Netanyahu, Continuiamo a costruire

"Le costruzioni a Gerusalemme est continueranno nella stessa maniera in cui sono andate avanti negli ultimi 42 anni", dice Benjamin Netanyahu ai deputati del Likud presumibilmente soddisfatti della nuova sfida lanciata dal premier a Obama. Nessuna retromarcia, dunque. Perché questa, dice Netanyahu, è la linea seguita da tutti i governi israeliani che si sono succeduti dalla guerra del ’67 ad oggi.

Ecco il punto: mantenere le conquiste del ’67, possibilmente incrementandole, e al tempo stesso dichiarare di volere la pace; riconoscere la necessità che i palestinesi abbiano un loro stato e continuare a limitarne il futuro territorio; accettare di risolvere il conflitto attraverso il negoziato ed agire come se non ci fosse alcun negoziato. Netanyahu non teme le contraddizioni, anche quando queste lo mettono su una rotta di collisione con l’alleato americano, in quella che l’ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, ha definito "una crisi di proporzioni storiche, la peggiore dal 1975".

Una crisi destinata ad aggravarsi. Perché la sfida di Netanyahu arriva in risposta alle richieste fatte da Hillary Clinton nella tesissima telefonata di venerdì, nella quale il segretario di Stato avrebbe chiesto al premier di accantonare, o addirittura annullare, la decisione che aveva provocato la crisi: quella cioè di costruire 1.600 nuove case nel quartiere ultra-ortodosso di Ramat Shlomo, al di là della linea verde.

Netanyahu ha risposto con un rilancio, citando tra l’altro il consenso, a suo dire quasi unanime, della popolazione israeliana nel ritenere che i territori "annessi" (e i quartieri ebraici di Gerusalemme est sono stati tecnicamente annessi) rimangano parte del territorio israeliano "in qualsiasi accordo di pace".

A Ramallah le parole del premier israeliano sembrano essere cadute in una sorta di vuoto emotivo. "Non è una novità, né una sorpresa", dice Nemer Hammad, consigliere di Abu Mazen ed ex ambasciatore Olp a Roma. In altri termini, per il vertice palestinese si conferma che "Netanyahu non è interessato alla pace". E dunque, conclude il portavoce del presidente Nabil Abu Rudeinah, finché questa resta la linea degli israeliani "non torneremo al tavolo del negoziato". Reazione preoccupante, quella di Ramallah, perché alta è la tensione nei Territori e a Gerusalemme (una decina di feriti, ieri, in diversi scontri) e se una vecchia volpe come l’ex premier Abu Ala avverte che potrebbe esplodere una terza Intifada, la sua opinione non va sottovalutata.

Forte dell’appoggio ricevuto dalla lobby filo-israeliana americana (Aipac) e dalla Anti Defamation League (un’organizzazione impegnata a combattere l’antisemitismo nel mondo), entrambe assai polemiche verso Obama, Netanyahu sembra però deciso ad andare avanti.

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