Iraq, bombe in moschea: 60 vittime

BAGDAD (Iraq) - Ancora una giornata di violenza in Iraq. Almeno 60 persone sono morte in un duplice attentato suicida nei pressi di una moschea sciita a Bagdad. L’esplosione di un’autobomba ha invece causato un morto e tre feriti – tutti militari iracheni – nella provincia di Diyala.

BOMBE IN MOSCHEA – Non ci sono ancora molti dettagli sul duplice attentato alla moschea. A dare la notizia è stata l’emittente tv Al Arabiya in una striscia in sovrimpressione. Le deflagrazioni sono avvenute nei pressi del mausoleo sciita dell’imam al Khadum nel quartiere al Khadumiya della capitale irachena. L’attentato è stato compiuto da due kamikaze, che all’interno del mausoleo hanno innescato quasi simultaneamente la cintura esplosiva che indossavano, hanno detto fonti della difesa rilevando che il bilancio, ancora «provvisorio», è salito dagli iniziali 25 -30 a 60 morti, a cui si aggiungono oltre 100 feriti, molti dei quali versano in gravi condizioni.

SOLDATI NEL MIRINO – Un soldato iracheno è invece stato ucciso e altri tre sono stati feriti stamani dall’esplosione di un ordigno nella provincia di Diyala. Lo ha riferito l’agenzia irachena Nina citando fonti della polizia irachena, secondo cui un ordigno piazzato ai margini della strada principale del villaggio di al-Shaikhi, circa 80 km a Nord-Est di Baghdad, è esploso al passaggio di una pattuglia dell’esercito iracheno, causando, oltre alle vittime, anche gravi danni ad un’auto della pattuglia.

Pakistan, i taleban a 96 km dall'atomica

Quella che una volta era la turbolenta «area tribale», l’anarchica provincia del Nord-Ovest del Pakistan, dove da sempre decine di capitribù si dividevano i magri redditi dei commerci leciti e illeciti di confine, e spesso regolavano i conti col kalashnikov, si sta rapidamente trasformando in uno nuovo Stato, compatto e ordinato, retto dalle armi dei taleban e da una sharia rigida e implacabile. I guerriglieri barbuti e col turbante girano da ieri indisturbati in tutto il distretto di Buner, un milione di abitanti, una valle popolosa dove le aspre montagne che confinano con l’Afghanistan si addolciscono e declinano verso Peshawar e la Valle dell’Indo. Gli insorti sono oramai a meno di 100 chilometri da Islamabad e non c’è una vera opposizione del governo centrale alla loro avanzata. Ieri pomeriggio dalla capitale è partito un convoglio con lo scopo non chiarissimo «di sorvegliare le infrastrutture».

I sei plotoni del Frontier Constabulary sono stati però intercettati dai militanti islamisti, un agente è stato ucciso, un altro ferito. Della presenza dell’esercito non c’è menzione né testimonianza. L’imposizione della legge islamica è solo questione di ore e le donne non accompagnate sono già sparite dalle strade. La conquista senza colpo ferire di Buner è una minaccia gravissima «alla stessa sopravvivenza del Pakistan», come paventava mercoledì il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Il Pakistan, che prende il nome dalle iniziali dei principali gruppi etnici che lo popolano, sta perdendo la «a» degli afghani (o più precisamente pashtun) predominanti nella provincia tribale. Il punto di svolta è stato l’accordo dello scorso febbraio con il quale il presidente pakistano Ali Asif Zardari dava il via libera all’imposizione della sharia nella valle dello Swat, la «Svizzera» della provincia del Nord-Ovest, in cambio della fine delle ostilità e una tregua duratura. La valle era già militarmente nelle mani dei taleban. A febbraio Zardari festeggiava il primo anno della presidenza che ha segnato il ritorno del potere nelle mani di un civile – in un Paese che possiede tra l’altro una trentina di bombe atomiche – dopo la decennale dittatura del generale Pervez Musharraf.

Gli ultimi anni di Musharraf, sotto la spinta di Washington, avevano segnato però il primo tentativo serio di riprendere il controllo della provincia ribelle, oramai la base logistica di retrovia per gli insorti taleban in Afghanistan. Washington ha garantito la transizione, ma in cambio si aspettava che l’esercito continuasse ad avanzare nelle valli del Nord. Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, si è invece in qualche modo smarcato dal patto. La nuova linea del governo centrale nei confronti degli estremisti è dettata anche dai delicati equilibri etnici tra punjabi, sindh, pashtun. Zardari ha bisogno di puntellarsi ai potentati locali e uno degli uomini forti, e di sua massima fiducia, è il pashtun Owais Ahmad Ghani, già governatore del Beluchistan e da pochi mesi a capo della provincia del Nord-ovest. Ghani ha mediato tra Islamabad e i taleban nella valle dello Swat ed è il massimo propugnatore di una «soluzione politica», che significa sharia e libertà di movimento dei guerriglieri in cambio dell’incolumità per i rappresentati del potere centrale. La casa del governatore è decorata con murales che illustrano Alessandro Magno come mitico progenitore dei pashstun. Il Macedone arrivò con le sue falangi all’Indo e oltre, fino al fiume Ifasi. Non si sa quali siano le ambizioni finali dei taleban pashtun, ma ora sono il maggior incubo degli Usa e dei suoi alleati. Ieri, ancora più a Est, alla periferia di Peshawar, gli insorti hanno attaccato un deposito di carburante della Nato, incendiando le autobotti pronte a partire per l’Afghanistan.

L’80 per cento dei rifornimenti per le truppe dell’Isaf che combattono i taleban, sempre più vicini a Kabul, arrivano dal Pakistan. Il Segretario alla Difesa statunitense, Robert Gates ha alzato la voce: «Il governo pachistano deve adottare le misure necessarie per neutralizzare la minaccia dei taleban», ha dichiarato in una conferenza stampa alla base militare di Camp Lejeune, nella Carolina del Nord. Un pugno di poliziotti, come quelli mandati ieri da Islamabad a contrastare i guerriglieri, non sembrano la misura sufficiente, né un segnale che i rimproveri sempre più aspri che arrivano dall’America abbiano fatto breccia.

“Non siamo soli nell'universo”: parola di astronauta

Edgar Mitchell aveva 17 anni nel 1947, quando Roswell, la cittadina del New Mexico in cui era nato, divenne testimone di un fatto che ne avrebbe cambiato la vita per sempre: il presunto schianto di un Ufo, mai effettivemante confermato ma entrato nella leggenda.
Forse proprio quell’evento ispirò a Mitchell il desiderio di arrivare là da dove si pensava che gli alieni fossero scesi: lo spazio.

Oggi l’astronauta Mitchell, a oltre sessant’anni dallo "schianto" di Roswell e a 38 anni dalla sua passeggiata sulla Luna – era imbarcato sull’Apollo 14 – , è più convinto che mai della sua intuizione di tanto tempo fa: non siamo soli nell’universo. E, aggiunge Edgar, è venuto il tempo che le prove dell’esistenza degli extraterrestri vengano finalmente mostrate al mondo. "Il nostro destino, secondo me, è diventare parte di una comunità planetaria e dovremmo cominciare ad occuparci di questa possibilità al più presto", ha dichiarato Mitchell di fronte agli entusiasti partecipanti al National Press Club, raduno di ufologi organizzato dal Paradigm Research Club: il primo passo verso questa possibilità è convincere il governo americano e la Nasa a togliere il segreto di Stato sulle informazioni relative agli sbarchi alieni, sulla cui realtà l’anziano astronauta non ha alcun dubbio.

Mitchell stesso afferma di avere raccolto negli anni numerose testimonianze di concittadini che, invitati dal governo a non fare parola di quanto avevano visto in quella notte del 1947, prima o poi decidevano di liberarsi del peso di quel segreto e sceglievano di farlo con un astronauta, apparentemente il più adatto e ricettivo per parlare di "questioni di spazio". Le ricerche condotte da Mitchell sugli eventi di Roswell portavano direttamente alla Nasa e al Pentagono, ma nessuno dei due ha voluto rivelare di più: l’ente spaziale americano, anzi, ribadisce di non avere il compito di occuparsi della questione, sebbene uno dei più vivaci sostenitori dell’ipotesi Ufo sia proprio un ufficiale di questi enti.

Non è la prima volta che Mitchell lancia un "allarme alieni": già ai tempi della missione sulla Luna, aveva consultato alcuni esperti di percezioni extra-sensoriali, per prepararsi ad entrare in contatto con creature diverse

Muri e barriere di ultima generazione In laboratorio i test anti-autobomba

LONDRA - Anche in tempi in cui la guerra al terrorismo diventa sempre più sofisticata e hi-tech, la miglior forma di difesa contro un attacco rimane sempre un buon vecchio solido muro. Su come renderlo perfetto, perché diventi una barriera impenetrabile ad autobomba – rischio quotidiano in zone di guerra, Iraq in testa – lavora in Gran Bretagna la sezione governativa antiterrorismo. Con un programma intensivo che prevede, nei suoi riservatissimi laboratori nel Berkshire, durissimi crash test sui veicoli per trovare il modo di frenare o limitare al massimo i danni di un attentato contro obiettivi particolari, ipotesi non così remota neppure per le capitali o grandi città occidentali.

La Bbc è entrata nel centro di ricerca, assistendo ai test. Durante i quali muretti all’apparenza normali – che celano un’anima ad altissima resistenza – hanno avuto la meglio contro camion di diverse tonnellate, lanciati ad altissima velocità contro le barriere, a simulare un devastante attentato. Scenario molto vicino alla realtà, come testimoniano gli attentati falliti nel 2007 contro gli aeroporti di Londra e Glasgow, dopo i quali scienziati e ingegneri sono stati reclutati massicciamente dal governo per sviluppare barriere, dissuasori e muri in grado di sopportare impatti enormi, senza cedere. Strutture costruite con accorgimenti speciali, rigorosamente made in Britain, in doppio acciaio, montate in modo da reggere al meglio l’impatto.

Dopo uno schianto-tipo, racconta sul sito il reporter della Bbc che ha seguito i test, polvere e pezzi di lamiera sono caduti ovunque e un rumore assordante ha lacerato l’aria. Sulla barriera – un metro d’altezza per 60 cm di spessore – solo qualche graffio. Di camion ne vengono sacrificati un centinaio l’anno per il programma, che punta a realizzare protezioni sempre più resistenti, poco invasive e soprattutto poco visibili. E quando un nuovo prodotto funziona, viene aggiunto alla lista delle misure di sicurezza raccomandate su scala nazionale. L’assunto di fondo è semplice: gli attentati con auto e camion bomba si sono diffusi in maniera costante per la relativa facilità con cui possono essere realizzati. L’Iraq ha fatto scuola: un esempio per tutti, Nassiriya, 2003.

Dall’11 settembre la lista degli obiettivi da proteggere, anche in Gran Bretagna, è cresciuta a dismisura. E parallelamente le città hanno iniziato a cambiare faccia, in modo quasi impercettibile. A Londra il Parlamento è ora circondato da una barriera speciale di sicurezza anti-autobomba. Whitehall adotta accorgimenti simili, con un sistema di paletti ad alta sicurezza. In più, un esercito di ingegneri e tecnici studia i terreni, stila calcoli complessi simulando attacchi del peggior tipo possibile – il famigerato worst-case scenario – per dare indicazioni precise a urbanisti e architetti in modo da proteggere le città, senza deturparle esteticamente.

E senza, se possibile, allarmare eccessivamente i cittadini. A volte, avvertono gli esperti, un attentato dinamitardo può essere sventato anche solo modificando le strade o i cordoni di sicurezza a una certa distanza dall’obiettivo. Nei casi più a rischio – dalle sedi del governo ad aeroporti e stazioni – ora c’è il muretto.

Attentato a Baquba: kamikaze si fa esplodere, 45 morti

BAGDAD - E’ stato arrestato a Bagdad il leader di Al-Qaeda in Iraq, Omar al-Baghdadi. Ad annunciarlo un portavoce dell’esercito iracheno. Al-Baghdadi, sunnita, si era autoproclamato leader dello stato islamico iracheno.

L’arresto, ha detto il portavoce alla televisione Al Iraqiyeh, e’ stato eseguito da truppe irachene nel corso di una vasta operazione "eseguita con grande coraggio e professionalità (…) sulla base di precise informazioni di intelligence". La figura di Omar al Baghdadi è emersa dopo l’uccisione del leader di Al Qaeda in Iraq Abu Mussab al Zarqawi nel giugno 2006. Che si sappia, nessuno ha però visto il suo volto e non esistono sue fotografie.

Vagni nelle mani di altro gruppo di ribelli

MANILA - Dietrofront del governo di Manila: Eugenio Vagni, il cooperante italiano della Croce Rossa rapito nelle Filippine il 15 gennaio scorso, non è stato «abbandonato» dai rapitori, come annunciato inizialmente, ma è stato consegnato ad un altro gruppo di ribelli (anche questi apparterrebbero al gruppo di Abu Sayyaf) nel sud del Paese. «Abbiamo avuto notizia che Vagni è stato lasciato dai suoi sequestratori ad un altro gruppo che si trova nella zona», ha detto il capo della Polizia Jesus Verzosa, spiegando che non potranno muovere per molto tempo l’ostaggio a causa delle sue condizioni di salute.

ANNUNCI E SMENTITE - In mattinata si erano diffuse voci secondo le quali il volontario della Croce Rossa Internazionale era stato abbandonato dai suoi rapitori. Voci che aveva fatto pensare anche a una possibile liberazione dell’ostaggio italiano. Verzosa aveva anche parlato di una ricompensa di 500 mila pesos (oltre 10 mila euro) offerta dal governo di Manila in cambio di informazioni sul luogo in cui l’italiano si trova.

«ESTREMA CAUTELA» - L’ambasciata italiana a Manila sta verificando con le autorità filippine le notizie su Vagni. «Sono ancora contraddittorie», spiega la Farnesina, che preferisce adottare una linea di «estrema cautela» sulla vicenda.

Ahmadinejad torna ad attaccare Israele

TEHERAN (22 aprile) – Israele compie atti brutali e pulizia etnica nei confronti dei palestinesi. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad torna ad attaccare Tel Aviv dopo le accuse fatte al vertice Onu sul razzismo Durban II di Ginevra dove ha definito il governo israeliano «razzista».Accuse che hanno provocato la contestazione da parte dei delegati Ue che hanno abbandonato la sala.

«Criminali di guerra sionisti». Il leader iraniano, accolto a Teheran dopo la visita a Ginevra come un eroe, usa termini forti. Parla di «criminali» israeliani che dovrebbero essere portati davanti alla giustizia per la guerra nella Striscia di Gaza a gennaio. L’Iran, ha detto Ahmadinejad ha chiesto l’arresto di 25 «criminali di guerra sionisti». Il discorso in una conferenza stampa su genocidio e crimini di guerra trasmessa anche in tv.

«Irragionevoli le critiche dell’Onu». L’Iran ha definito «unilaterale e irragionevole» le critiche mosse dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, sul discorso di Ginevra. «I commenti del segretario generale non sono stati imparziali», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Hassan Qashqavi. I forum internazionali, ha aggiunto, devono essere occasioni per «un libero scambio di idee», senza alcuna pressione.

«Sanzioni dure se Iran rifiuta dialogo»

WASHINGTON (USA) – Prima la carota, poi il bastone. Il segretario di stato americano Hillary Clinton ha auspicato sanzioni «molto dure» nei confronti dell’Iran se respingerà le offerte di dialogo, nei prossimi colloqui volti a fermare il programma nucleare di Teheran.
Il segretario di stato, durante una testimonianza al Congresso, ha detto che è «imperativo» per gli Stati Uniti bloccare la minaccia di un Iran dotato di armi nucleari. La Clinton ha detto che gli Usa stanno «gettando le basi per far scattare sanzioni molto dure» contro l’Iran che «potrebbero rivelarsi necessarie se le nostre offerte saranno respinte» o se il tentativo di dialogo dovesse mostrarsi «insoddisfacente o senza risultati». La Clinton ha comunque ribadito l’impegno Usa a cercare un dialogo con Teheran: «dopo anni trascorsi ai bordi del campo adesso gli Stati Uniti sono entrati adesso in campo» per quanto riguarda i colloqui internazionali con l’Iran.

CUBA – La Clinton è poi passata ad affrontare un altro argomento «caldo» per la diplomazia americana, quello di Cuba. Il segretario di stato ha detto che il regime dei Castro a Cuba «sta per finire» e che quindi gli Stati Uniti si devono preparare a gestire il dopo regime. Il segretario di Stato, ha commentato anche le recenti affermazioni, apparentemente non in sintonia, fatte dai fratelli Fidel e Raul Castro sulla disponibilità cubana a discutere con gli Usa tutte le questioni, comprese quelle dei prigionieri politici e dei diritti umani. «Stiamo assistendo all’inizio di un dibattito a Cuba», ha osservato la Clinton. «Penso che questo è un regime che sta per finire – ha aggiunto il segretario di stato – è un regime destinato a terminare. Dobbiamo essere pronti a questa eventualità».

AHMADINEJAD – Le parole della Clinton arrivano poco dopo la nuova esternazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad rivolta agli Stati Uniti. «Il nuovo presidente, che afferma di voler cambiare la politica degli Usa, – ha dichiarato Ahmadinejad – avrebbe dovuto partecipare alla conferenza di Ginevra e testimoniare la sua opposizione ad ogni forma di razzismo». Il presidente iraniano si rivolge al presidente americano Barack Obama, ritornando sulla vicenda della Conferenza internazionale sul razzismo svoltasi lunedì e martedì a Ginevra. Ahmadinejad, le cui dichiarazioni antisemite pronunciate durante la conferenza Onu sono state pesantemente criticate dai governi occidentali, passa al contrattacco e giudica un errore l’assenza a Ginevra di Barack Obama. «Invece di condannare il mio discorso, sarebbe dovuto venire e mostrare con la pratica che le politiche degli Stati Uniti sono cambiate», ha dichiarato in occasione di un incontro pubblico nella città di Varamin, a sud-est di Teheran. Il presidente Obama martedì aveva espresso parecchie perplessità riguardo a quanto affermato da Ahmadinejad a Ginevra riguardo Israele, dichiarando, durante l’incontro avuto con il re giordano Abdullah, che «questo è il tipo di retorica che dobbiamo aspettarci dal presidente iraniano». Ahmadinejad respinge le accuse e dichiara che «le stesse persone che dicono di voler difendere la libertà d’espressione non tollerano neppure un discorso di 20 minuti».

COLLOQUI ANCHE CON AFGHANISTAN E PAKISTAN – Nonostante la diatriba sulla conferenza di Ginevra, Iran e Stati Uniti hanno deciso di comune accordo di proseguire le trattative sul controverso programma nucleare iraniano, che si svolgeranno insieme agli altri quattro Paesi che fanno parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, oltre alla Germania. In questo senso si inquadra la decisione di Obama di invitare alla Casa Bianca, dopo il mini-vertice sul Medio Oriente per rilanciare il processo di pace, il 6 e il 7 maggio prossimo il presidente afghano Hamid Karzai e l’omologo pakistano Asif Ali Zardari per favorire la stabilizzazione della regione. Il presidente americano incontrerà i due leader prima separatamente e poi insieme.
La Casa Bianca ha annunciato alcune settimane fa una nuova strategia sull’Afghanistan che prevede una maggiore integrazione per tutte le decisioni che riguardano l’Afghanistan e il Pakistan, considerati da Obama un fronte unico nella battaglia contro i terroristi.

Filippine, via al blitz per liberare l'ostaggio italiano Vagni

MANILA - È iniziata l’offensiva contro i militanti islamici che tengono in ostaggio nelle Filippine l’operatore italiano della Croce Rossa Eugenio Vagni: la polizia si sta scontrando con 30-50 uomini armati del gruppo Abu Sayyaf nel territorio di Talipao sull’isola di Jolo. I militanti, ritenuti legati al network terroristico di al Qaida, hanno sequestrato Vagni il 15 gennaio scorso.

«È MALATO» - Abdusakur Tan, governatore della provincia di Sulu, di cui fa parte Jolo, aveva annunciato di aver ordinato a più di mille soldati e agenti di polizia di trarre in salvo l’ostaggio italiano. Il governatore si è detto preoccupato del peggiorato stato di salute di Vagni, che soffre di ipertensione ed ernia. Secondo l’esercito filippino le condizioni di salute dell’operatore italiano della Croce Rossa sono peggiorate: l’operatore umanitario 62enne «avrebbe bisogno di essere operato a un’ernia, non riesce più a camminare», ha affermato un portavoce, il tenente colonnello Edgar Arevaldo, in un comunicato. «Secondo le nostre informazioni, sta bene, ma non riesce più a camminare», ha indicato Arevaldo, precisando che l’ostaggio «è vivo, ma sotto stretta sorveglianza». «Abbiamo preso questa decisione per via delle condizioni di salute di Vagni – ha aggiunto al telefono ad Ap – Lo scopo principale è di salvarlo». Ma il colonnello ha ammesso che l’operazione è rischiosa, anche se a suo avviso non ci sono alternative per salvarlo.

GLI ALTRI OSTAGGI - Vagni è l’ultimo di tre dipendenti del Cicr rapiti sull’isola di Jolo, nel sud delle Filippine, ancora in mano ai ribelli islamici. Il 18 aprile è stato tratto in salvo l’altro operatore della Croce Rossa internazionale, lo svizzero Andreas Notter, 38 anni. Il terzo ostaggio, la filippina Mary Jean Lacaba, è stato liberato il 2 aprile.

Daniel, l'eco-terrorista americano tra i "most wanted " con Bin Laden

WASHINGTON – Nel poster dei super ricercati per terrorismo la foto di Daniel San Diego è vicina a quella di Osama Bin Laden. Ma la taglia sulla sua testa è modesta: 250 mila dollari. L’Fbi è sulle sue tracce dal 2003 ed ha deciso di inserirlo nella lista dei Most Wanted perché lo considera pericoloso. Un elenco di stranieri dove l’unico americano è proprio San Diego. L’uomo, nato nel 1978 a Berkeley (California), è un militante "animalista" responsabile di una serie di attentati contro alcuni laboratori nell’area di San Francisco. Di solito gira armato – sembra con una calibro 9 -, è determinato e potrebbe colpire ancora. Nel 2003, dopo il secondo attacco – fatto con un ordigno esplosivo riempito di chiodi – un misterioso gruppo, le "Cellule Rivoluzionarie-Brigata per la liberazione degli animali", ha rivendicato l’attentato.

In base alle indagini delle autorità federali i cosiddetti "eco-terroristi" si sono resi responsabili di circa 1000 atti criminosi ed hanno fatti danni per 100 milioni di dollari.

Nella scheda diffusa sul sito dell’Fbi vi sono anche i tatuaggi che il ricercato si è fatto sulla schiena e sul petto. Disegni davvero particolari e che potrebbero aiutare ad identificarlo nel caso fosse detenuto con un’altra identità. A lui, sono arrivati dopo un casuale controllo di polizia. San Diego venne fermato un’ora prima del secondo attentato per aver commesso una infrazione non lontano dall’obiettivo. Quando gli agenti, dopo l’attentato, eseguirono controlli a tappeto su chi si trovasse nella zona, spuntò il suo nome ed una successiva perquisizione nella sua abitazione portò alla scoperta di un ordigno. Si trattava di una bomba simile a quella usata nell’attacco. Gli investigatori non escludono che San Diego abbia trovato rifugio all’estero, forse in Costa Rica.