Somalia, attacco a moschea: 40 morti

L’obbiettivo era un capo supremo degli Shebab, gli islamici radicali legati ad Al Qaeda che combattono in Somalia contro il governo: Fuad Mohamed Khalaf detto Ina Shangoli. Le due bombe scoppiate in rapida successione nella moschea Abdalla Shideye nel centro di Mogadiscio, l’hanno ferito gravemente, mentre una quarantina di persone che pregavano sono rimaste uccise. Una settantina hanno il corpo lacerato dalle schegge e alcuni sono gravissimi. Il tempio, nel mercato centrale di Bakara, è conosciuto perché frequentato da miliziani radicali. Lì i sermoni dei mullah hanno spesso infiammato gli animi contro gli infedeli, gli stranieri e il governo Federale di Transizione, riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto da una forza di spedizione dell’Unione Africana formata da ugandesi e burundesi, ma obbiettivo degli insorti radicali perché "venduto all’Occidente".

GRUPPI ISLAMICI - Quello di sabato è il secondo attacco in una moschea nel centro della capitale somala controllato dai due gruppi islamici che combattono il governo: gli Shebab, appunto, i più radicali e duri e puri legati allo sceicco del terrore Osama Bin Laden, e gli Hizbul Islam, un pochino più moderati, il cui capo è Shek Hassan Deher Aweis, il fondatore delle prime cellule islamiche somale già nel lontano 1977. Subito dopo le esplosioni la moschea è stata circondata da miliziani shebab armati fino ai denti. Martedì una mina antiuomo, piazzata sotto un tappeto, aveva ucciso un fedele nella moschea Abu Hureya e feriti un’altra decina. Nessuno ha rivendicato l’attentato di sabato, ma, alcuni testimoni interrogati dai giornalisti somali, ipotizzano che le bombe si inquadrano nella guerra tra i due gruppi islamici in lotta tra loro per accaparrarsi l’egemonia della rivolta contro il governo.

IL LEADERFuad Mohamed Khalaf, migiurtino del sottoclan Omar Mahomud, è cittadino svedese. Subito dopo l’inizio della guerra civile, nel 1992, ha lasciato la Somalia e ha chiesto asilo politico in Svezia dove ha ottenuto la cittadinanza. Ha vissuto a Stoccolma come imam in una moschea radicale. Secondo i gruppi per la difesa dei diritti umani è tornato in Somalia dopo dodici anni, nel 2004, e ha partecipato come "ministro" dell’educazione nel primo governo della corti islamiche, al potere da giugno a dicembre 2006. Nel 2007, quando l’invasione etiopica ha spazzato via le corti, è scappato alla Mecca ma è rientrato un anno dopo. Nel 2009 ha diretto personalmente la lapidazione di una ragazza quattordicenne accusata di non vestire coerentemente con i principi islamici e (lo stesso giorno, poche ore dopo) il taglio della mano destra di un ragazzino accusato di furto di vestiti per un valore di 80 euro. Il nome di Fuad Mohamed Khalaf compare nelle lista dei leader somali soggetti a sanzioni di parte delle Nazioni Unite.

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