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Egitto, terra di contrasti

Il Cairo ti accoglie immersa nello smog e col suo traffico caotico sin dalle prime luci dell’alba. Dall’alto appare come una striscia scura nel deserto giallastro, poi scendendo vedi stagliarsi all’orizzonte gli inconfondibili profili delle piramidi. Quindi la metropoli: edifici fitti e strade strette, i grattacieli del centro e le grandi arterie che serpeggiano nella città proprio come il Nilo che l’attraversa.

Estesa come la metà di New York, ma con il doppio di abitanti, la capitale dell’Egitto "è" l’Egitto: lì risiedono gran parte degli egiziani fuggiti dal deserto verso la costa mediterranea in cerca di lavoro e di benessere. E lì è, più che altrove nel Paese, tangibile la convivenza tra l’antico, la tradizione e la modernità . Una modernità fatta soprattutto di contrasti tra la povertà estrema e "primitiva" dei sobborghi, che attraversi tra stradine polverose e case fatiscenti, e un centro simil-occidentale con grattacieli e mega centri commerciali.

Ovunque si vada risuonano i beep beep del metal detector : pulmini, taxi e autovetture che entrano nelle aree degli alberghi vengono ispezionate con specchi che si spingono sotto gli abitacoli. I poliziotti armati di kalashnikov ti sorridono bonari avvolti nelle loro divise di panno scuro e la loro presenza è capillare, ovunque ci siano turisti.

Il primo impatto non è dei migliori, ma anche il visitatore più diffidente non potrà che abbandonarsi al fascino delle Piramidi e della Sfinge, sebbene quel che rimane della "sette meraviglie" venga assediato dalla città che avanza sfidando il deserto. D’obbligo al Cairo una visita al Museo archeologico dove sono custoditi tesori dal valore inestimabile come la maschera e il sarcofago di Tutankamen e le mummie dei grandi faraoni provenienti dalla Valle dei Re. Da visitare con calma e con una buona guida: l’unico problema è scegliere cosa vedere per non rimanere storditi dalla ricchezza e dalla varietà dei reperti esposti: quindi indispensabile chiarirsi le idee prima di avventurarsi su un’area espositiva molto vasta.

Le meraviglie del Cairo fanno comunque parte di un patrimonio visivo e culturale che noi occidentali abbiamo imparato a conoscere sin dalle scuole primarie. Le vere sorprese che riserba l’Egitto sono altrove, qualche centinaio di chilometri più a Sud. Vale quindi senz’altro la pena di spingersi fino a Luxor, l’antica Tebe che fu capitale dell’ Egitto e che oggi è una cittadina di 400mila abitanti estesa principalmente sulla sponda orientale del Nilo. I due templi principali, quello di Luxor e di Karnak, autentici musei all’aperto, saranno prossimamente uniti da un percorso rettilieno di un paio di chilometri in corso d’opera: una sorta di "via sacra" che una volta ultimata diventerà uno dei luoghi più suggestivi dell’Alto Egitto.

Il sole al tramonto vi indicherà la sponda del Nilo dove recarvi per visitare città dei morti, ovvero la Valle dei Re. Quest’area desertica fu utilizzata per 500 anni, dal 1600 a.C. al 1100 a.C. circa per la sepoltura dei sovrani. Oggetto di attenzioni sin dall’epoca greco romana, fu però solo all’inizio del XX secolo che quest’area destò l’interesse degli archelogi che intuirono i tesori celati sotto le rocce. Personaggi come Howard Carter e Theodore Davis, a metà tra gli studiosi e gli avventurieri trascorsero decenni a scavare ed oggi sono 63 le tombe portate alla luce. Qui nel 1922 Carter fece la scoperta del secolo, la tomba del faraone Tutankamen, una delle poche trovate praticamente intatte. Non scoraggiatevi per le file che in ogni periodo dell’anno sarete costretti a fare: supererete cunicoli, false stanze funerarie, antichi trabocchetti, ma alla fine arriverete nella stanza funeraria, quella dove era custodito il sarcofago e il "tesoro", ciò che apparteneva al Re e si riteneva poteva essergli utile nel regno dei morti. Non lasciate Luxor senza visitare, sempre sulla sponda occidentale del Nilo presso Dair el Bahari,il tempio della reginaHatchepsut, la donna faraone. Addossato a una montagna e ricavato in parte all’interno di essa, il tempio è maestoso e ospita dipinti murali conservati molto bene nonostante i suoi 3500 anni.

Da Luxor ad Assuan scegliete gli alberghi viaggianti. Ce ne sono per tutte le tasche. I più lussuosi hanno la piscina all’ultimo piano e tutti i comfort di un vero hotel e la velocità contenuti, 4-5 nodi, vi consente di ammirare in navigazione le anse e gli scorci più spettacolari di questo tratto egiziano del Nilo. Vale la pena usare un binocolo per seguire la vita dei villaggi che passeranno davanti ai vostri occhi: a pochi gradi dal tropico il tempo sembra non sia passato. Se non fosse per le paraboliche che sembrano piantate sui tetti delle case di pietra qui si vive come secoli fa, con quello che il fiume dà. Solo i centri beneficiati dal turismo offrono qualche possibilità in più per campare. Qualcuno commercia persino vendendo tovaglie e vestiti di cotone lanciandoli abbordando la nave da crociera e urlando prezzi, colori, misure in franco-anglo-ispanico-italiano, una neolingua nella quale gli egiziani sono maestri. Ovviamente, se siete interessati ad acquistare qualcosa, l’imperativo è contrattare. Sul fiume avrete molte occasioni per fare i vostri acquisti e scegliere. Praticamente ogni tappa prevede un souk, ve lo troverete sul vostro cammino andando per templi o arriverà in barca proprio sotto la vostra cabina. Sulla via di Assuan, i templi tolemaici a Kom Ombo e a Edfu sono le tappe più interessanti prima di Philae, il tempio su un’isola proprio a ridosso della grande diga, opera immensa che ha cambiato il destino di milioni di egiziani.

E' opportuno che i media alzino la voce e parlino di queste violenze

Il bilancio è di nove morti e dieci feriti. Sono i cristiani copti rimasti uccisi in Egitto all’uscita della messa celebrata per il Natale copto. Ad assalirli è stata una folla di musulmani. E’ l’ennesima violenza che le minoranze cristiane sono costrette a subire nei Paesi a maggioranza islamica in mezzo al tombale silenzio dei media occidentali.

La strage è avvenuta a Qena, a circa 650 chilometri a sud del Cairo. Tra i morti non vi sono stati solo i cristiani che stavano uscendo dalla chiesa, ma pure un agente della sicurezza, musulmano. Non è la prima volta che i cristiani d’Egitto subiscono violenze. Le violenze sono anzi aumentate a dismisura nel corso degli ultimi anni.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha subito condannato l’avvenuto pronunciando parole dure che meritano di essere ascoltate: "Le violenze perpetraate contro la comunità cristiana copta in Egitto suscitano orrore e riprovazione – ha detto il ministro -. La comunità internazionale non può restare indifferente né deve mai abbassare la guardia di fronte all’ intolleranza religiosa, che costituisce una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. L’Italia – conclude il ministro – intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di culto, quale assoluto e irrinunciabile valore di civilità".

Le parole di Frattini sembrano quasi una risposta a quelle del segretario alla presidenza del senato Lucio Malan (Pdl): "”Di fronte agli inquietanti attacchi ai cristiani in Egitto, auspico che il ministero degli esteri chieda chiarimenti al governo del Cairo, a tutela di quella comunita’, probabilmente la piu’ antica di tutte. Proprio poche settimane fa il Senato ha approvato diverse mozioni, la prima delle quali del Pdl, a prime firme di Gasparri e Quagliariello, sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo, e in particolare in Egitto. Sono del resto certo che il ministro Frattini, che ha parecchie volte mostrato sensibilita’ sul tema, sapra’ coinvolgere le autorita’ egiziane, anche in nome dell’amicizia che lega i nostri due Paesi”.

Le violenze contro la comunità copta in Egitto si sono intensificate nel corso degli ultimi anni, con il crescere del fondamentalismo islamico e la sempre più forte presenza, sulla scena politica egiziana, dei Fratelli Musulmani.

I copti sono i "pellerossa d’Egitto". Infatti, come gli indiani d’America, sono i veri autoctoni, i discendenti di Cleopatra e Ramses. Il loro nome viene dal greco "Aigyptos", Egitto. Gli arabi musulmani, guidati dal califfo "ben guidato" Omar ibn al Khattab e dal generale Amr ibn al-As , invasero la loro terra, imposero loro l’umiliante patto di Omar con tutte le restrizioni annesse (non costruire edifici più alti di quelli dei musulmani, pregare a voce bassa, non suonare le campane, non esporre croci, non convertire i musulmani ma non impedire ad un cristiano di convertirsi all’islam, non restaurarele chiese in rovina) oltre ovviamente ad imporre l’odiosa tassa della dhimma e la lingua araba. Oggi i primi abitanti dell’Egitto, i copti, sono discriminati.

Sulla carta i copti, nell’Egitto moderno, avrebbero gli stessi diritti dei cittadini musulmani. Ashraf Ramelah, presidente dell’Associazione Cristiani d’Egitto Voice of Copts, sostiene che così non è. Parlando delle visite che le autorità egiziane compiono il giorno di Natale nelle chiese copte, Ashraf dice: "Il governo egiziano ha utilizzato il giorno del Natale della Chiesa Copta per dimostrare all’Occidente di promuovere il pluralismo religioso. Le visite degli ufficiali egiziani, inoltre, sono sempre accompagnate da messaggi di propaganda, in cui si sottolinea che il governo non fa distinzioni fra i suoi cittadini di qualsiasi credo essi siano.

Ma così non è. Noi copti (quasi quindici milioni di persone su una popolazione di ottanta milioni nel solo Egitto) e altre minoranze come i Baha’i (fautori di un sincretismo ecumenico di tutti i profeti di Dio) siamo in realtà continuamente discriminati dal governo egiziano sia sul posto di lavoro, sia nella vita quotidiana".

Il presidente Hosni Mubarak e le autorità egiziane mentono, secondo Ashraf Ramelah, sulla condizione dei cittadini cristiani. Oggigiorno, i copti vivono nel terrore, ben consapevoli del fatto di essere privi di qualsivoglia protezione. Lo stesso vale per gli attivisti per i diritti umani, torturati e addirittura sodomizzati nelle prigioni egiziane. I copti sono stanchi di essere cittadini di serie B, non vogliono più essere "dhimmi". Essi non vogliono più "vivere come stranieri nella loro terra".

Come abbiamo già accennato, le violenze contro i copti non sono cosa di ieri. Basti ricordare la poco conosciuta strage di El Kosheh. Questo villaggio copto, situato nelle vicinanze di Luxor, fu teatro di una delle stragi più atroci degli ultimi anni: stando alla corrispondenza di Christina Lamb, apparsa su The Telegraph il 25 ottobre 1998. Questo villaggio è stato preso d’assalto dalle forze dell’ordine. Alcune adolescenti sarebbero state rapite, e dei bambini in fasce sarebbero stati picchiati selvaggiamente con dei bastoni alla presenza delle loro madri. Le forze di sicurezza avrebbero addirittura crocifisso diversi copti del villaggio di El Kosheh: le crocifissioni sarebbero avvenute a gruppi di cinquanta persone, inchiodate alle croci. Altri cristiani sarebbero stati torturati con l’uso della corrente nelle zone genitali. A compiere tali atrocità è stata quella polizia che dovrebbe proteggere i cittadini.

Anche i missionari concordano nel parlare di queste violenze. Padre Venanzio Milani, presidente dell’Associazione Missionaria Misna: "Ormai il regime ha gettato la maschera. L´Italia e l´Ue, sempre pronti a firmare documenti anti-cattolici, continuano a fare finta di niente".

Non solo le autorità politiche hanno delle colpe in tutto questo. Anche i media, sempre pronti a puntare il dito contro chi non gradisce il burqa, ma che tacciono quando si parla di violenze anticristiane. Se ne parlerà sui giornali di queste violenze? Certo. Ma sarà tutto minimizzato.

Ora è giusto che non si abbandonino i cristiani d’Egitto, perseguitati in quella che è la loro patria. Innanzitutto bisogna dare informazioni corrette, e sarebbe ora che sia i giornali che le autorità smettessero di propinare questa favola della pacifica convivenza tra musulmani e cristiani. Purtroppo i cristiani sono perseguitati.

E in secondo luogo bisogna assolutamente chiarire che per avere rispetto si deve accettare la reciprocità. I nostri Paesi permettono, coi fatti, la libertà di culto. Questa è una delle grandi conquiste della civiltà. I Paesi occidentali non devono arretrare di un millimetro sulla libertà di culto. Rappresaglie antimusulmane sarebbero incivili e barbare: è giusto e sacrosanto che il musulmano, qualora sia rispettoso delle leggi e dei valori di uguaglianza senza discriminazione di sesso o religione, possa praticare la sua religione. Ma dobbiamo chiedere con forza la reciprocità: se i musulmani sono liberi di praticare l’islam in terra europea, i cristiani devono essere liberi in terra musulmana: tanto più che, come nel caso dei copti, non si tratta di "stranieri": i copti, a ben guardare, sarebbero addirittura più egiziani degli egiziani stessi (altra cosa che sarebbe giusto cominciare a dire: perché i conquistadores spagnoli sono esecrati, mentre dei conquistatori arabi si parla sempre con rispetto, nei libri di Storia? Perché chi ha distrutto le civiltà precolombiane è trattato come un mostro, mentre chi ha distrutto il Nordafrica latino e cristiano patria di Sant’Agostino è trattato come un "civilizzatore"? queste sono pericolosi e falsi doppiopesismi storici).

Il radicalismo islamico è aggressivo, non reattivo. I copti non centrano nulla con l ‘ "imperialismo americano" e non centrano nulla nemmeno con Israele. Quindi queste aggressioni rendono evidente la natura aggressiva dell’islamismo estremo dei Fratelli Musulmani.

Tacere è una colpa. E’ giusto che le autorità politiche, i media, gli intellettuali che si scandalizzano solo quando è l’islam ad essere preso di mira, i "laici" che sono laici solo quando si parla di Chiesa, ma che diventano improvvisamente bigotti quando si parla di Allah, alzino la voce. Non è razzismo. E’ semplicemente chiedere uno dei diritti fondamentali dell’uomo: quello alla libertà di coscienza. Alla libertà di essere se stessi.

Tacendo sulle sofferenze dei copti ci si dimostra razzisti: è come se fossero trattati da vittime di serie B. E questo solo per quelal dannatissima malattia, tutta occidentale, del pilatismo.

Copti, cittadini di serie B

«In Egitto la discriminazione nei confronti dei cristiani copti è profonda e quotidiana. Però sta accadendo qualcosa di positivo: la comunità internazionale si sta accorgendo di noi e del nostro problema. Se prima eravamo ignorati, oggi non lo siamo più. La strage di Natale (cfr box) ha suscitato riprovazione in tutto il mondo. Le stesse Chiese cristiane, in primo luogo quella cattolica, ci sono state vicine. Questo ci fa dire che non siamo più soli di fronte all’intolleranza e che qualcosa in futuro potrà cambiare». Nelle parole di uno dei portavoce della comunità copta ortodossa in Italia, a più di un mese dall’attentato alla chiesa di Nagaa Hamadi, 440 km a sud del Cairo, è ancora forte il dolore per le nove vittime (otto cristiane e un musulmano), ma c’è anche un senso di speranza. La speranza che, attraverso le pressioni della comunità internazionale, finisca una discriminazione che dura da secoli e che negli ultimi decenni è aumentata.
«Gli atti di intolleranza contro i copti – spiega Ashraf Ramelah, presidente e fondatore di Voice of the Copts, organizzazione di copti che opera in Italia e negli Stati Uniti – sono iniziati contemporaneamente all’occupazione arabo-musulmana dell’Egitto e per la precisione nel 651 d.C. I motivi che allora hanno scatenato le violenze sono gli stessi di oggi: molti arabi musulmani fanno fatica a convivere pacificamente con altre civiltà e culture, convinti che il mondo intero debba credere all’islam e l’islam debba essere l’unica religione. Quest’ultimo modo di pensare scatena violenze e discriminazioni». Una discriminazione che, nei secoli, si è inasprita o affievolita a seconda delle convenienze politiche dei governanti islamici. A periodi di relativa tolleranza in cui i copti potevano operare in modo libero, se ne alternavano altri in cui i politici imponevano ai cristiani norme rigide che regolavano il loro modo di vestire, di pregare, di relazionarsi con i musulmani.
«Il momento di maggiore coesione nazionale sono stati gli anni successivi alla prima guerra mondiale – osserva Paola Pizzo, ricercatrice nell’Università di Chieti-Pescara e autrice di L’Egitto agli egiziani! Cristiani, musulmani e idea nazionale (1882-1936) (Zamorani, Torino 2003) -. In quel periodo, le diverse comunità lottavano fianco a fianco per rivendicare l’indipendenza e l’emancipazione dalla tutela britannica. Si parlò allora di alleanza tra croce e mezzaluna». Non è un caso che furono proprio i britannici a inoculare il virus del fondamentalismo nel corpo egiziano. Virus dal quale l’Egitto non è ancora guarito. Nel 1928 nasce infatti il movimento dei Fratelli musulmani. L’organizzazione predica il ritorno ai valori più austeri dell’islam sunnita in contrapposizione al secolarismo che si sta diffondendo nel Medio Oriente e in Africa. Gli inglesi vedono in essa una possibile risposta al nazionalismo egiziano e così, per anni, la finanziano.
«I Fratelli musulmani – osserva un portavoce della comunità copta in Italia che preferisce restare anonimo – appoggiarono Nasser, ma successivamente entrarono in conflitto con lui. Non a caso tutti i leader vennero incarcerati. È con la morte di Nasser e l’arrivo al potere di Sadat che i Fratelli musulmani e la loro visione estremistica dell’islam tornano alla ribalta. I leader vengono scarcerati e gli atti di intolleranza verso i cristiani iniziano a farsi più frequenti e feroci». Sadat ordina a papa Shenuda III, il capo della Chiesa copta, di ritirarsi in esilio in un monastero. In aggiunta, otto vescovi, 24 sacerdoti e molti altri eminenti personalità copte sono posti agli arresti. Sadat rimpiazza la gerarchia ecclesiastica con un comitato di 5 vescovi e si rivolge a Shenuda come «ex-papa». Il primo atto di aperta violenza risale al 1972 quando i fondamentalisti musulmani danno alle fiamme una casa editrice cristiana. Negli anni seguono incendi di chiese, pestaggi, violenze sulle donne cristiane, matrimoni forzati, ecc. I fondamentalisti però non sono contenti di Sadat. Lo vedono come un traditore perché ha firmato la pace con Israele (1978). E infatti una frangia estremista dei Fratelli musulmani organizza l’attentato nel quale viene ucciso (1981). Con Mubarak le cose non migliorano. Da sempre lui «gioca» con gli estremisti per mantenere il potere: in alcuni periodi li reprime ferocemente, in altri fa loro grandi aperture. Nelle ultime elezioni parlamentari (2005), per esempio, ha concesso a esponenti del movimento fondamentalista di candidarsi come indipendenti nelle liste del suo partito. Così oggi siedono in parlamento 88 Fratelli musulmani su 440 seggi.

ESCLUSI DAL VERTICE
Dagli anni Settanta, gli episodi di discriminazione aumentano a tutti i livelli. Nel 1980 viene cambiata la Costituzione e la legge islamica è riconosciuta come «fonte principale del diritto». In questo modo, l’islam acquisisce una rilevanza fondamentale a livello giuridico e politico e relega le minoranze a un ruolo di secondo livello. Tanto è vero che ai cristiani – che pure rappresentano il 10% della popolazione – vengono precluse tutte le vie d’accesso al potere. Oggi in Egitto la carica presidenziale può essere ricoperta solo da un musulmano. Formalmente un cristiano può diventare premier, ma i governi sono quasi sempre stati presieduti da islamici. Attualmente esiste un solo governatore di religione cristiana. Ma non ci sono cristiani tra i rettori delle università, i responsabili dei sindacati, i vertici delle forze armate, i giudici di alto grado, ecc. «I risultati di questa discriminazione sono evidenti – osserva un sacerdote copto -. Un esempio è il diritto di famiglia non musulmano. In origine, il governo e il parlamento si sono rifiutati di approvare una normativa ad hoc prendendo come scusa le divisioni in materia delle varie confessioni cristiane. Shenouda III ha allora promosso un incontro con i responsabili delle altre Chiese per redigere un progetto legislativo comune. Le Chiese sono riuscite a elaborare un progetto e lo hanno consegnato ai deputati. È stato presentato da più di 20 anni, ma non è mai stato discusso. Un altro esempio? Dopo alcuni attentati a chiese, un deputato ha stilato un rapporto chiedendo che venisse approvata una legge per regolamentare in modo più democratico l’apertura dei luoghi di culto islamici e cristiani. Il rapporto, ovviamente, è caduto nel nulla. Ogni anno si annuncia la discussione di una legge in materia, ma poi tutto cade nel dimenticatoio».
Quello dell’apertura dei luoghi di culto è un punto dolente nelle relazioni tra copti e musulmani. In Egitto, la costruzione di una chiesa è sottoposta a numerosi vincoli (non può sorgere vicino a una moschea, su un terreno agricolo, vicino a monumenti, ecc.) che ne rendono quasi impossibile la realizzazione. A ciò va aggiunto che il culto, al di fuori dei luoghi sacri, è punito. «In molti piccoli villaggi, soprattutto nel Sud, non ci sono chiese e non è possibile costruirne – continua il sacerdote -; così, per pregare, i cristiani si radunano in appartamenti privati. Spesso però arriva la polizia e li arresta con l’accusa di riunione religiosa illegale. Recentemente un cristiano in un villaggio stava morendo. I parenti hanno chiamato il sacerdote affinché gli impartisse l’estrema unzione. Poco dopo l’arrivo del prete, ha fatto irruzione la polizia. Sono stati arrestati tutti i presenti con l’accusa di aver tentato di trasformare in modo illegale l’appartamento in una chiesa. La casa è stata demolita. Nei giorni successivi, il vescovo locale ha pubblicato su un giornale locale un annuncio a pagamento con il quale chiedeva polemicamente a Mubarak di poter edificare una chiesa proprio in quel luogo».

CONVERSIONI IMPOSSIBILI
Le chiese vengono spesso saccheggiate e danneggiate. In 40 anni sono stati registrati dalla polizia 160 episodi di danneggiamenti (si tratta di un dato sottostimato che non tiene conto di molti episodi minori). Spesso si conoscono i nomi dei colpevoli, che però quasi mai vengono condannati grazie alla complicità di polizia e magistratura. Ai copti rimangono i danni, ma ottenere le autorizzazioni per ristrutturare una chiesa non è semplice.
Le discriminazioni però non toccano solo gli edifici sacri, ma anche le persone. Convertirsi al cristianesimo per un musulmano è quasi impossibile. «Un musulmano di nascita – osserva un copto da anni residente in Italia – non potrà mai cambiare religione, pena l’esclusione dall’eredità e dalla società di appartenenza. A volte i musulmani convertiti rischiano addirittura la vita. Viceversa se un cristiano diventa musulmano è accolto con grandi feste. La carta d’identità gli viene cambiata subito inserendogli la dizione "musulmano". È facilitato nel lavoro, nel trovare casa, ecc.».
Nei villaggi del Sud, dove la presenza copta è più forte, sono frequenti i rapimenti e gli stupri delle ragazze cristiane che, dopo la violenza, vengono convinte con la forza a convertirsi e a sposare il loro violentatore. Anche il divorzio è motivo di tensione. «La Chiesa copta è contro il divorzio – spiega un altro sacerdote -, quindi spesso i cristiani per divorziare si convertono all’islam. La legge prevede che, in caso di divorzio, i figli restino alla madre. Ma se la madre è cristiana e il padre è diventato musulmano, i figli restano con il padre e diventano musulmani anch’essi».
A scuola la discriminazione è evidente. I libri di testo hanno un’impostazione chiaramente filo islamica e anche la didattica è improntata all’islam. «Recentemente – ricorda la nostra fonte nella comunità copta in Italia – in una scuola egiziana a una classe di bambini, tra i quali alcuni cristiani, è stato chiesto di disegnare la Caabà (il tempietto che sorge al centro del cortile sacro della grande moschea della Mecca) scrivendo: "Testimonio che non c’è divinità se non Allah e che Maometto è il suo Profeta". Sembra una cosa innocente, in realtà non tutti sanno che è sufficiente pronunciare o scrivere quella formula di fronte a due testimoni per convertirsi all’islam. Quello era un tentativo, subdolo, per convertire gli studenti copti».
Di fronte a questi soprusi, la politica non interviene, anzi è spesso connivente con gli estremisti islamici il cui appoggio è fondamentale per l’attuale regime. «Grazie alla tecnologia e alle denunce di varie organizzazioni di copti all’estero – spiega Ashraf Ramelah – oggi il mondo ha la possibilità di conoscere l’intolleranza nei confronti dei copti, che più che intolleranza è una vera e propria persecuzione».
«In realtà – ribatte un altro copto -, il vero nodo è la mancanza di democrazia. In Egitto, da anni, è al governo un regime che gioca con il fuoco dell’integralismo. Questo regime può essere deposto solo attraverso un colpo di Stato (che nessuno auspica) o mediante un processo lento di democratizzazione che parta dalla riforma della costituzione. In questo senso, può giocare un ruolo importante la comunità internazionale attraverso politiche che costringano il governo del Cairo a cambiare rotta. Le reazioni che sono seguite all’attentato di Natale sono state positive. Così come è stato positivo l’intervento della Chiesa cattolica, a partire dall’appello di Benedetto XVI. Il pontefice, nell’Angelus di domenica 10 gennaio, ha pronunciato parole importanti: "La violenza verso i cristiani in alcuni Paesi ha suscitato lo sdegno di molti, anche perché si è manifestata nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Occorre che le istituzioni, sia politiche sia religiose, non vengano meno alle proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili". Sono convinto che, se il mondo ci aiuterà, si troverà una soluzione positiva. In ogni caso, non riusciranno mai a distruggere una tradizione religiosa che, grazie alla sua fede e alla sua determinazione, è presente in Egitto da millenni».

Incontro a Kabul tra Ahmadinejad e Karzai

si parlerà anche dell’ampliamento della cooperazione economica tra i due Paesi

«In Afghanistan gli Usa combattono il terrorismo che loro hanno creato»

Incontro a Kabul tra Ahmadinejad e Karzai. Il presidente iraniano: «La Nato non può portare la pace»

KABUL - « Gli Stati Uniti stanno facendo "un doppio gioco" in Afghanistan, combattendo il terrorismo che hanno creato. La Nato non può portare la pace in Afghanistan». Lo ha detto a Kabul il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, in visita ufficiale in Afghanistan. Ahmadinejad è arrivato a Kabul per la sua prima visita in Afghanistan dopo le elezioni presidenziali dello scorso 20 agosto. Lo ha annunciato un portavoce del presidente afghano Hamid Karzai, che ha confermato il previsto incontro tra i due presidenti nel quale si parlerà delle relazioni bilaterali ma anche dell’ampliamento della cooperazione economica tra i due Paesi.

SICUREZZA E DROGA – Nella riunione si parlerà però soprattutto della sicurezza della regione e del problema del traffico di droga. Al centro dell’incontro ci sarà anche il tema della presenza delle truppe straniere, non solo in Afghanistan ma anche in Iraq. Il ritiro dei militari stranieri dalla regione è da sempre uno dei principali obiettivi dichiarati da Ahmadinejad. In agenda infine il progetto della linea ferroviaria che dal Tajikistan raggiungerà l’Iran attraverso l’Afghanistan.

Salvate il soldato bambino

Bienvenu Kakulé sa come torturare un uomo con il coltello. Sa come farlo soffrire a lungo, pizzicandolo al ventre e in testa senza mai affondare la lama, prima di finirlo con un fendente alla gola. Ma Bienvenu non sa leggere. Non ha un lavoro, né una casa. Non ha più neanche una famiglia. A 17 anni questo ex bambino-soldato, o ex kadogo, neologismo locale che indica "una piccola cosa, senza importanza", vorrebbe tornare sui banchi di scuola. "Sono stato arruolato quando avevo 9 anni, e a 10 avevo già ucciso il mio primo prigioniero: il nostro comandante ce li lasciava a noi, gli ostaggi, perché sosteneva che i bimbi non provano pietà", racconta Bienvenu.

Lo incontriamo nel centro Madre Misericordia di Kamituga, duecento chilometri a Sud del lago Kivu, nel cuore di quella che una volta era un’ampia giungla di montagna, e che il disboscamento e l’erosione hanno reso un’interminabile sequela di colline calve. Il centro è appena stato ristrutturato dalla Cooperazione italiana, che adesso gli fornisce farmaci, lettini ginecologici, zanzariere, libri scolastici e soldi per acquistare cibo. Qui, infatti, oltre agli ex kadogo, sono promiscuamente ascoltati, auscultati, consigliati, ospitati e nutriti malati di Aids, donne violentate, vedove di guerra e un centinaio di orfanelli. "Ma sono proprio gli ex bambino-soldato i più difficili da aiutare perché la gente ha ancora paura di loro e nessuno vuole assumerli", dice Fabrizio Falcone dell’ufficio della Cooperazione di Goma.

Bienvenu è stato smobilitato pochi mesi fa grazie all’operato dell’Unicef. "Cerchiamo di recuperare i ragazzi negoziando direttamente con i ribelli: dal 2005 ne abbiamo liberati 34.000, e 2.953 solo dall’inizio del 2009", spiega la newyorchese Tasha Gill, specialista della protezione dei bambini nel conflitto congolese. "Nel paese abbiamo creato 17 centri per accogliergli e paghiamo 250 famiglie per un loro primo reinserimento". Già, perché smobilitarli non basta. Per scongiurare il rischio di riarruolamenti è necessario seguire da vicino i loro primi passi verso la normalità. "Molti recuperano, ma per altri è più difficile. Mi riferisco a coloro che hanno sofferto di più, che hanno assistito allo stupro di persone care, o ai quali è stato chiesto di uccidere un genitore o una sorellina". Per loro sono necessarie cure psichiatriche o psicologiche, che spesso però non possono seguire, sia per mancanza di farmaci sia di personale specializzato.

Bienvenu ci aspetta assieme a una decina di suoi compagni di sventura. Tutti loro sono stati carne da macello per le milizie implicate nella guerra infinita che dal 1996 nel Congo orientale ha già prodotto 4 milioni di morti. Quando combattevano assieme ai ribelli hanno tutti patito la fame, la fatica, le malattie. Hanno tutti violentato, saccheggiato, ucciso. Quell’infanzia trascorsa tra marce forzate nella giungla, digiuni e imboscate ha lasciato cicatrici difficilmente sanabili: due dei dieci ex kadogo del centro di Kamituga tartagliano, tre hanno deturpanti tic nervosi.

Le loro storie si somigliano tutte. Racconta Mukulutombo Kisimbi: "Quando avevo 12 anni il mio villaggio è stato circondato dai ribelli Mai Mai, i quali hanno prima ucciso mio padre, poi dato fuoco alle case. Sono stato costretto a seguirli nella giungla. Mi hanno picchiato fino a quando non ho imparato a combattere". Dice Christian Nyangi: "Avevo 8 anni quando sono stato preso. Vista l’età, pensavo che non mi avrebbero fatto combattere. Mi sbagliavo. Mi hanno messo in prima linea. Facevo finta di mendicare per le strade. Appena i nemici mi davano le spalle io li attaccavo". Riferisce Kilongo Lipanda: "Un giorno mi sono rifiutato di andare a saccheggiare un villaggio e mi hanno bastonato. Alla fine sono stato costretto a unirmi agli altri. In quel villaggio viveva la mia famiglia".

Ma quanti sono i kadogo nel Congo orientale? Nessuno lo sa. E nessuno osa ipotizzare cifre. "Sappiamo però che le milizie continuano ad arruolarli o riarruolarli con violenza", spiega la Gill. "Ci sono anche coloro che si arruolano volontariamente, abbagliati dall’illusione di facili guadagni, ma non superano il 20 per cento". Si sa anche che più della metà degli effettivi delle venti milizie ribelli del Congo orientale è composta da kadogo. Ci sono bambini-soldato perfino nelle Forces armées de la République Démocratique du Congo, le regolari Fard, che dovrebbe invece impedire l’arruolamento dei bimbi tra i ribelli, e che sono accusate di compiere nei villaggi le stesse scorrerie della guerriglia, con la medesima ferocia. Dice ancora Falcone: "Il problema è che il governo non ha soldi per pagare neanche i propri soldati: compiono tutti atrocità contro i civili, poi si scaricano l’un l’altro la colpa".

Dei quasi tremila kadogo liberati lo scorso anno, solo 387 sono bambine (le più giovani hanno 12 anni). Per i soldati, regolari o ribelli che siano, più che "combattenti" queste sono considerate donne a tutto tondo, e perciò destinate a fare il bucato, cucinare, soddisfare i loro appetiti sessuali. Perciò, quando un’organizzazione internazionale riesce a identificarne la presenza in una milizia, è molto difficile che vengono liberate. Ora, secondo Felix Ackebo, capo sezione dell’Unicef a Goma, la maggior parte delle volte sono le bambine stesse che rifiutano di abbandonare la guarnigione di chi le ha schiavizzate. Hanno paura della libertà, perché una volta diventate "serve" della truppa, il loro villaggio e la loro famiglia si rifiuteranno di accoglierle nuovamente, poiché nessuno vorrà sposarle. "Che i kadogo vengano arruolati per combattere, per soddisfare le voglie sessuali dei capi, che siano destinati ai lavori forzati nelle miniere o al trasporto delle armi, a noi poco importa: in ogni caso si tratta di violazione dei diritti dell’infanzia", spiega Ackebo.

Come spiega Paolo Urbano della nostra Cooperazione a Kinshasa, nel Congo orientale c’è una mescolanza di problematiche etniche e di enormi interessi commerciali. È come se il paese fosse vittima della propria ricchezza. "Il governo non ha i mezzi per proteggere quel territorio ambito da tutti perché pieno di legni pregiati e di minerali costosissimi. Qualsiasi ditta che voglia sfruttare queste risorse deve pagare una sorta di pizzo a chi controlla militarmente la regione. Perciò le alleanze tra ribelli si creano e si disfano di continuo, e ogni fazione ha sempre bisogno di nuovi uomini, di staffette, cecchini, sentinelle e così via". Ha bisogno, cioè, di manovalanza armata. Anzi di bassa manovalanza, perché non pagata. O di kadogo, che sono appunto "una piccola cosa", e che non costano nulla. Basta arruolarli, o meglio, rapirli dopo aver depredato un villaggio.

Le testimonianze dei dieci ex kadogo del centro Madre Misericordia non sono storie di bambini-soldati, ma piuttosto di martiri-soldato. Racconta ancora Bienvenu: "Quando nella giungla non trovavamo scimmie o serpenti a cui sparare, eravamo costretti a rubare il bestiame nei villaggi. Un giorno mi hanno costretto a mangiare carne di un militare ucciso. Se avessi rifiutato, mi avrebbero ammazzato come avevano fatto con altri bimbi".

Adesso Bienvenu sta imparando a leggere. Vorrebbe prendere la licenza elementare, e un giorno diventare agronomo. Il suo è solo un sogno, perché è disoccupato, e non ha neanche i pochi franchi necessari per iscriversi a scuola. Ma lui ci crede ugualmente. Dopotutto, nel corso della sua breve vita, ha affrontato situazioni ben più difficili.

Dubai, licenza d'uccidere per la vendetta del Mossad

Le note languide e inevitabili di Casablanca avevano appena cominciato a diffondersi dal pianoforte a coda Kawai nella hall dell’albergo, quando il morto entrò nell’hotel Al Bustan, "il giardino", di Dubai, reggendo il sacchetto con le scarpe nuove appena acquistate.

Lo vediamo voltarsi all’indietro un paio di volte, nelle immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza a circuito chiuso, il morto che ancora non sapeva di essere morto, per l’abitudine nervosa del cospiratore, del terrorista, del killer quale lui era, senza vedere che fra i turisti con le racchette da tennis, le coppie in viaggio di nozze, gli uomini d’affari che circolavano sotto le grandi volte del "Giardino", c’erano coloro che pochi minuti dopo l’avrebbero soffocato con un cuscino in faccia.

Erano le 20 e 24 di martedì 19 gennaio. Dieci anni di un’operazione "bagnata", come l’avrebbe classificata il vecchio Kgb sovietico, cominciata nel 2000, avrebbero eliminato quel giorno Mahmoud Al Mabhouh, palestinese, capo della sezione omicidi e rapimenti di Hamas e bersaglio designato per la vendetta senza confini e senza scadenza dei servizi israeliani.

Alle 21, mentre i cuochi del Benihana si preparavano ad affettare e arrostire per lui scampi, capesante, melanzane e cipolle davanti alla sua sedia vuota, il morto era già morto.

La ragnatela che per dieci anni un ragno implacabile aveva cominciato a tessere attorno a lui, al palestinese che aveva osato non soltanto sfidare la collera di David, ma vantarsene pubblicamente sulle emittenti arabe come al Jazira, citando i soldati israeliani che aveva rapito e ucciso, aveva impigliato la mosca nella propria rete di inganni, di "false flags", di bandiere e documenti falsi, come si dice nel gergo delle spie. Un tessuto di informatori, di agenti con licenza di uccidere chiunque ovunque nel segno della legge del taglione, che tutti sanno, e nessuno ammette, fanno capo al Mossad, all’"Istituto", come banalmente e burocraticamente si chiama il braccio spionistico dello Stato d’Israele, e all’ancor più misteriosa sezione per gli "affari bagnati", gli assassini, leggendariamente conosciuta come la Kidon, "la baionetta".

Al Mabhouh, che pure doveva sapere di essere da tempo sul podio più alto dei candidati alla vendetta d’Israele, si comporta con straordinaria leggerezza, nelle ultime ore della sua vita, forse cullato dalla lussuosa illusione di quell’emirato arabo. Era partito il giorno prima da Damasco, sul volo EK 912 della compagnia aerea degli Emirati, naturalmente in business class, come si conveniva a un dirigente, politico o terroristico non importa, con un biglietto già pagato per proseguire – non sappiamo perché – verso Pechino. Dubai non era una scelta necessaria, ma una gradita sosta, una pausa per ristorarsi e fare ciò per cui milioni di persone sbarcano nei suoi alberghi: shopping. Al Bustan è l’oasi preferita per viaggiatori che vogliano evitare la pacchianeria di alberghi più vistosi, accogliente, moderato nei prezzi e nel décor, affidato a colori tenui, a toni di beige, di azzurri e di marrone, come le sabbie della Penisola araba e la acque del Golfo. Si era concesso, con i soldi di Hamas, una junior suite, una stanza grande con un ampio letto matrimoniale e una zona soggiorno, separata da un tramezzo con l’inevitabile televisore piatto. La stanza 230. L’ultima maglia della ragnatela.

Di fronte a lui, nella stanza 237, era scesa una coppia di turisti con passaporto inglese, in apparente viaggio di nozze, una giovane donna con lunghi capelli bruni, chiamata "Gill", e un uomo, entrambi assolutamente trascurabili nell’aspetto, come vuole la regola dello spionaggio ben diversa dalla favole degli 007: persone delle quali ti dimentichi nel momento stesso in cui le vedi. Gill, che indossa una parrucca, e il suo compagno, anche lui con passaporto inglese falso, non erano gli assassini, erano gli "spotters", le civette, i pali. Un’essenziale maglia della rete, che l’occhio delle telecamere ci mostra mentre vagano, apparentemente senza scopi precisi, nella hall e nel corridoio del piano, fra la stanza 237 e gli ascensori.

Quando il morto arriva, a sera, loro se ne vanno. Al loro posto, appaiono le due coppie di assassini con licenza di uccidere, quattro uomini vestiti da turisti trasandati, i soliti squallidi cappellucci da baseball in testa, t-shirt, felpe, scarpe da ginnatica ai piedi e borse in mano.

In totale, ma ancora la polizia del Dubai che ha riscostruito sequenza per sequenza l’assassino non ha definito un numero conclusivo, almeno 25 persone avevano tessuto la ragnatela. Uomini e donne con passaporti falsi intestati a persone vere, inglesi, francesi, tedeschi, australiani, innocenti cittadini israeliani con doppia cittadinanza che hanno scoperto, a cadavere ormai freddo, di essere stati usati, senza saperlo, per un’esecuzione. Con l’immediata collera diplomatica dei governi coinvolti, ormai a cose fatte. Venticinque fra uomini e donne che nelle ventiquattr’ore finali del piano avviato nel 2000, si muovono freneticamente. Atterrano tutti lo stesso giorno in cui sbarca il bersaglio, Al Mabhouh, e gli occhi delle telecamere li individuano mentre passano la frontiera. Sono stati informati della partenza e dell’arrivo della preda da informatori palestinesi di Al Fatah, l’organizzazione che Arafat creò e che odia Hamas, ricambiata. I reciproci tradimenti e odi fra arabi, che invariabilmente si giurano in pubblico solidarietà e fratellanza mentre affilano i coltelli in privato, sono una delle certezze del puzzle mediorientale.

Si muovono come palline da flipper, cambiando alberghi più volte per confondere le tracce, si disperdono negli immensi shopping center dove pedinare qualcuno è impossibile, prenotano stanze che non occupano. Al mattino del 19, il giorno del delitto, fissano per telefono la stanza 237. Vagolano con racchette da tennis. Salgono e scendono ai piani dell’hotel Al Bustan, giustificati dall’avere una stanza lì. E due di loro forzano le serratura elettronica della suite vuota di Al Mabhouh, ingannando il computer centrale che registra gli accessi, con una tessera magnetica e un apparecchio che registra la combinazione, come le truffe ai bancomat. Sono l’avanguardia dell’assassinio.

Nella suite dove il bersaglio entra poco prima della nove di sera, si nascondono dietro il tramezzo fra la zona soggiorno e il letto. Quando Al Mabhouh arriva con il suo sacchetto in mano, lo paralizzano con una scarica elettrica dei loro "taser", che scaricano centinaia di volt ma non lasciano tracce evidenti. Al Mabhouh collassa. Le seconda coppia di assassini entra e, secondo il nuovo esame autoptico all’ospedale Al Rashid, lo soffoca sul lettone con il cuscino, immobilizzandolo sopra le lenzuola di magnifico lino italiano perché non le scompigli troppo e la morte sembri una morte naturale. Se ne vanno tutti e quattro insieme, gli ultimi rimasti della grande squadra, e davanti all’ascensore che li accoglie accennano a qualche cerimonia per chi deve passare per primo, forse per grado e rango. Meno di ventiquattr’ore dopo, quando il cadavere viene scoperto, si sono tutti dissolti, decollati verso Hong Kong, Londra, Francoforte e molti verso il Sudafrica, la nazione africana che più di ogni altra ha una lunga storia di collaborazione e di complicità con Israele.

Un’operazione perfetta. Un ballo degli assassini magnificamente coreografato per eliminare un assassino, se non fosse stato condotto sotto quegli occhietti delle telecamere e se la polizia di Dubai non fosse riuscita a individuare, in ore e ore di registrazione, gli agenti.

Un errore da troppa sicurezza? Una scelta deliberata, per mostrare al mondo che i nuovi "maccabi", i guerrieri vendicatori che lavorano per l’"Istituto", possono colpire chi vogliono, quando vogliono e ignorare le proteste di governi anche amici? Nulla, in Medio Oriente, è mai quello sembra ed è difficile immaginare che il Mossad non sapesse che tutto viene visto e registrato. Un mistero: dove sono finite le scarpe nuove che il morto lasciò cadere sulla moquette color paglia della stanza 230?

Il bue dice cornuto all’asino!

L’unica attenuante è che i nostri leader politici non capiscano la lingua araba, ne le loro attitudini e  le regole di vita.

I Copti per fortuna o sfortuna invece hanno dovuto non solo imparare quella lingua, ma sono tuttora costretti a conviverci.

Questo c’induce a domandare se è giusto chiamare tutti gli abitanti viventi in quella parte del nostro pianeta Arabi oppure quella lingua gli è stata imposta.

La storia ci insegna che gli arabi, come altri popoli, erano degli invasori. Le invasioni arabe hanno avuto inizio dopo la morte del proprio profeta Maometto e attraverso esse l’impero arabo è riuscito a conquistare un’ingente parte del nostro continente oltre all’Africa e l’Asia. Vari paesi europei ed extraeuropei sono finiti sotto l’occupazione araba.

Gli arabi hanno usato un metodo unico. Hanno usato la religione per raggiungere il loro scopo dando una carica maggiore ai loro guerrieri attraverso il compenso che avrebbe ricevuto in caso di morte lottando per Allah o com’è chiamato in Arabo "Jihad".

I paesi Europei sono riusciti a cacciare via l’invasore arabo, ma altri non hanno avuto la stessa fortuna. L’Egitto è stato uno tra i paesi, sfortunati, che non vi è resuscito.

L’occupazione araba d’Egitto, che ha avuto inizio 1430 anni fa, può essere considerata un vivo esempio di quello che poterebbe accadere in Italia oppure in altri paesi Europeo nel prossimo futuro.

Quello che è accaduto  in Egitto, è facile attribuirlo e considerarlo come il manuale usato dell’invasore arabo.

L’invasore Arabo cerca di cancellare l’identità’ del paese dopo la sua conquista. Il primo passo è l’eliminazione della lingua, poi è la volta degli usi e costumi e infine si obbliga a seguire la loro fede.

L’Egitto fu invaso dagli Arabi nel 650 AD e il nome fu cambiato in "Maser".

Aegyptus, secondo i greci antichi indicava quella zona africana la cui cultura si sviluppò in simbiosi con la stessa greca. La lingua praticata al momento dell’invasione araba era il Copto.

Gli Arabi hanno cambiato il nome dei cittadini della zona Copta eliminando e aggiungendo delle lettere al nome originale. Questo nome tutt’oggi indica i veri Egiziani, ossia i Copti che non sono mischiati con l’invasore.

In meno di duecento anni i copti non potevano piu’ parlare la loro lingua, pena l’amputazione della stessa. I libri furono bruciati, le chiese distrutte, le donne violentate ed altri metodi barbarici furono utilizzati dall’invasore Arabo.

In Egitto il Copto non ha nessun diritto ed è trattato come straniero nel proprio paese. Inoltre la storia dell’Egitto antico viene quasi ignorata nelle scuole. I copti sono costretti a studiare versetti del Corano e la storia degli invasori.

Gli arabi che comandano l’Egitto hanno avuto il coraggio, a distanza di pochi giorni dall’uccisione d’otto Copti all’uscita da una chiesa dopo aver celebrato la Santa Messa nel giorno di Natale, di condannare l’Italia!

Il governo d’Egitto che ha sempre criticato i Copti nella Diaspora per le loro opere d’esportare loro sofferenze e persecuzione alla luce fuori dell’Egitto, criticando tale organizzazioni che non sono governativi ma di diritti umani, di interferire negli affari interni del paese.

Il regime Egiziano, per mezzo di suoi governanti, politici e diplomatici, ora critica il risultato del referendum popolare in Svezia sulla costruzione dei Minareti, e non di Moschee!

Con la stessa ipocrisia Araba, l’Egitto intervenne attaccando  il nostro paese su un affare interno riguardante stranieri immigrati illegalmente nel nostro paese.

L’Italia come tutta l’Europa deve avere un atteggiamento serio, onesto e corretto verso i propri i cittadini in primo luogo e verso un paese vicino che non rispetti nessun diritto umano o religioso.

Gli arabi stanno invadendo l’Italia e l’occidente e i nostri politici stanno a guardare. La conclusione sarà un altro massacro all’uscita da una chiesa Italiana.

«Sport e religione devono legarsi». Mido cacciato perchè non si converte

Non era un segreto che la religione per lui dovesse «legarsi allo sport»: l’allenatore soprannominato El Me’alem (il gran capo), prega in panchina e la squadra dopo ogni gol si inginocchia in cerchio per ringraziare. Hassan, che ha sostituito Marco Tardelli in panchina nel 2004, ha sempre chiesto gambe e condotta ma fino a oggi sembrava che il requisito morale riguardasse più una generica vita da atleta, i comportamenti saggi, il bando agli eccessi invece proprio mentre l’Egitto si esibisce nella Coppa d’Africa il ct chiarisce il concetto: «Le mie scelte sono basate su due considerazioni: la bravura e la devozione assoluta e non considero l’una senza l’altra. Non potrei mai basarmi solo sul potenziale di un giocatore, sarebbe inutile. Io chiamo chi ha un buon rapporto con Dio». E ha epurato gli altri.

Qualche giorno prima del viaggio in Angola ha rispedito a casa Mido, attaccante del Middlesbrough, passato anche dalla Roma, che oggi gioca in prestito nel club egiziano Zamalek. Non ha dato motivazioni, Mido si è infuriato e ha parlato di «persecuzione», ma nemmeno la stampa locale ci ha fatto troppo caso perché i due litigano dal 2006, dalla prima delle due Coppe d’Africa vinte dall’Egitto di Hassan Shehata. Mido ama bere, andare a divertirsi ed era un bersaglio facile anche se il modo in cui è stato scaricato è insolito. Gli screzi erano datati e nonostante ciò Hassan l’ha voluto in ritiro per poi rispedirlo a casa alla vigilia del torneo. Qualcuno pensa che in quel periodo abbia cercato di convertirlo, operazione riuscita con un altro attaccante della nazionale, Mohammed Zidan, punta del Borussia Dortmund. Era il solo che se ne stava per i fatti suoi, così Hassan ha optato per un trattamento speciale: «Gli ho parlato, gli ho spiegato cosa è importante e come si crea lo spirito di gruppo. Ha iniziato un percorso: ora recita le preghiere tutti i giorni e sta molto meglio. È molto più forte». E gioca.

Non ci sono cristiani nella squadra impegnata in Coppa d’Africa e Hassan si sa muovere, non è uno sprovveduto. Frequenta i politici, Mubarak, il presidente egiziano, lo ha indicato come «persona onorevole ed esempio per la nazione» dopo la vittoria del trofeo continentale nel 2008. Il Grande capo ha resistito anche agli insuccessi, ha mancato la qualificazione al Mondiale sudafricano, in un agitato playoff contro l’Algeria anche quello trasformato in faida, e sta ancora al suo posto. Non verrà rimproverato per i suoi metodi e ne è tanto sicuro da spingersi a parlare di un «popolo musulmano in crescita» prima di tornare a occuparsi di tattica e a promettere «un grande lavoro per la terza Coppa d’Africa di fila». Ha iniziato con una vittoria: 3-1 sulla Nigeria, «perché siamo uniti».

Le sue uscite arrivano proprio dopo la strage dei cristiani copti a Neg Hammadi, sette persone uccise fuori dal una chiesa, aggredite da tre musulmani. Ma Hassan non si preoccupa che le sue selezioni separatiste contribuiscano a peggiorare il clima.È già stato protagonista di una campagna contro i tecnici stranieri, frequenti sulle panchine delle nazionali africane. Lui nato a Kafr al-Dawar, sul delta del Nilo, fiero di aver risollevato la nazionale, ha spesso detto che è «difficile amare abbastanza una squadra da spronarla alla vittoria se non hai niente in comune con lei». In sei anni ne ha costruita una a sua immagine e somiglianza, stesse idee, stessa religione.

L’unico giocatore famoso rimasto fuori è il ribelle Mido, troppo scontroso per essere una prova di razzismo. Almeno fino alla interviste che spiegano i criteri di selezione di Hassan, «devozione e bravura». Un curriculum in contrasto persino con le regole Fifa che vietano di sponsorizzare religione e politica tramite il calcio, solo che qui non si tratta di bandiere sotto le maglie o messaggi subliminali, si tratta di scelte. E Hassan non è il tipo che le cambia spesso.

Cristiani e mondo islamico. Arrivano le minacce di Nasrallah 

Adesso però è la volta dei cristiano maroniti del Libano a dovere tremare viste le recenti minacce di Hassan Nasrallah, il capo della milizia terroristica degli hezbollah, diretta propaggine dell’Iran in Libano. Anche lui ha esternato l’odio anti cristiano nei giorni intorno a Natale. Più precisamente lo scorso 27 dicembre. Quattro giorni prima l’ex-primo ministro libanese e presidente del partito Kataeb (i "Falangisti") Amin Gemayel aveva annunciato che la sua fazione in parlamento intendeva appellarsi al Consiglio Costituzionale a proposito dell’articolo 6 del decreto ministeriale del governo di Sa’d Al-Hariri che legittima le armi di Hezbollah. In risposta, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in un discorso del 27 Dicembre 2009, in occasione della festa dell’Ashura, ha invitato i cristiani ad imparare dalla situazione dei cristiani in Iraq, che "neppure il potente esercito americano può proteggere." Ecco l’estratto del discorso di Nasrallah, che è veramente minaccioso rispetto alla stessa presenza dei cristiani in Libano, così come riportato da "Memri Europe": "Voglio rivolgermi ai cristiani in Libano… invito tutti i cristiani in Libano ad avere una discussione calma, lontana da discorsi infiammatori, da dichiarazioni di istigazione ed altro. Li invito ad avere una discussione calma fra di loro riguardante le opzioni che hanno riguardo al presente ed al futuro. Li invito a beneficiare dalle esperienze passate e di considerare le esperienze delle decadi passate e di esaminare i risultati della loro scommessa… su Israele. Dove hanno condotto il Libano queste scommesse ed in particolare i cristiani libanesi? Devono anche esaminare il risultato della scommessa che alcuni di loro avevano fatto sull’amministrazione americana e dove queste scommesse hanno condotto il Libano, ed in particolare i cristiani libanesi." Poi la minaccia vera e propria: ".. ricordatevi che neanche tutta la potenza militare americana riesce a proteggere i cristiani dell’Iraq." Ovviamente in Libano non ci sono da temere assalti tanto gli squadristici quanto piuttosto, proprio come in Iraq, gli attentati al tritolo. E la cosa rende la situazione se possibile ancora più drammatica. Gli hezbollah in passato sono riusciti a compiere attentati, anche suicidi, a botte di 200 e passa morti ammazzati per volta. Ne sanno qualcosa i 200 e passa marines americani che erano nel 1983 di stanza a Beirut ma anche quelli francesi caduti anche loro pochi mesi dopo in analoga imboscata. Dice Nasrallah: "Oggi, abbiamo dinanzi a noi l’esempio dell’Iraq. Centocinquantamila soldati americani, tutte le loro basi militari e l’intera potenza militare americana in Iraq non possono proteggere i cristiani iracheni.

Si é arrivati al punto che non possono neppure riunirsi nelle loro chiese per festeggiare la nascita del Messia, che possa riposare in pace. Possono gli USA assicurargli la desiderata protezione? Non stiamo parlando della situazione di un secolo fa. Stiamo parlando dei tempi nostri.". Insomma l’antifona è semplice, e la spiega sempre Nasarallah in altra parte del suo comizio d’odio: "Dico loro, come concittadino libanese, che gli interessi dei cristiani in Libano sono in Libano e in nessun altro posto. È nel loro interesse mostrare apertura, cooperare ed integrarsi con il resto dei libanesi. È nel loro interesse che nessuno li spinga alla rivalità, all’inimicizia ed a guerre contro gli altri libanesi." Fossimo in un remake del film di Francis Ford Coppola, "The Godfather", si potrebbe parlare di "un’offerta che non si può rifiutare".

La strage dei copti nellla notte di Natale

I copti egiziani hanno digiunato per quaranta giorni sino a oggi. Ieri, 6 gennaio 2010, si sono recati in chiesa per la preghiera che conclude il periodo di digiuno e avvia i festeggiamenti del Natale copto. Quegli egiziani, nostri compatrioti, si sono recati a pregare nella chiesa di Naga Hammadi, un villaggio a circa 700 chilometri a sud del Cairo. Dopo la preghiera si apprestavano a lasciare la chiesa per rientrare nelle loro case per consumare per la prima volta dopo sei settimane un pasto contenente della carne. Ma invece di trovare dei fratelli musulmani ad augurare loro buon Natale, hanno trovato altri egiziani come loro ad aprire il fuoco contro di loro ed uccidere otto loro connazionali! Invece di fare gli auguri, hanno ucciso! Invece di raggiungere le loro case per consumare il primo pasto dopo il digiuno sono stati spediti all’altro mondo cosparsi di sangue … solo perché "cristiani". La verità è che né l’uccisore né gli uccisori sono i soli ad avere premuto il grilletto delle armi che hanno ucciso otto nostri fratelli copti. Di fatto hanno partecipato a questo delitto ripugnante e atroce tutti quei religiosi islamici che hanno predicato, diffuso o scritto sui copti che i copti sono dei dhimmi, appartenenti a una categoria inferiore rispetto ai musulmani della loro stessa patria. Ma perché mai uso il termine "patria" (watan) quando quelle persone non conoscono il significato del termine patria?! Costoro parlano solo di un’entità gelatinosa e immaginaria che si chiama umma! Tra costoro c’è il membro del Consiglio superiore per gli affari islamici che settimane fa ha pubblicato un libro pieno di veleno e discriminazione da potere generare migliaia di persone disposte a uccidere i copti. Ciononostante il nostro stato continua a dargli ampio spazio sui principali giornali egiziani di modo che il suo veleno possa raggiungere il maggior numero possibile di egiziani. Ha partecipato alla strage della notte di Natale a Naga Hammadi ogni persona che in seno al nostro debole stato ha consentito ai religiosi di influenzare l’opinione pubblica in ogni discorso che pronunciano in luoghi che non hanno alcun rapporto con la religione. Se solo quelle voci venissero messe a tacere e fossero costrette a lasciare le questioni che non riguardano la religione agli esperti, ai medici, agli ingegneri, agli studiosi, ai professori di diritto, di psicologia e sociologia … i nostri fratelli che sono stati uccisi la notte scorsa sarebbero ancora vivi perché la mente di chi li ha uccisi non sarebbe stata ricolma di veleno né le loro anime sarebbero state deviate da discorsi degni degli uomini del Medioevo, discorsi che non hanno alcuna attinenza con il sapere, con la rinascita intellettuale che abbiamo vissuto agli inizi del Novecento. Ha partecipato a quell’atroce delitto anche chi ha permesso che nella nostra società si perpetuasse per decenni la farsa dei tribunali che condannano di apostasia facendoci ritornare al medioevo. Ha partecipato al delitto di ieri anche chi non si è mostrato determinato a porre fine a questioni di poca importanza come la legge sugli interessi bancari, la donazione degli organi e il richiamo unico alla preghiera … poiché gli esperti di scienze dell’amministrazione conoscono bene gli effetti disastrosi della diffusione di certi sentimenti in qualsiasi ordinamento, associazione, società che è governata da persone tutt’altro che serie, tutt’altro che determinate. Ha partecipato all’atroce delitto della notte di Natale quella guida della massima istituzione religiosa egiziana quando ha dibattuto della virtù del bere l’orina del Profeta, quando un suo collega ha parlato della liceità di sposare una bambina di nove anni, quando un altro suo collega ha parlato dell’allattamento di un adulto da parte di una donna affinché possano condividere lo stesso ufficio. Ha partecipato alla strage chi ha deciso di pubblicare relazioni redatte da quei ciarlatani e che meritavano di essere messe a tacere. Se ci fosse stata una sola persona che avesse detto che alle istituzioni religiose non spetta decidere degli interessi bancari, della donazione degli organi e che ai religiosi spetta di deliberare solo sulle questioni religiose allora non saremmo arrivati a questo punto! Ha partecipato alla strage chi è rimasto indifferente al rapporto del dottor Gamal al-‘Utayfi, pubblicato 35 anni fa, sull’attacco ai copti di Damietta. Ha partecipato al delitto ogni scrittore, ogni giornalista che ha minimizzato l’atrocità, la viltà di decine di eventi simili a quello di Naga Hammadi, descrivendoli semplicemente come "casi isolati". Ha partecipato a questo delitto chi ha costretto i copti in decine di occasioni come quella della notte di Natale a una pace formale e a mentire spudoratamente davanti alle telecamere. I fatti di Naga Hammadi sono il risultato naturale di una pessima gestione che fa che sì che questa strage non sarà l’ultima del genere poiché tutto ciò potrà essere fermato solo con misure ferme nei confronti dei nemici dei nostri fratelli e compatrioti egiziani. Sì, perché loro non sono certo nostri prigionieri a partire dalla conquista islamica dell’Egitto! Bisogna agire, bisogna sanare la situazione e l’amministrazione deve mostrarsi determinata e mettersi al servizio di quel che tutti noi chiamiamo Egitto.