Iraq, i cristiani che non cedono

a Mosul, due persone sono rimaste uccise e cinque ferite a seguito dell’esplosione di un’autobomba piazzata davanti a una chiesa siro-ortodossa, mentre l’11 gennaio, sempre a Mosul, è stato freddato un cristiano assiro di 52 anni. La lista, purtroppo, si aggiorna di continuo: ieri si è aggiunta un’altra vittima dopo i 5 assassinati negli ultimi giorni.

Mosul, l’antica Ninive, zona di presenza cristiana da millenni. Da queste parti, recita la tradizione, è giunto san Tommaso, che con un piccolo gruppo di discepoli fondò la prima comunità di fedeli in Assiria. Nell’antichissima chiesa omonima – Mar Toma – sono conservate le sue reliquie.
Ora, è divenuta il simbolo della persecuzione dei cristiani. In questa zona, infatti, oltre alla radicata presenza nella città stessa, esiste una cintura di villaggi a maggioranza cristiana che cerca di resistere e rimanere nella propria terra, ma che dalla caduta di Saddam in poi vede scemare di mese in mese i suoi membri. Tantissimi da qui, così come da Baghdad, Basora, Kirkuk, fuggono terrorizzati all’estero o verso il Kurdistan iracheno. Altri vengono uccisi.

Bastano le parole del vescovo siro-cattolico di questa martoriata città, monsignor George Casmoussa, e la visita alla sua residenza lo scorso dicembre, a fotografare nitidamente la realtà. Due guardie armate escono dal gabbiotto e solo dopo un colloquio con l’autista in lingua surèth, un’antica derivazione dell’aramaico, l’idioma di Gesù, parlata in Iraq solo tra cristiani, alzano la sbarra che dà accesso all’arcivescovado. «Lei per venire a trovarmi, ha dovuto passare vari check-point – sorride l’anziano presule – le nostre chiese sono presidiate. Siamo ormai una chiesa di diaspora ma non ci rassegniamo. La nostra presenza qui ha un senso profondo, siamo in diretta continuità con la Chiesa apostolica e vogliamo lavorare per la pace. Noi siamo iracheni, cristiani iracheni. Non cerchiamo protezione, ma che tutti ci considerino cittadini garantiti dalla legge e dalla millenaria convivenza». È la chiesa definita da Giovanni Paolo II «dei martiri, perché annovera il numero maggiore di testimoni fino all’effusione del sangue, della storia». Una schiera di eroi della fede che dalla caduta di Saddam in poi, ha precipitosamente ingrossato le proprie fila.

Al tempo del regime, infatti, i cristiani, circa 1.000.000 principalmente appartenenti alle tre grandi denominazioni di Caldei (uniti a Roma), Assiri e Siri, avevano sempre goduto di una certa tolleranza, difesi in qualche modo anche dalla presenza nel governo del caldeo Tareq Aziz.

La fine di Saddam Hussein ha scatenato contro di loro una persecuzione vera e propria. Dal 1 agosto 2004, quando scoppiò la prima bomba anti-cristiana contro la chiesa di Sant’Elia a Baghdad, fino a oggi, una serie devastante di attentati si sono succeduti in molte città e villaggi che ha portato il computo dei morti oltre la cifra di 1.500, senza contare feriti, rapimenti, ricatti, esodi forzati. Esercito del Mahdi, gruppi armati sunniti e sciiti o semplici bande di criminali comuni sono i tragici protagonisti di questo film dell’orrore che non conosce intervallo.

Ora, i cristiani in Iraq, raggiungono a malapena la cifra di 400.000. «E sempre di più sono quelli che vengono in questa regione – mi spiega padre Rayan Atto, un giovanissimo quanto attivo prete caldeo, parroco di Mar Qardakh, al centro di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno – perché è l’unica di tutto l’Iraq in cui c’è pace e sviluppo». È vero. Nel paese dilaniato da guerre civili e violenze di ogni tipo, sorge un’isola di stabilità e pace relativa: il Kurdistan semi-autonomo. Con la sua fetta di 17% di petrolio nazionale e investimenti che derivano dalla situazione pacifica, il Kurdistan iracheno è di certo l’area di maggiore sviluppo di tutto il Medio Oriente, dopo Israele, e brucia tappe dopo tappe nella sua rincorsa verso parametri economici da primo mondo. Immigrati di molte provenienze rivolgono a questa regione la loro attenzione da ormai vari anni e, tra questi, moltissimi cristiani iracheni.

Il presidente del parlamento, Kemal Kerkui, ostenta accoglienza: «Abbiamo già scritto nella nostra bozza di costituzione, che concederemo ai cristiani mini-autonomie nelle zone dove sono la maggioranza».

«E noi, invece – riprende padre Rayan – rischiamo di rimanere decenni indietro. La nostra diocesi di Erbil sta divenendo la più numerosa e importante di tutto l’Iraq. Nel giro di quattro anni, i cristiani fuggiti da Baghdad, Bassora, e Mosul e giunti qui, sono passati da 8.000 a oltre 35.000. Ma da quando monsignor Yacoub Denha Scher è morto per cause naturali nel 2005, noi non abbiamo vescovo». Pastorale significa anche geografia umana, numeri, storie. Ma a vedere la situazione della Chiesa, almeno quella caldea, da Erbil, non si ha la sensazione che questi dati siano oggetto di profonda riflessione.

Ad Ankawa, per fare un esempio concreto, cittadella cristiana della capitale curda, oltre ai tantissimi profughi, si è ormai trasferito l’establishment ecclesiastico: qui è stato spostato da Baghdad (e costruito) il nuovo seminario, si sono trapiantate diverse comunità di religiosi e religiose in fuga dalla persecuzione, c’è la facoltà teologica, e preti, suore, laici, sono pronti a rimboccarsi le maniche. Ma in tutta l’area c’è una sola parrocchia, non c’è un piano pastorale vero e proprio, e sono in molti tra religiosi e laici a lamentare un senso di abbandono.

Stretta tra l’oppressione della persecuzione, le tante nuove esigenze pastorali, la sfida delle sette fondamentaliste protestanti, la cCiesa vuole riorganizzarsi. La tanto attesa nomina del nuovo vescovo di Mosul, che succede a Rahho, ucciso nel marzo 2008 dopo un drammatico rapimento, e arrivata lo scorso novembre, potrebbe segnare una positiva inversione di tendenza, sperano in molti, e rappresentare un nuovo inizio.

Lo scalo ad Amman , di rientro a Roma, offre l’inaspettata sorpresa di centinaia di uomini e donne vestiti di bianco che tornano dal pellegrinaggio alla Mecca. L’aria è decisamente rilassata, se non festosa: l’obbligo di recarsi in pellegrinaggio sui luoghi del profeta almeno una volta nella vita è stato compiuto e ciò sembra aver prodotto un compiacimento spirituale generalizzato. Il volo per Roma è una macchia bianca di immigrati islamici che tornano in Italia. Accanto a me siede un signore magrebino sulla sessantina che parla un delizioso italiano.

Si scherza di calcio e di cibo. «Siamo stati alla Mecca e a Medina – l’uomo torna riflessivo – per me è stata un’esperienza spirituale profonda; chi fa prevalere il lato trascendente nella propria esistenza, saprà portare pace a chi gli sta attorno».

Mi volto e dal finestrino scorgo la piana di Amman e, in lontananza, il martoriato Iraq. Mi incanto per un momento e medito le parole del mio compagno di viaggio. È forse il modo migliore per tornare a casa da questa meravigliosa quanto straziante esperienza in Iraq. Con una speranza in più.

India, i cristiani protestano E gli indù bruciano le chiese

In una città, le autorità hanno imposto il coprifuoco per evitare che si moltiplichino gli atti di violenza degli ultimi giorni. Nello Stato nord-occidentale del Punjab, il ritratto blasfemo è stato esposto per le vie della città di Jalandhar e qui cristiani hanno protestato in modo pacifico con le autorità civili, chiedendo- ne la rimozione. Sabato, nella città di Batala, sempre in Punjab, regione tra le più progredite del Paese e patria della comunità religiosa dei Sikh, la situazione è invece degenerata: alcuni giovani cristiani hanno cercato di rimuovere i manifesti in un mercato ma sono stati affrontati da coetanei indù.

Ne è nata una rissa che si è moltiplicata in episodi di violenza per tutta la città quando esponenti di Bajrang Dal e Shiv Sena, movimenti dell’induismo radicale e xenofobo, sono scesi in strada armati e hanno incitato alla violenza contro i cristiani. Due chiese protestanti del Nord India e un centro del-l’Esercito della Salvezza sono stati attaccati e incendiati, i pastori aggrediti e le loro case saccheggiate. Alcuni cristiani accusati di essere coinvolti nella violenza sono stati fermati dalla polizia, mentre nessun estremista indù è stato arrestato.

Le autorità locali hanno decretato un coprifuoco, ma la situazione resta molto tesa. Il vescovo di Jalandhar, monsignor Anil Couto, – riporta Asia News – ha condannato le «azioni provocatorie», ma ha invitato i fedeli «alla pace e al perdono», mentre il ministro capo del Punjab, Parkash Singh Badal, condannando l’uso strumentale dell’immagine di Cristo, ha promesso fermezza contro chi «fomenta l’odio interreligioso ». L’immagine di Cristo che ha in una mano una sigaretta e nell’altra una lattina di birra e il testo che lo accompagna in cui Gesù viene qualificato come «idolo» era passata inosservata per qualche tempo. Fino a quando, nello Stato nordorientale di Meghalaya, in maggioranza cristiano, le suore cattoliche della congregazione di Nostra Signora delle Missioni, che gestiscono la scuola di San Giuseppe nella città di Shillong, hanno notato l’immagine su un testo scolastico per bambini, usato come materiale supplementare.

Le religiose hanno chiesto ai ragazzi di riconsegnare i testi e hanno inviato una lettera alle autorità esprimendo sdegno e amarezza per la mancanza di rispetto verso simboli religiosi cristiani. Le autorità locali hanno ordinato il ritiro del libro dalla circolazione, ma nel frattempo l’immagine aveva iniziato ad essere utilizzata da gruppi religiosi in altre regioni del Paese, provocando la protesta delle comunità cristiane. Chiese di diversa denominazione hanno chiesto alle scuole di ritirare il testo e di boicottare tutti i libri della Skyline Publications, l’editrice sotto accusa. «Quell’immagine – ha riferito all’agenzia Fides padre Joseph Babu, portavoce della Conferenza episcopale cattolica – è inaccettabile e va contro ogni principio di dialogo». C’è molta attenzione per l’evolversi degli eventi in India anche alla Farnesina. In una nota, il ministero degli Esteri dice di guardare «con profonda preoccupazione agli episodi di violazione dei diritti e della dignità delle comunità cristiane». «Sgomento » e critiche al fronte internazionale, che non interviene nelle persecuzioni ai cristiani, è stato espresso anche dai deputati Pdl Maurizio Lupi, Renato Farina, Gabriele Toccafondi, Raffaello Vignali, Antonio Palmieri ed Elena Centemero.

Nucleare, nuova accusa dell'Iran all'Italia

L’Italia mostra di essere "sotto l’influenza della propaganda di altri Paesi" quando insiste perché vengano adottate sanzioni contro l’Iran per il suo programma nucleare. Lo ha detto oggi il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehman-Parast, con riferimento ai rapporti fra il nostro Paese e gli Stati Uniti.

Ieri, parlando da Bruxelles in occasione di una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, infatti, il capo della Farnesina aveva dichiarato di "non poter accettare che l’Iran continui a prendere tempo". La risposta di Mehman-Parast è arrivata immediatamente: "Paesi come l’Italia o la Francia non hanno motivo di essere preoccupati. Le nostre attività nucleari si svolgono sotto la sorveglianza degli ispettori internazionali e servono solo a rispondere ai nostri bisogni interni. Ma sembra – ha concluso il portavoce iraniano – che la propaganda di alcuni Paesi eserciti una certa influenza su altri Paesi dell’Unione". Immediata la risposta della Farnesina e del sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, che così ha commentato: "Siamo addolorati che l’Iran non lo capisca. Ogni Paese ha i suoi problemi e l’Iran ne ha molti e non credo possa scaricarli sugli altri. L’Italia ha una sua politica, allineata a quella dell’Occidente".

Uno scambio di opinioni, quello tra l’italia e l’Iran, che non suona come una novità. Anzi. Poco meno di un mese fa, era stato proprio il premier italiano Silvio Berlusconi a paragonare il presidente iraniano Ahmadinejad a Hitler e a dichiarare che "bisogna impedire all’Iran di sviluppare l’arma atomica". Per Berlusconi, quindi, se l’Iran dovesse insistere, la comunità internazionale dovrebbe "mettere in campo delle sanzioni forti" perché "è nostro dovere sostenere e aiutare l’opposizione" in Iran. Una preoccupazione, quella del presidente Berlusconi, data dalla forte amicizia che lega l’Italia alla Knesset israeliana.

E anche Teheran aveva scelto parole di propaganda, molto simili a quelle usate oggi, per rispondere alle accuse del premier italiano: "Nel suo discorso alla Knesset – scriveva l’Irib iraniano – Berlusconi ha completato tutta la serie di servigi fatta ai padroni israeliani. L’Italia è serva di Israele".

Arabia, sul web le donne alzano il velo

Per uscire di casa, Eman dipende da un autista: è una donna e, in quanto tale, qui non può guidare. Quando gira con il marito, spesso si vela completamente il viso, anche se non le piace: lui, spiega, "preferisce così". Ovunque vada, deve entrare da un ingresso separato: quello riservato alle donne. Poi torna a casa, accende il computer e racconta al mondo le regole che soffocano la vita sua e di milioni di altre donne in Arabia Saudita: Eman è una delle migliaia di donne saudite che negli ultimi anni hanno invaso Internet.

Il suo blog racconta le cose di cui, nella vita quotidiana, Eman può parlare solo a pochi intimi: cosa significa essere donna nel paese più conservatore del mondo, le tante regole a cui deve sottostare. E tutto quello che lei e molte altre come lei stanno facendo per cambiare le cose: dalle proteste contro il fenomeno delle spose bambine, allo sciopero dello shopping voluto per dire basta ai commessi uomini nei negozi di biancheria intima. "Ho studiato negli Stati Uniti e quando sono tornata ho cominciato a notare i tanti stereotipi che all’estero circolavano sulle donne saudite – Eman, 34 anni e 3 figli, racconta di fronte a un panino – così ho pensato di scrivere. Per provare a spiegare". L’esperimento ha avuto successo: il suo blog – scritto in inglese – ha 500 visitatori al giorno e riceve commenti da tutto il mondo.

Eman così è diventata una delle più popolari esponenti delle nuova generazione saudita: quella dei giovani, uomini e donne, che usano Internet per sfuggire alle rigide convenzioni del Regno e raccontare (e raccontarsi) in Rete. Se il fenomeno è comune a tutto il mondo, in pochi paesi ha un impatto simile a quello che registra qui: in Arabia Saudita rendere un caffè con un esponente del sesso opposto può condurre alla prigione, così come essere in auto con qualcuno che non sia un parente. Ragazzi e ragazze vivono in universi separati, frequentano scuole diverse, non hanno luoghi di incontro comuni e non possono parlarsi.

"Apartheid di genere", "stato di schiavitù", lo definiscono in privato molte donne saudite: un muro che per decenni ha dominato incontrastato ma sul quale Internet e delle nuove tecnologie stanno aprendo crepe importanti. "Questa generazione è la più aperta che si sia mai stata – spiega Turki Al Hamad, uno dei più noti intellettuali sauditi – si informa tramite le tv satellitari e su Internet. E in rete diffonde informazioni. Questi ragazzi non accettano di vivere in un mondo chiuso: sono uno dei motori alla base dei cambiamenti che il paese sta vivendo".

Ahmed Al Omran, meglio noto in rete come SaudiJeans, è la star della rete saudita: con 3000 contatti ogni giorno, il suo blog è uno di quelli più frequentati da chi vuole informazioni senza filtro sulla vita del Regno. Parla di tutto, della risposta (tardiva) del governo alle alluvioni dei mesi scorsi, dei fenomeni di moda e di costume, del ruolo (deludente, secondo lui) della Shura, l’organo consultivo voluto dal re per dimostrare la sua volontà di apertura. Ahmed è spesso caustico, ma non si preoccupa troppo delle conseguenze: "Ho subìto tentativi di censura – racconta – alla mia famiglia è stato fatto capire che era meglio che io smettessi di scrivere, perché quello che racconto non piace alle autorità. Ma non faccio nulla di illegale. E continuerò".

Come lui, centinaia di altri ragazzi e ragazze: secondo uno studio dell’università di Harvard, il 46% della comunità dei blogger sauditi è costituito di ragazze. Internet è il loro mezzo, perché sono loro quelle che hanno più difficoltà ad esprimersi nella vita di tutti i giorni. "Nulla di tutto quello che sta accadendo oggi sarebbe stato possibile dieci anni fa", sintetizza Reem Asaad, insegnante di Economia a Gedda che tramite il suo blog e Facebook ha organizzato lo sciopero delle donne sulla questione della lingerie. "La nuova generazione pensa in maniera diversa e non ne può più delle vecchie regole: la rete è un modo per urlarlo al mondo, per non essere invisibili", conferma Basma, ovvero Saudi Amber, una delle bloggers più attive sul fronte dei diritti femminili.

Tuttavia per le donne gli ostacoli restano, anche in Rete: uno studio della King Saud University di Ryad rivela che il 68% delle ragazze saudite non mettono il cognome nel loro profilo Facebook e solo il 5% di loro mette sul sito fotografie che le rappresentano.

Darfur, tregua governo-ribelli

I ribelli del Movimento per la giustizia e l’eguaglianza (Jem, dall’acronimo inglese di Justice and Equality Movement) hanno firmato una tregua con il governo sudanese per il conflitto nel Darfur, che si protrae da sette anni. La tregua, siglata a Doha in Qatar, ha effetto a partire dalla mezzanotte di martedì (le 22 in Italia).

Entro il 15 marzo si giungerà a un accordo globale. La comunità di Sant’Egidio, impegnata fin dal 2003 nella ricerca di una soluzione pacifica al conflitto, ha partecipando attivamente ai negoziati di Doha. Secondo i membri dell’organizzazione umanitaria con sede a Roma, il cessate il fuoco rappresenta "un passo significativo nella direzione di una pace completa e duratura per le popolazioni civili che in questi anni hanno sofferto molto a causa di un conflitto violento e di cui non sono responsabili".

La firma di oggi prevede, tra l’altro, la revoca di oltre cento condanne a morte in Sudan, come richiesto da Sant’Egidio, che da anni è promotrice di una campagna mondiale per l’abolizione della pena capitale. Secondo Khalil Ibrahim, il capo del Jem (il gruppo di ribelli più infuente) i ribelli sono intenzionati a rispettarla pienamente.

In un comunicato la comunità di Sant’Egidio si "congratula" con le parti, con il governo del Qatar e con la mediazione congiunta Unione Africana-Nazioni Unite, sottolineando come "il raggiungimento dell’accordo sia un’ulteriore dimostrazione di quanto la sinergia tra realtà istituzionali e non istituzionali possa portare a risultati efficaci". In questo spirito la comunità annuncia che continuerà a impegnarsi affinché anche gli altri movimenti ribelli possano intraprendere presto la via della negoziazione.

Conferenza Stampa presso National Press Club – Washington DC, USA

La voce dei Copti, una organizzazione umanitaria, che parla in difesa di oltre 15 milioni di Egiziani Cristiano-Copti perseguitati ed oppressi, terrà una conferenza stampa giovedì 25 febbraio alle 12:30, nella Zanger Room of the National Press Club, Washington DC, per esporre in dettaglio i recenti violenti attacchi contro i Cristiano-Copti d’Egitto.

Attacchi perpetrati alla vigilia di Natale con il massacro di otto persone. Abbiamo anche in programma di fornire i dettagli di un nostro appello al Rapporteur per i diritti umani depositato il 22 gennaio scorso presso le Nazioni Unite, in favore di Mohamed Hegazy, un musulmano egiziano convertito al Cristianesimo.

Il dottor Architetto Ashraf Ramelah, presidente della Voce dei Copti, sottoporrà agli Organismi Internazionali una richiesta ufficiale perché si effettui un’investigazione internazionale sul massacro della vigilia del Natale Copto per far conoscere l’ideatore di tale massacro ed esaminare le attività di persecuzione e genocidio portate avanti dal regime Egiziano.

La Voce dei Copti ha sempre ritenuto Mubarak un socio occulto dell’eccidio, tortura, stupro ed altre violazioni dei diritti umani inflitti ai Copti. E, quindi, la Voce dei Copti sta operando per ottenere la denuncia di Mubarak ed il suo regime.

I relatori saranno:

-Mr. Ashraf Edward, avvocato del sig. Hegazy, sulla sua azione legale contro il regime Egiziano ed in generale sulla sua attività per la difesa dei diritti umani in Egitto.

-Dr. Grégor Puppinck, direttore dell’European Center for Law and Justice, che in cooperazione con Mr. Edward and Dr. Ramelah, ha lanciato l’appello per Mr. Hegazy ed ha depositato la richiesta presso le Nazioni Unite.

-Mr. Jeffrey Imm, Responsible for Equality and Liberty (R.E.A.L.), sul diritto di supremazia sul proprio credo, libertà, diritti umani ed eguaglianza razziale.
- Mr. Jordan Sekulow dell’American Center for Law and Justice sulle leggi e su come possano essere di aiuto nell’ambito dei diritti umani.

-Dr. Nazir Bhatti, Pakistan Christian Congress, sulla legge Pachistana contro i blasfemi e sulle minacce, attacchi ed uccisioni delle minoranze Cristiane in Pachistan.

-Shaheryar Gill, American Center for Law and Justice, sulla collaborazione con la Voce dei Copti nella richiesta inviata al Rapporteur per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Per ulteriore informazione su La voce dei Copti ed il suo operato, entra nel nostro sito nternet:
In inglese:
www.voiceofthecopts.org
In italiano: www.Lavocedeicopti.org

http://lavocedeicopti.org/comunicato_stampa/chiamata_a_raccolta_di_sostegno_dei_cristiani_copti_d_egitto.html

L'Iran lavora alla bomba atomica

Si alza il livello di preoccupazione per l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran con quantità e modalità che fanno pensare al tentativo di produrre una carica per un missile nucleare. Sono i dettagli emersi da un rapporto confidenziale dell’Aiea consegnato oggi ai membri dell’organizzazione, sulla base del quale l’agenzia Onu si dice «preoccupata». Nel rapporto, di cui i media hanno preso visione, l’Aiea precisa che l’Iran ha cominciato a produrre uranio arricchito al 20% senza informare in anticipo gli ispettori dell’Aiea, come invece avrebbe dovuto sulla base degli impegni sottoscritti con la stessa agenzia. Ed è la prima volta che l’Aiea manifesta le sue preoccupazioni per le attività nucleari in corso in Iran, mentre i precedenti rapporti da questa prodotti si riferivano ad attività passate.

«Le informazioni di cui dispone l’agenzia (…) sollevano preoccupazioni sull’esistenza di potenziali attività segrete dell’Iran, passate e presenti, legate allo sviluppo di una carica nucleare per un missile», segnala il direttore generale dell’agenzia Onu con sede a Vienna, Yukiya Amano, nel suo primo rapporto diretto al Consiglio dei governatori. Il testo conferma così che l’Iran ha cominciato ad arricchire l’uranio ad alto livello, ovvero al 19,8%, nella centrale di Natanz, tra il 9 e l’11 febbraio scorsi. Fino ad ora, invece, si era appurato che il livello di arricchimento era al 3,5%, sufficiente per fungere da combustibile in una centrale nucleare.

Da parte sua Teheran aveva affermato in più occasioni che l’uranio arricchito al 20% sarebbe servito a produrre combustibile per il reattore utilizzato ai fini di ricerca per la produzione di isotopi medici di cui l’Iran sostiene di avere urgente bisogno. Tuttavia questo processo di arricchimento è cominciato senza attendere l’arrivo di ispettori dell’Aiea, come richiesto, sottolinea il rapporto. Elemento che ha così inasprito il giudizio dell’agenzia Onu: «L’Iran non ha mostrato la cooperazione necessaria per permettere all’agenzia di confermare che tutto il materiale nucleare in Iran venga utilizzato per attività pacifiche», si afferma ancora nel rapporto.

È giunta in serata la reazione di Teheran che, per bocca del suo inviato presso l’Aiea, Ali Asghar Soltanieh, sostiene che il rapporto Aiea conferma che le attività nucleari dell’Iran sono a scopo pacifico. A Washington reagisce il Dipartimento di Stato affermando che gli Stati Uniti hanno «perduranti preoccupazioni» sulle attività nucleari dell’Iran, specie dopo il nuovo rapporto dell’Aiea. Il portavoce del Dipartimento di Stato P.J. Crowley ha inoltre detto oggi che gli Stati Uniti non capiscono perchè l’Iran «continui a rifiutarsi di sedere al tavolo dei colloqui e avviare un dialogo costruttivo» sul suo programma nucleare. «È inevitabile trarre delle conclusioni da tutto questo», ha aggiunto.

Scontri con i taleban, strage a Marjah

oggi, giorno in cui il presidente Hamid Karzai ha dichiarato in Parlamento a Kabul che nel conflitto «muoiono ancora troppi civili». Dopo i primi comunicati dei vertici dell’esercito afghano sulle «buone prospettive» dell’offensiva contro la città di Marjah e il distretto di Nad Ali da anni in mano ai talebani, nelle ultime ore prevalgono la prudenza e la consapevolezza che i tempi saranno invece più lunghi del previsto. Fonti giornalistiche hanno indicato oggi che gli scontri sono «a tratti accaniti», mentre la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) ha reso noto che «i combattimenti continuano ad essere difficili nel nord-est ed ovest di Marjah», e che «l’attività degli insorti non è limitata solo a queste aree». Esercito afghano e militari della coalizione internazionale hanno ribadito l’impegno a ridurre le vittime civili, ma nonostante questo anche oggi una persona è stata uccisa a Nad Ali da un reparto della Nato che l’ha scambiata per un terrorista. Intervenendo in Parlamento nella prima sessione dopo le vacanze invernali, Karzai ha afferrato il toro per le corna sostenendo che «dobbiamo arrivare ad un punto in cui non vi siano più vittime civili».

Poi ha mostrato una foto di una bambina di otto anni esclamando: «Questa è l’unica persona rimasta per raccogliere i cadaveri dei suoi familiari» uccisi da missili della Nato che hanno sbagliato il bersaglio nella provincia di Helmand. Il capo dello Stato ha poi elogiato «l’onestà» del comandante dell’Isaf, generale Stanley McChrystal, ed ha comunque aggiunto che altre conseguenze spiacevoli dell’azione delle truppe della coalizione internazionale sono i bombardamenti aerei non accurati e le perquisizioni non autorizzate nelle case della gente. Intanto, il prolungarsi dello scontro nell’Helmand sta creando gravi disagi ai civili, e se non dovessero arrivare entro breve rifornimenti, potrebbe manifestarsi una grave emergenza umanitaria che farebbe sicuramente il gioco dei talebani. Residenti di quella città giunti a Lashkargah, capoluogo dell’Helmand, hanno assicurato «nel distretto le riserve alimentari stanno rapidamente esaurendosi».

In una intervista concessa oggi all’agenzia di stampa Pajhwok, il presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan (Aihr), Abdur Rahman Hotaki, ha sostenuto che le cifre rese note dalle autorità sul numero delle vittime civili e delle famiglie che hanno abbandonato la zona di Marjah e Nad Ali sono inferiori alla realtà. Le forze di sicurezza della provincia hanno menzionato 15 civili morti e 1.500 famiglie che si sono rifugiate a Lashkargah, capoluogo di Helmand. «Ma le cifre a nostra disposizione – ha indicato Hotaki – sono di 21 morti, tra cui cinque bambini, e 2.800 famiglie fuggite dal conflitto», a cui deve essere aggiunto il civile ucciso oggi.

La guerra a colpi di radio e cellulari

E’ impressionate vedere come nell’era della cyber-information, di Twitter, e delle tecnologie ultra-avanzate, sono ancora i vecchi e solidi ponti radio a costituire la struttura portante delle telecomunicazioni al fronte. Partendo dal presupposto che le nuovissime tecnologie consentono di condurre sofisticate attività di intelligence, controspionaggio o antiterrorismo, e blitz con aerei teleguidati da migliaia di chilometri, sul campo di battaglia la radio detiene ancora il ruolo di grande protagonista, e questo da italiani ci rende orgogliosi. Ce ne siamo accorti non solo nel corso delle missioni che abbiamo seguito tra i ragazzi della Charlie Company, ma anche quando alla base di Wilson è stato imposto il "black out" forzato dopo la morte dei tre militari della Compagnia Alpha. Niente Internet, niente telefoni, segnale dei cellulari schermato quasi completamente, insomma abbiamo vissuto per tre giorni in una sorta di limbo ovattato dove nessuno o quasi poteva comunicare con l’esterno.

Solo le frequenze radio, sorvegliate e blindate, consentivano ai militari di trasmettere, oltre alle reti Ethernet e i canali telematici "classified" a cui potevano accedere solo ufficiali e funzionari autorizzati. Anche per i taleban la radio è tra gli strumenti più importanti per comunicare, ne abbiamo avuto prova grazie alle intercettazioni che i militari americani conducono sui canali di comunicazione del nemico, le stesse che hanno permesso di identificare voci in urdu (lingua pakistana predominante) e ceceno tra le fila della guerriglia che opera nelle zone di Kandahar. Tuttavia per i taleban anche il cellulare è un indispensabile strumento di battaglia, al contrario di quanto avviene per le truppe alleate che, almeno qui nel profondo sud dell’Afghanistan, neanche lo portano con se nelle missioni. Il telefonino viene usato non solo dai vari capo-nuclei ribelli che operano in zone distanti, ma tra gli affiliati di rango inferiore che svolgono il ruolo di informatori. In sostanza se una pattuglia di soldati Usa sta per entrare in un villaggio dove ci sono talebani, la sentinella chiama col cellulare per avvertire, oppure nel caso di imboscate indica ai guerriglieri il momento di agire. Il telefonino nelle mani dei taleban è anche uno strumento di morte visto che spesso viene usato per far esplodere gli IED al passaggio dei convogli della Coalizione Isaf. Ecco perché chi è in possesso di cellulare viene sempre controllato con maggior attenzione dalle pattuglie americane e chi invece parla al telefono al passaggio di un plotone può essere anche arrestato, ne abbiamo avuto prova durante alcune missioni. L’intelligence americana cerca di controllare il traffico al pari dei talebani.

Per giorni non riuscivamo a spiegarci perché l’unica tacchetta del nostro cellulare scomparisse al calar del sole. La risposta forse ce l’ha data in una recente intervista uno dei leader del movimento estremista, Bari Khan: "Gli americani ci spiavano attraverso i telefonini così noi abbiamo costretto le compagnie telefoniche a fermare tutte le trasmissioni tra 18 e le 7 del mattino". Inoltre il segnale è debole e discontinuo e copre silo alcuni punti, anche durante il giorno, tanto che per sintonizzarci col blackberry sulla rete GPRS siamo stati costretti ad attendere per diverse mattine tra le 7.30 e le 8, vicino o talvolta dentro i bagni del compound canadese. Ecco perché i militari di Wilson usano quasi sempre i telefoni fissi (anche per le tariffe molto più economiche delle chiamate intercontinentali), o chi lo ha, ricorre al telefono satellitare. Ma dotare l’Afghanistan di una rete mobile è una delle priorità dell’aspetto civile della missione Isaf, quello che riguarda la ricostruzione economica e sociale ed è indispensabile anche per consentire alle forze della sicurezza nazionale di riorganizzarsi con una struttura più solida ed efficiente. Ecco perché il maggiore Hormann, uno dei responsabili di Wilson ha proposto la costruzione di una "tower" con ripetitore che consenta di coprire il segnale dei telefonini di polizia ed esercito afghano. E’ l’inizio dell’altra offensiva della Coalizione, la guerra delle tlc.

Musulmani volevano avvelenare commilitoni

WASHINGTON - Cinque soldati musulmani di stanza a Fort Jackson, nel South Carolina, sarebbero stati arrestati prima di Natale scorso per un tentativo di avvelenamento del cibo destinato ai commilitoni addestrati per il combattimento in Iraq e in Afghanistan. A darne notizia esclusiva la televisione CBN (Christian Broadcasting Network), tv cristiana fondata dal reverendo ultraconservatore Pat Robertson, nel blog del giornalista Erick Stakelbeck che cita una fonte anonima investigativa "molto vicina all’inchiesta". I cinque soldati erano interpreti di arabo e sarebbero stati in contatto con il gruppo di musulmani che a dicembre viaggiò in Pakistan per alimentare la Jihad contro gli americani. I componenti di quel gruppo furono arrestati nel Paese asiatico.

La notizia è però controversa, e sono in tanti a metterla in dubbio, a cominciare dall’edizione on line di The Atlantic, che riporta una smentita dell’esercito statunitense: "L’esercito dice che non è vero. Nessuno è stato arrestato – scrive Marc Ambinder – Il Consiglio Nazionale di Sicurezza non ha notizie di arresti, ha detto un portavoce". Anche se nell’articolo si legge ancora che "alcuni mesi fa, agenti speciali della divisione investigativa criminale dell’esercito hanno aperto un’indagine dopo aver ricevuto una ‘soffiata’ secondo la quale alcuni musulmani alla base erano in comunicazione con altri oltreoceano, e un gruppo di musulmani privi di cittadinanza avevano cercato di avvelenare altri soldati. L’indagine è ancora aperta, finora non è stata trovata alcuna prova a sostegno delle accuse.

Tuttavia la notizia è rilanciata da WLTX, un’emittente televisiva della Columbia, affiliata alla CBS, che ha chiamato Erick Stakelbeck, il quale conferma l’arresto dei cinque musulmani. A Fort Jackson si tengono corsi di addestramento che coinvolgono ogni anno circa 50.000 persone; vi sono serviti ogni giorno circa 40.000 pasti caldi