Gorbaciov: "Vent'anni fa ero a Pechino non dimenticherò mai quei ragazzi"

ROMA – "Sì, io c’ero. Ero a Pechino in quei giorni gravi. Non potrò mai dimenticare il dolore che leggevo sul volto di Zhao Ziyang, né le facce stanche e gli occhi pieni di speranza degli studenti che mi venivano vicino, sorridenti, e dicevano "perestrojka, perestrojka". Era il loro modo di chiedere aiuto, ma io non potevo fare nulla". Vent’anni dopo, per la prima volta, Mikhail Gorbaciov racconta i retroscena del suo viaggio a Pechino, tra il 15 e il 17 maggio del 1989: l’importanza di quella sua visita dopo tanti anni di rivalità tra i due giganti comunisti; il silenzio dei dirigenti cinesi; i suoi contatti con i giovani che proprio dalle sue riforme avevano tratto coraggio e ora speravano fortissimamente nel suo aiuto; il suo dolore per l’epilogo tragico.

Mikhail Sergeevic, con quale stato d’animo affrontò il viaggio a Pechino?
"Si trattava, per noi, di un viaggio storico. Dovevamo chiudere la lunga parentesi di ostilità tra Russia e Cina, durata oltre trent’anni. Lo volevamo noi, a Mosca. E lo volevano anche i nostri amici cinesi. Non esistevano due persone più adatte ad affrontare questo nodo di Gorbaciov e Deng Xiaoping. Così cominciammo le consultazioni".

All’epoca gli esperti dicevano che uno dei problemi più gravi era quello del regolamento delle frontiere.
"Ma figuriamoci. Sapete quanto erano lunghe le frontiere tra Urss e Cina? Mezzo mondo. Piccole scaramucce qua e là potevano sempre essere ricomposte. Decidemmo a pié pari di scorporare quel problema: troppo complesso, ne avremmo parlato in seguito. Ma poiché anche i cinesi erano molto interessati, trovare l’accordo fu gioco facile. Ci furono molte consultazioni. A un certo punto, durante un viaggio di Stato, Li Peng fece scalo a Mosca per rifornire il suo aereo, e ci incontrammo. Fu un colloquio lungo, in cui parlammo di tutto: lui conosceva benissimo il russo, perché aveva studiato da noi. Ricordo che mi disse: "Compagno Gorbaciov, la Cina però non accetterà mai di fare il fratello minore". "Ma come sarebbe possibile", gli risposi io "che un Paese cresciuto ormai oltre il miliardo di cittadini possa fare il nostro fratello minore?". Alla fine fu stabilita una data, 16 e 17 maggio 1989. In quel momento nessuno poteva immaginare quel che sarebbe accaduto in quei giorni".

Quando cominciarono ad arrivare le prime notizie delle manifestazioni di Pechino, come reagirono i membri del Politburo?
"Le prime notizie parlavano, sì, di manifestazioni di massa, però sembrava tutto di dimensioni contenute. Ci consultammo tra di noi, nel Politburo, e decidemmo che non era il caso di rinviare la visita. Non era possibile ipotizzare quello che avrei trovato al mio arrivo: io arrivai nel momento più duro della rivolta".

Che misure presero i dirigenti cinesi per evitare imbarazzi?
"Il programma ufficiale fu mantenuto. Noi stavamo all’interno del Palazzo del popolo, col Politburo. Facevamo le nostre trattative, ci servivano la colazione, ci riunivamo per il pranzo. E intanto, in quelle stesse ore, fuori della finestra c’era il finimondo. In piazza c’era la Cina. Centinaia di migliaia di persone, non solo studenti, chiedevano un incontro. Speravano che Gorbaciov, arrivato da Mosca con la sua perestrojka, potesse influire sulle decisioni del governo. Ma io non potevo".

Non ne parlò con i leader cinesi?
"Ero molto colpito. Molto solidale. Ma ero in Cina per una visita ufficiale, di Stato, ed è del tutto evidente che non potevo intervenire. Dovevano decidere i dirigenti cinesi. I problemi erano arrivati a un punto da non poter più essere ignorati".

Proprio Repubblica, in quei giorni, scrisse che in città circolava il racconto dell’auto di Gorbaciov bloccata, mentre correva nel quartiere Jing Song, dagli operai che cercavano Li Peng. Nella leggenda pechinese, che però non ha mai trovato riscontro, lei scende subito a parlare col popolo, interroga e risponde alle domande, stringe le mani sorridendo e prima di andarsene distribuisce caramelle.

"È vero che incontrai i ragazzi. Un giorno, mentre ci muovevamo in macchina scortati dalla polizia, ho visto un gruppo di studenti e operai. Erano riusciti ad avvicinarsi tanto che l’auto fu costretta a fermarsi. Io aprii subito la portiera e uscii fuori. Erano molto affettuosi. Sorridenti. Avevano i visi stanchi, gli occhi rossi. Capii che volevano spiegarmi il perché della loro protesta, che erano lì per la democrazia, la libertà. "Perestrojka", dicevano. Ma io ho cercato di non approfondire. Mi rendevo perfettamente conto della delicatezza della situazione. E anche delle difficoltà della dirigenza cinese. Avevo ricevuto moltissime lettere, commoventi, dagli studenti. Lettere e biglietti che ancora conservo".

Ma se la città era invasa dalla folla, come mai lei la incrociò una sola volta?
"Evidentemente, il governo cinese voleva ridurre al minimo i contatti. Un giorno, mentre ci portavano in macchina al Palazzo, mi resi conto che eravamo finiti in periferia. Un percorso alternativo, fuori mano. Ma noi abbiamo chiuso gli occhi, lasciando che fossero loro a decidere. Dietro tutto questo c’era il supremo interesse del mio Paese di ristabilire le relazioni bilaterali. Di questa normalizzazione avevamo bisogno noi, ne aveva bisogno la Cina e, io dico, ne aveva bisogno il mondo. Non abbiamo però potuto tacere del tutto. Fui costretto a dire, durante la conferenza stampa, di sperare e di essere certo che i leader cinesi sarebbero riusciti a trovare in sé la saggezza per fare la scelta migliore".

Si fa fatica ad immaginare che in quella situazione così drammatica, con la piazza in subbuglio, tutto il mondo con gli occhi puntati, essendo evidente che lei non poteva ignorare ciò che stava accadendo, nessuno dei dirigenti cinesi abbia voluto dire nulla.

"Ci accolsero nel migliore dei modi, con immenso calore, amicizia. Certo, erano ben coscienti del fatto che noi non solo sapevamo tutto, ma continuavamo a ricevere richieste di aiuto dalla piazza. Tuttavia direttamente, durante i colloqui, non dissero mai niente. Non potrò mai dimenticare Zhao Ziyang. La sofferenza si leggeva sul suo viso. Il giorno in cui ci accolse in qualità di segretario del Partito comunista cinese non riusciva a nascondere il peso insostenibile che aveva nel cuore. Sembrava che potesse avere un infarto da un momento all’altro. Il colloquio durò ore e ore, forse cinque, se non ricordo male. Bevemmo insieme litri di vodka. Non so se abbia avuto la tentazione di aprirsi di più. Disse solo che c’erano dei problemi da risolvere. No, è chiaro: non volevano coinvolgerci direttamente".

Cosa pensò quando seppe che Zhao era stato rimosso e emarginato, dopo aver cercato di evitare il bagno di sangue?
"Pensai che non era la decisione migliore. Ma stiamo parlando della Cina. All’interno della classe dirigente in quei giorni ci fu uno scontro. Poi Deng accolse il punto di vista di Li Peng".

Si disse che la dirigenza cinese temeva un "effetto Gorbaciov".

"È possibile. Ma ci tennero a dimostrarmi grande amicizia. Subito dopo Pechino, andammo per tre giorni a Shanghai. Il sindaco allora era Jang Zemin. Ci portarono a vedere le prime zone economiche speciali. Pranzammo insieme, lui cantava le canzoni russe e io gli facevo il controcanto. Anche lui parlava bene russo, aveva studiato da noi in gioventù".

Qualcuno scrisse che la tragedia della Tienanmen fu in qualche modo un monito per lei, che mai volle usare la forza in Russia.
"No, questo è falso. C’erano state già molte situazioni simili da noi. Rivolte nazionali e dispute territoriali. Io avevo già fatto la mia scelta".

Secondo lei fu la rivolta cinese a dare il via ai sommovimenti del 1989, che finì col crollo del Muro di Berlino?
"Io credo che, sì, tutto cominciò quell’anno, con la perestrojka che iniziava a segnare la svolta e la decisione di creare a Mosca un vero Parlamento espresso attraverso vere elezioni. Fu una scossa che fece tremare il mondo e poi si fermò nel punto di partenza, due anni dopo, col crollo dell’Urss".

Benedetto XVI, incontrando i bambini dell'Opera missionaria

Papa Benedetto XVI, incontrando i bambini dell’Opera missionaria, ha confessato di avere ancora oggi «difficoltà a capire come il Signore» possa avere destinato proprio lui a questo «mestiere». «Ma lo accetto, anche se mi sembra una cosa che vada molto oltre le mie forze; so che il Signore mi aiuta», ha detto.

«RAGAZZO INGENUO» - «Per dire la verità non avrei mai pensato di diventare Papa: sono stato un ragazzo abbastanza ingenuo in una piccola provincia dimenticata». Benedetto XVI ha risposto così ai bambini della Pontificia Infanzia Missionaria. «Il Papa – ha ricordato – allora era Pio XI: lo conoscevamo e lo vedevamo come nostro padre, ma in una realtà molto lontana e superiore a noi».

LITIGARE È UMANO - «Qualche volta sembra inevitabile nella vita umana litigare ma è importante l’arte di riconciliarsi, il perdono e non lasciare amarezza nell’anima»: il Papa risponde così ai bambini che – nel corso dell’udienza in Vaticano all’Infanzia Missionaria – gli domandano come fare di fronte alle differenze culturali e religiose. «Ho vissuto gli anni della scuola elementare in un piccolo paese di 400 abitanti – racconta il Papa – eravamo un po’ ingenui; in questo paese eravamo da una parte agricoltori molto ricchi e anche poveri impiegati, artigiani e la nostra famiglia poco prima della scuola elementare era arrivata in questo paese da un altro paese. Quindi eravamo un po’ stranieri, e in questa classe che frequentavo si riflettevano culture diverse. Ma gli altri bambini – prosegue il Pontefice – mi hanno insegnato il loro dialetto, abbiamo collaborato, anche litigato ma poi ci siamo anche riconciliati. E con gratitudine mi ricordo come ci siamo aiutati l’uno e l’altro; abbiamo imparato insieme a pregare, ci siamo preparati insieme alla comunione. Dobbiamo essere amici, fratelli». «Non eravamo santi – sottolinea Benedetto XVI – abbiamo avuto i nostri litigi, ma era una bella comunione. La distinzione tra ricchi e poveri, tra intelligenti e meno intelligenti, non contavano nella comunione con Gesù. Abbiamo trovato la capacità di vivere insieme, abbiamo imparato ad accettare l’uno e l’altro, a portare il peso a vicenda. Nonostante le nostre debolezze ci accettiamo e insieme troviamo la strada della pace e impariamo a vivere insieme».

Nuovo test: lanciato un missile a corto raggio

Il governo di Pyongyang: «Se il Consiglio di sicurezza ci provoca, saranno inevitabili misure di legittima difesa»

PYONGYANG – In caso di sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu contro la Corea del Nord per i suoi test missilistici, Pyongyang adotterà misure di «legittima difesa». Lo ha reso noto l’agenzia ufficiale Kcna. «Se il Consiglio di sicurezza dell’Onu ci provoca, saranno inevitabili nuove misure di legittima difesa», ha indicato il ministero degli Esteri nordcoreano.

NUOVO TEST – Quasi contemporaneamente, la Corea del Nord ha effettuato un nuovo test missilistico, dopo quelli dei giorni scorsi: lanciato un missile a corto raggio. Lunedì scorso il regime nordcoreano ha effettuato anche un test nucleare, attirandosi le critiche della comunità internazionale.

Attacchi a raffica a Peshawar. Bomba in una moschea in Iran

PESHAWAR - Raffica di attentati in Pakistan. A Peshawar, nel nord-ovest, sono esplose bombe in due mercati e un kamikaze ha colpito un posto di blocco della polizia all’indomani del sanguinoso attentato a Lahore rivendicato dal gruppo talebano Tehreek-e-Taliban Pakistan e mentre l’esercito è impegnato in un sanguinoso conflitto nella valle dello Swat. Bilancio: almeno 13 morti e più di 120 feriti. Qualche ora più tardi un’altra bomba ha scosso la città di Dera Ismail Khan, a 300 chilometri da Peshawar. L’ordigno è stato piazzato vicino a un ospedale e dopo l’esplosione ci sono state raffiche di armi automatiche: 2 morti e 13 feriti.

BOMBE NEI MERCATI - A Peshawar la prima bomba è esplosa nel tardo pomeriggio nel Karbari Bazar, davanti a un negozio di articoli elettrici. Un paio di minuti dopo è esplosa un’altra bomba nel mercato di fronte, il Qisa Kwani: otto le persone uccise. I due ordigni sarebbero stati piazzati su auto o moto. Il terzo attacco, con un’autobomba, è avvenuto a distanza di poco più di un’ora vicino a un posto di blocco di polizia, ferendo otto agenti e uccidendone due. Subito dopo ci sono stati scontri a fuoco: due miliziani sono stati uccisi. Secondo fonti di stampa alcuni talebani in fuga dalla valle dello Swat avrebbero fatto rotta su Peshawar, importante snodo non solo commerciale, ma anche dei traffici illeciti con l’Afghanistan.

IRAN, ATTACCO IN UNA MOSCHEA - In serata nuovo attacco, in una zona dell’Iran che confina con il Pakistan. L’esplosione è avvenuta nella moschea della città di Zahedan, uccidendo 15 persone e ferendone 50. Secondo l’emittente iraniana Press Tv, i fedeli si erano raccolti nella moschea per commemorare l’anniversario della morte della figlia del Profeta, quando il tempio è stato parzialmente distrutto dall’esplosione. Pochi minuti dopo lo scoppio, una seconda bomba è stata disinnescata nello stesso edificio. Zahedan, dove vive una forte comunità sunnita, è crocevia di traffici di armi e droga. Nella regione del Sistan-Baluchistan è attivo un gruppo armato indipendentista sunnita, Jundullah (Soldati di Dio), responsabile di attentati e rapimenti di agenti delle forze di sicurezza.

Aviaria: due nuovi casi in Egitto

è il paese più colpito dall’influenza aviaria al di fuori dell’Asia e ha visto un’ondata di casi nelle ultime settimane. I due bambini – un maschio e una femmina – vivono in differenti aree della provincia di Sharkiya, nella regione del Delta del Nilo. Entrambi si sono ammalati dopo essere venuti in contatto con volatili infetti.

Pakistan, Almeno quaranta vittime e 150 feriti

ISLAMABAD - A Lahore torna il terrore. Un’autobomba è esplosa mercoledì mattina all’esterno di un edificio della polizia pakistana: le vittime sarebbero almeno quaranta, centocinquanta i feriti. La stazione di polizia, nella centralissima Civil Lane, sarebbe stata rasa al suolo, secondo quanto rivela la tv indiana Ndtv. Dopo l’esplosione, alcuni uomini armati sarebbero usciti da alcuni edifici vicini, ingaggiando una sparatoria con la polizia. Una fonte di polizia ha confermato 30 morti e 80 feriti. La deflagrazione ha danneggiato seriamente numerosi edifici, tra cui un un ufficio dei servizi segreti e la sede della Corte Suprema. Il primo ministro pachistano, Yusuf Raza Guilani, ha condannato l’attentato.

VETRI IN FRANTUMI E AUTO DISTRUTTE -Il vice commissario della polizia ha raccontato che il veicolo carico di esplosivo è esploso dopo aver cercato di infrangere le barriere di sicurezza prima di entrare nel cortile dell’edificio. L’esplosione ha fatto andare in frantumi i vetri di tutti gli edifici vicini al luogo dello scoppio. Almeno quindici i veicoli parcheggiati nelle vicinanze che sono andati distrutti. L’area è stata isolata dalle forze di sicurezza mentre i feriti sono stati trasferiti in vari ospedali della città che sono in stato di emergenza. Lahore è stata teatro lo scorso marzo dell’attacco contro la nazionale dicricket dello Sri Lanka.

100 CHILI DI ESPLOSIVO - A scatenare l’inferno è stata l’azione combinata di un’autobomba con almeno 100 chili di esplosivo, seguita dalla deflagrazione di diverse granate e dai proiettili di alcuni cecchini appostati negli edifici vicini. Nei pressi de centralissimo quartiere di Civil Line e della stazione di polizia attaccata si trova anche il quartier generale locale dell’Isi, il potente servizio segreto, che, secondo alcuni media potrebbe essere il vero obiettivo dell’attentato. I giornali e le tv locali che ci sono ancora diverse persone in trappola sotto le macerie del palazzo e parlano di altri 15 palazzi della zona seriamente danneggiati, alcuni crollati.

ACCUSE AI TALEBANI - Nella zona della strage sono state arrestate tre persone. Il ministro dell’Interno, Rehman Malik, parlando ai giornalisti, ha puntato l’indice contro i talebani che «vogliono destabilizzare il Paese», ricordando che stanno subendo una pensate sconfitta nella zona dello Swat e nelle aree a ridosso del confine con l’Afghanistan e che si starebbero ora accanendo contro le città per dimostrare la loro forza. Il governo ha messo sotto stato di massima allerta Islamabad, Rawalpind e Karachi e anche i campi profughi nei quali sono ospitati i civili scappati dalle zone del nord-ovest, dove è in corso la guerra fra esercito e talebani. Ma oltre ai talebani di Baitullah Mehsud, ritenuto uno dei luogotenenti di Osama Bin Laden, secondo alcune indiscrezioni gli inquirenti sospettano anche il Lashkar-e-Toiba (LeT), il gruppo responsabile, tra l’ altro, anche dell’appoggio ai terroristi che assaltarono Mumbai lo scorso novembre. Ma l’ipotesi più accreditata della polizia porta al gruppo terrorista Jamaat-ud-Dawa, Hafizz Saeed, arrestato in dicembre, quando il suo gruppo, ritenuto una copertura del LeT, è stato dichiarato fuorilegge prima dall’Onu e poi da Islamabad. L’uomo avrebbe dovuto comparire in tribunale proprio mercoledì.

Sudan: raid aereo in gennaio causò 119 morti

Abdelrahim Mohammed Hussein, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Suna. Secondo il ministro il convoglio trasportava migranti clandestini diretti in Egitto e non, come riportato da notizie pubblicate in marzo in Egitto, Israele e Stati Uniti, razzi ed esplosivi iraniani diretti alla Striscia di Gaza e destinati ad Hamas. Delle 119 vittime, secondo Hussein, «56 erano trafficanti e 63 migranti provenienti da Etiopia, Somalia e altri paesi».

La Corea del Nord continua la sfida

SEULLa Corea del Nord continua a sfidare il mondo. Pyongyang ha effettuato un nuovo lancio di missile a corto raggio, all’indomani del lancio di altri due, minaccia una risposta militare alla Corea del Sud dopo la decisione di Seul di aderire alla Proliferation Security Initiative (Psi). Tutto questo mentre i satelliti spia americani hanno accertato che è ripartito l’impianto nucleare -2.

NUOVO TEST - L’agenzia sudcoreana Yonhap, citando una fonte anonima del governo di Pyongyang, ha riferito che il lancio del nuovo missile a corto raggio è avvenuto dalla costa orientale verso il Mar Giallo. Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, citando una fonte anonima del governo di Seul, ha riferito che un satellite spia statunitense ha rilevato vapore uscire da un impianto nucleare a Yongbyon, generati dalla struttura di lavorazione del plutonio che si trova a 80 chilometri da Pyongyang. La Corea del Nord aveva già annunciato di aver riavviato le operazioni di ritrattamento del combustibile atomico a Yongbyon, in segno di protesta verso la condanna dell’Onu per il lancio del missile-satellite effettuato il 5 aprile scorso, che secondo i servizi Usa e sudcoereani era però il test di un nuovo missile nucleare. L’ultimo atto della sfida al mondo è la dichiarazione di Pyongyang non sertirsi più legata all’armistizio del 1953, siglato alla fine della guerra di Corea.

LA RISPOSTA DEL REGIME - La notizia è stata diffusa dalla Kcna, l’agenzia ufficiale del regime. È la risposta alla decisione del vicino di aderire all’iniziativa lanciata nel 2003 da George W. Bush per interdire il trasferimento di tecnologie e armi di distruzione di massa. Il regime di Kim Jong-il ha diramato una nota per avvertire che risponderà «immediatamente e con forti misure militari» ad una eventuale decisione del Sud di fermare e ispezionare navi nordcoreane.

La Corea Lanciato un terzo missile

SEUL - La Corea del Nord continua a sfidare il mondo. Pyongyang ha effettuato un nuovo lancio di missile a corto raggio, all’indomani del lancio di altri due, minaccia una risposta militare alla Corea del Sud dopo la decisione di Seul di aderire alla Proliferation Security Initiative (Psi). Tutto questo mentre i satelliti spia americani hanno accertato che è ripartito l’impianto nucleare -2.

NUOVO TEST - L’agenzia sudcoreana Yonhap, citando una fonte anonima del governo di Pyongyang, ha riferito che il lancio del nuovo missile a corto raggio è avvenuto dalla costa orientale verso il Mar Giallo. Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, citando una fonte anonima del governo di Seul, ha riferito che un satellite spia statunitense ha rilevato vapore uscire da un impianto nucleare a Yongbyon, generati dalla struttura di lavorazione del plutonio che si trova a 80 chilometri da Pyongyang. La Corea del Nord aveva già annunciato di aver riavviato le operazioni di ritrattamento del combustibile atomico a Yongbyon, in segno di protesta verso la condanna dell’Onu per il lancio del missile-satellite effettuato il 5 aprile scorso, che secondo i servizi Usa e sudcoereani era però il test di un nuovo missile nucleare. L’ultimo atto della sfida al mondo è la dichiarazione di Pyongyang non sertirsi più legata all’armistizio del 1953, siglato alla fine della guerra di Corea.

LA RISPOSTA DEL REGIME - La notizia è stata diffusa dalla Kcna, l’agenzia ufficiale del regime. È la risposta alla decisione del vicino di aderire all’iniziativa lanciata nel 2003 da George W. Bush per interdire il trasferimento di tecnologie e armi di distruzione di massa. Il regime di Kim Jong-il ha diramato una nota per avvertire che risponderà «immediatamente e con forti misure militari» ad una eventuale decisione del Sud di fermare e ispezionare navi nordcoreane.

L'Onu e la Ue condannano Pyongyang

I capi della diplomazia d’Asia e dell’Unione Europea hanno condannato oggi a Hanoi il test nucleare compiuto nella giornata di lunedì dalla Corea del Nord. I ministri, che da lunedì partecipano a una riunione dell’Asem (Asia-Europe Meeting), nella bozza «condannano» il test nucleare di Pyongyang, che costituisce una «violazione evidente» delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu e degli accordi conclusi nel corso delle trattative a sei fra le due Coree, la Cina, il Giappone, gli Stati Uniti e la Russia. Un atto formale a cui indirettamente in regime di Kim Jong-il ha risposto con l’annunciato lancio di due razzi a corta gittata da una propria base militare sulla costa orientale del Paese.

LA RISOLUZIONE ONU – Una condanna era arrivata all’unanimità, lunedì sera, anche dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, al termine di una riunione urgente durata poco più di un’ora, il secondo test atomico nord-coreano in tre anni. I Quindici, convocati d’urgenza dalla Russia che ha la presidenza di turno, hanno deciso di preparare una risoluzione che comporterà una serie di nuove sanzioni nei confronti del governo di Pyongyang. «I membri del Consiglio – ha dichiarato l’ambasciatore russo Vitaly Ciurkin al termine della riunione- hanno espresso la loro forte opposizione e la loro condanna del test nucleare effettuato il 25 maggio 2009 dalla Corea del Nord, il quale costituisce una chiara violazione della risoluzione 1718 del Consiglio», e hanno deciso di «iniziare immediatamente a lavorare su una risoluzione». Tutti, e in prima fila gli Stati Uniti come ha indicato l’ambasciatrice Usa Susan Rice, premono per una risoluzione forte. Il presidente Barack Obama ha definito l’esperimento sotterraneo di Pyongyang «una minaccia per la pace e la sicurezza» e «una sfida sconsiderata alla comunità internazionale». Washington ha appreso del test atomico con minimo preavviso – meno di un’ora – attraverso il «canale di New York», diplomatici nordcoreani alle Nazioni Unite, anche se «gli Stati Uniti non sono rimasti sorpresi, a causa dell’atteggiamento sempre più aggressivo e bellicoso di Pyongyang», ha detto alla Cnn il capo degli Stati Maggiori, ammiraglio Mike Mullen.

LE PREOCCUPAZIONI DI SEUL - Il presidente Usa Barack Obama, in un comunicato diffuso dalla Casa Bianca, ha assicurato il suo omologo sudcoreano Lee Myung-bak dsul«’impegno inequivocabile» alla difesa della Corea del Sud, dopo il test della Nord Corea. I due presidenti, in una conversazione telefonica, «hanno anche convenuto di lavorare insieme a stretto contatto per cercare e sostenere una forte risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con misure concrete per ridurre le attività nucleari e missilistiche della Corea del Nord».

«USA OSTILI ANCHE CON OBAMA» - Da Pyongyang la replica indiretta del regime chiama in causa direttamente Obama, il cui avvento alla Casa Bianca – viene sottolineato – non ha cambiato la politica ostile nei confronti del Paese. E per questo – si legge in un comunicato affidato all’agenzia di stampa Knca e attribuito ad un anonimo funzionario governativo – la Corea del Nord, «il suo esercito e la sua gente sono pronti per la battaglia contro qualsiasi sconsiderato attacco degli Usa». «Sembra chiaro che nulla è cambiato negli Usa nella politica ostile verso la Repubblica popolare democratica di Corea» rende noto la Kcna.

I NUOVI LANCI - L’agenzia coreana Yonhap aveva anticipato l’intenzione della Corea del Nord di testare un missile a corto raggio. L?esperimento era previsto tra oggi e domani sulla costa occidentale che si affaccia sul Mar giallo. «La Corea del Nord – spiega la Yonhap – ha dichiarato il divieto per le navi nel tratto di mare al largo della provincia di Pyongyang del Sud dal 25 al 27 maggio. Sembra che il Paese voglia provare uno dei suoi missile a corto raggio». Le agenzie di stampa hanno ora confermato l’avvenuto lancio, che tuttavia sarebbe partito da una base della costa orientale.