Vogliono uccidermi in segreto

In un’intervista rilasciata tramite un intermediario al quotidiano britannico The Guardian, la donna, 43 anni, smentisce di esser stata condannata anche per omicidio, come invece asserito da funzionari iraniani. Ieri Mossadegh Kahnemoui, un alto funzionario della Giustizia iraniana, aveva affermato di fronte alla Commissione per l’eliminazione della discriminazione razziale, che «questa signora, oltre a doppio adulterio è stata trovata colpevole di cospirazione per assassinare suo marito».

«Stanno mentendo – ha dichiarato Mohammadi Ashtiani – sono imbarazzati per l’attenzione internazionale al mio caso, e stanno disperatamente cercando di distrarre l’attenzione e di confondere i media in modo da potermi uccidere in segreto». In effetti, prosegue la donna, «sono stata dichiarata colpevole di adulterio, ma prosciolta dall’accusa di assassinio. L’uomo che ha effettivamente ucciso mio marito è stato identificato e incarcerato ma non è stato condannato a morte». L’uomo, in effetti, non verrà giustiziato perchè il figlio della vittima, e di Mohammadi Ashtiani, lo ha perdonato. Lei invece è stata condannata a morte per adulterio.

«La risposta – afferma Mohammadi Ashtiani – è semplice, è perchè sono una donna, è perchè pensano che possono fare quello che vogliono alle donne in questo paese. È perchè per loro un adulterio è peggiore dell’assassinio. Non ogni tipo di adulterio, però: un uomo che lo commette non può neppure essere arrestato, mentre una donna adultera per loro è la fine del mondo. È perchè in questo paese le donne non hanno il diritto di divorziare dai loro mariti e sono private dei diritti di base».

La donna ha inoltre raccontato di non aver neppure capito, al momento della sentenza, che era stata condannata alla lapidazione, visto che era stata usata la parola araba ‘rajam’ a lei sconosciuta. «Mi hanno chiesto di firmare la mia sentenza, cosa che ho fatto, poi sono tornata in carcere e le mie compagne di cella mi hanno spiegato che sarei stata lapidata, e sono immediatamente svenuta», racconta al giornale britannica.

Mohammadi Ashtiani si è inoltre detta preoccupata per il fatto che il suo primo avvocato, Mohammadi Mostafei, è dovuto fuggire in esilio in Turchia e proprio oggi è in viaggio verso la Norvegia, mentre sua moglie è ora detenuta nel famigerato carcere di Evin senza accuse precise. Il legale aveva offerto gratuitamente la sua assistenza a Mohammadi Mostafei, ed era riuscito a ottenere attenzione internazionale sul caso. «Volevano liberarsi del mio avvocato – dice – in modo da potere facilmente accusarmi di qualsiasi cosa vogliono senza che lui possa parlare. Se non fosse stato per lui, sarei stata già lapidata».

Uccisi 9 volontari cristiani

Un gruppo di medici stranieri (sei americani, un britannico ed un tedesco) di una ong cristiana sono stati brutalmente assassinati a colpi d’arma da fuoco insieme a due accompagnatori locali nell’Afghanistan nord-orientale dai talebani che hanno rivendicato il gesto accusando le vittime di aver svolto proselitismo, ma soprattuttodi aver cercato di localizzare le basi degli insorti in un distretto della provincia di Badakhshan. Li hanno messi in filae fucilati, ha raccontato un interprete che è stato salvato perchè, ha raccontato, si è messo a recitare il Corano.

Poco dopo che le prime informazioni sul massacro dei sette uomini e delle tre donne del gruppo sono state diffuse dai media afghani, il direttore della International Assistence Mission (Iam), Dirk Frans, ha firmato a Kabul un comunicato in cui ha confermato che «le vittime erano operatori della sua associazione caritativa» senza scopo di lucro, in Afghanistan dal 1966.

In questa lunga storia la Iam ha perso nel conflitto quattro operatori, prima di questa recente vicenda, e subito le violenze dei talebani che, al potere nel 2001, espulsero i suoi membri per tre mesi dal paese. Lo stesso Frans ha chiarito ai giornalisti che il capo della missione che si era recata per due settimane nel Nuristan, al confine con il Pakistan, per un progetto oculistico con la popolazione di vari villaggi, era l’optometrista americano Tom Little. Di essa faceva parte anche una nota professionista britannica, Karen Woo.
«I volontari di questa associazione sono persone molto preparate – ha detto il medico afghano Aref Oryakhail, impegnato con la Cooperazione italiana – e il loro lavoro è molto apprezzato negli ospedali dove operano a Herat, Kabul e Jalalabad».
Terminato il lavoro in Nuristan, hanno riferito presso la sede dell’Iam, il gruppo si è messo in viaggio per rientrare a Kabul. L’ultimo contatto via telefono satellitare con la base è avvenuto mercoledì. Su quello che è successo poi esistono solo notizie frammentarie.

Il governatore del Nuristan, Jamaluddin Badar, ha detto di avere saputo che i medici, a bordo di tre fuoristrada, hanno attraversato il confine con il Badakhshan ieri. «Si sono fermati – ha riferito – in un ristorante per il pranzo nella impervia Sharron Valley delle montagne dell’Hindu Kush».
Dopo questo passaggio è venuto il cruento epilogo. Il capo della polizia locale, generale Aqa Noor Kintoz, ha detto che in base a testimonianze di residenti della zona, «un commando di uomini armati con barbe rosse hanno aperto il fuoco sui veicoli catturando il gruppo e trasferendolo in una zona remota dove i medici e due afghani sono stati barbaramente uccisi». Si deve ricordare che è tradizione in certe zone tribali afghane e pachistane che gli uomini si tingano le barbe con hennè.
Due le rivendicazioni dell’operazione. La prima da parte del gruppo Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, che effettivamente, opera a cavallo della frontiera afghano-pachistana, e la seconda dei talebani del Mullah Omar. Gli analisti sono propensi ad accreditare piuttosto quest’ultima. Prima, per telefono, il portavoce degli insorti Zabihullah Mujahid ha sostenuto che i «missionari cristiani» facevano proselitismo ed «avevano Bibbie in dari da distribuire alla gente». Poi, in un comunicato pubblicato nella pagina web,ha assicurato che svolgevano «nell’area una missione clandestina contro i mujaheddin, con l’obiettivo di localizzare le loro basi nel distretto di Kuran Minjan».

Uno dei loro interpreti afghani sarebbe stato risparmiato dai talebani perché ha recitato alcuni versetti del Corano. L’uomo, di cui è stato reso noto solo il nome, Saifullah, ha raccontato alla polizia che il gruppo aveva «passato diverse notti all’aperto. Poi l’ultimo giorno un gruppo di uomini armati è arrivato, li ha messi in fila e li ha uccisi. Poi hanno rubato tutto». È stato proprio nel momento dell’esecuzione che l’uomo ha recitato alcuni versetti del Corano e i Talebani, rendendosi conto che era un musulmano, lo hanno graziato.

Nella scuola distrutta dai talebani La battaglia per ricostruirla

SENJARAY (Afghanistan) – 5.56, 7.62, M14. La lavagna ricoperta di numeri non serve più a insegnare la matematica. Full Mags, Claymores, Grn Smoke non sono le parole inglesi che i bambini devono imparare a memoria. La classe è svuotata dei banchi e riempita di munizioni: proiettili, mine antiuomo, lanciarazzi. Sul tabellone di grafite, il sergente elenca quello che c’è in magazzino, che cosa manca, che cosa potrebbe servire, se la base finisse sotto attacco. Per i piccoli afghani, la somma è sempre zero.

La scuola Pir Mohammad si chiama adesso avamposto Pir Mohammad, uno dei Cop (Combat Outposts) sparsi come un lancio di dadi ben congegnato lungo la valle del fiume Arghandab. I plotoni del Primo battaglione, Seconda brigata, 101ª Divisione, ci passano quarantotto ore a turno. I soldati dormono sulle brande nel cortile, una stanza fa da palestra improvvisata, un bilanciere e qualche kettlebell, il crossfit è l’allenamento più adatto alle truppe d’assalto. Sul casco portano cucito il Cuore nero, simbolo della Brigata, e nel cuore nero della guerra afghana sono finiti.
La scuola Pir Mohammad era una scuola fino a tre anni fa. L’unica a Senjaray, una delle tre nel distretto di Zhari. Tremila ragazzi l’hanno frequentata, tra loro anche qualche bambina, agli abitanti piaceva l’idea che i figli studiassero. Ai talebani no. Quando la zona era sotto (scarso) controllo canadese, hanno assaltato l’edificio, fracassato i banchi e abbattuto le finestre. Perché nessuno avesse dubbi che la campanella aveva suonato per l’ultima volta, hanno minato le classi e i sentieri attorno.
All’avamposto si arriva scendendo dalla collina di pietre dov’è insediata la base principale, Camp Senjaray.

La sabbia della strada nasconde la visibilità e gli ordigni improvvisati piazzati dagli insorti. Al di là delle barriere di protezione Hesco, cresce la giungla. Vigneti, alberi di melograno, campi di marijuana, irrigati da un sistema di canali che raccolgono l’acqua del fiume Arghandab. Le ultime ventiquattro ore sono state tranquille, un missile Hellfire ha centrato una cellula che si stava muovendo tra la vegetazione, i droni (gli aerei spia senza pilota) hanno trasmesso per giorni gli spostamenti sui monitor della stanza operativa. «Prima di colpire, studiamo le abitudini – spiega il capitano Nick Stout -. Chi li aiuta, i contatti, dove tengono le armi». I talebani si nascondono tra i contadini, i kalashnikov e la ricetrasmittente sotto una coperta, attaccano e si dileguano.
I capelli biondi rasati alla militare, Stout è impegnato in una missione da civile. La scuola Pir Mohammad è diventata il simbolo (la rivista Time le ha dedicato una copertina) della dottrina di controinsorgenza professata dal generale David Petraeus, comandante delle forze Nato-Isaf. Non vince l’esercito che ammazza più nemici, ma quello che conquista la fiducia degli afghani. Il giovane capitano si è addossato la corsa contro il tempo e i fondamentalisti per far rinascere le classi a ottobre, dopo la fine del Ramadan, il mese sacro islamico.

Una parte nuova della struttura è dedicata alle bambine. «Durante le shura, le assemblee con i capi tribali, tutti ripetono: "Speriamo possiate farcela". Io rispondo: "Dateci una mano, diteci chi organizza gli attacchi, non aiutateli". Loro scuotono la testa». Quando il capitano Jeremiah Ellis, l’ufficiale che ha creduto per primo nel progetto, ha acquistato la terra per rinforzare la strada di accesso, i proprietari locali hanno offerto di regalarla. Anche loro amavano quella scuola, volevano che riaprisse. Ma all’americano hanno chiesto: «Potreste picchiarci un po’, per far credere ai talebani che l’avete requisita senza il nostro permesso?».
Il compito di Stout è da civile con mezzi militari. Quando sono arrivati a maggio, i soldati della 101a hanno cominciato da dove avevano lasciato gli uomini della 4ª Divisione di fanteria. Bonificare la zona. I cecchini hanno ucciso uno dei suoi uomini e il capitano ha piazzato i tiratori scelti sul tetto contro i tiri da quattro-cinquecento metri. Per permettere ai contractors di costruire la nuova stazione di polizia che proteggerà l’edificio, ha esteso con le pattuglie il perimetro sicuro attorno alla base, prima i talebani arrivavano fino a pochi metri dalle barriere e lanciavano dentro le granate.
Il vecchio campo della polizia locale sta dall’altra parte del canale, in uno dei cubi di fango che si sono solidificati sul deserto fino a diventare la città di Senjaray, otto-diecimila abitanti (quanti siano davvero nessuno lo sa, neppure il governo di Kabul). «Rocket Man» – così lo chiamano gli americani – ha la barba più impolverata della divisa e un sorriso che si divarica, quando racconta la sua specialità: sparare razzi. «Raffiche di Rpg, come noi usiamo i proiettili di piccolo calibro» dice un soldato, ammirato e perplesso. Il lanciagranate in una mano, il prossimo colpo nell’altra, il militare afghano non è frenato dalle regole d’ingaggio che limitano le forze della coalizione. «È il "courageous restraint" – spiega il tenente colonnello Johnny Davis, comandante della Seconda brigata -. Le nostre truppe prendono dei rischi per evitare vittime civili. Se per distruggere un commando di insorti, feriamo un bambino, abbiamo perso la battaglia di quel giorno».

Truppe d’élite come la 101a faticano a rassegnarsi alle restrizioni e l’idea di conferire un’onorificenza per atti di «courageous restraint» è stata ribattezzata «la medaglia di Obama ai vigliacchi» in un blog delle forze speciali.
Il fortino afghano sta appoggiato sul ciglio dell’«inferno verde», a pochi metri gli alberi nascondono i talebani, ogni giorno finisce sotto attacco. Il tenente Chris Kirnel, che guida il plotone di turno a Pir Mohammad, indica i vigneti, spiega quanto sia estenuante muoversi attraverso i campi, per evitare i sentieri principali ed evitare di saltare su una mina anti-uomo. «Gli afghani non fanno crescere l’uva sui pergolati, usano muri di fango, alti più di un metro e mezzo. È una corsa a ostacoli: salti il primo, ti ritrovi in un canale, salti il secondo… Avanti così per ore». Due spari tagliano la conversazione, colpi non accurati. «Sono infastiditi perché mi vedono quassù, non vogliono che ci muoviamo dal campo».
Il comandante locale non si illude: «Anche se la scuola riesce ad aprire, i talebani minacceranno i genitori e loro terranno i figli a casa». In questi giorni, il capitano Stout, 27 anni, sta cercando di convincere («diciamo pure che lo sto pregando in ginocchio») il governatore del distretto a visitare i lavori alla scuola. Karim Jan è aiutato da un solo assistente e sta asserragliato alla base Wilson, nel quartier generale americano per la valle dell’Arghandab. È stato il capo della polizia a Senjaray e qui lo conoscono tutti («non come il predecessore, che nessuno aveva mai visto» commenta un ufficiale). Gli è rimasto lo stile da sceriffo e quando esce per strada, si mette sempre in spalla un kalashnikov.

A Kabul le salme degli 8 medici trucidati

KABUL - I corpi degli otto medici occidentali trucidati sabato nel nord dell’Afghanistan sono arrivati a Kabul, mentre continua l’inchiesta per determinare i responsabili del massacro, rivendicato dai talebani. Sei medici americani, una britannica e una tedesca, tutti membri dell’ong cristiana International Assistance Mission (Iam) e due interpreti afgani sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, in quella che è stata una vera e propria esecuzione, nella provinci nord-orientale del Badakhshan. Nella rivendicazione i talebani li hanno accusato di essere dei "missionari" e delle spie per

DA ANNI IN AFGHANISTAN - Da anni i medici trucidati portavano cure e soccorsi in Afghanistan. Sono tornati a Kabul chiusi nelle bare dopo la morte. Prosegue intanto l’inchiesta per stabilire chi li ha uccisi all’indomani della rivendicazione, mentre continuano le violenze nel Paese asiatico con l’uccisione domenica di quattro poliziotti a Herat. L’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul ha annunciato che i corpi sono giunti a Kabul a metà giornata e che «personale del consolato, agenti dell’Fbi, rappresentanti delle ambasciate di Germania e Gran Bretagna procederanno poi con l’identificazione». Il gruppo di volontari uccisi, medici, dentisti, infermieri e oftalmologi, era guidato dall’americano Tom Little, che da anni viveva a Kabul, secondo quanto ha detto Dick Frans, il direttore esecutivo della International Assistance Mission (Iam), l’ong cristiana per la quale lavorava Little. L’uomo viveva in Afghanistan dalla fine degli anni Settanta e parlava correttamente la lingua dari, non nascondeva la propria fede, ma non cercava di convertire gli afghani, ha aggiunto Dick Frans.

LA DOTTORESSA INGLESE - Little aveva portato con sè la dottoressa Karen Woo, cittadina inglese di 36 anni, che aveva lasciato un impiego nel settore privato a Londra per lavorare a Kabul. «Sette degli otto volontari uccisi stavano di base in Afghanistan. Un cittadino americano era giunto qui per questa missione, ma era già venuto cinque o sei volte in passato», ha sottolineato Frans. In base alle prime indagini, gli otto medici viaggiavano a bordo di fuoristrada accompagnato da due volontari locali, ma senza scorta, quando giunti nei pressi del Nouristan, provincia sotto forte influenza talebana, è stato sorpreso da un gruppo di uomini che li ha fatti scendere dalle auto e trucidati dopo averli messi in fila. E mentre la Commissione indipendente afghana per i diritti umani ha reso noto che sono 1.325 le vittime civili uccise dall’inizio dell’anno, anche oggi il Paese asiatico ha vissuto un’altra giornata di violenza. Quattro agenti – tra cui una donna – sono morti in un attentato suicida compiuto con un’autobomba lanciata contro un convoglio della polizia a Herat, nella zona dove opera il contingente militare italiano.

la diva sexy che sfida al voto i conservatori musulmani

JAKARTA - La regina sexy delle soap e della musica pop indonesiana sfida i conservatori musulmani e si candida alle elezioni. Il suo nome d’arte è Julia Perez, ma in Indonesia tutti la conoscono come "Jupe" o ancora meglio come "sex bomb". Grazie alla sua avvenenza, alle canzoni piccanti e soprattutto alle dichiarazioni libertine (parla apertamente di sesso in un paese a maggioranza musulmano), è diventata il personaggio televisivo più famoso d’Indonesia. L’ultima scommessa della trentenne è la politica: il prossimo dicembre sarà candidata alle elezioni locali di Pacitan, agglomerato urbano nella parte orientale di Giava e luogo natale dell’attuale presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono. PERSONAGGIO CHE DIVIDE- In una società sempre più divisa tra chi guarda all’Occidente con interesse e curiosità e chi continua a predicare l’islamismo radicale, la Perez, all’anagrafe Yuli Rachmawati, è un personaggio che divide. Gli "occidentalisti" la considerano l’immagine dell’Indonesia futura, un paese pronto a rompere con le norme tradizionaliste e voglioso di aprirsi al mondo. Dall’altra parte i musulmani radicali la considerano l’icona del peccato. In effetti negli ultimi anni la trentenne ha fatto di tutto per provocare. Sul web compaiono numerose foto in cui si mostra con abiti succinti e mette in evidenza le sue prosperose forme. Il suo ultimo album s’intitola "Kamasutra" e chi lo acquista, trova all’interno un preservativo. Sono molti i suoi interventi pubblici in cui parla apertamente di sesso e invita i giovani a usare il condom durante i rapporti erotici. Alcuni conservatori hanno anche proposto di cambiare le regole in tema di elezioni e non permettere ai candidati con "difetti morali" di presentarsi alle consultazioni. Ma il popolo dei social network si è mostrato compatto dalla parte della Perez ed è riuscito attraverso una campagna di protesta a evitare la sua esclusione.

INFANZIA DIFFICILE - Nonostante lo straordinario successo popolare, la Perez non dimentica la sua difficile infanzia. Nata in una famiglia guidata da una madre single, era la maggiore di tre sorelle. Sin da piccola ha fatto lavori saltuari per procurarsi il cibo: «Trovare cibo a sufficienza era l’unico nostro sogno – ha dichiarato in un intervista al New York Times. – Al tempo non avevo altri sogni perché non avevo soldi». Più tardi grazie all’amicizia con una ragazza fidanzata con un australiano, scopre il mondo occidentale. Lavora come segretaria in un’azienda olandese di base in Indonesia. S’innamora di un ragazzo dei Paesi Bassi e parte con lui per l’Olanda. Ci resta tre anni e impara la lingua lavorando sempre come segretaria in una società collegata. Successivamente incontra un francese, che la introduce nel mondo della moda. Più tardi i due si sposano. La Perez viene notata da stilisti e pubblicitari e velocemente appare su importanti riviste occidentali come FHM e Maxim. Entra nella classifica delle 100 donne più sexy del mondo, conquista fama e successo, ma il suo unico pensiero è tornare a casa. Nel 2006 decide di lasciare il marito e l’Europa e rientra nel suo paese natale. Ha numerose offerte da registi e da sceneggiatori televisivi. Costruisce la sua immagine d’icona sexy e il forte sex-appeal diventa il suo marchio di fabbrica.

LAVORARE PER I POVERI - Oggi la bomba sexy dichiara tranquillamente di non aver alcuna esperienza politica e attacca gli amministratori politici corrotti: «Sono sexy e allora? Se mi guardate e mi vedete sexy, domani continuerete a mangiare. Ma se io vi rubo i soldi, domani non potrete mangiare e andare a scuola e diventerete degli uomini senza speranza». Afferma che se vincerà le elezioni combatterà per i tanti poveri che vivono nel territorio di Pacitan e cercherà di convincere gli stranieri a investire: «È una persona onesta – dichiara Sutikno, leader locale di Hanura, il partito politico dell’opposizione che ha convinta la Perez a candidarsi. – Ha tanta voglia di lavorare e d’imparare. Non era mai stata a Pacitan, ma dopo che l’abbiamo contattata, si è subito messa su Internet a cercare informazioni su questa località. A noi non importa che sia una bomba sexy». Alcuni osservatori invece si mostrano scettici e dichiarano che i politici dell’opposizione stanno sfruttando l’immagine della Perez unicamente per attaccare il presidente Susilo Bambang Yudhoyono proprio nel suo luogo natale: «Ho i miei dubbi su Julia Perez – dichiara l’autrice indonesiana Julia Suryakusuma – Tutto appare come una manovra dell’opposizione per mettere imbarazzo il presidente».

Attentato contro Ahmadinejad

E’ giallo su un attentato contro Mahmoud Ahmadinejad, con versioni diverse che vanno da una granata che ha fatto ferito giornalisti al semplice lancio di un petardo per festeggiare il presidente. Una bomba, una granata secondo la tv satellitare "al-Arabiya", è stata lanciata contro il convoglio del presidente iraniano nella zona di Hamadan. Ahmadinejad è uscito illeso dall’attacco, ma ci sarebbero alcuni feriti tra i giornalisti. Oltre ad ‘al-Arabiya’ lo riferiscono altre fonti locali, che precisano come lo scoppio sia avvenuto a un centinaio di metri dall’attentatore.

LA PRESIDENZA IRANIANA HA SMENTITO LA NOTIZIA – La presidenza iraniana ha invece smentito la notizia dell’attentato. Secondo quanto rende noto la tv iraniana in lingua araba "al-Alam", ci sarebbe stata effettivamente un’esplosione all’uscita di Ahmadinejad dall’aeroporto locale, ma non sarebbe stata provocata da una bomba, bensì da alcuni fuochi di artificio. In precedenza il sito del quotidiano ‘Khabar’ aveva riportato che la granata lanciata al passaggio del convoglio di Ahmadinejad aveva colpito il minibus dove viaggiavano i giornalisti che lo accompagnavano. Secondo Bloomberg, Ahmadinejad è poi apparso in tv in diretta mentre parlava a Hamadan. Nel suo discorso non ha parlato dell’attacco.

FERMATO UN UOMO, HA LANCIATO UNA BOMBA CARTA - A lanciare la bomba è stato un uomo, subito arrestato e interrogato dagli agenti della polizia iraniana per aver lanciato una bomba carta contro il convoglio del presidente Mahmoud Ahmadinejad, all’uscita dell’aeroporto di Hamadan. Lo ha annunciato una fonte della presidenza iraniana alla tv "al-Alam". «L’uomo ha lanciato una potente bomba carta di quelle che si usano solitamente durante i festeggiamenti ufficiali in Iran – ha spiegato la fonte – ma il suo gesto non è legato a un tentativo di attentato contro la vita del presidente. Infatti non ha provocato feriti. C’è stato solo un attimo di panico per il forte rumore provocato dall’ordigno». Secondo le autorità di Teheran, ci sarebbero i movimenti di opposizione dietro la diffusione della notizia di un attentato terroristico contro Ahmadinejad, ripresa dalla tv ‘al-Arabiyá e dal sito ‘khabaronline.ir’. Il presidente non ha fatto cenno all’attentato durante il comizio pubblico che ha poi tenuto nello stadio di Hamadan, mentre nei giorni scorsi aveva parlato di un piano israeliano per ucciderlo.

FRATTINI: «ATTO GRAVISSIMO» – Il fallito attentato al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è «un atto gravissimo» ha detto Franco Frattini esperimendo l’auspicio che «prevalga la moderazione e la calma, si faccia un’analisi ed un accertamento approfondito e non si trattagano conseguenze che potrebbero infiammare non solo l’Iran ma l’intera regione». «È un atto gravissimo, quando si parla di un attentato contro un leader politico, chiunque egli sia – ha detto ancora Frattini – è sempre un fatto grave».