L'Iran nucleare minaccia del secolo

MONACO DI BAVIERA - L’ammiraglio Giampaolo Di Paola è il presidente del Comitato militare della Nato, la "tavola rotonda" che riunisce tutti i capi di stato maggiore dell’Alleanza. A Monaco, alla "Wehrkunde", ha partecipato a tutti i dibattiti, ha seguito tutti i discorsi dei maggiori leader ed esperti mondiali. "Si, in effetti ovunque e da tutti io ho colto un senso di profonda preoccupazione per la questione del programma nucleare iraniano. E’ stato il tema principale delle discussioni, assieme all’Afghanistan. Ma sull’Afghanistan c’è una fiducia maggiore, le cose miglioreranno: sull’Iran è buio pesto".

Ammiraglio come giudica le dichiarazioni di stamattina del presidente Ahmadinejad? Cosa dovrebbe fare anche la Nato sul nucleare iraniano?
"La Nato non è coinvolta in questo dossier, e io stesso non ho nessun titolo per commentare nulla di quanto venga detto da esponenti politici iraniani. Ma tutti i governi della Nato, anzi molti di più di quelli che fanno parte dell’Alleanza, sono coinvolti nelle discussioni, nei ragionamenti su questo tema".

Ma una reazione, per quanto diplomatica, lei l’avrà avuta?
"Le dico quella che è stata la reazione della quasi totalità dei ministri e dei capi militari che venerdì sera hanno ascoltato il discorso del ministro degli Esteri Mottaki (quello in cui diceva di essere ottimista sulla possibilità di un accordo, salvo essere smentito dagli americani e dalla stessa Aiea, ndr). Bene, qualcuno è arrivato a dire "è venuto a prenderci in giro", altri hanno detto "non hanno capito la gravità del momento, stanno continuando a perdere tempo per prendere tempo, ma le cose stanno cambiando". Quel discorso è stata ancora una volta un’occasione persa per conoscere chiaramente le ragioni serie del governo iraniano, capire qual è la sua volontà di discutere di un progetto, quello nucleare, che è sanzionato dalle Nazioni Unite"

Da esperto militare: ma perché l’Iran con la bomba nucleare per voi è così pericoloso? Altri paesi hanno la bomba nucleare.
"La valutazione dei nostri governi e dei nostri leader politici è che in quella regione del mondo un’entità estremista con l’aggiunta della capacità nucleare militare sarebbe il mix peggiore, una condizione pericolosissima. Da esperto militare le rispondo quello che lei sa già: con l’Iran nucleare partirebbe immediatamente una corsa alla nuclearizzazione della regione. Ieri il senatore Kerry ha citato Egitto, Arabia saudita, Kuwait; ci sono altri paesi che correrebbero verso l’atomica, accelererebbero il riarmo convenzionale. Naturalmente l’Iran nucleare significa la morte definitiva del Trattato di Non Proliferazione, la fine di ogni sacrosanto tentativo di denuclearizzare il mondo, un dibattito rilanciato dall’amministrazione Obama".

Ma lei non crede che tutto questo possa essere controllato, gestito senza questo catastrofismo?
"Vuole che glielo dica senza catastrofismo? Per quello che innescherebbe, questa è forse la minaccia del secolo. Per l’umanità, non per qualche paesetto della regione!"

Quando si parla di sanzioni, all’Onu c’è un problema, la Cina. Qui a Monaco l’ha ripetuto il ministro degli Esteri cinese: non è il momento di nuove sanzioni.
"Ormai non è più solo un auspicio che la Cina giochi un ruolo positivo sulle questioni di sicurezza del mondo, che questo grande paese condivida l’analisi sulla pericolosità di questo dossier per tutti i membri della comunità internazionale. La Nato non ha nessun ruolo nel dossier iraniano, ma la Cina ha avviato con noi un dialogo a livello politico assai importante. Anche a livello operativo, per la missione anti-pirateria nel Corno d’Africa, la Cina ha creato contatti con la Nato, la Ue, la Joint Task Force americana. Vedremo".

La Russia, invece, sul dossier Iran in queste ore sta mostrando un allarme crescente.
"La Russia conosce bene quel dossier, e sa metterlo in relazione a tutti gli altri suoi interessi, perché anche questo è un suo interesse diretto e decisivo".

Ultima domanda sull’Afghanistan: qui a Monaco c’è stata la benedizione definitiva della nuova strategia del "surge" deciso da Obama.
"Si, a Monaco dopo la riunione dei ministri Nato di Istanbul e dopo la Conferenza di Londra c’è stata una sorta di discussione finale. Il 2010 sarà l’anno decisivo per il successo o mano degli sforzi della comunità internazionale in quel paese. C’è la strategia giusta. Ci sono risorse militari ma soprattutto civili. C’è un nuovo governo afgano, che si è impegnato ad affrontare le questioni che conosciamo. C’è un approccio ragionale vero, condiviso come un’esigenza e non accettato come uno slogan. Io non mi sbilancerei se non ci credessi: c’è una luce in fondo al tunnel".

Restaurato piu' antico monastero

Dopo 8 anni di lavori e una spesa di 14 mln di dollari si e’ concluso a Suez City il restauro del piu’ antico monastero cristiano del mondo. Lo scrive la Bbc sul suo sito. Il monastero, luogo molto frequentato dalla comunita’ di copti in Egitto, ha 1.600 anni ed e’ intitolato a Sant’Antonio: alla fine del III secolo il santo si ritiro’ in una caverna isolata sulle montagne vicino al Mar Rosso. Quando mori’ i suoi discepoli decisero di costruire un monastero e dargli il suo nome.

Senatore Usa Lieberman: sanzioni o attacco militare

Secondo l’influente senatore americano Joe Lieberman il mondo si trova di fronte a una difficile scelta: inasprire le sanzioni contro Teheran oppure attaccare l’Iran per fermare il suo programma nucleare. Lo riporta il sito web di Haaretz. Lieberman, presidente della Commissione per la Sicurezza interna del Senato Usa, parlando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha detto: "Dobbiamo scegliere: o adottiamo nuove sanzioni più dure per consentire alla diplomazia di lavorare oppure ci troviamo di fronte alla prospettiva di un attacco militare contro l’Iran". I comandanti Usa stanno già studiando questa ipotesi, "che nessuno vuole", ha precisato Lieberman. Un Iran dotato dell’arma nucleare provocherebbe il caos in Medio Oriente, farebbe crescere il prezzo del petrolio e metterebbe fine a ogni speranza di pacifica soluzione nel conflitto israelo-palestinese, ha affermato il senatore Usa.

Il lato politico del confessionalismo egiziano

Una banale lite per un parcheggio, un pallone che rimbalza contro una vetrina, un ragazzo che spia dentro una casa, voci di foto di ragazze disinibite. Bastano anche futili motivi nell’entroterra egiziano per scatenare feroci scontri che assumono rapidamente un carattere confessionale.

Questo è un segno evidente della crescente tensione che si sta vivendo negli ultimi anni soprattutto tra la comunità copta e quella musulmana. La cittadina di Naga Hammadi, nel Medio Egitto, a pochi chilometri dalla meta turistica internazionale di Luxor, è salita agli onori della cronaca il 6 gennaio scorso, la vigilia del natale copto. Il pericolo di un attacco di stampo confessionale era nell’aria e l’autorità religiosa cristiana locale aveva mandato in pace i credenti con largo anticipo. Pochi minuti dopo la fine dell’omelia, sette corpi senza vita sono rimasti a terra crivellati dalle pallottole sul selciato della chiesa. Le prime interpretazioni, ampiamente propagandate dai media, spiegavano il gesto con una ‘vendetta’ dovuto allo stupro a novembre di una giovane ragazza musulmana da parte di un copto. Il Medio Egitto è infatti terra di "vendetta" e faide familiari, e le autorità sono spesso costrette a risolvere le diatribe cercando una pacificazione tra le famiglie, senza ricorrere all’applicazione delle leggi statali. Ma questa è anche terra di una decennale lotta politica per rappresentare l’area nella capitale, e il prossimo autunno sono in programma le elezioni parlamentari.

La strage di Natale ha provocato manifestazioni anti-governative, saccheggi di negozi e case, arresti indiscriminati, torture, un memoriale interminabile di violazione di diritti e l’arresto di tre persone coinvolte nel crimine. Proprio gli arresti gettano un’ombra su quello che sembrava a tutti gli effetti una vendetta confessionale, tesi sposata dai media ma solo in parte dalle autorità egiziane, che avevano invece bollato i fatti come una vendetta senza, però, alcuna connotazione religiosa. Il tutto potrebbe essere invece una semplice questione politica. A suggerire questa ipotesi, che non riesce però a prendere piede perché soppiantata dalla ben più forte paura confessionale, sono le considerazioni fatte da alcuni attivisti egiziani, che non hanno mai reputato credibile la spiegazione del gesto con la vendetta. Un recente rapporto investigativo dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr) sui fatti di Naga Hammadi ha messo in luce il contesto politico conflittuale dell’area in questione e la partecipazione di un noto criminale locale nella strage. "Alcune persone della zona che abbiamo intervistato per stilare il nostro rapporto hanno avanzato il dubbio sul carattere politico dell’attacco, e hanno sottolineato la partecipazione all’agguato di un criminale tradizionalmente affiliato ad un potente politico locale", ha affermato Hossam Baghat, dell’Eipr. "Chiediamo per questo che le autorità facciano luce sull’influenza di questa possibile relazione politica sui fatti accaduti". Il forte potere dell’elettorato copto nell’area e le inimicizie politiche fra i rappresentanti della chiesa e certe figure politiche locali aggiungono interesse allo scenario. L’elettorato copto, ben direzionato dalla leadership religiosa locale, ha giocato infatti un ruolo fondamentale nelle elezioni parlamentari del 2000 e del 2005, che hanno permesso di spodestare il referente politico tradizionale della regione.

La questione confessionale in Egitto è però in piena fase di implosione, non solo dentro ai suoi confini. All’indomani della strage un aspro dibattito si è acceso sulle colonne dei giornali egiziani. Un tema, quello confessionale, considerato tabù e sensibile ad intaccare l’unità dello Stato, per questo spesso occultato magistralmente dai circuiti dell’informazione generalista nazionale.
La questione dell’interesse internazionale verso la condizione dei copti in Egitto, tra cui spicca la presa di posizione netta dell’Unione Europea, ha evidenti e chiare ripercussioni interne. Le proteste esplose su scala mondiale dopo la strage di Naga Hammadi e coordinate dalla diaspora copta hanno avuto un forte carattere anti-governativo. Come ha riportato il giornale egiziano al-Mesryoon, lo stesso presidente Mubarak sembra sia intervenuto per tracciare una linea rossa che la comunità copta non può sorpassare nel tentativo di esportare il suo malcontento su scala internazionale.

Nonostante gli eleganti sforzi di occultamento, la questione confessionale resta un tema caldo nella società egiziana e a farne le spese non sono solo i cristiani che rappresentano l’8 percento della popolazione totale. Ne sa qualcosa la comunità bahai, che sta portando avanti da anni una lotta per ottenere una qualche forma di riconoscimento tanto quanto la comunità sciita. Gli sciiti, in crescita esponenziale in Egitto, si trovano nel mirino delle autorità per i sospetti di connivenza con la rete sciita regionale, alimentata dalle pessime relazioni con Hezbollah e l’Iran. Il concomitante processo contro la supposta cellula di Hezbollah, accusata di voler pianificare attentati contro interessi israeliani dall’Egitto, è arrivato proprio in questi giorni alle prime richieste di condanna: pena di morte per sei membri del gruppo.
Nel frattempo mentre queste violenze sono utilizzate a scopi politici e personali, la diffidenza reciproca a livello confessionale continua a crescere in una popolazione che si nutre quasi unicamente di voci e dicerie orchestrate ad arte. "Si sta portando avanti quel progetto cominciato con Nasser, di rendere l’Egitto un paese completamente musulmano", afferma Sami, un giovane copto del quartiere cairota di Shubra, che si dichiara ateo.
Il tutto sta distogliendo l’attenzione da quello che era il dibattito nazionale degli ultimi giorni del 2009: lo scompiglio creato nell’opinione pubblica dalla possibile candidatura di El-Baradei alla presidenza, e l’aspro dibattito sulla successione al pluridecennale mandato del presidente Mubarak.

Appello cristiani copti per diritto a costruire chiese

Attivisti egiziani hanno lanciato un appello al Parlamento del Cairo per chiedere che venga riconosciuto ai cristiani copti il diritto di costruire chiese in Egitto. Secondo la legge egiziana i musulmani per edificare una moschea o un luogo di culto devono chiedere un’autorizzazione comunale, al contrario i cristiani copti devono ottenere il via libera dal capo dello Stato. Il 10% degli 80 milioni di egiziani è di religione copta e, da tempo, chiede gli stessi diritti che hanno i musulmani. All’inizio dell’anno un attacco contro una chiesa copta nel sud dell’Egitto è costato la vita a sette fedeli.

Niente Facebook per musulmani

Facebook vietato ai musulmani da una fatwa: il social network è stato messo all’indice in Egitto come probabile causa dell’aumento dei divorzi e della crisi della famiglia. E’ proprio contro la community più usata tra i giovani dei Paesi arabi che, secondo il giornale "al-Quds al-Arabi", lo sceicco Abdel Hamid al-Atrash ha emanato un decreto religioso islamico che ne vieta l’uso per la prima volta a tutti i musulmani.

L’autore della fatwa è l’ex presidente della commissione per la fatwa dell’università islamica di al-Azhar, un religioso egiziano, che avrebbe emanato il provvedimento dopo essere venuto a conoscenza dei dati emersi da uno studio diffuso nel Paese arabo secondo cui il successo di Facebook va di pari passo con il numero dei divorzi tra le famiglie musulmane.

"Già la precedente commissione islamica di al-Azhar da me presieduta aveva discusso del fatto che Facebook avesse causato un notevole aumento dei tradimenti tra le coppie egiziane – spiega al-Atrash -. Si tratta di uno strumento che distrugge la famiglia perché spinge il coniuge ad avere rapporti contrari alla Sharia con altre persone. Mentre uno dei due è impegnato al lavoro, l’altro chatta con un estraneo sprecando il suo tempo libero e compiendo un’azione contraria alla legge islamica. Questo strumento mette in pericolo la famiglia nella società musulmana".

"Facebook, o Internet, sfascia una famiglia su cinque"
Nei giorni scorsi un’equipe di sociologi egiziani ha dimostrato, studi alla mano, che almeno un caso di divorzio su cinque nel Paese arabo è stato causato da Facebook o comunque da un tradimento iniziato online. Per gli studiosi i social network aiutano i coniugi a tradirsi avendo rapporti con estranei non conformi alla Sharia. "Questo strumento tecnologico, come altri dello stesso tipo, tra cui i canali televisivi satellitari, sono un’arma a doppio taglio – conclude il religioso egiziano -. Se da un lato permettono la diffusione della religione islamica, dall’altro consentono alle persone di vivere l’amore in modo illecito e di avere rapporti interpersonali vietati dalla Sharia. Per cui chi entra in questi siti deve essere considerato un peccatore".

Iraq: donna kamikaze tra i pellegrini sciiti

BAGDAD – Almeno 54 pellegrini sciiti diretti alla città santa di Kerbala per l’Arbain, la festa della memoria, una delle festività più sacre agli sciiti, sono morti nel corso di attentato compiuto da una donna kamikaze a Shaab, nella zona orientale di Bagdad. Secondo il ministero dell’Interno vi sarebbero anche 117 feriti, molti dei quali in gravi condizioni. «Alle 11,45 – due ore in meno in Italia – una donna kamikaze ha azionato la sua cintura esplosiva in mezzo a una folla di pellegrini che si recava a Kerbala, nella regione di Bub al Cham», ha spiegato un comandante militare di Bagdad. L’Arbain segna la fine dei 40 giorni di lutto dopo l’Ashura per la morte di Hussein, nipote di Maometto.

Berlusconi in Israele da Netanyahu: anche voi nella Ue

GERUSALEMME - «Ho un sogno: che Israele possa entrare un giorno nell’Unione europea». È iniziata sotto questo auspicio la visita ufficiale di Silvio Berlusconi in Israele. «Abbiamo l’orgoglio di essere noi, con la cultura giudaico-cristiana, alla base della civiltà europea» ha detto il presidente del Consiglio con a fianco il primo ministro israeliano, «l’amico Benjamin» Netanyahu. «Siamo qui a testimoniare l’amicizia, la vicinanza, la volontà di collaborazione» ha aggiunto il Cavaliere, che mercoledì mattina parlerà alla Knesset, il parlamento israeliano.

«FELICI DI AVERTI A GERUSALEMME» - Al suo arrivo Berlusconi, oltre che da un abbraccio caloroso con Netanyahu, è stato salutato da picchetto d’onore e grandi parole d’elogio. «Caro Silvio – ha detto il premier israeliano – siamo molto felici di averti a Gerusalemme. L’Italia è uno dei più grandi amici di Israele e la tua è una visita storica. Israele è legata all’occidente e Roma e a Gerusalemme hanno gettato le basi della cultura occidentale». Il presidente del Consiglio ha ringraziato il suo omologo per l’accoglienza. C’è ancora oggi, ha sottolineato Berlusconi, chi mette in discussione l’esistenza di Israele: «noi ci opporremo tutti insieme come Comunità internazionale affinché ciò non possa assolutamente mai accadere». Il futuro, ha aggiunto, è la principale preoccupazione di Israele, per cui bisogna avere la consapevolezza anche del terribile passato vissuto dagli ebrei «per non tornare mai più a quella indifferenza del mondo che è il più grande male». Per questo, ha concluso, «vorremmo che tutti insieme potessimo guardare al futuro e far sì che sia di prosperità, benessere e soprattutto pace per questo popolo».

IL PREMIER PIANTA UN ULIVO - Tra i primi impegni del premier ce n’è stato uno di stampo ambientalista: nella Foresta delle Nazioni, sulle colline della capitale israeliana, ha piantato un ulivo di pace, in segno di amicizia con Israele. La cerimonia è stata organizzata da un’antica associazione israeliana, la KKL Keren Kayemeth LeIsrael. È un gesto simbolico e un rito per tutti gli statisti che si recano in Israele, ha sottolineato Raffaele Sassun, rappresentante italiano del KKL, accogliendo Berlusconi. «Credo di essere l’italiano vivente che ha messo a dimora più alberi» ha scherzato il premier, sottolineando però che si tratta di «una cerimonia piena di significato» -. Sono l’unico italiano a fare collezione di ulivi antichi, in Sardegna ho almeno 20 ulivi che hanno più di mille anni, con la certificazione dell’Università di Gerusalemme, che ne ha duemila. Io, scherzando, dico qualche volta ai miei ospiti che quest’ultimo viene direttamente dall’orto Getsemani e che il segno visibile sul tronco è un segno lasciato dal ginocchio di Gesù».

«MAI PIU’ LA SHOAH» - Tra i momenti più significativi del programma della giornata anche la visita al Museo dell’Olocausto Yad Vashem. Commosso, il premier sul libro delle firme dei visitatori ha scritto: «La nostra anima urla "Non è vero, non può essere vero" e poi, sconfitta grida "Mai, mai più". Con commozione profonda, Silvio Berlusconi». Poco prima il premier ha partecipato alla cerimonia in cui ha ravvivato la fiamma perpetua nel Memoriale della rimembranza. Berlusconi è stato acconto dal canto del coro di voci bianche che ha intonato la canzone «Andando a Cesarea». Quindi il premier ha deposto una corona in memoria dei 6 milioni di ebrei uccisi durante il nazismo.

LA STAMPA: BENVENUTO CAVALIEREL’importanza della visita di Berlusconi in Israele viene sottolineata dal quotidiano di Tel Aviv Haaretz in un editoriale intitolato: «Ascoltate l’amico». Lo stesso giornale che domenica sulle sue pagine, ha pubblicato un’intervista in cui Berlusconi sollecita Israele a mettere da parte la politica di colonizzazione nei Territori per raggiungere un’intesa con i palestinesi e un accordo con la Siria, basato sul ritiro israeliano dal Golan. Haaretz suggerisce che il premier Netanyahu farebbe bene a far suoi «i consigli dell’amico italiano» e a dar prova di vera leadership. Il quotidiano filo-governativo Israel ha-Yom (il secondo per diffusione) annuncia la visita di Berlusconi con un titolo di prima pagina in italiano: «Benvenuto, Cavaliere!». Ancora più familiare l’approccio di Yediot Ahronot e di Maariv che titolano «Benvenuto, Silvio»: il primo in italiano, il secondo in ebraico. L’Italia, concordano i giornali, è un Paese particolarmente amico di Israele. La stampa prevede che nel corso della visita sarà toccato un tasto delicato: la questione delle relazioni economiche fra Italia e Iran, e in particolare – precisa il Jerusalem Post – «l’assistenza italiana al programma spaziale di Teheran».

IL DISCORSO ALLA KNESSET - Per martedì sono previsti diversi colloqui bilaterali e una riunione plenaria con i ministri delle due parti presenti – la prima del genere nei rapporti di Israele con l’Italia, sperimentato finora dallo Stato ebraico solo con la Germania fra i partner dell’Ue – conclusa da una conferenza stampa. I sette ministri che accompagnano il premier ripartiranno per Roma entro martedì sera, mentre Berlusconi resterà anche mercoledì 3: per essere protagonista in mattinata di un atteso discorso dinanzi alla Knesset (il Parlamento di Gerusalemme), seguito dall’inaugurazione di una mostra di disegni di Leonardo da Vinci, e infine da una tappa a Betlemme, in Cisgiordania, dove incontrerà il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen e dove visiterà la basilica della Natività di Gesù.

IDV: DELEGAZIONE ESAGERATA - Il premier è accompagnato da sette ministri: Claudio Scajola (Sviluppo economico), Altero Matteoli (Infrastrutture), Franco Frattini (Esteri), Andrea Ronchi (Politiche Ue), Maurizio Sacconi (Welfare), Ferruccio Fazio (Salute) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente). E sull’entità della delegazione che accompagna il premier (un centinaio di persone in totale) polemizza l’Italia dei Valori annunciando un’interrogazione in Parlamento: «Ministri, portaborse e collaboratori vari per un totale di 100 persone per la tre giorni in Israele di Berlusconi. In un’interrogazione alla Camera chiediamo al governo la lista dettagliata dei componenti della delegazione e i precisi motivi della presenza di ciascuno degli accompagnatori del premier – spiega Antonio Borghesi -. Chiediamo se non sia da considerarsi eccessiva tale delegazione in un momento in cui il governo dovrebbe adottare una politica di rigore». Questo governo, conclude Borghesi, va avanti con un tenore eccessivamente alto che «ricorda un po’ troppo le tanto discusse missioni all’estero di Craxi».