Grazie e arrivederci, Faraone Mubarak

che dall’inizio degli anni Novanta ha conosciuto grandi cambiamenti dal punto di vista economico ma non altrettanti da quello politico. I giovani invece, che hanno studiato più dei loro genitori (il tasso di alfabetizzazione è cresciuto notevolente), hanno viaggiato e sono "connessi", potrebbero dar vita a un cambiamento repentino ma non è detto che questo accadrà, perché al Cairo, come in Italia, vale pur sempre il vecchio adagio del Gattopardo.

Ma il paragone fra i due Paesi finisce qui. L’Egitto è un’autocrazia guidata ininterrottamente da un uomo solo al comando, fin dai primi anni Ottanta. Il "faraone" Mubarak – al cui cospetto, per longevità politica, il Cavaliere sfigurerebbe. Mubarak ha impedito al Paese di avere un’alternanza democratica, in quanto un solo partito, il suo, controlla il parlamento. Si è sbarazzato dei suoi avversari e ancora oggi può permettersi di mettere all’angolo un candidato competitivo come El Baradei, il "boss" dell’AIEA, l’agenzia onusiana sul nucleare. L’elenco non sarebbe finito, il Presidente ha tollerato per non dire legittimato gli espropri e le persecuzioni ai danni della ricca, ma cristiana, minoranza copta. L’Egitto insomma è uno "stato di polizia", come ebbe a dire una volta l’ex segretario al Dipartimento di Stato americano Condoleeza Rice.

Ora tutti si chiedono che cosa accadrà alla civiltà più antica del mondo quando il faraone non ci sarà più. Se lo chiedono gli egiziani, se lo chiedono gli analisti internazionali. Obama non sembra interessato più di tanto alla questione, visto che la Casa Bianca non si è mai permessa di "bacchettare" Mubarak, da quando il Presidente è andato a parlare al Cairo. Mubarak potrebbe lasciare il potere nelle mani del figlio, il delfino Gamal, assicurandosi il perpetuarsi della dinastia. Potrebbe ammalarsi, qualcuno dice che già lo è, sparendo repentinamente di scena: i carri armati sono dietro l’angolo, e l’esercito garantirebbe la transizione verso nuove elezioni. Una tutela pesante per una democrazia, ma che si è rivelata spesso necessaria.

Oppure arriveranno loro, discepoli e maestri della Fratellanza Musulmana. Mubarak allora lascerà il potere con un solo grande cruccio, quello di non essere riuscito a sconfiggere gli islamici che si preparano a entrare nella vita pubblica egiziana riunendosi in un partito politico. Per adesso, la Fratellanza non può presentarsi alle elezioni, c’è una legge dello stato che vieta espressamente la costituzione di partiti su base religiosa. Ma le leggi si possono cambiare, e in ogni caso alle consultazioni elettorali del 2005 i membri della Fratellanza hanno vinto come candidati "indipendenti", formando il più forte blocco di opposizione in parlamento (circa 20 seggi nell’assemblea). Attualmente l’Egitto si prepara a un doppio round, presidenziali comprese. Saranno un test per saggiare la forza della Fratellanza sul territorio, nei collegi locali, un consenso che c’è, ed è rilevante.

Nel corso degli anni, anche per venire incontro alle richieste dell’alleato americano, Mubarak ha represso, imprigionato, si dice torturato i membri della Fratellanza. Nonostante tutto, i leader musulmani promettono di seguire la strada della "democrazia islamica" turca, il modello Erdogan, anche se non è detto che rinuncino ad altri idoli, quello della paura, per esempio, il regime di Teheran: la Fratellanza è l’ispiratrice del movimento di Hamas, ampiamente finanziato dall’Iran.

Scrive l’Economist che l’America e l’Europa dovrebbero spingere fin da adesso, per non dire costringere, l’ottantenne Mubarak a garantire il rispetto delle leggi, l’autonomia del potere giudiziario, la libertà di stampa, i diritti delle donne e dei lavoratori, un’economia meno strozzata dal monopolio statale. Solo così il ritratto del Presidente sarà un chiaroscuro, con luci e ombre, e non un quadro lugubre. Ricorderemo il padre-padrone di cui l’Egitto si è liberato con difficoltà, ma anche l’uomo che ha proseguito nella strada tracciata dagli accordi di pace sottoscritti a Camp David con Israele. L’alleato ondivago ma presente. Il Presidente di una democrazia che si potrebbe gentilmente definire bloccata, non un autocrate dal carattere violento che ha represso la libertà politica – finendo per favorire i suoi avversari.

Un anno di Monarchia e 57 di Repubblica

Fu’ād II d’Egitto e del Sudan è stato il monarca più atteso dell’Egitto. A sospirarlo tanto era soprattutto suo padre, il celebre Re Fārūq I che, avendo collezionato solo figlie femmine dal suo matrimonio con Farida, decise di ripudiare questa per sposare in seconde nozze la Regina Narriman Sadeq. Inutile dire che il matrimonio durò due anni, ma ci fu il tempo necessario: il 16 gennaio 1952 nacque Faud II. L’erede al trono di una monarchia che vantava 150 anni di storia.

Il piccolo Fuad, evidentemente, non vedeva l’ora di diventare re. Lo stesso anno, infatti, ci fu un colpo di Stato militare guidato dal generale Muhammad Naguib e successivamente dal colonnello Nasser. Il 26 luglio il Re Fārūq fu costretto ad abdicare in favore del figlio di pochi mesi e a recarsi in esilio. La famiglia reale, e quindi anche il re infante, si diressero in Italia dove soggiornarono per vari anni. In Egitto venne quindi a formarsi una reggenza in nome del piccolo Fu’ād II, assente dal territorio nazionale.
La Repubblica venne ufficialmente proclamata il 23 luglio del 1953. Fuad, l’ultimo re dell’Egitto, vive attualmente in Francia. Ha avuto tre figli da Dominique Picard Loeb.

Sua Maestà Faruq I, per grazia di Allah, Re dell’Egitto e del Sudan, Sovrano di Nubia, del Kordofan e del Darfur (e scusate se è poco) rimase sempre fedele al suo paese, anche dopo l’esilio. Sentì il forte legame con l’Egitto sino a quando, nel 1965, morì seduto a tavola nella sua abitazione romana. Nel frattempo riuscì a sposarsi per una terza volta con Irma Capece Minutolo, una cantante napoletana di nobili natali.

In molti ricordano la passione per Faruq al tavolo verde. Durante una serata al casinò, terminata la mano e chiusi i rilanci, Faruq dichiarò, senza girare le carte, di avere un poker di re. Un giocatore di fronte a lui aveva un re in mano e osò chiedere: «Maestà, ce le fa vedere le carte?» Faruq, imperturbabile, voltò le carte. Aveva solo tre re, quindi un tris. Ma svelto aggiunse, con enfasi: «Il quarto re sono io!»

Le forze anti-governative si organizzano in vista delle elezioni parlamentari di ottobre

Per le elezioni parlamentari di ottobre in Egitto, i Fratelli Musulmani, forza d’opposizione principale, anche se non legale, tentano di coalizzare le forze anti-governative, tra cui il nuovo movimento lanciato dall’ex presidente dell’Agenzia atomica internazionale Mohamed El Baradei. I Fratelli hanno riunito una trentina di esponenti della minoranza parlamentare per coordinare l’azione delle forze d’opposizione. All’incontro oltre al leader dei Fratelli musulmani, Mohammed Badie, sono intervenuti Hassan Nafaa, coordinatore della National association for change, Osama el Ghazali, del Democratic Front Party e lo stesso El Baradei che con tutta probabilità dovrebbe concorrere per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Alla fine dell’incontro è stata comunicata l’intenzione di riunirsi di nuovo il prossimo 4 agosto sotto il motto "partecipare o boicottare insieme" riferito al comportamento da tenere durante le prossime elezioni. El Baradei, premio Nobel per la Pace nel 2005, ha anche sostenuto che "finché partiti dell’opposizione accettano di rappresentare meno di un terzo dei seggi parlamentari, si limitano ad essere decorativi". In sostegno della sua candidatura i Fratelli Musulmani hanno raccolto, secondo quanto sostenuto al termine del meeting, circa 100 mila firme in poco più di due settimane. Il riassetto del fronte di minoranza conterà anche sull’entrata nei social network con il lancio di Ikhwaqbook, una propria versione di Facebook.

IL FUTURO DELL’EGITTO

I Fratelli Musulmani, nati nel 1927 come movimento religioso ad opera di Hassan Al Banna, sono, potremmo dire, il capostipite per eccellenza dei movimenti fondamentalisti sunniti. Proprio da uno dei massimi ideologi di questo movimento, Sayyid Qutb, hanno tratto ispirazione per la loro ideologia moltissimi movimenti fondamentalisti, tra i quali Hamas e Al Jihad. Proprio quest’ultimo fu, attraverso i suoi uomini, l’esecutore materiale dell’assassinio di Sadat.

I Fratelli Musulmani in Egitto stanno avendo un progressivo e sempre maggiore consenso tra la popolazione, in quanto sono visti come l’unico movimento che può dare un cambiamento effettivo  all’Egitto.

Questo paese, dopo aver superato una  crisi economica  che ha visto negli ultimi anni  il valore del pound egiziano in caduta libera, una disoccupazione dilagante e un tasso di inflazione che – secondo un rapporto della banca centrale egiziana – aveva toccato la soglia del 14%, ora vive una crescita economica esponenziale legata a quella di altri paesi emergenti, ma ha bisogno di un cambiamento politico serio.

Mubarak nel frattempo, sta preparando la discesa in campo del figlio, che dovrebbe succedergli alla guida sia del governo che del partito. Quindi le voci che davano come successore di Mubarak il “capo dei servizi segreti egiziani”, Omar Suleiman, sarebbero infondate, o quantomeno smentite.

Il Rais, proprio per garantire una strada libera e priva di ostacoli alla discesa in campo del figlio, e il mantenimento della maggioranza di governo dopo aver visto l’avanzata dei Fratelli Musulmani, nel 2005 fece votare al parlamento un emendamento dell’articolo 76 della costituzione egiziana, che ora prevede che un candidato alle elezioni presidenziali debba ricevere il consenso alla presentazione della sua candidatura da parte di 250 deputati, e che il partito a cui tale candidato fa riferimento debba essere legale a tutti gli effetti; quindi il candidato non deve appartenere ad un movimento, ma ad un vero e proprio partito.

E’ palese che questa legge sia una garanzia per Hosni Mubarak e per il suo partito, che detiene la maggioranza dei seggi del parlamento, contro un possibile exploit dei Fratelli Musulmani alle elezioni del 2011. Un loro exploit potrebbe significare – se i Fratelli Musulmani guadagnassero altri seggi – il rischio di assistere alla nascita di una coalizione tra questi ultimi e gli altri partiti minori, che metterebbe a rischio la “forza politica” di Mubarak.

Di recente, e precisamente il 16 gennaio, al vertice dei Fratelli Musulmani è stato eletto come leader Mohammed Badie, un moderato che nel suo discorso di insediamento aveva detto: “non saremo nemmeno per un giorno avversari del regime”; una frase molto significativa in quanto era esplicitamente intesa come un atto di amicizia e di volontà di cooperazione con il Rais.

Ma ciò nonostante, il 20 febbraio, proprio per piegare i Fratelli Musulmani e non intavolare nessuna trattativa, il presidente Mubarak ha fatto arrestare tutto lo staff  di Badie e alcuni responsabili del movimento dei Fratelli Musulmani a livello regionale.

Il 2011 sarà l’anno dell’Egitto, con le sue “libere” elezioni. Potremmo assistere forse a un accendersi della violenza, se non verranno garantite le libertà politiche necessarie.

Shady Hamadi è uno studente di Scienze Politiche presso l’Università Statale di Milano

Pakistan, uccisi due cristiani, accusati di blasfemia

Erano appena usciti dall’udienza il pastore protestante Rashid Emmanuel e suo fratello Sajjad: il responsabile delle indagini aveva dichiarato di non avere prove a carico per confermare l’accusa di blasfemia scagliata contro di loro da un commerciante locale.

Da domenica si rincorrevano le voci di una loro possibile scarcerazione, ma ieri la violenza li ha colpiti mentre si trovavano ancora sotto custodia e ammanettati. Colpito e ferito anche un poliziotto di scorta in quello che non solo è un omicidio motivato da odio religioso, ma anche una sfida aperta alle autorità. Autorità che appaiono in gravi difficoltà a gestire un radicalismo che per lungo tempo hanno ignorato e in parte alimentato per non inimicarsi le frange estremiste della fede maggioritaria nel Paese . Autorità che da un lato consentono che nella legislazione trovino ancora spazio i provvedimenti che consentono per un semplice sospetto e dietro la denuncia di un musulmano l’arresto di un cittadino, quando la folla non decida di farsi giustizia da sé, dall’altro continuano a segnalare i principi di uguali diritti e libertà di credo indicati nella costituzione.

Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale Giustizia e Pace della Chiesa cattolica pachistana ha condannato l’omicidio dei due fratelli, «a giudizio per un presunto caso di blasfemia» e rinnovato l’appello perché il governo abroghi la legge.

La comunità cristiana della città e dell’intero Paese è sotto choc, ma da giorni attendeva con timore l’udienza di ieri nel timore di nuovi attacchi in una provincia, quella del Punjab, la cui antica tradizione di tolleranza religiosa e convivenza di popoli e lingue sta lentamente sgretolandosi. Per i crescenti timori, sottolineati dal lancio di sassi contro la chiesa del Santo Rosario, la settimana scorsa, numerose famiglie cristiane avevano abbandonato il quartiere cittadino di Waris Pura, la maggiore enclave cristiana dell’intero Pakistan con i suoi 100mila battezzati. Il 15 luglio una manifestazione nelle vie cittadine aveva chiesto la condanna a morte dei due fratelli. Il giorno successivo, al termine della preghiera del venerdì, le guide religiose musulmane avevano chiamato a nuove iniziative anticristiane.

In un clima di crescente tensione, domenica il parroco della Chiesa del Santo Rosario, padre Pascal Paulus aveva chiesto ai fedeli di «non parlare in alcun modo della religione (della maggioranza), perché da questo dipende la nostra sopravvivenza».  L’uccisione ieri dei due fratelli cristiani è avvenuta mentre è in corso nel Paese la visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton che ha proposto ai responsabili del Paese aiuti per l’equivalente di 500 milioni di dollari in cambio del sostegno alla lotta contro i taleban in Afghanistan e per contenere il loro contagio entro i confini pachistani.

Nuovo messaggio di Al Zawahri

DUBAI – Il numero due di Al Qaeda Ayman al Zawahri ha attaccato i leader arabi filo-occidentali accusandoli di essere più dannosi di Israele per i palestinesi. "Certi arabi sionisti con i quali viviamo e ci scambiano sorrisi sono più pericolosi dei sionisti ebrei", afferma un messaggio audio postato su siti islamisti spesso utilizzati da Al Qaeda. Al Zawahri attacca in particolare col presidente egiziano Hosni Mubarak per il blocco imposto alla striscia di Gaza. "Chi circonda il nostro popolo a Gaza? Non è il leader degli arabi sionisti Hosni Mubarak?", si chiede nel messaggio audio il numero due di Bin Laden che è di nazionalità egiziana.

Al Zawahri prende poi in giro Barack Obama per le sue dichiarazioni sull’Afghanistan: "Il povero Obama viene a Kabul e promette che i Taliban non torneranno al potere. Ma il poveretto può forse promettere che le sue orde rientreranno sane e salve in America?".

Si tratta dell’ultimo messaggio audio del vice di Bin Laden dal marzo scorso, quando un suo discorso elogiativo di due alti esponenti della rete del terrore uccisi in Iraq venne postato su un sito radicale islamico. Zawahri, come Bin Laden, sarebbe nascosto sulle montagne del Pakistan al confine con l’Afghanistan.

Soldato afgano spara in poligono di tiro

KABUL -  Una recluta dell’esercito afgano ha ucciso due addestratori americani e un commilitone durante un’esercitazione in un poligono di tiro nella zona di Mazar-i-Sharif, nel nord del Paese. Lo riferiscono fonti Nato, precisando che l’assassino è stato poi a sua volta ucciso.

L’episodio è avvenuto nel giorno in cui a Kabul si è svolta la Conferenza internazionale dei donatori 1 in cui il presidente, Hamid Karzai, ha chiesto che il controllo militare e di polizia su tutto l’Afghanistan passi agli afgani entro il 2014. E non è la prima volta: una settimana fa un altro militare afgano "rinnegato" aveva ucciso tre soldati britannici, tre Gurkha, nella provincia meridionale di Helmand, ferendone altri sei prima di riuscire a fuggire.

Quello odierno è il quinto episodio di questo genere dall’ottobre dello scorso anno. Il più grave quello in cui nel dicembre scorso un presunto militare afgano si fece esplodere in una base operativa Usa a Khost, uccidendo otto civili americani 2 dipendenti della Cia. In ottobre, un soldato afgano di guardia a una base congiunta nella provincia di Maidan Wardak uccise due militari americani e in novembre in una base di Helmand un agente di polizia afgano assassinò cinque militari britannici. Lo scorso marzo, infine, un soldato afgano aveva ucciso due soldati statunitensi nel sud del Paese prima di suicidarsi.
Francesco Tortora

Arabo si finge israeliano per sedurre un'ebrea

GERUSALEMME – Non sarà certo il primo uomo ad aver mentito a una donna pur di conquistarla, ma una bugia è costata davvero cara al palestinese Sabbar Kashur. Il fattorino trentenne, originario di Gerusalemme est, si è finto ebreo per sedurre una ragazza israeliana. Poco dopo essersi conosciuti, i due avrebbero fatto sesso consensualmente, ma quando l’israeliana ha scoperto la vera identità di Kashur, l’ha denunciato per stupro. Dopo più di un anno di processo lunedì scorso è arrivata la sentenza: la Corte distrettuale di Gerusalemme ha stabilito che il palestinese dovrà scontare 18 mesi di carcere per aver commesso il reato di «stupro con inganno».

PROCESSO – Le autorità israeliane temono che questa sentenza possa scatenare nuove violenze razziali e aumentare la tensione tra palestinesi ed ebrei. Sebbene ormai vivano da decenni fianco a fianco, in Medio Oriente sono davvero rare le relazioni sentimentali tra membri delle due popolazioni. Proprio per questo il processo di Sabbar Kashur ha catturato l’attenzione di entrambe le comunità. Secondo il resoconto della ventenne israeliana, i due si sarebbero conosciuti fuori a una drogheria nella parte occidentale di Gerusalemme, abitata principalmente da israeliani, nel settembre del 2008. Kashur, che è sposato e padre di due figli, si sarebbe presentato come uno scapolo ebreo alla ricerca di una moglie. Il trentenne palestinese ha raccontato in tribunale una diversa versione: "E’ stata lei ad avvicinarsi – ha dichiarato Kashur durante il processo – Era interessata alla mia moto e abbiamo cominciato a parlare. Non le ho detto nessuna bugia. Mi sono presentato come Dudu perché è così che tutti mi chiamano, anche mia moglie". Ciò che è certo è che poco dopo i due hanno avuto un rapporto sessuale consensuale in un palazzo vicino. Più tardi, scoperto l’inganno, la ventenne ha denunciato Kashur: "Se non avesse pensato che l’accusato era uno scapolo ebreo interessato a una relazione seriamente romantica, lei non avrebbe ceduto" ha scritto nel verdetto finale il giudice Zvi Segal che ha rilevato come non si tratta del classico "stupro con forza", ma di una violenza altrettanto subdola.

"SENTENZA RAZZISTA" – Kashur non ci sta e ha già dichiarato che farà ricorso in appello. Per quasi due anni è stato agli arresti domiciliari e la Corte non ha preso in considerazione l’opzione di una punizione più lieve come i classici sei mesi di lavoro nei servizi sociali. Per il trentenne si tratta di una chiara sentenza razzista: «Mi hanno tenuto chiuso in casa per due anni senza nessun motivo – spiega Kashur al quotidiano israeliano Haaretz (http://www.haaretz.com/print-edition/news/jurists-say-arab-s-rape-conviction-sets-dangerous-precedent-1.303109) – Se fossi stato un ebreo non mi avrebbero incolpato di nulla. Quello che ho fatto non è uno stupro. La ragazza era consenziente e sapeva ciò che stavamo facendo». Dello stesso avviso Elkana Laist, difensore d’ufficio, che ha definito il verdetto "paternalistico nei confronti delle donne": Gideon Levy, noto editorialista e membro della direzione del quotidiano Haaretz, ha fortemente critica la sentenza: "Vorrei fare solo una domanda al giudice – ha scritto Levy sulle colonne del quotidiano israeliano – Se quest’uomo fosse stato un ebreo e avesse finto di essere musulmano per circuire una donna araba, che cosa sarebbe successo? Sarebbe stato condannato per stupro? Naturalmente la risposta è no".

Attacco suicida a Bagdad almeno 43 morti e 41 feriti

BAGDAD – E’ di almeno 43 morti e 41 feriti il primo bilancio di un attacco kamikaze sferrato contro una milizia anti-al Qaeda ad al Balassim, una località 25 chilometri a ovest di Bagdad, nel distretto di Radwaniya. Lo hanno indicato responsabili dei ministeri della Difesa e degli Interni in Iraq.

Al momento dell’esplosione, davanti all’ingresso della caserma dell’esercito Al-Balassim c’erano circa 85 persone, allineate in tre file per ricevere la paga settimanale. "A un certo punto gli uomini hanno visto uno sconosciuto avvicinarsi in bicicletta in modo sospetto, hanno tentato di fermarlo ma in quel momento lui si è fatto esplodere", ha raccontato un superstite di 20 anni, Tayseer Mehsen.

Sahwa (risveglio), detta anche Figli dell’Iraq, è una milizia araba sunnita che da fine 2006 combatte Al Qaeda con il sostegno Usa. E’ formata da membri delle tribù ed ex guerriglieri. Dall’ottobre 2008 è sotto controllo iracheno e gli stipendi vengono pagati, spesso in ritardo, dal governo a maggioranza sciita. Negli ultimi sei mesi molti guerriglieri Sahwa e loro familiari sono stati uccisi per vendetta e ora chiedono il rispetto dell’impegno a integrarli gradualmente nella polizia e nelle forze armate, un processo reso ancora più lento dallo stallo nelle trattative per formare il nuovo governo.

Negli ultimi mesi sono stati sferrati numerosi attacchi contro i leader delle milizie Sahwa nelle aree sunnite intorno a Bagdad, la maggior parte dei quali attribuiti ad al Qaeda o a vendette tra famiglie rivali.

il presidente Al Bashir incriminato per genocidio

SI STRINGONO le maglie attorno al presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir. Già accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per le sue responsabilità – dirette e indirette – nel massacro del Darfur, il potente leader arabo-africano adesso è stato colpito da un nuovo mandato di cattura della Corte penale internazionale de l’Aja per il reato di genocidio. Al-Bashir rischia l’arresto. Per lui sarà più difficile girare impunemente da uno Stato all’altro, rivendicando la sua immunità e godendo di una particolare condiscendenza. L’accusa di genocidio obbliga tutti gli stati membri del Tpi ad attivare le proprie forze di polizia e di sicurezza per eseguire un provvedimento restrittivo.

Con il nuovo mandato di cattura cambia infatti l’equilibrio tra i paesi che hanno rapporti stabili con il Sudan. Raggiunto da un primo provvedimento restrittivo nel marzo del 2009, il presidente sudanese era insorto contro il Tribunale internazionale sostenendo che non c’erano prove a sufficienza per accusarlo di responsabilità in uno dei più spaventosi e noti genocidi dell’Africa subsahariana. Per cinque anni, a cavallo degli anni ’90, trecentomila donne, uomini e bambini vennero perseguitati, stuprati, uccisi nelle regioni centrali e orientali del paese inserite nella grande provincia del Darfur. Altri due e milioni e mezzo di individui erano stati costretti alla fuga e ammassati in campi di rifugiati.

Sollecitata dalla Procura, la Corte del Tribunale penale aveva accolto la richiesta di un mandato di cattura per lo sterminio di tre gruppi etnici (Fur, Masalit, Zaghawa) che popolano la regione. Ma si era limitata a firmare un provvedimento restrittivo solo per i reati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’accusa di genocidio, molto più pesante, era stata respinta. La pubblica accusa, rappresentata dal procuratore Luis Moreno-Ocampo, ha fatto ricorso. Ha raccolto nuovi documenti e nuove testimonianze e ha sottoposto una seconda richiesta alla Corte. "Esistono ragionevoli prove", si legge nella motivazione del secondo mandato di cattura, "per ritenere l’imputato responsabile di tre genocidi commessi contro i gruppi etnici dei Fur, Masalit e Zaghawa. Reato che include il genocidio attraverso l’omicidio, il genocidio provocato da gravi menomazioni fisiche e mentali, il genocidio commesso attraverso deliberate aggressioni nei confronti dei singoli gruppi costretti a condizioni di vita talmente efferate da provocare la loro distruzione fisica". Genocidio programmato, dunque, che ha portato all’annientamento di tre gruppi etnici.

Sarà più difficile, adesso, sostenere l’assurdità e la scarsa efficacia di un provvedimento. Molti insigni giuristi internazionali già in passato, al momento dell’emissione del primo mandato di cattura, si erano chiesti il senso di una iniziativa che rischiava di essere molto pubblicitaria e poco concreta. Avevano stigmatizzato l’atteggiamento del procuratore Moreno e della Corte penale internazionale che, a loro parere, avrebbe finito per far salire inutilmente la tensione con il Sudan, colpito nel suo orgoglio, provocando nuovi contraccolpi nella già difficile situazione in Darfur. Chiedere l’arresto di un capo dello Stato di un paese sovrano per crimini contro l’umanità e crimini di guerra era sembrato un semplice atto giuridico ma di fatto inutile. Così è stato. Il presidente al-Bashir aveva tuonato contro l’iniziativa della Corte internazionale e, con aria di sfida, aveva annunciato una serie di visite di Stato in alcuni paesi dell’area. Visite che ha puntualmente compiuto, senza subire alcuna restrizione. Nessuno ha osato applicare il provvedimento del Tribunale de l’Aja. Fino ad oggi.