Anche Gesù era un migrante

Il Papa è preoccupato per la sorte dei bambini immigrati. In vista della prossima Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati, che si svolgerà il prossimo 17 gennaio, sceglie il tema dei minorenni per il suo consueto messaggio, diffuso oggi dal Vaticano. E ricorda che anche Gesù, nella fuga d’Egitto, era un rifugiato.

"Auspico di cuore che si riservi la giusta attenzione ai migranti minorenni, bisognosi di un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale", scrive Benedetto XVI. "Gesù stesso – sottolinea Ratzinger – da bambino ha vissuto l’esperienza del migrante perché, come narra il Vangelo, per sfuggire alle minacce di Erode dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria".

Il Papa punta il dito contro le violazioni della Convenzione dei diritti del bambino, ricorda il dovere, per i cristiani, della solidarietà verso lo straniero, "specialmente se si tratta di bambini", sottolinea la necessità di una "adeguata" accoglienza per i rifugiati e non manca di ricordare la difficile situazione dei minori non accompagnati.

Ratzinger si sofferma in particolare sull’importanza di facilitare "l’integrazione sociale" delle seconde generazioni. Nella conferenza stampa di presentazione del messaggio, in sala stampa vaticana, gli fa eco mons. Novatus Rugambwa, sottosegretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, che denuncia: "Purtroppo un gran numero di questi migranti e rifugiati trovano spesso ostacoli nel cammino dell’istruzione e del successivo orientamento professionale o dell’educazione superiore".

La presentazione del messaggio, poi, è soprattutto l’occasione, per i giornalisti, di chiedere al presidente e al segretario del dicastero vaticano – mons. Antonio Maria Vegliò e mons. Agostino Marchetto – giudizi sulle vicende d’attualità. Dopo le recenti polemiche tra Santa Sede e governo sul pacchetto sicurezza, Vegliò ha incontrato il ministro dell’Interno, ma con i giornalisti si trincera dietro una battuta: "Per il fatto che Maroni si sia confessato da me non posso dire niente…".

Vegliò esprime però "tristezza" per ‘White Christmas’, l’iniziativa di un comune leghista nel Bresciano di espellere gli immigrati irregolari per Natale (Marchetto parla di "dolore") e, ai cronisti che gli domandano un giudizio sul disegno di legge che facilita la concessione della cittadinanza agli stranieri regolari, afferma: "Quando un migrante è in Italia già da un po’ di tempo, ha un lavoro regolare, paga le tasse, ha figli che parlano italiano e vanno alla scuola italiana, qual è la difficoltà a dargli la cittadinanza?".

Uno sguardo alla Svizzera, poi, dove il fine settimana prossimo si svolge un referendum contro i minareti. "Non vedo come si possa impedire la libertà religiosa delle minoranze", afferma Vegliò senza esitazioni.

L'Aiea condanna l'Iran sul nucleare

Il Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) ha votato una risoluzione di censura all’Iran per aver costruito in segreto il sito per l’arricchimento dell’uranio, nei pressi della città di Qom, e ha chiesto di congelare immediatamente il progetto.

La risoluzione, approvata a stragrande maggioranza (25 voti a 3, con 6 astensioni) è la prima in quattro anni, da parte dell’organismo, in cui siedono i rappresentanti di 35 Paesi; e con l’inusuale appoggio di Russia e Cina, è un chiaro messaggio dell’irritazione internazionale per il comportamento degli ayatollah. Non è chiaro però se il voto, appoggiato dalle sei potenze del cosiddetto 5+1 (il gruppo che conduce i negoziati con Teheran), si tradurrà nell’appoggio di Russia e Cina a eventuali nuove sanzioni a Teheran.

Replica immediata di Teheran: «L’adozione di questa risoluzione», ha detto l’ambasciatore Ali Asghar Soltanieh, «non solo è inefficace per migliorare la situazione attuale, ma comprometterà l’ambiente produttivo assolutamente necessario per il successo dei negoziati a Ginevra e Vienna, che dovrebbero portare a una comune comprensione». Nel comunicato diffuso subito dopo il voto, il diplomatico iraniano dice che la risoluzione è un passo «frettoloso e eccessivo» imposto da un ristretto numero dei Paesi rappresentanti nell’organismo direttivo.

L’inviato Usa all’Aiea ha detto che la pazienza con l’Iran «si sta esaurendo» e che non si può continuare in round di colloqui, che si succedono uno dopo l’altro, senza alcun risultato. La risoluzione di censura all’Iran ha aggiunto il ministro degli Esteri britannico, David Miliband, è «il seganle più forte possibile» inviato a Teheran. «La risoluzione approvata oggi dal Consiglio dei Governatori dell’Aiea è il più forte segnale possibile all’Iran che le sue azioni e le sue intenzioni rimangono un elemento di grave preoccupazione internazionale», si legge in una nota del Foreign Office.

Strage di civili in Afghanistan, si dimette ministro Tedesco

BERLINO - L’ex ministro della Difesa tedesco e attuale titolare del Lavoro, Franz Josef Jung (Cdu) ha rassegnato le dimissioni in seguito alle accuse che gli sono state rivolte in merito al raid del 4 novembre a Kunduz, in Afghanistan. Questa decisione segue la "rimozione" del capo di Stato maggiore dell’Esercito, Wolfgang Schneiderhan, e del sottosegretario alla Difesa, Peter Wichert, finiti nel mirino per avere occultato informazioni sulle vittime civili dell’attacco Nato dello scorso 4 settembre.

«MI ASSUMO LA RESPONSABILITA’ POLITICA» – «Mi assumo la responsabilità politica per la linea adottata al Ministero della Difesa in materia di informazione», ha dichiarato Jung.
I vertici militari e politici tedeschi erano già in fibrillazione dopo la decisione dell’attuale ministro della Difesa zu Guttenberg di licenziare il generale Schneiderhan e il sottosegretario alla Difesa Wichert. L’accusa rivolta loro è di avergli sottratto i rapporti militari provenienti dall’Afghanistan e relativi al raid aereo, compiuto su ordine di un ufficiale tedesco contro due convogli di camion a Kunduz. Il bilancio dell’attacco fu tragico: 142 vittime, gran parte delle quali civili.
In molti, soprattutto dalle file dell’opposizione, hanno subito chiamato in causa Jung, giudicando impossibile che il ministro, collega di partito del cancelliere Merkel, non fosse al corrente di quanto accaduto. All’epoca, inizio settembre, Jung aveva sostenuto per giorni che il bombardamento non aveva causato vittime civili. In mattinata si è riunita anche la Commissione Difesa del Bundestag che ha ascoltato le dichiarazioni di zu Guttenberg; con tutta probabilità verrà costituita una commissione parlamentare d’inchiesta. L’intera vicenda rischia di incidere pesantemente sulla missione della Bundeswehr in Afghanistan: in questi giorni il Parlamento è chiamato ad approvare la decisione del governo di Berlino di prolungare le missioni all’estero dei soldati tedeschi.

LA MERKEL NOMINA URSULA VON DER LEYDEN - Ursula Von Der Leyen è stata nominata da Angela Merkel nuovo ministro del Lavoro in sostituzione del dimissionario Franz Josef Jung. Lo ha annunciato la Merkel a Berlino. In sostituzione della Von der Leyen come ministro della Famiglia è stata nominata la deputata Cdu dell’Assia, Kristina Koehler.

ANCHE I VIDEOFONINI INNESCANO GUERRA RELIGIOSA

A scatenare nuove violenze interconfessionali, in una societa’ dove il fanatismo religioso si e’ diffuso su entrambi i fronti, sono arrivati infatti anche i video cellulari a basso prezzo cinesi, capaci di immortalare per sempre signorine poco attente alla propria privacy nei momenti di intimita’. Ma pur sempre dotate di una vasta parentela pronta a vendicare l’affronto subito. Il caso piu’ grave – fra quelli riportati oggi da The Egyptian Gazette – e’ quello finito tragicamente ad Assuit, dove un cristiano ha fatto circolare il video di una giovane musulmana in atteggiamenti troppo affettuosi con il fidanzato. Tre persone sono infatti rimaste uccise dopo che centinaia di musulmani inferociti hanno attaccato con lanci di pietre case e negozi dei cristiani, e dato fuoco alle loro vetture. Reazioni analoghe vi sono state anche quando un giovane copto della vicina Dairut ha diffuso il video di un’altra ragazza musulmana. Quando l’hanno saputo, i genitori di lei stavano quasi per uccidere il responsabile, e nelle violenze varie persone sono rimaste ferite. Tra due villaggi si e’ quasi scatenata una guerra il primo giorno dei festeggiamenti per la fine del Ramadan, ricorda ancora il giornale, quando un giovane cristiano ha avuto l’ardire di fotografare una ragazza che si era tolta il velo. I parenti di lei, furiosi, volevano avere il ragazzo fra le mani, ma al rifiuto dei parenti di consegnarlo – hanno confermato fonti di polizia – sono esplosi i disordini. A titolo di indennizzo, i parenti del ragazzo si sono offerti di versare 10 mila lire egiziane (circa 1.300 euro) a quelli di lei. In un altro episodio ancora, gli scontri – con l’incendio di una ventina tra vetture e negozi – si sono scatenati dopo che un commerciante cristiano ha accusato una donna di aver rubato un cellulare e di averlo nascosto sotto il niqab (il velo integrale), strappandoglielo dal viso. ”Anche se non esistessero i cellulari, i musulmani ed i copti si combatterebbero lo stesso – ha detto ad ANSAmed l’avvocato copto Mamdouh Nakhla -. Sono ormai 20 anni che mi occupo dei rapporti tra le due religioni in Egitto. In passato la situazione non era cosi’ tesa, ma negli ultimi dieci si e’ creato un clima di violenza soprattutto nel ‘saiid’ (Alto Egitto). Ognuna delle due parti sospetta dell’altra, ognuna fa la caccia all’altra per aggredirla al minimo errore”. Per esempio, prosegue l’esperto di rapporti interreligiosi, ”le donne cristiane di Assiout sono state obbligate a coprirsi i capelli per avere osato camminare per strada senza velo. E i negozi dove si vendevano alcolici sono stati obbligati a chiudere per le minacce ricevute dai proprietari e gli attacchi continui ai magazzini”. Un clima di intolleranza e violenza interconfessionale che ricorda il recente film ”Hassan&Morcos” con Omar Sharif ed il popolare attore egiziano Adel Imam, e che – conclude Nakhla – continua ad aggravarsi

Clima, l'ultimatum dell'Africa

«Non posso più fidarmi di mio padre» dice Gada Tukala, che ha poco più di vent’anni, alleva vacche da quando non andava all’asilo e decide per tutti da quando il clima non è più lo stesso. «I vecchi vorrebbero aspettare dieci giorni di pioggia prima di seminare il sorgo, io so che dopo quattro scrosci è meglio affrettarsi sperando che duri». Gada è un giunco nero in un cielo bianco di luce, vive in un villaggio che di moderno ha solo le ciabatte di plastica ai piedi, si accontenta di nulla e ha una sola paura: «Sai perché non piove più? Una volta si stava tutti insieme sotto il grande albero, si ammazzava la bestia più grassa, e si pregava tutta la notte per una buona semina. Oggi con le nuove religioni la natura ha smesso di volerci bene». Gada non lo sa ma il suo paese è cristiano da 1.700 anni. E musulmano da quasi altrettanti: «Dio è arrabbiato con me e la mia famiglia» ci dice Zein Leba, contadina sessantenne che ha un ettaro di terra, sette figli, e quando prega si rivolge alla Mecca. «Dipende tutto da lui, speriamo che passi». L’Etiopia di chiese e moschee, di campi di mais, sorgo e fagioli è rassegnata da sempre a una siccità ogni dieci anni, ma da qualche tempo rimane a secco quasi un anno su due. «Colpa del cielo» dice il tam tam degli altipiani. Eppure quando interverrà al vertice sul clima che si apre il prossimo 7 dicembre a Copenhagen, il primo ministro Meles Zenawi non invocherà né Allah né gli dei della pioggia. Dirà che il riscaldamento globale sta rovinando il suo paese. E chiederà all’Occidente una montagna di soldi per insegnare a Gada e a Leba a fare a meno dell’acqua.

L’Unione africana ha scelto l’Etiopia per trattare a nome di tutti al summit che dovrebbe salvare il pianeta, ma molto probabilmente rimanderà il bel gesto a data da destinarsi. Peccato, perché la posta è alta e i numeri fin troppo eloquenti: se nel 2006 l’Italia ha immesso in atmosfera 474 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’Etiopia con un terzo degli abitanti in più si è fermata a poco più di un centesimo: sei milioni di tonnellate. Se il colosso cinese è responsabile del 21 per cento delle emissioni globali, e gli Stati Uniti seguono a ruota con il 20,2, l’Africa intera rincorre lo sviluppo producendo non più del 3,7 per cento dei danni. Il disequilibrio è enorme, ma diventa insostenibile se si pensa che l’impatto è inversamente proporzionale alle cause: in Italia (almeno per ora) il cambiamento climatico mette a repentaglio il week end, in Etiopia fa sparire la materia prima che tiene in vita l’80 per cento della popolazione. «Non è che piova meno» dice a Io donna Gabru Jember, ricercatore dell’Agenzia nazionale di meteorologia di Addis Abeba. «È che le precipitazioni sono diventate imprevedibili: da sempre in Etiopia abbiamo una stagione umida da marzo ad aprile, e una più lunga da inizio giugno a fine settembre. Ora il ritmo è saltato e può smettere di piovere a una settimana dalla semina, o magari riprendere quando già ci si preparava al raccolto». A quel punto cresce un po’ d’erba, il paesaggio si fa incantevole, ma il sorgo si alza mesto senza semi. È lo spettro della siccità verde che si aggiunge ai malanni tradizionali e, solo in Etiopia, nei prossimi mesi metterà a rischio la sopravvivenza di oltre sei milioni di contadini.

E sì che alle spalle il paese degli altipiani ha anni di crescita a due cifre. Con i suoi tre milioni di abitanti, Addis Abeba ha preso a mimare le mosse della danza globale e a sostituire la terra battuta con grandi torri commerciali ad alto fatturato e nessun’altra pretesa. Ma l’Etiopia dei villaggi continua ad arrancare tra la sete e la fame: qui tutto viene e va con il raccolto, e ci si può ritrovare sul lastrico solo perché la pioggia cade nel momento sbagliato. «Otto anni fa avevo cento vacche e cento pecore» fantastica la quarantenne Momena Ali sotto il sole malato del distretto pastorale dell’Erer. «Allora l’erba era tanto alta che non vedevi le bestie. Poi la pioggia è sparita e l’erba è scesa prima a un braccio, poi a un palmo, poi a un dito di verde: io non ho più nulla, ma Allah saprà cosa fare dei miei dieci figli». Acqua, pascoli, sole e rovina. Nella regione agricola dell’Oromia 32 distretti su 387 da gennaio avranno bisogno dei sacchi di farina del governo: tra questi il Fadis, che ci accoglie con una distesa di cereali senza frutto, di bambini con i quaderni sottobraccio, e di uomini che ricordano un tempo in cui tutto sembrava più pieno e più semplice. «Eravamo ricchi» ci dicono nel villaggio di Koje. «I campi che oggi danno cinque quintali di sorgo fino a dieci anni fa ne producevano anche trenta». Mesfin Oly, giovane consulente agricolo dell’amministrazione regionale, fa notare che gli invasi dell’acqua piovana ancora nel 2002 davano da bere per sei mesi all’anno, mentre oggi arrivano a malapena a coprire due mesi di sete. Non che qualcuno si lamenti: qui tutti sembrano abituati a sopravvivere se si può, e a sopportare le angherie del cielo con la stessa pazienza con cui tollerano le mosche sul labbro per decine di snervanti minuti. Ma nessuno si fa illusioni: «Tra poco comincerà la carestia». Per fronteggiarla il piano d’emergenza di Addis Abeba garantirà 15 chili di farina al mese a 32mila dei 140mila abitanti del distretto. Rispetto alla grande carestia del 1984, nessuno dovrebbe morire per fame. Ma nelle capanne di fango in cui si mescolano vagiti di bimbi e muggiti di vacca, si fa fatica a pensare che per i villaggi il peggio sia ancora di là da venire.

Sprofondiamo sempre più nell’Africa che cambia senza volere. A dieci chilometri dalla città di Harar, che rimane magicamente sospesa tra memorie coloniali e identità musulmana, il lago Haramaya è semplicemente sparito: «Dove si andava in barca ora brucano le capre» dice Million Gebrenes, ricercatore universitario che studia l’impatto del global warming sull’economia rurale. «È successo tutto in pochissimi anni, perché i contadini hanno abusato dell’acqua, la deforestazione ha aumentato il sedimento e il riscaldamento ha seccato le sorgenti». Qui come altrove, la vita si fa dura appena si scende dai duemila metri dei grandi altipiani. Nel centro del paese, a cento chilometri dalla capitale, è il lago Abjata a ritrarsi di quasi un chilometro all’anno. «Ci sono rimasti solo i fenicotteri» sospira il pastore Tene Babsa, che ha sessant’anni e due gambe sottili come il bastone che usa per evocare i ricordi lontani. Racconta di quando invece delle distese di sale c’era uno specchio d’acqua pescoso, e al posto della terra smagrita si stendevano chilometri di pascoli da venti mucche a famiglia: «Ora ne ho quattro che danno un litro di latte al giorno, dieci anni fa ne avevo decine e riempivo i secchi anche senza mungerle». L’avvocato Dessalegn Mesfin, che ha guidato il team dei negoziatori africani verso il summit di Copenhagen, dice che per fronteggiare quest’emergenza «le priorità sono due: un accordo sulla riduzione dei gas serra, e un piano di finanziamenti per aiutare i paesi più colpiti ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche». Con il programma Meret, le Nazioni Unite hanno dimostrato che bastano investimenti modesti per arrivare a una gestione del terreno che resista alle bizze del nuovo millennio. Nel bacino di Dabe, a pochi chilometri dalla città di Nazreth, 202mila euro sono stati sufficienti per piantare una foresta, alimentare le sorgenti e mettere in sicurezza trecento famiglie di contadini. Pochi o tanti, oltre che di emissioni è quindi questione di soldi. Il primo ministro Meles Zenawi lo sa, e va a Copenhagen per battere cassa presso i grandi produttori e i grandi inquinatori del Nord del mondo. Si parte da una richiesta di 45 miliardi di euro all’anno. L’Africa intera fa sapere che saranno difficilmente trattabili.

Sì al congelamento delle colonie L'Anp respinge la mozione

GERUSALEMME - Il Consiglio di difesa del governo israeliano ha approvato questa sera il congelamento per dieci mesi della realizzazione di nuovi progetti edili nelle colonie ebraiche in Cisgiordania. La mozione proposta dal premier Benjamin Netanyahu, pressato da Washington, è stata approvata da 11 ministri, mentre uno ha votato contro e due non hanno partecipato al voto. L’offerta è stata però già respinta dall’Anp perché ritenuta insufficiente.

Secondo quanto riferito dal sito del quotidiano Haaretz, Netanyahu ha spiegato che il congelamento temporaneo degli insediamenti prova la volontà "genuina" di Israele di arrivare alla pace con i palestinesi. Per la televisione commerciale Canale 10 si tratta di una decisione "senza precedenti" nel suo genere da parte di un premier israeliano. Anche gli Stati Uniti hanno reagito favorevolmente alla decisione di Israele. Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha espresso soddisfazione sottolineando che si tratta di una decisione che "aiuta a fare progressi nella risoluzione" del conflitto.

Ma l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha respinto qualsiasi proposta israeliana di un congelamento temporaneo o parziale delle colonie nei territori palestinesi occupati prima ancora dell’annuncio ufficiale del premier israeliano. I palestinesi esigono infatti un blocco totale delle costruzioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est (settore escluso dal congelamento) prima di tornare al tavolo dei negoziati di pace, sospesi da circa un anno nonostante gli sforzi dell’amministrazione americana per rilanciarli.
La mossa di Netanyahu non è piaciuta nemmeno al movimento dei coloni, all’estrema destra israeliana, agli ultra-ortodossi e a numerosi deputati della maggioranza. "Il governo di Netanyahu è stato eletto per rilanciare le colonie ma dalla sua formazione le ha congelate e adesso passa alla persecuzione e alla liquidazione", è stato il secco commento alla radio pubblica di Danny Dayan, capo del consiglio di Yesha, la principale organizzazione dei coloni. Il leader del partito ultra-ortodosso Shas, Elie Yishai, che è ministro dell’Interno e vice primo ministro, ha detto di non poter "accettare una sospensione della costruzioni negli insediamenti, neanche per un solo giorno".

La misura ha suscitato inoltre l’irritazione di diversi deputati dall’ala destra del Likud, il partito di Netanyahu. Il deputato Yariv Levin l’ha definita "anti-ebraica e anti-israeliana". "Si ha l’impressione che Israele viva ormai sotto un regime presidenziale nel quale Barack Obama decide la politica del governo", ha commentato il parlamentare.

Per contro, Peace Now, organizzazione di sinistra che si oppone alla colonizzazione, ha reagito positivamente, sostenendo in un comunicato che si tratta di una "decisione storica che va nella giusta direzione". "Rafforzeremo la nostra sorveglianza sulle costruzioni nelle colonie per verificare che non si tratti di un inganno e che i coloni non continuino a fare come credono", ha promesso il movimento.

La mossa di Netanyahu non è piaciuta nemmeno al movimento dei coloni, all’estrema destra israeliana, agli ultra-ortodossi e a numerosi deputati della maggioranza. "Il governo di Netanyahu è stato eletto per rilanciare le colonie ma dalla sua formazione le ha congelate e adesso passa alla persecuzione e alla liquidazione", è stato il secco commento alla radio pubblica di Danny Dayan, capo del consiglio di Yesha, la principale organizzazione dei coloni. Il leader del partito ultra-ortodosso Shas, Elie Yishai, che è ministro dell’Interno e vice primo ministro, ha detto di non poter "accettare una sospensione della costruzioni negli insediamenti, neanche per un solo giorno".

La misura ha suscitato inoltre l’irritazione di diversi deputati dall’ala destra del Likud, il partito di Netanyahu. Il deputato Yariv Levin l’ha definita "anti-ebraica e anti-israeliana". "Si ha l’impressione che Israele viva ormai sotto un regime presidenziale nel quale Barack Obama decide la politica del governo", ha commentato il parlamentare.

Per contro, Peace Now, organizzazione di sinistra che si oppone alla colonizzazione, ha reagito positivamente, sostenendo in un comunicato che si tratta di una "decisione storica che va nella giusta direzione". "Rafforzeremo la nostra sorveglianza sulle costruzioni nelle colonie per verificare che non si tratti di un inganno e che i coloni non continuino a fare come credono", ha promesso il movimento.

L'Fbi sulle tracce di due nuovi supericercati

WASHINGTON – Due nuovi nomi nella lista dei "Most wanted", i più ricercati dall’Fbi. Sulla loro testa una taglia da 5 milioni di dollari. Il primo Fahd Mohammed Al Quso, incriminato per l’attentato alla nave da guerra americana "Cole" nello Yemen (ottobre 2000). Un’azione affidata ad un kamikaze e costata la vita a 17 marinai. Più interessante il secondo: Husayn Mohammad Al Umari, alias Abu Ibrahim, detto anche il "Dottor Frankstein". 

VALIGE BOMBE – Palestinese appartenente alla fazione "15 Maggio", 73 anni, si muoverebbe tra Libano e Siria, si è fatto una fama sinistra costruendo sofisticate valige-bomba da piazzare sui jet passeggeri. Per l’Fbi è coinvolto in almeno 21 esplosioni tra cui due attentati ad aerei civili. Nell’82 un suo uomo, accompagnato da moglie e figlioletto, nasconde un piccolo ordigno sotto il sedile di un jumbo Pan Am in Giappone. Poi scende durante lo scalo. La bomba esplode nella seconda parte del viaggio e uccide un ragazzo di 17 anni. Nell’aprile 1986 nuova "impresa" che prende di mira un volo della Twa in servizio tra Roma e Atene: 4 passeggeri sono risucchiati nel vuoto. Abu Ibrahim usa due tipi di bombe. Il primo è di piccole dimensioni, facilmente trasportabile "in pezzi" che vengono poi assemblati durante il volo. Ad attivarlo un timer. Il secondo è una valigia riempita di "fogli" di plastico, spalmati nel doppiofondo. Può essere imbarcata su un jet o lasciata in un locale affollato, come avvenne in un centro commerciale di Parigi nell’85.

SUE TRACCE IN IRAQ, SIRIA E LIBANO – Dopo anni di azioni sanguinose, Abu Ibrahim era come scomparso. Poi sono emerse tracce in Iraq, dove il militante è stato accolto da Saddam Hussein che, per un certo periodo, ha appoggiato il "15 maggio". Caduto il regime, l’estremista avrebbe aiutato gli insorti fornendo la sua consulenza nella preparazione di trappole esplosive. Durante un rastrellamento nella città di Mosul, i soldati americani hanno trovato delle bombe costruite con una tecnica inconfondibile. Quella di Abu Ibrahim. Dall’Iraq, l’estremista si sarebbe spostato con moglie e figli prima in Siria, quindi in Libano. Ora gli Stati Uniti sperano, offrendo una forte ricompensa, di riuscire a chiudere la partita con il "Dr Frankstein".

Terrore a Mumbai, un anno dopo l'attacco

MILANO - La notte del 26 novembre 2008 Mumbai, capitale finanziaria dell’India, viene colpita da una serie simultanea di attacchi. Nel mirino ci sono i cittadini stranieri che frequentano i centri turistici della città, gli alberghi a cinque stelle, i ristoranti, le stazioni ferroviarie, il centro culturale ebraico e perfino l’ospedale. In un istante la città diventa un campo di battaglia. Intervengono le forze armate e la polizia e gli scontri sono durissimi. Il 27 novembre una sigla sconosciuta, i Deccan Mujahideen, rivendica gli attentati con una mail a un giornale. Il giorno seguente la Guardia di sicurezza nazionale riprende il controllo di alcuni alberghi e di altri punti sensibili. Ma si continua a sparare. La mattina del 29 novembre, a distanza di 60 ore dal primo attacco, le armi finalmente tacciono. Il bilancio è di circa 200 vittime, in gran parte indiani, e di circa 22 stranieri, tra questi un italiano. Fra i terroristi, 15 sono stati uccisi, mentre uno è nelle mani della polizia, vivo.

PARLA UN ATTENTATORE - Il documentario «Terrore a Mumbai», in onda il 26 novembre alle 21 su History Channel (canale 407 di Sky), racconta la storia dell’attacco terroristico non solo attraverso le parole delle vittime ma anche con quelle degli stessi attentatori: il film raccoglie infatti anche il primo interrogatorio dell’unico terrorista sopravvissuto, svoltosi un’ora dopo la sua cattura. Ma i documenti più sorprendenti sono le intercettazioni telefoniche della conversazioni tra i terroristi autori degli attacchi a Mumbai e il loro quartier generale. Gli ordini vengono impartiti nel dettaglio ed eseguiti con freddezza: dare fuoco ai materassi e ai tappeti del Taj Hotel in modo da scatenare il panico e da accrescere ancora di più l’attenzione delle tv internazionali; lanciare granate, sparare senza alcuna pietà su tutti i presenti, bambini compresi. Il terrorista Fahadullah, che parla accanto al corpo senza vita di Abdul Rehman mentre ha appena incendiato una camera del Trident Oberoi Hotel, viene anche lui incitato al martirio, perché l’azione si possa dire conclusa con successo. Dopo pochi secondi Fahadullah non risponde più a chi lo manovra dal quartiere generale. In un’altra telefonata un terrorista presenta l’azione, che ha seminato sangue e distruzione e che ha attirato su Mumbai gli occhi terrorizzati del mondo. Il film è prodotto e diretto dal regista Dan Reed.

Strage Filippine, recuperati 46 cadaveri

MILANOAll’indomani della strage nelle Filippine, sono 46 i cadaveri recuperati dalla polizia sull’isola di Mindanao. «I nostri esperti sul posto hanno recuperato 46 cadaveri in totale, 28 dei quali sono stati già riconosciuti dalle famiglie», ha detto Willie Dangane, il funzionario di polizia che supervisiona le operazioni sul posto. Tra le vittime, che erano state sequestrate lunedì, figurano anche numerosi politici e giornalisti.

STATO D’EMERGENZA - Il presidente Gloria Macapagal Arroyo ha decretato lo stato d’emergenza nella zona sud dell’arcipelago e in particolare nella provincia di Maguindanao e in due zone limitrofe, un’area dove vive complessivamente 1 milione e mezzo di persone. Le violenze potrebbe essere frutto di rivalità politiche in vista delle elezioni del 2010 per scegliere il nuovo governatore della provincia.

FOSSA COMUNE - «I corpi sono stati recuperati da una fossa comune» ha spiegato il capo della polizia, Jesus Verzosa. I cadaveri delle vittime, tra cui almeno 14 donne, sono crivellati da colpi di arma da fuoco e fatti a pezzi. Ci sarebbero quattro superstiti del massacro, portati in un luogo sicuro dal candidato al governatorato Esmael Mangudadatu, la cui moglie è stata invece uccisa nella strage.

gruppo armato uccide 21 persone

MILANO – Ventun persone sono morte stamani in un sequestro di massa compiuto da un centinaio di uomini armati nell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine. Lo rende noto l’esercito, precisando che i rapiti sono fra 30 e 40.

L’azione è stata condotta, secondo quanto si è appreso, da seguaci di un politico locale come avvertimenti nei confronti di un avversario. Tra le persone sequestrate vi sarebbero la moglie di un possibile candidato alle prossime elezioni a governatore della provincia, due avvocati e alcuni giornalisti locali. Tutti sarebbero stati condotti in un luogo non ben precisato nell’area montana di Maguindanao. Il colonnello Jonathan Ponce, portavoce dell’esercito, ha spiegato che sono state inviate truppe nell’area per cercare di tenere a bada le tensioni politiche. «La nostra missione è ora di liberare tutte quelle persone e di evitare una escalation di violenza tra le due fazioni politiche avverse».

Le elezioni sono previste per il prossimo maggio. Sarà una sorta di election day con le presidenziali, il rinnovo delle due Camere e una serie di elezioni locali. In ballo ci sono qualcosa come 18 mila poltrone, secondo la stima dell’agenzia Reuters. Le elezioni nelle Filippine sono spesso accompagnate da episodi di violenza, in particolar modo nel sud del Paese dove le forze di sicurezza devono spesso fare i conti con gruppi di ribelli comunisti, di islamici radicali e di seguaci di raggruppamenti tribali.