei secoli, si è inasprita o affievolita a seconda delle convenienze politiche dei governanti islamici. A periodi di relativa tolleranza in cui i copti potevano operare in modo libero, se ne alternavano altri in cui i politici imponevano ai cristiani norme rigide che regolavano il loro modo di vestire, di pregare, di relazionarsi con i musulmani.
«Il momento di maggiore coesione nazionale sono stati gli anni successivi alla prima guerra mondiale – osserva Paola Pizzo, ricercatrice nell’Università di Chieti-Pescara e autrice di L’Egitto agli egiziani! Cristiani, musulmani e idea nazionale (1882-1936) (Zamorani, Torino 2003) -. In quel periodo, le diverse comunità lottavano fianco a fianco per rivendicare l’indipendenza e l’emancipazione dalla tutela britannica. Si parlò allora di alleanza tra croce e mezzaluna». Non è un caso che furono proprio i britannici a inoculare il virus del fondamentalismo nel corpo egiziano. Virus dal quale l’Egitto non è ancora guarito. Nel 1928 nasce infatti il movimento dei Fratelli musulmani. L’organizzazione predica il ritorno ai valori più austeri dell’islam sunnita in contrapposizione al secolarismo che si sta diffondendo nel Medio Oriente e in Africa. Gli inglesi vedono in essa una possibile risposta al nazionalismo egiziano e così, per anni, la finanziano.
«I Fratelli musulmani – osserva un portavoce della comunità copta in Italia che preferisce restare anonimo – appoggiarono Nasser, ma successivamente entrarono in conflitto con lui. Non a caso tutti i leader vennero incarcerati. È con la morte di Nasser e l’arrivo al potere di Sadat che i Fratelli musulmani e la loro visione estremistica dell’islam tornano alla ribalta. I leader vengono scarcerati e gli atti di intolleranza verso i cristiani iniziano a farsi più frequenti e feroci». Sadat ordina a papa Shenuda III, il capo della Chiesa copta, di ritirarsi in esilio in un monastero. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte sono posti agli arresti. Sadat rimpiazza la gerarchia ecclesiastica con un comitato di 5 vescovi e si rivolge a Shenuda come «ex-papa». Il primo atto di aperta violenza risale al 1972 quando i fondamentalisti musulmani danno alle fiamme una casa editrice cristiana. Negli anni seguono incendi di chiese, pestaggi, violenze sulle donne cristiane, matrimoni forzati, ecc. I fondamentalisti però non sono contenti di Sadat. Lo vedono come un traditore perché ha firmato la pace con Israele (1978). E infatti una frangia estremista dei Fratelli musulmani organizza l’attentato nel quale viene ucciso (1981). Con Mubarak le cose non migliorano. Da sempre lui «gioca» con gli estremisti per mantenere il potere: in alcuni periodi li reprime ferocemente, in altri fa loro grandi aperture. Nelle ultime elezioni parlamentari (2005), per esempio, ha concesso a esponenti del movimento fondamentalista di candidarsi come indipendenti nelle liste del suo partito. Così oggi siedono in parlamento 88 Fratelli musulmani su 440 seggi.

ESCLUSI DAL VERTICE
Dagli anni Settanta, gli episodi di discriminazione aumentano a tutti i livelli. Nel 1980 viene cambiata la Costituzione e la legge islamica è riconosciuta come «fonte principale del diritto». In questo modo, l’islam acquisisce una rilevanza fondamentale a livello giuridico e politico e relega le minoranze a un ruolo di secondo livello. Tanto è vero che ai cristiani – che pure rappresentano il 10% della popolazione – vengono precluse tutte le vie d’accesso al potere. Oggi in Egitto la carica presidenziale può essere ricoperta solo da un musulmano. Formalmente un cristiano può diventare premier, ma i governi sono quasi sempre stati presieduti da islamici. Attualmente esiste un solo governatore di religione cristiana. Ma non ci sono cristiani tra i rettori delle università, i responsabili dei sindacati, i vertici delle forze armate, i giudici di alto grado, ecc. «I risultati di questa discriminazione sono evidenti – osserva un sacerdote copto -. Un esempio è il diritto di famiglia non musulmano. In origine, il governo e il parlamento si sono rifiutati di approvare una normativa ad hoc prendendo come scusa le divisioni in materia delle varie confessioni cristiane. Shenouda III ha allora promosso un incontro con i responsabili delle altre Chiese per redigere un progetto legislativo comune. Le Chiese sono riuscite a elaborare un progetto e lo hanno consegnato ai deputati. È stato presentato da più di 20 anni, ma non è mai stato discusso. Un altro esempio? Dopo alcuni attentati a chiese, un deputato ha stilato un rapporto chiedendo che venisse approvata una legge per regolamentare in modo più democratico l’apertura dei luoghi di culto islamici e cristiani. Il rapporto, ovviamente, è caduto nel nulla. Ogni anno si annuncia la discussione di una legge in materia, ma poi tutto cade nel dimenticatoio».
Quello dell’apertura dei luoghi di culto è un punto dolente nelle relazioni tra copti e musulmani. In Egitto, la costruzione di una chiesa è sottoposta a numerosi vincoli (non può sorgere vicino a una moschea, su un terreno agricolo, vicino a monumenti, ecc.) che ne rendono quasi impossibile la realizzazione. A ciò va aggiunto che il culto, al di fuori dei luoghi sacri, è punito. «In molti piccoli villaggi, soprattutto nel Sud, non ci sono chiese e non è possibile costruirne – continua il sacerdote -; così, per pregare, i cristiani si radunano in appartamenti privati. Spesso però arriva la polizia e li arresta con l’accusa di riunione religiosa illegale. Recentemente un cristiano in un villaggio stava morendo. I parenti hanno chiamato il sacerdote affinché gli impartisse l’estrema unzione. Poco dopo l’arrivo del prete, ha fatto irruzione la polizia. Sono stati arrestati tutti i presenti con l’accusa di aver tentato di trasformare in modo illegale l’appartamento in una chiesa. La casa è stata demolita. Nei giorni successivi, il vescovo locale ha pubblicato su un giornale locale un annuncio a pagamento con il quale chiedeva polemicamente a Mubarak di poter edificare una chiesa proprio in quel luogo».

CONVERSIONI IMPOSSIBILI
Le chiese vengono spesso saccheggiate e danneggiate. In 40 anni sono stati registrati dalla polizia 160 episodi di danneggiamenti (si tratta di un dato sottostimato che non tiene conto di molti episodi minori). Spesso si conoscono i nomi dei colpevoli, che però quasi mai vengono condannati grazie alla complicità di polizia e magistratura. Ai copti rimangono i danni, ma ottenere le autorizzazioni per ristrutturare una chiesa non è semplice.
Le discriminazioni però non toccano solo gli edifici sacri, ma anche le persone. Convertirsi al cristianesimo per un musulmano è quasi impossibile. «Un musulmano di nascita – osserva un copto da anni residente in Italia – non potrà mai cambiare religione, pena l’esclusione dall’eredità e dalla società di appartenenza. A volte i musulmani convertiti rischiano addirittura la vita. Viceversa se un cristiano diventa musulmano è accolto con grandi feste. La carta d’identità gli viene cambiata subito inserendogli la dizione "musulmano". È facilitato nel lavoro, nel trovare casa, ecc.».
Nei villaggi del Sud, dove la presenza copta è più forte, sono frequenti i rapimenti e gli stupri delle ragazze cristiane che, dopo la violenza, vengono convinte con la forza a convertirsi e a sposare il loro violentatore. Anche il divorzio è motivo di tensione. «La Chiesa copta è contro il divorzio – spiega un altro sacerdote -, quindi spesso i cristiani per divorziare si convertono all’islam. La legge prevede che, in caso di divorzio, i figli restino alla madre. Ma se la madre è cristiana e il padre è diventato musulmano, i figli restano con il padre e diventano musulmani anch’essi».
A scuola la discriminazione è evidente. I libri di testo hanno un’impostazione chiaramente filo islamica e anche la didattica è improntata all’islam. «Recentemente – ricorda la nostra fonte nella comunità copta in Italia – in una scuola egiziana a una classe di bambini, tra i quali alcuni cristiani, è stato chiesto di disegnare la Caabà (il tempietto che sorge al centro del cortile sacro della grande moschea della Mecca) scrivendo: "Testimonio che non c’è divinità se non Allah e che Maometto è il suo Profeta". Sembra una cosa innocente, in realtà non tutti sanno che è sufficiente pronunciare o scrivere quella formula di fronte a due testimoni per convertirsi all’islam. Quello era un tentativo, subdolo, per convertire gli studenti copti».
Di fronte a questi soprusi, la politica non interviene, anzi è spesso connivente con gli estremisti islamici il cui appoggio è fondamentale per l’attuale regime. «Grazie alla tecnologia e alle denunce di varie organizzazioni di copti all’estero – spiega Ashraf Ramelah – oggi il mondo ha la possibilità di conoscere l’intolleranza nei confronti dei copti, che più che intolleranza è una vera e propria persecuzione».
«In realtà – ribatte un altro copto -, il vero nodo è la mancanza di democrazia. In Egitto, da anni, è al governo un regime che gioca con il fuoco dell’integralismo. Questo regime può essere deposto solo attraverso un colpo di Stato (che nessuno auspica) o mediante un processo lento di democratizzazione che parta dalla riforma della costituzione. In questo senso, può giocare un ruolo importante la comunità internazionale attraverso politiche che costringano il governo del Cairo a cambiare rotta. Le reazioni che sono seguite all’attentato di Natale sono state positive. Così come è stato positivo l’intervento della Chiesa cattolica, a partire dall’appello di Benedetto XVI. Il pontefice, nell’Angelus di domenica 10 gennaio, ha pronunciato parole importanti: "La violenza verso i cristiani in alcuni Paesi ha suscitato lo sdegno di molti, anche perché si è manifestata nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Occorre che le istituzioni, sia politiche sia religiose, non vengano meno alle proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili". Sono convinto che, se il mondo ci aiuterà, si troverà una soluzione positiva. In ogni caso, non riusciranno mai a distruggere una tradizione religiosa che, grazie alla sua fede e alla sua determinazione, è presente in Egitto da millenni».

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