Scontro fra due treni in Egitto 15 morti

IL CAIROQuindici morti e oltre venti feriti. Questo il drammatico bilancio, peraltro provvisorio, dello scontro fra due treni avvenuto a una trentina di chilometri a sud-ovest del Cairo, nel governatorato di Giza, nello stesso punto in cui nel 2002 ebbe luogo il più grave incidente nella storia dell’Egitto che causò la morte di quasi quattrocento persone.

Secondo le prime ricostruzioni fornite dalla polizia locale, uno dei due convogli, partito dalla stazione di Giza e diretto a Fayum, si è fermato improvvisamente sul binario ed è stato travolto da un altro treno proveniente dal Cairo con destinazione Assiut. Lo scontro è avvenuto tra il villaggio di Al Reka e quello di Kafar Ammar, una trentina di chilometri a sud della capitale egiziana. Si teme che il numero delle vittime possa salire dal momento che, riferiscono alcuni testimoni, uno dei due treni era molto affollato.

L’incidente di oggi non è il primo che si verifica ad Al Hayat. Qui, nel 2002, ci fu il più grave episodio del genere mai accaduto in Egitto: un treno in partenza per Giza prese fuoco causando la morte di almeno 360 persone rimaste bloccate tra le lamiere infuocate. Dieci anni prima, sempre nello stesso luogo, lo scontro fra due convogli causò 43 vittime.

Incidenti mortali, che hanno visto coinvolti treni passeggeri, si sono verificati in tutto l’Egitto negli anni recenti. Nel luglio del 2008, almeno venti persone sono rimaste uccise nella collisione fra un treno e un autobus vicino Mars Martuh, nel nord ovest del Paese, mentre nell’agosto del 2006 lo scontro fra due convogli che viaggiavano sullo stesso binario provocò 58 morti e 144 feriti

Gerusalemme: scontri e arresti, difendiamo la Moschea

GERUSALEMMEAlta tensione oggi a Gerusalemme dopo che in mattinata reparti della polizia israeliana hanno fatto irruzione nella Spianata della Moschee per mettere fine ad una dimostrazione violenta inscenata da fedeli islamici.

Secondo un primo bilancio, di fonte palestinese, in questi scontri dieci palestinesi sono rimasti feriti o intossicati da gas lacrimogeni e altri 15 sono stati fermati dalla polizia. Fonti israeliane hanno confermato 12 arresti.

All’origine della tensione vi è un convegno che tiene a Gerusalemme est in cui rabbini dell’Istituto del Tempio enunceranno il diritto per gli ebrei di avere accesso e anche di pregare nella Spianata dove, fino al 70 d. C, sorgeva il Tempio di Gerusalemme. L’iniziativa ha allarmato i responsabili islamici della contesa Spianata che hanno fatto appello ai fedeli affinché "difendano la moschea al-Aqsa".

Secondo il capo della polizia di Gerusalemme, Ilan Franco, quando stamane un gruppo di visitatori (stranieri ed israeliani) sono entrati nella Spianata, dimostranti palestinesi hanno reagito con il lancio di pietre. Secondo fonti giornalistiche successivamente sono state lanciate contro gli agenti anche bottiglie incendiarie. Il pavimento era stato cosparso preventivamente di olio.

La polizia, secondo Franco, è stata costretta ad intervenire per sedare i disordini. Quindi ha sgomberato la Spianata e l’ha chiusa al pubblico. Una cinquantina di fedeli musulmani sono ancora chiusi nella moschea al-Aqsa e non accettano per ora di abbandonare la zona. Lanci sporadici di pietre contro gli agenti israeliani sono segnalati in varie stradine della Città Vecchia. Il Mufti di Gerusalemme, sceicco Muhammad Hussein, ha avvertito che la situazione è allarmante e che potrebbe verificarsi una nuova escalation.

Barcone di migranti nel Mediterraneo

PALERMO - In balia del mare forza 4-5, prosegue l’odissea degli oltre duecento migranti, tra i quali donne e bambini, in navigazione nel canale di Sicila. Il barcone da venerdì sera viene "scortato" dalla petroliera italiana Antignano, una motocisterna lunga 176 metri di 40 mila tonnellate di stazza lorda, con 22 uomini d’equipaggio, iscritta al compartimento marittimo di Livorno. Il mercantile, per motivi di sicurezza, non può avvicinarsi alla "carretta", perchè rischierebbe di speronarla.

L’imbarcazione si trova ancora in acque Sar (cioè ricerca e soccorso) di competenza maltese, a circa 50 miglia a Est dell’isola Stato. Le condizioni meteo nella zona fortunatamente stanno migliorando, con mare in attenuazione. La barca degli emigranti sta puntando verso le coste della Sicilia sud orientale, dove potrebbe arrivare domani.

In serata è partita dal porto di Pozzallo (Ragusa) anche una motovedetta della Guardia Costiera, con alcuni medici, per verificare le condizioni di salute degli immigrati che si trovano a bordo, molti dei quali sono somali ed eritrei, dunque nelle condizioni di chiedere e ottenere asilo politico.

Nella giornata c’è stato anche una sorta di giallo diplomatico: le autorità maltesi – secondo indiscrezioni raccolte alla Valletta – avrebbero infatti autorizzato Tripoli a inviare la nave da guerra Al Hani per riportare in Libia gli immigrati. Ma dalla Libia, per quanto è dato sapere, non sarebbe salpata alcuna unità militare.

In serata, il portavoce delle forze armate maltesi, Ivan Consiglio, ha puntualizzato: "Le nostre autorità non si stanno occupando del barcone, in quanto il comandante della petroliera italiana Antignano è in contatto con la centrale operativa delle Capitanerie di porto di Roma".

Nella zona, sempre secondo alcune indiscrezioni, la Marina maltese avrebbe tuttavia inviato un pattugliatore per "monitorare" la situazione. Questa mattina, infatti, il Comando generale delle Capitanerie di Porto aveva trasmesso una nuova segnalazione a Malta, sollecitando l’intervento delle loro motovedette. Ma le autorità dell’isola avevano risposto che gli extracomunitari non sarebbero in pericolo e dunque non si configurerebbe la necessità di un intervento di soccorso.

L’unico aiuto ai migranti nelle ultime 48 ore è stato dunque fornito dall’equipaggio dell’Antignano, che ha lanciato viveri e generi di prima necessità dopo essere stato dirottato due giorni fa nella zona dove si trovava il barcone, al confine tra le acque libiche e quelle maltesi, dalla Guardia costiera italiana.

Erano stati gli stessi migranti a lanciare l’Sos, con un satellitare, telefonando ad alcuni loro familiari residenti in Italia. Una richiesta disperata d’aiuto, rimasta inascoltata, che si è ripetuta anche oggi e che ha suscitato l’indignazione dei parlamentari europei eletti nelle liste del Pd, Rita Borsellino e Rosario Crocetta, contrari al respingimento in Libia dei migranti, dove finirebbero nell’inferno dedlle carceri libiche, come quelle di Ganfuda – vicino Bengasi – o di Ankar, a Kufra.

"Che sia l’Italia o Malta ad accogliere il barcone conta poco: – dice Borsellino – l’importante è che centinaia di donne, uomini e bambini non vengano riportati in un paese che non può e non vuole garantire il rispetto dei loro diritti". Le fa eco Crocetta: "Chiederò al Parlamento Europeo di intervenire e di pronunciarsi su un fatto così grave".

Don Carlo Gnocchi sugli altari

MILANO - «Prima dicevo "ciao don Carlo", oggi dico "ciao San Carlo"». Con queste parole un mutilatino porse l’ultimo saluto a don Gnocchi nel giorno dei suoi funerali, più di cinquant’anni fa. E con le stesse parole il cardinale Dionigi Tettamanzi ha voluto concludere la sua omelia per la beatificazione di don Carlo Gnocchi, facendo suo l’auspicio. Cinquantamila persone, in un’assolata piazza Duomo, hanno partecipato domenica mattina alla cerimonia di beatificazione del «papà dei mutilatini» (1902-1956). Con lo scoprimento dell’urna contenente il corpo e deposta sul sagrato del Duomo di Milano, il sacerdote originario di San Colombano al Lambro è stato proclamato beato. In piazza, tra le autorità, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Accanto a lui il vicepresidente della Camera dei Deputati Maurizio Lupi, il presidente della Regione Formigoni, il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio, il sottosegretario ai Trasporti Mario Mantovani, il sindaco Moratti, il presidente della Provincia Podestà.

LA CERIMONIA - Letta la formula di beatificazione, firmata dal Papa, è stata scoperta l’urna con il corpo di Don Gnocchi ed è stato spiegato lo stendardo con l’immagine del sacerdote, appeso sopra il portale del Duomo. Circa 50 mila fedeli, tra i quali 15 mila alpini in rappresentanza delle 81 sezioni italiane, hanno partecipato alla solenne liturgia. La Celebrazione Eucaristica con il Rito di Beatificazione è stata presieduta dall’Arcivescovo di Milano, Card. Dionigi Tettamanzi, alla presenza del Legato Pontificio monsignor Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi (diretta sul sito www.chiesadimilano.it). La funzione è stata preceduta da un corteo, partito da piazza Santo Stefano, che ha accompagnato l’urna contenente il corpo di don Gnocchi. L’urna di cristallo, del peso di 500 chili, è stata portata a spalla dagli alpini.

IL SALUTO DEL PAPADopo la preghiera dell’Angelus nella Basilica di San Pietro a Roma, Benedetto XVI ha rivolto – in diretta televisiva – «uno speciale saluto alle migliaia di fedeli radunati a Milano, in piazza del Duomo, dove stamani è stata celebrata la liturgia di beatificazione del sacerdote Don Carlo Gnocchi». Questo sacerdote ambrosiano, ha ricordato, «fu dapprima valido educatore di ragazzi e giovani. Nella seconda guerra mondiale divenne cappellano degli Alpini, con i quali fece la tragica ritirata di Russia, scampando alla morte per miracolo. Fu allora che progettò di dedicarsi interamente ad un’opera di carità. Così, nella Milano in ricostruzione, Don Gnocchi lavorò per "restaurare la persona umana" raccogliendo i ragazzi orfani e mutilati e offrendo loro assistenza e formazione. Diede tutto se stesso fino alla fine, e morendo donò le cornee a due ragazzi ciechi». «La sua opera – ha osservato il Papa – ha continuato a svilupparsi ed oggi la Fondazione Don Gnocchi è all’avanguardia nella cura di persone di ogni età che necessitano di terapie riabilitative. Mentre saluto il Cardinale Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, e mi rallegro con l’intera Chiesa ambrosiana, faccio mio il motto di questa beatificazione: "Accanto alla vita, sempre"». Piazza Duomo ha accolto con un lungo applauso il collegamento con piazza San Pietro.

I NUMERI - Alla celebrazione erano presenti 18 vescovi, oltre all’arcivescovo Tettamanzi e al Prefetto della Congregazione delle cause dei santi; 211 i sacerdoti concelebranti, tre i cori per un totale di 210 cantori (coro della cappella musicale del Duomo, coro del seminario arcivescovile di Milano, coro Alpini Ana Milano) diretti dal maestro don Claudio Burgio, venti sindaci, venti combattenti reduci della Campagna di Russia, 250 volontari in servizio. In piazza Duomo sono state posizionati due chilometri di transenne; 40 mila i fedeli in piazza con il pass, e 10 mila ai bordi della piazza.

LA VITA - Nato nel 1902 a San Colombano al Lambro e ordinato sacerdote nel 1925, don Gnocchi fu prima assistente di oratorio a Cernusco sul Naviglio, poi nella parrocchia di san Pietro in Sala a Milano e nel 1936 venne nominato direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga dei «Fratelli delle Scuole Cristiane». Nel 1940, con l’ingresso dell’Italia in guerra, don Carlo decise di seguire i suoi ragazzi come cappellano volontario: intruppato nella Julia, affrontò le montagne dell’Albania e della Grecia e poi la steppa russa con gli alpini della Tridentina. Proprio in guerra don Gnocchi maturò la volontà di dedicarsi per sempre ad un’opera di carità, come si legge in una delle sue lettere dal fronte. Opera che si concretizzerà nella sua Fondazione Pro Juventute. Nell’immediato dopoguerra, dopo il «pellegrinaggio» tra le valli alpine alla ricerca dei familiari dei commilitoni caduti in Russia e l’attività clandestina al fianco di partigiani e perseguitati politici – cosa che gli costò la prigionia a San Vittore – don Gnocchi assunse la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio, dove accolse i primi orfani di guerra. Lì, una sera, una giovane donna gli affidò il proprio figlio, mutilato a una gamba: un’esperienza che spinse don Carlo a dare vita alla sua Opera al fianco dei bambini mutilati, da cui il nome di «papà dei mutilatini». Ben presto l’opera Don Gnocchi vide moltiplicare i suoi collegi in ogni parte d’Italia: non semplici ricoveri, ma luoghi di crescita intellettuale e occupazionale degli assistiti. Dopo gli orfani e i mutilatini, l’opera del sacerdote milanese si estese ai poliomielitici e ad altri bambini sofferenti: l’ultima grande impresa di don Gnocchi fu il Centro Pilota per poliomielitici di Milano. Morì nel febbraio del 1956, donando le cornee a due giovani privi della vista. A trent’anni dalla morte, il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini istituì il Processo sulla vita, virtù e fama di santità.

Doppio attacco a Bagdad, è strage

MILANO - È spaventoso il bilancio del duplice attentato di domenica mattina a Baghdad, uno dei più gravi della storia pur tormentata del Paese, segnato da diversi sanguinosi attacchi terroristici. Domenica mattina un camion-bomba e un’autobomba sono esplosi a distanza di pochi minuti nel centro della capitale irachena. Il bilancio, ancora provvisorio, è di almeno 165 morti e 540 feriti. Il governo iracheno ha proclamato tre giorni di lutto nazionale. La prima esplosione è avvenuta alle 10,30 locali (le 7,30 in Italia), a un incrocio su cui si affacciano il ministero della Giustizia e quello del Lavoro; la seconda, poco dopo, nei pressi della sede del governo provinciale, nel quartiere di Salhiyeh. Non è chiaro se le autobombe siano state azionate da attentatori suicidi. Decine di autovetture sono state distrutte. Un tubo di una fognatura si è spaccato e ha inondato di acqua sporca le strade adiacenti. Si tratta del giorno più nero per Bagdad dal 19 agosto, quando ci furono un centinaio di morti nell’attacco contro i ministeri delle Finanze e degli Esteri. Il premier iracheno Nuri al-Maliki ha visitato i luoghi degli attentati, ma non ha rilasciato dichiarazioni. L’attacco è avvenuto poco prima della riunione prevista per domenica pomeriggio fra i leader iracheni, per cercare un accordo sulla riforma elettorale e scongiurare così il rinvio delle elezioni politiche, fissate per il 16 gennaio.

NELLA ZONA VERDE - I due edifici colpiti sono vicini al fiume Tigri, nella superfortificata Zona Verde, dove hanno sede le massime istituzioni irachene e le ambasciate di numerosi Paesi occidentali. I vigili del fuoco hanno recuperato decine di corpi carbonizzati e dilaniati. Molte le automobili volate via per le esplosioni. «Non so come sia possibile che io sia ancora vivo. L’esplosione ha distrutto tutto – ha detto il padrone di un negozio della zona -. È stato come un terremoto, nulla è rimasto al suo posto». Ufficiali americani hanno detto che gli attacchi di questo tipo hanno lo scopo di rinfocolare il conflitto settario tra sunniti e sciiti, che si è scatenato nel paese dopo l’invasione del 2003. Altro obiettivo sarebbe quello di minare la fiducia nei confronti del primo ministro Nuri al Maliki in vista delle elezioni legislative in programma il prossimo anno.

I PRECEDENTI - Il bilancio del duplice attentato è il più grave dell’ultimo anno, superiore addirittura a quello della strage del 19 agosto, quando oltre 100 persone morirono in una serie di attentati contemporanei nel centro di Bagdad. I precedenti: 74 morti a giugno per una bomba al mercato, 70 a luglio in una serie di attacchi contro gli sciiti e la minoranza religiosa Shabak, 55 in una serie di attacchi sempre contro gli sciiti ad agosto.

Pakistan, Taleban uccidono un generale e il suo autista

regione roccaforte dei talebani al confine con l’Afghanistan. Rivelando il clima di tensione che aleggia nel Paese – la paura è che i militanti attuino azioni di rappresaglia – il mercato azionario ha perso tre punti percentuali dopo che è stata diffusa la notizia del ritrovamento di una bomba e di una sparatoria in un tribunale di Islamabad, poi rivelatasi infondata.

Gli scontri per il controllo del Waziristan rappresentano un banco di prova per il governo, che dovrà dimostrare di essere in grado di sconfiggere fondamentalisti islamici, ed è seguita con molta attenzione dagli Usa e dalle altre potenze che hanno schierato truppe in Afghanistan.
Oggi, presunti militanti hanno sparato al generale Moin Haider, in permesso a Islamabad da una missione Onu in Sudan. "È stato un atto di terrorismo", ha detto il portavoce dell’esercito, il maggiore Athar Abbas. "Il fine era ucciderlo e fare notizia".

Haider è il secondo militare di alto rango ucciso nelle ultime due settimane dopo un raid condotto dai taleban nel quartier generale dell’esercito a Rawalpindi.

Un negoziante, Naveed Haider, ha raccontato di aver visto un uomo che correva, con il volto coperto, prima di udire gli spari. "Un uomo in moto lo stava aspettando in strada. È salito e se ne sono andati", ha raccontato il testimone. La polizia ha riferito che è morto anche l’autista di Haider, mentre una guardia del corpo è rimasta ferita. Sabato scorso l’esercito pakistano ha lanciato un’offensiva per riprendere il controllo del Waziristan meridionale dopo che i talebani hanno insanguinato il paese con una serie di bombe e attentati suicidi, uccidendo più di 150 persone.

Terrorismo, scoperta cellula a Boston

BOSTONLe autorità Usa hanno annunciato di avere arrestato a Boston un uomo coinvolto in un caso di terrorismo. Altre due persone sarebbero implicate nella vicenda, ha reso noto un portavoce del ministero della Giustizia. La persona fermata, Tarek Mehanna, è un ventisettenne di Sudbury, Massachusetts. Insieme con gli altri due progettava attentati dentro e fuori gli Stati Uniti. In particolare stava pianificando un attentato in un centro commerciale. Secondo gli inquirenti l’uomo arrestato si sarebbe recato in Medio Oriente per ricevere addestramento terrorista e, insieme ai suoi complici, avrebbe inoltre distribuito video pro-Jihad.

Mehanna, cittadino americano, è stato arrestato questa mattina e poi formalmente incriminato davanti ad un tribunale federale di cospirazione per fornitura di mezzi destinati a terroristi. L’atto di accusa riferisce che aveva discusso assieme ad altre persone come ottenere armi automatiche "per sparare a caso sulla gente in un centro commerciale". Il gruppo aveva esaminato "la logistica dell’attacco al centro commerciale, compreso il coordinamento e le armi necessarie", ha spiegato il procuratore Michael Lucks in una conferenza stampa a Boston. Il piano sarebbe poi naufragato per l’impossibilità di ottenere le armi prescelte.

Mehanna, che ora rischia fino a 15 anni di carcere, era già stato arrestato nel novembre 2008 con l’accusa di aver mentito a proposito di un uomo che sarebbe stato addestrato assieme ad esponenti di al Qaeda. Poi era stato rilasciato su cauzione. Secondo l’accusa, fra il 2001 e il maggio 2008, Mehanna si è reso responsabile di una cospirazione con altre persone per procurare materiale, sostegno e risorse per l’uccisone, il sequestro e il ferimento di persone all’estero, o l’uccisione di cittadini americani all’estero. Mehanna e altri due suoi complici si sarebbero anche recati in Medio Oriente nel febbraio 2004 per partecipare ad un campo di addestramento per terroristi con l’obiettivo di combattere contro le forze americane in Iraq.

Pirati in azione Tentato assalto a una nave italiana

NAIROBI - Pirati somali sempre più audaci. Ora si sono spinti fino al largo delle coste del Madagascar. Giovedì, appena spuntata l’alba, un barchino con a bordo 4 pirati somali ha tentato l’arrembaggio alla Jolly Rosso, nave mercantile battente bandiera italiana, di proprietà della compagnia di navigazione Linea Messina di Genova. Vicino a Mombasa, in Kenya, il commando ha provato a fermare il cargo sparando colpi di bazooka che hanno colpito e danneggiato la fiancata ma il comandante – per nulla intimidito – ha eseguito manovre a zig zag, sollevando grandi onde ed evitando che il barchino riuscisse ad avvicinarsi e ai pirati di salire a bordo. Mancano i dettagli ma si sa che la Jolly Rosso è riuscita ad allontanarsi. Nella zona, lontanissima (almeno 2000 chilometri) dalle caste somale, non incrocia nessuna nave militare in pattugliamento antipirateria.

IL PRECEDENTEÈ la prima volta che si segnalano azioni di pirateria così a sud. I comandanti della Messina sono stati addestrati a reagire ai pirati. A fine aprile un’altra nave della compagnia genovese italiana, la Jolly Smeraldo, era stata attaccata dai pirati al largo della Somalia, 300 chilometri a sud-est di Mogadiscio. Il comandante, Domenico Scotto di Perta era stato abilissimo nel manovrare la portacontainer. Zigzagando e rollando l’imbarcazione aveva provocato onde alte e pericolose che avevano impedito al barchino di avvicinarsi e ai banditi, sei, armati di bazooka e armi leggere, di tentare l’arrembaggio. Anche allora erano stati sparati colpi intimidatori, che avevano colpito la nave provocandole lievi danni, il comandante aveva continuato a condurre il cargo nave con perizia e maestria fino a che i pirati, che avevano attaccato da poppa, avevano desistito.

JOLLY SMERALDO - C’è stato anche un secondo tentato assalto, proprio contro la Jolly Smeraldo, avvicinata dai pirati mentre si trovava in navigazione dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi. Anche questo convoglio è riuscito a respingere l’attacco. Nessun membro dei due equipaggi è rimasto ferito.

In Egitto per ricordare un solerino illustre

Per l’anniversario dei 150 anni trascorsi dalla morte del solerino Monsignor Perpetuo Guasco, oggi una trentina di suoi concittadini, guidati da Don Mario, si recheranno in pellegrinaggio Egitto per le solenni celebrazioni che proseguiranno fino al 26 ottobre.

Solero infatti nel 1803 ha dato i natali a questo frate che decise di spostarsi in Terra Santa per promuovere iniziative benefiche e di solidarietà, lì venne nominato custode di tutti i santuari presenti sul territorio, oltre che Vescovo e rappresentante del Papa in Egitto.

Nel corso del pellegrinaggio i solerini potranno recarsi sulla tomba di Perpetuo Guasco, incontrare i frati che oggi vivono ancora nel suo convento, e soprattutto dare vita a un importante gemellaggio tra queste due località così distanti tra loro ma unite grazie alla figura di questo frate.

"Questa iniziativa ci permetterà di avviare altri importanti progetti -afferma Don Mario- come le adozioni a distanza e l’approfondimento della cultura islamica. Inoltre in questo viaggio parteciperà anche una figura significativa come Don Maurilio Guasco pronipote di Monsignor Perpetuo."

Moussavi va processato danneggia la reputazione del Paese

TEHERANMir Hossein Moussavi deve essere processato. Lo chiede un centinaio di parlamentari iraniani, secondo cui il leader riformista ha commesso un "crimine contro la nazione" mettendo in discussione i risultati delle elezioni presidenziali del giugno scorso.

Moussavi, "con le sue azioni, ha danneggiato la reputazione del governo e il patrimonio pubblico" si legge nella lettera sottoscritta da un centinaio di deputati che, secondo l’agenzia Irna, è stata consegnata al procuratore capo Gholam Hossein Mohsen Ejeie. "Con il suo crimine contro la nazione, Moussavi ha violato i diritti del popolo iraniano".

Moussavi è considerato, con l’ex candidato riformista Mehdi Karrubi, il leader del cosiddetto "movimento verde". Karrubi è stato recentemente incriminato per avere denunciato stupri su alcuni degli arrestati nelle manifestazioni di piazza dell’estate scorsa. La denuncia è stata inviata al procuratore generale dello Stato dai cento deputati, che appartengono all’area fondamentalista e sono "in maggior parte avvocati", secondo quanto precisato dal parlamentare Rasai. "Le dichiarazioni e le attività di Moussavi – ha affermato il deputato – rappresentano un colpo portato al sistema islamico, al popolo e alla pubblica proprietà. La magistratura deve affrontare con durezza coloro che violano la legge".