Iran: «Il voto non sarà annullato»

TEHERAN - Il Consiglio dei Guardiani della rivoluzione, organo incaricato della verifica sulla regolarità del voto del 12 giugno per le presidenziali in Iran, ha escluso l’ipotesi di annullamento delle elezioni che hanno sancito la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad. Lo ha riferito la televisione di Stato iraniana. «Non ci sono stati grandi brogli o falle nelle elezioni», ha detto il portavoce del Consiglio dei guardiani, Abbas Ali Kadkhoudaei, confermando di fatto l’esito del voto. «I risultati non saranno annullati», ha aggiunto. E l’agenzia di stampa Irna ha annunciato che Ahmadinejad giurerà davanti al Parlamento per il secondo mandato tra il 26 luglio e il 19 agosto, insieme al nuovo governo. L’annuncio arriva mentre proseguono le proteste in piazza dell’opposizione che denuncia brogli.

ONU – Intanto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha esortato le autorità iraniane a mettere immediatamente fine agli arresti, alle minacce e all’uso della forza. Ban è «costernato dalle violenze post-elettorali» in Iran, «particolarmente dall’uso della forza contro i civili che ha portato a perdite in vite umane e a feriti», dice un comunicato del suo servizio stampa. Ban «invita le autorità a rispettare i diritti civici e politici fondamentali, in particolare le libertà d’espressione, di riunione e d’informazione» prosegue il comunicato.

USA – Un appello che ricalca quello già lanciato nei giorni scorsi da Barack Obama. Tra l’altro, il presidente Usa è rimasto colpito dalle immagini delle donne iraniane in piazza che difendono il loro diritto di dimostrare. Lo ha riferito il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs secondo cui il presidente si è commosso in particolare per il video che mostra Neda, la giovane ragazza riversa a terra, uccisa sabato dai miliziani Basiji. «Obama si è commosso per quello che abbiamo visto in televisione, dalle immagini risulta evidente che la giustizia non è stata rispettata» in Iran.

AMBASCIATORE – Le tensioni diplomatiche tra Teheran e i governi occidentali però proseguono. Tanto che l’ambasciatore iraniano a Londra è stato richiamato per «consultazioni». È quanto riferisce l’emittente televisiva del Qatar Al Jazeera, che cita l’agenzia di stampa iraniana Irna, senza fornire ulteriori dettagli. La notizia arriva dopo che il ministero degli Interni iraniano non ha autorizzato la manifestazione in programma di fronte all’ambasciata britannica di Teheran. Infine, un reporter greco del giornale americano Washington Times è stato arrestato. Diventa dunque sempre più difficile il lavoro dei reporter stranieri in Iran, dove le autorità hanno vietato la libera attività della stampa nei confronti di quanto avviene nelle strade della capitale.

Referendum e ballottaggi, bassa affluenza

MILANOLe urne per il referendum e i ballottaggi si sono riaperte lunedì alle 7 e chiuderanno alle 15. Domenica si è votato dalle 7 alle 22 ma l’affluenza è stata bassa: 16,5% per il referendum, 44,94% per le comunali e 32,2% per le provinciali. I ballottaggi tra i due candidati più votati al primo turno riguardano il rinnovo di 22 amministrazioni provinciali e 99 comunali, 16 delle quali di capoluoghi, con oltre 13 milioni e mezzo di elettori chiamati al voto. Il presidente del comitato promotore del referendum parla di alcune «intimidazioni» agli elettori a seggi che volevano votare.

AFFLUENZA REFERENDUMDopo la prima giornata di voto, i dati sull’affluenza segnalano uno scarso afflusso alle urne. Per quanto riguarda i referendum, alle 22 di domenica ha votato per il primo e per il secondo quesito il 16,36% e per il terzo il 16,74% degli elettori. Occorre ricordare che i referendum sono validi solo se hanno votato il 50%+1 degli aventi diritto.

AFFLUENZA BALLOTTAGGI - Per quanto riguarda i ballottaggi alle 22 per le provinciali ha votato il 32,20% degli aventi diritto contro il 55,49% del primo turno. Mentre per le comunali alle urne il 44,94% contro il 63,79% del primo turno. Le sfide chiave sono quelle per le Province di Milano e Torino, e per i Comuni di Bologna, Firenze, Padova e Bari.

ACCUSE DI GUZZETTA - «Le intimidazioni del ministro dell’Interno Maroni hanno funzionato: in molti seggi non volevano nemmeno dare le schede per far votare per i referendum», accusa il presidente del Comitato promotore per i referendum, Giovanni Guzzetta. «In un seggio di Milano una signora si è sentita dire che siccome non doveva votare per i ballottaggi non avrebbe potuto esprimere il suo voto neanche per il referendum. E non volevano darle la scheda. Solo dopo varie insistenze e l’intervento di altre persone si è riusciti a convincere il presidente del seggio a consegnarle le schede per farla votare. A Venezia sono stati gli elettori a dover chiedere le schede perché i presidenti dei seggi non le stavano distribuendo. Di questi casi abbiamo i nomi degli interessati e identificazione dei seggi. Quando sarà il momento chiederemo spiegazioni nelle sedi opportune», avverte Guzzetta. «In un altro seggio di Milano hanno cercato per ben quattro volte di verbalizzare che ci si voleva astenere dal referendum quando invece non era vero e gli elettori hanno dovuto insistere far valere le proprie ragioni. Il ministro dell’Interno è riuscito nel suo intento: terrorizzare i presidenti di seggio, che in molti casi stanno venendo meno al proprio dovere».

Iran, arrestate 457 persone per disordini

TEHERAN - Dopo i violenti scontri di sabato in piazza Azadi tra manifestanti e polizia (almeno 10 morti e 100 feriti), sono state arrestate a Teheran 457 persone. Secondo l’agenzia Fars, 40 poliziotti sono rimasti feriti negli scontri e 34 edifici governativi sono stati danneggiati. Domenica Mir Hossein Muosavi, il rivale sconfitto da Ahmadinejad alle presidenziali, aveva condannato «gli arresti di massa» dei suoi sostenitori. In un comunicato diffuso attraverso il suo sito web, Mousavi aveva ammonito che gli arresti «creeranno una frattura tra il popolo e le forze armate». Per oggi è stata indetta un nuova manifestazione, dopo che le autorità hanno vietato il funerale di Neda, la ragazza colpita a morte durante le proteste e ripresa in un video che ha fatto il giro del mondo.

«IRREGOLARITÀ IRRILEVANTI»Il Consiglio dei Guardiani ha fatto sapere di non aver riscontrato «irregolarità di rilievo» nelle elezioni. Lo ha detto il portavoce, Abbasi Ali Katkhodai, sottolineando che il Consiglio respinge l’ipotesi avanzata in alcuni ricorsi secondo cui «in 170 città i voti sarebbero risultati essere più degli aventi diritto». Il portavoce ha però ammesso che in 50 distretti (su un totale di 360 nel Paese) hanno votato più persone rispetto a quelle iscritte nelle liste elettorali e che risultano 3 milioni di voti in più (su un totale di 38 milioni): un numero che comunque, secondo i Guardiani, «non può portare a un cambiamento sostanziale dei risultati». In Iran gli elettori non sono obbligati a votare in un particolare seggio e possono esercitare il loro diritto anche in altre città. «Se supponiamo che i voti contati in questi 50 distretti siano circa tre milioni – ha detto Katkhodai – essi non possono cambiare il risultato nazionale». Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Interno, Ahmadinejad ha vinto la consultazione con il 63% e circa 11 milioni di voti in più di Mousavi.

NOTTE DI CALMA A TEHERAN - La notte è trascorsa senza disordini, per la prima volta dalle elezioni del 12 giugno. «A Teheran vi è stata la prima notte di calma e pace dalle elezioni» riferisce la radio di Stato. Domenica sera testimoni hanno però detto di aver sentito degli spari in due quartieri a nord della capitale, roccaforti degli oppositori. Un testimone ha raccontato che circa 200 sostenitori di Mousavi, che si erano radunati nel tardo pomeriggio davanti alla sede delle Nazioni Unite a Teheran, sono stati dispersi da una carica della polizia anti-sommossa.

LIBERATA FIGLIA DI RAFSANJANI - Sul fronte degli arresti, la figlia dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani, incarcerata domenica con quattro parenti tra cui la figlia, è stata liberata dopo alcune ore. Era stata arrestata per avere partecipato a manifestazioni vietate dal regime. Anche i suoi familiari sono stati liberati. Negli ultimi giorni la tv nazionale ha diffuso più volte immagini di Faezeh Hashemi che parlava in strada a centinaia di manifestanti pro-Mousavi. La figlia dell’ex-presidente non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente rieletto. Da parte sua Ahmadinejad ha accusato la famiglia di Rafsanjani di corruzione.

ARRESTATO GIORNALISTA - È finito invece in carcere un giornalista canadese che lavora per il settimanale americano Newsweek, Maziar Bahari. Lo rende noto la redazione del periodico, che non ha sue notizie dal momento dell’arresto. L’Iran starebbe inoltre valutando la possibilità di espellere alcuni diplomatici europei. «La questione dell’espulsione è in questo momento all’esame del Parlamento. Il ministro degli Esteri si consulterà oggi con la Commissione esteri del Parlamento per valutare le dimensioni esatte delle interferenze» ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Hassan Ghashghavi, che ha giudicato «inaccettabile il sostegno dell’anarchia da parte degli inviati a Teheran dei media europei».

Quel desiderio di democrazia

Questa volta le manifestazioni denunciano come una truffa il risultato elettorale, e quindi sono rivolte contro coloro che nel regime clericale si sono resi colpevoli dell’inganno. Trent’anni fa le forze armate imperiali si decomposero, o si dichiararono neutrali, e lo scià restò indifeso di fronte alla rivolta popolare, e se ne dovette andare. Adesso il regime investito dalle proteste di massa dispone invece di milizie armate, almeno per ora decise nei loro interventi repressivi. Mentre i manifestanti sono disarmati.

Nella settimana, tra il 12 e il 19 giugno, e ancora nella giornata di ieri, gli slogan dei manifestanti non sembravano diretti contro la Repubblica islamica in quanto tale. La folla scandiva spesso Allah akbar (Dio è il più grande), parole annuncianti la "chiamata alla preghiera", e scritte sulla bandiera iraniana. Ma al tempo stesso, chiedendo il rispetto del voto che pensano sia stato truccato, i manifestanti rivendicano il diritto alla democrazia. Al di là delle pratiche quotidiane, e degli intimi convincimenti, la religione musulmana sciita è integrata all’identità nazionale iraniana. Ed è quindi nel quadro dei suoi principi fondamentali che vengono denunciati gli abusi del potere clericale, o di una parte di esso, poiché anche i riformatori appartengono alla vecchia guardia della rivoluzione islamica. Tutto questo rivela una profonda divisione all’interno del regime. Le manifestazioni sembrano rispecchiare quella lotta intestina. Anche se le aspirazioni dei giovani, e in generale della società inurbata che si è modernizzata negli ultimi decenni, esprimono il genuino desiderio di democrazia.

Un desiderio che non può lasciarci indifferenti. La democrazia non si addice a una repubblica teocratica, la quale è di per sé un’evidente contraddizione. Una contraddizione che trent’anni dopo diventa esplosiva.
E’ in quanto responsabile degli abusi elettorali che l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, massima autorità del potere clericale, vede il suo prestigio seriamente intaccato. Se non proprio a pezzi. In quanto a Mahmud Ahmadinejad, solennemente riconfermato capo dell’esecutivo dallo stesso Khamenei, si può dire che egli esce dalla vittoria elettorale come un presidente contestato da milioni di iraniani, insomma come un presidente dimezzato, perché su di lui continuerà a pesare il sospetto che la sua carica sia basata su una truffa.

Fondato o meno, quel sospetto non impedirà a Khamenei e ad Ahmadinejad di esercitare il potere e di rappresentare l’Iran nei rapporti con il resto del mondo.
Nell’attesa di imprevedibili conseguenze, dovute alle lotte in corso al vertice del regime, la Guida suprema e il Presidente della Repubblica saranno gli interlocutori indiretti o diretti della superpotenza che ha teso la mano alla Repubblica islamica e che attende una risposta nei prossimi mesi, prima della fine dell’anno, stando a quello che ha fatto capire Barack Obama.

Nonostante i rimproveri dei neocon, nostalgici del linguaggio in vigore durante la presidenza di Bush jr, Barack Obama ha seguito la situazione iraniana con giusta severità. Non si è risparmiato, in più occasioni, nell’esprimere simpatia e solidarietà ai manifestanti di Teheran, senza tuttavia ricorrere agli anatemi un tempo lanciati con generosità dalla Casa Bianca contro la Repubblica islamica. Nessuno, nella Washington ufficiale, l’ha definita "asse del male". E Barack Obama si è ben guardato dal prendere posizione in favore di uno dei candidati. Se l’avesse fatto sarebbe stato accusato di interferenza e comunque non avrebbe contribuito al successo del prescelto, poiché il suo intervento avrebbe urtato l’orgoglio e il nazionalismo degli iraniani. Ha invece fatto sapere che il futuro, eventuale interlocutore degli Stati Uniti sarà quello eletto dal popolo.

Adesso si possono avanzare seri dubbi sull’autenticità dell’elezione di Ahmadinejad. E tuttavia non si deve dimenticare che ci sono sempre stati dei dubbi sui riti democratici nella Repubblica islamica. Sussistevano anche prima dell’apertura diplomatica americana. La quale non viene certo agevolata da quel che è accaduto e potrebbe ancora accadere a Teheran. Essa rischia di essere ritardata da imprevedibili avvenimenti interni alla Repubblica islamica; e, se quegli avvenimenti fossero ancora più sanguinosi di quelli verificatisi finora, dal modo in cui le opinioni pubbliche democratiche li valuteranno. Ma la questione iraniana è al centro di un’operazione da cui dipendono sia il successo o meno in politica estera del presidente americano, sia i futuri rapporti tra il mondo musulmano e l’Occidente. Né si deve dimenticare il capitolo della proliferazione delle armi nucleari. L’operazione abbraccia direttamente l’area geopolitica più critica del pianeta. Un’area che va dalla Palestina all’Afghanistan. Dal Pakistan all’Iraq. E’ difficile archiviarla.

Per quanto coinvolti nelle lotte intestine, né Khamenei né Ahmadinejad ignorano il rischio di isolamento che corre la loro Repubblica islamica. Il primo è noto per il suo virulento anti-americanismo; il secondo è celebre per le provocazioni antisemite e anti occidentali. Ma nel discorso di venerdì, nel quale ha minacciato "un bagno di sangue" se le manifestazioni continueranno, e ha confermato l’elezione di Ahmadinejad, l’ayatollah Khamenei è stato persino patetico quando ha indicato l’Inghilterra come il nemico numero uno dell’Iran. Doveva puntare il dito contro qualche paese occidentale, e ha scelto, a sorpresa, il Regno Unito. Cosi ha tenuto fuori gli Stati Uniti. E ha evitato di sbattere la porta in faccia a Barack Obama. Anche Ahmadinejad, nel suo primo discorso, ha evitato le solite provocazioni. Neppure lui ha chiuso la porta.

Il Papa al santuario di Padre Pio

SAN GIOVANNI ROTONDO (Foggia) - Una preghiera davanti al corpo di Padre Pio e un appello: "Accogliere chi fugge da guerre e calamità è un dovere". Papa Benedetto XVI, appena arrivato a San Giovanni Rotondo, meta del suo quindicesimo viaggio in Italia dall’inizio del suo pontificato, si è subito recato a rendere omaggio al sepolcro del santo. Nella cripta era presente solo la fraternità dei Frati minori Cappuccini. Il Papa ha acceso due lampade nei pressi dell’urna, come simbolo delle visite pastorali degli ultimi due pontefici.

Poi Ratzinger ha visitato la cella numero del convento, dove è morto Padre Pio. Il Papa si è soffermato a lungo a guardare gli oggetti custoditi nella cella, mentre tra la folla al’esterno calava un sorprendente silenzio. Il Papa ha poi benedetto il reliquiario che contiene il cuore di Padre Pio.

Benedetto XVI ha quindi celebrato la messa sul piazzale del nuovo santuario progettato da Renzo Piano e gremito da 50 mila fedeli provenienti da tutta italia, e non solo. Gli organizzatori riferiscono infatti che sono arrivati pellegrini anche da Stati Uniti, Spagna, Irlanda, Gran Bretagna e Filippine. Nel corso della celebrazione Ratzinger ha utilizzato un calice e una pisside usati più volte da Padre Pio e da Giovanni Paolo II.

Nell’omelia il Papa ha rivolto un appello ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni e da altre calamità è un dovere, nonostante le difficoltà che ci possono essere in questa scelta. "Preghiamo quest’oggi anche per la situazione difficile e talora drammatica dei rifugiati" ha affermato Ratzinger. Quindi ha aggiunto: "Si è celebrata proprio ieri la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite. Molte sono le persone che cercano rifugio in altri Paesi fuggendo da situazioni di guerra, persecuzione e calamità, e la loro accoglienza pone non poche difficoltà, ma è tuttavia doverosa". "Voglia Iddio che, con l’impegno di tutti – ha detto ancora il Papa – si riesca il più possibile a rimuovere le cause di un fenomeno tanto triste".
Poi papa Benedetto XVI ha distribuito la comunione ai fedeli. Tra coloro che si sono inginocchiati dinanzi a lui per riceverla c’è stato anche il piccolo Luigi, di nove anni, nipote di un pronipote di san Pio e i quattro genitori delle due studentesse universitarie di San Giovanni Rotondo morte all’Aquila nel terremoto del 6 aprile scorso.

Al termine al Papa è stato offerto un pranzo tipico pugliese nella ‘Casa sollievo della sofferenza’, dove si è fermato anche per un breve momento di riposo.

Malindi, bruciano le ville degli italiani

Un violentissimo incendio è scoppiato nel pomeriggio a Malindi , la località turistica keniota frequentata da un folto gruppo di italiani. Oltre 150 ville e cottage e una cinquantina di automobili (molte appartenenti a nostri connazionali) nella zona di Kibokoni sono andati in cenere. La maggior parte delle abitazioni erano deserte perché la stagione turistica non è ancora cominciata. L’arrivo dei proprietari e dei visitatori è previsto a cominciare dalla prossima settimana.

L’incendio, probabilmente il più grave in questo stazione turistica, è scoppiato alle 13 e si è sviluppato violento e distruttivo fino alle 16. Le fiamme si sono levate altissime giacché la maggior parte dei tetti delle ville sono in makuti, cioè fatti con fascine strette tra loro che lasciano passare l’aria ma non l’acqua della pioggia. Una copertura che prende fuoco facilmente.

Secondo lo stringer del Corriere a Malindi i pochi proprietari italiani che hanno visto la loro casa finire in cenere erano disperati. Hanno cercato di domare le fiamme con estintori ma senza successo. Molti di loro hanno perso tutto.

Il fuoco non ha risparmiato neppure il famoso Palm Tree Club hotel and il prestigioso Kibokoni Riding Center, centro ippico frequentato soprattutto dagli stranieri. La manager Lidia Filini, arrivata due giorni fa dall’Italia per preparare l’apertura estiva del villaggio, era in lacrime e il proprietario, Renato Marini, sotto choc.

Secondo le signora Filini, l’hotel da luglio sarebbe stato completo e la stagione si presentava come ottima. La tragedia ha distrutto tutto. "Ero a pranzo da amici quando ho visto il fumo alzarsi in questa direzione. Sono corsa qui ma non c’era più nulla da fare", ha raccontato allo stringer del Corriere asciugandosi le lacrime. Quattro famiglie di stranieri che, nonostante gli appelli dei vigili del fuoco, si erano barricati nelle loro ville in procinto di essere divorate dalle fiamme sono stati salvati dalla polizia. Secondo Peter Kattam, uno dei capi delle forze dell’ordine, almeno una di esse è italiana. "Abbiano anche arrestato quattro sciacalli che stavano saccheggiando una delle ville semidistrutte", ha raccontato.

Secondo le prime investigazioni, l’incendio è scoppiato a causa di un corto circuito che si è sviluppato a Rajo Villas. Nella zona a quell’ora soffiava un forte vento che ha alimentato le fiamme, facilmente "saltate" da villa a villa. Testimoni hanno detto che si sentivano esplodere le bombole di gas presenti in ogni cucina. L’intera area tra la villa Tamani Jua e il centro medico Rainbow care Center è andata completamente in cenere. Da villa Rajo il fuoco ha raggiunto Temple House e poi il Palm Tree Club, il Red Lion Hotel, la Ngorongoro House, la Bahati House, la Tembo House and il Kibokoni Riding Center. Da lì non è stato più possibile contare le case e i cottage bruciati, probabilmente più di centocinquanta.

Teheran: la polizia carica il corteo che sfida Khamenei

TEHERAN – Si alza il livello della sfida in Iran. Nel mirino dei riformisti di Mousavi e Karroubi non c’è più il presidente Mahmoud Ahmadinejad, ma – mai avvenuto dalla rivoluzione khomeinista del 1979 – la stessa Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, che nel sermone del venerdì aveva legittimato l’elezione di Ahmadinejad e aveva vietato i cortei. La polizia iraniana, schierata da ore in forze in assetto antisommossa, ha bloccato e in alcuni casi pestato i manifestanti che si sono presentati in 2-3 mila a Teheran per protestare contro i brogli elettorali. Nella zona a sud della capitale, la polizia ha sparato in aria per disperdere i riformisti che hanno incendiato una sede dei basij, il braccio armato dei pasdaran sostenitori di Ahmadinejad.

ATTENTATO – Nello stesso momento della manifestazione, è giunta la notizia, che nessun osservatore indipendente ha potuto verificare, di un kamikaze che si è fatto esplodere nell’ala nord del mausoleo dell’ayatollah Khomeini, alla periferia sud di Teheran. Il kamikaze è morto e l’esplosione ha ferito almeno due persone, secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars.

LA MANIFESTAZIONE – Secondo una fonte, rimasta anonima, la manifestazione era prevista in piazza Enghelab alle 16 ora locale (le 13,30 in Italia). Secondo i messaggi che i navigatori iraniani mettono su Twitter (che sta sostituendo i mezzi tradizionali di comunicazione per dare informazioni sulle proteste), la manifestazione aveva il sostegno anche di Mir Hossein Mousavi. Testimoni hanno detto che la polizia ha disperso il corteo davanti all’università usando idranti e gas lacrimogeni. I manifestanti scandivano slogan come «morte al dittatore» e «morte alla dittatura». Oltre agli agenti antisommossa, sarebbero presenti sul posto molti agenti in borghese in un numero almeno pari ai manifestanti. Proteste anche nelle regioni curde iraniane. Lo ha reso noto venerdì l’Associazione per i popoli minacciati attraverso il suo sito internet, secondo la quale a Kermanshah mercoledì le forze di sicurezza iraniane avrebbero ucciso cinque persone durante le manifestazioni.

LA REPLICA DEL REGIME – Le autorità iraniane avevano chiesto a Mousavi di non «provocare manifestazioni illegali e non sostenere tali assembramenti», ha dichiarato l’agenzia ufficiale Isna. «Invece di accusare le forze dell’ordine o le forze militari (…) ci attendiamo da voi che evitate di provocare manifestazioni illegali e non sostenete tali assembramenti», ha affermato Abbas Mohtaj, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, che dipende dal ministero dell’Interno. Il funzionario di Teheran ha affermato che Mousavi «sarà ritenuto responsabile delle conseguenze di manifestazioni illegali».

RICONTEGGIO – Il Consiglio dei guardiani, che sovrintende alla regolarità delle elezioni in Iran, si è detto pronto a ricontare solo «il 10% dei voti» delle presidenziali, «scelti a caso». Lo ha affermato sabato il portavoce, Abbas Ali Katkhodai. Intanto sia Mousavi che Karroubi hanno disertato sabato mattina un incontro convocato dal Consiglio dei guardiani. Lo ha riferito la televisione iraniana in lingua inglese PressTv, precisando che alla riunione era presente solo il candidato conservatore Mohsen Rezai.

PROTESTA CALCIATORI – La protesta di sei calciatori della nazionale di calcio iraniana, compiuta mostrando la fascia verde di Mousavi nell’incontro contro la Corea del sud, venne bloccata dopo il primo tempo su intervento di Mohammed Ali-Abadi, responsabile della Federazione sportiva iraniana e cognato di Ahmadinejad. Lo rivela il settimanale tedesco Der Spiegel.

Ahmadinejad: «Basta interferenze»

TEHERAN(IRAN) - Non si ferma la violenza in Iran dopo i probabili brogli che hanno sancito il trionfo del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad nelle recente elezioni presidenziali a dispetto di quello che avrebbe dovuto essere il vincitore, vale a dire il riformista Mir Hossein Mousavi. E da sabato è scontro aperto tra i sostenitori di Mousavi e il regime, dato che la Guida suprema della teocrazia iraniana, l’ayatollah Khamenei, si è schierato venerdì ufficialmente con il vincitore, Ahmadinejad.

«BASTA INTERFERENZE» - Domenica lo stesso presidente rieletto ha parlato, intimando a Stati Uniti e Gran Bretagna di smettere di interferire nelle vicende interne dell’Iran. «Considerando le vostre sconsiderate affermazioni, non potete più essere considerati degli amici della nazione iraniana. Pertanto vi consiglio: correggete il vostro atteggiamento fatto di ingerenze» ha detto Ahmadinejad a un consesso di chierici e insegnanti. Il riferimento è alle critiche che numerosi Paesi occidentali hanno rivolto alle autorità iraniane per lo svolgimento delle elezioni e il rifiuto di accogliere le richieste dell’opposizione. Anche il presidente del parlamento, Ali Larijani, ha chiesto in un discorso all’assemblea di rivedere i rapporti con Gran Bretagna, Francia e Germania, alla luce di quelle che ha definito «vergognose» dichiarazioni sulla contestata elezione presidenziale. La radio di Stato ha riferito che Larijani «ha chiesto alla commissione del Parlamento per la politica estera e della sicurezza di mettere in agenda la revisione dei rapporti con i tre Paesi europei». Gli Stati Uniti hanno troncato i rapporti con Teheran dopo la rivoluzione islamica del ’79.

MERKEL: «RICONTEGGIO DEI VOTI» - Intanto continua il pressing della comunità internazionale sul regime di Teheran. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha sollecitato le autorità ad astenersi dall’uso della forza e della violenza contro le manifestazioni popolari e ha chiesto un riconteggio dei voti. Da Londra, il ministro degli Esteri David Miliband ha respinto l’accusa secondo cui le proteste contro i brogli sarebbero pilotate da Londra. «Non è vero che le manifestazioni sono manipolate dall’esterno – ha detto -. Respingo categoricamente questa idea. Il Regno unito è fermissimo nel sostenere che spetta al popolo iraniano scegliere il suo governo».

BAGNO DI SANGUE - La prima manifestazione non autorizzata verificatasi a Teheran sabato si è conclusa con un bagno di sangue. La tv americana Cnn parla di almeno 19 morti, ma riporta voci raccolte da testimoni che ne hanno parlato sui siti internet di social network, che parlano anche di 150 morti e centinaia di feriti. Senza contare il morto e tre feriti a seguito dell’attentato provocato da un kamikaze che si sarebbe fatto esplodere nell’ala nord del mausoleo dell’ayatollah Khomeini, alla periferia meridionale di Teheran. Una notizia però quest’ultima che al momento però non è chiaro se sia la cronaca di una fatto realmente accaduto o un’invenzione della propaganda di regime.

LOTTA MEDIATICA - Lo scontro in Iran avviene non solo nelle piazze, ma anche per il controllo dell’informazione. Dopo che il regime ha cacciato ufficialmente i cronisti stranieri le notizie arrivano con difficoltà. L’opposizione si affida al web, blog, siti e social network. Il regime replica con la propaganda di Stato affidandosi a tv, giornali e radio da lui controllate. Smentendo però diverse volte se stesso.

L’INCENDIO ALLA MOSCHEA - Ecco dunque che da Teheran la tv di Stato manda prima la notizia che un numero imprecisato di persone sono morte sabato a Teheran per l’incendio di una moschea appiccato da «rivoltosi» nel corso proprio della manifestazione dell’opposizione. L’emittente ha anche mostrato immagini dell’edificio in fiamme. Poco dopo però arriva la smentita: nessun morto nell’incendio della moschea. Secondo sempre la tv di stato iraniana inizialmente erano solo 13 le persone uccise negli scontri tra la polizia e quelli che vengono definiti gruppi terroristici. Cifra poi ridotta a 10 morti e un centinaio di feriti.

ARRESTATA FIGLIA DI RAFSANJANI - Ci sono anche nuovi arresti eccellenti: durante le manifestazioni di sabato sono stati portati in carcere la figlia dell’ex presidente Akbar Hashemi-Rafsanjani e quattro suoi parenti, accusati di coinvolgimento nelle proteste contro Ahmadinejad, come riporta l’agenzia Fars. Faezeh Hashemi, nota attivista per i diritti delle donne, è emersa negli ultimi anni come figura di spicco dell’opposizione. Prima del voto, il presidente aveva accusato Rafsanjani e i suoi figli di corruzione e l’ex presidente è uno dei principali sponsor di Mousavi. Tra gli arrestati anche la figlia di Faezeh. Tutti sono accusati di avere partecipato a un raduno illegale nel centro di Teheran, durante il quale sono scoppiati gravi incidenti, e di avere «provocato e incoraggiato i rivoltosi». Una fonte delle forze di sicurezza ha detto invece che la donna e gli altri membri della famiglia sono stati portati in una stazione di polizia «per la loro stessa sicurezza».

KHATAMI - Ma il regime per ora non riesce a bloccare tutte le voci dissenzienti. L’ex presidente iraniano, il moderato Mohammad Khatami ha ammonito sulle «pericolose conseguenze» che potrebbero derivare dal divieto di manifestare imposto dalle autorità ai sostenitori di Mussavi.

ESPULSO CORRISPONDENTE BBC - Il governo di Teheran intanto continua nella sua stretta nei confronti dei giornalisti stranieri. Il corrispondente della BBC in Iran, Jon Leyne, è stato espulso dal Paese. Leyne, che tra l’altro aveva dubitato dell’attentato al santuario Khomeini, è stato accusato di «sostegno ai rivoltosi». Il giornalista dovrà lasciare l’Iran entro 24 ore, ha riferito

Obama all'Iran: "Basta repressione"

Le parole dell’ayatollah Ali Khameneim, che oggi ha invitato l’opposizione a sospendere le proteste altrimenti «sarà un bagno di sangue», scuotono la comunità internazionale. Obama cambia registro e dopo l’iniziale prudenza, criticata anche da alcuni suoi sostenitori, il presidente americano ha invitato Teheran a allentare la repressione perchè «gli iraniani hanno diritto di protestare».

«È il governo iraniano che sta usando la violenza» ha aggiunto il portavoce di Obama, Robert Gibbs, esprimendo la condanna degli Stati Uniti per il modo in cui il regime iraniano sta reprimendo le proteste di centinaia di migliaia di dimostranti che contestano i risultati delle elezioni presidenziali. Il presidente Obama è già stato «chiaro nell’evidenziare e condannare le violenze» ha aggiunto Gibbs, in quella che suona come una replica agli esponenti repubblicani e commentatori conservatori che hanno accusato la Casa Bianca di un’eccessiva cautela ed un troppo prolungato silenzio sui fatti di Teheran in nome della realpolitik. Obama è convinto che «chi desidera che la propria voce sia sentita lo possa fare senza timore di violenze» ha aggiunto Gibbs sottolineando che le mozioni di sostegno alle proteste pacifiche del popolo iraniano approvate oggi al Congresso rispecchiano le posizioni della Casa Bianca.

Sulla stessa linea i leader dell’Ue che hanno lanciato un appello alle autorità di Teheran perchègarantiscano al popolo iraniano «il diritto a riunirsi ed esprimersi pacificamente» e «che non si ricorra all’uso della forza contro manifestazioni pacifiche». Al termine del Consiglio Europeo riunito a Bruxelles, è toccato al presidente francese, Nicolas Sarkozy, pronunciare parole più chiare: Teheran, ha detto ai cronisti, stia attenta a non andare «oltre un punto di non ritorno». Ferme, anche le reazioni tedesca e britannica. I proclami di Khamenei, ha sottolineato il cancelliere Angela Merkel, «non corrispondono alle attese della comunità internazionale nè a quelle del popolo iraniano». «Il mondo vi osserva», ha ammonito Gordon Brown, rivolgendosi alla dirigenza iraniana, che sembra avere individuato in Londra più che in Washington il mandante di un fantomatico complotto internazionale.

«In questi giorni -aveva detto Khamenei nel suo discorso- gli ambasciatori di alcuni Paesi occidentali che ci hanno parlato nell’ambito dei normali rapporti diplomatici hanno mostrato la loro faccia autentica, e più di tutti, il governo britannico». Il Foreign Office, per tutta risposta, ha convocato l’ambasciatore iraniano, per dirgli che quanto detto da Khamenei è «inaccettabile». Amnesty International, ha, intanto, fatto sapere che nelle proteste sono morte complessivamente dieci persone, ma il grande timore è per quanto potrebbe accadere nei prossimi giorni, a partire da domani. «Siamo profondamente turbati dalle dichiarazioni rilasciate dall’Ayatollah Khamenei che sembrano dare semaforo verde alle forze di sicurezza per trattare con la violenza coloro che, esercitando il loro diritto di manifestazione ed espressione, stanno contestando», ha affermato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Temiamo che, se un gran numero di persone scenderà in strada nei prossimi due giorni, andrà incontro ad arresti arbitrari e a un uso eccessivo della forza».